A LINGUA. Angela Passarello

*I versi sono tratti dalla raccolta A puntu strittu a puntu largu, Edizioni del Verri, Milano 2025.

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a lingua

ah a lingua a to lingua

còmu a chidda di to matri

tantichiedda ammintata

còmu a chidda di to patri

ah a lingua a to lingua

lingua taliata e muzzicata

lingua rimmuttata e sputata

lingua zzittuta e scuncichiata

ah a lingua a to lingua ncarnata

nnâ ti peddi è rrugna camurrriusa

ah a lingua a to lingua cusuta intra

u to pettu cü u lu versu curtu curtu

*

la lingua

ah la lingua la tua lingua / come quella di tua madre/ un poco inventata/ come quella di tuo padre/ ah la lingua la tua lingua/ lingua guardata e morsicata/ lingua rifiutata e sputata/ lingua zittita e derisa// ah la lingua la tua lingua/ incarnata/ nella tua pelle è rogna fastidiosa/ ah la lingua la tua lingua cucita dentro/ il tuo petto con un verso breve breve

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u checcu

u checcu u cunta chicchiannu

ca a so lingua s’impidugghia

nnu palatu còmu intra na cassa

chiuiuta ‘ntornu

i corda vocali ammuttannu i gutturali

nnâ vucca unni a lingua chicchia

lucannu cu’ i sona a so vinuta

ncapu ê labbra

i sillabba nun cantanu

sciàtanu a palora

ca a picca a picca nasci

ca a picca picca nesci

il balbuziente

il balbuziente balbettando racconta/ che la lingua si ingarbuglia nel palato/ come dentro una cassa chiusa intorno/ le corde vocali spingono le gutturali/ nella bocca dove la lingua balbetta/ giocando con i suoni il suo arrivo// le sillabe non cantano/ ma soffiano la parola/ che a poco a poco esce/ che a poco a poco nasce

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Angela Passarello, nata ad Agrigento, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato Asina Pazza, La Carne dell’Angelo, Ananta delle voci bianche, Piano Argento, Pani scrittu, Bestie sulla scena, Poema Rupe. È stata cofondatrice della rivista “Il Monte Analogo” e ha collaborato con “La mosca di Milano”. Ha realizzato la mostra personale “Scritto in mare (Fondazione Mudima, Milano 2019). I versi di A puntu strittu a puntu largu sono scritti nella “parlata” di Girgenti e mescolano tragedie, amori, prodigi, fiabe, silenzi, con metafisica leggerezza: la lingua italiana traduce il dialetto agrigentino con una intensità lieve e felice, diversa ma simile a quella della lingua madre.

LACRIME DI VETRO

A Piergiorgio Colombara

Il mondo? È in fuga.

*

Un nulla ci accoglie ora, un vetro senza ombre.

*

Sì. avremmo sorriso. Se fosse accaduto.

*

Senza aria, resterebbero stalattiti.

I venti disincantano i sassi, rendono reali

suoni e odori, illusioni vive.

Ora sono pietre libere: aeree e bianche,

un fragore remoto.

Superstite sopra la cima, ne osservo ancora il volo.

*

Carta senza penna che scrive, senza mani che toccano,

senza finzioni che bucano il foglio.

Carta bianca. Non c’è scampo. Tutto accade

togliendo vita.

Che la verità, mai eterna,

muoia e si moltiplichi.

Che per giorni interi

si impari a frantumare in specchi le verità.

*

Sapere che gli uccelli non saliranno dal bosco

non torneranno. Perduti,

insostituibili.

Parlare, quasi senza voce,

di questo dolore.

E dopo?

Risentire il vento

ma secco, nudo.

In pieno giorno il monte proietta

la sua ombra frastagliata e bianca

al centro del prato.

In quell’ombra scaturita dal sasso scagliato

si concentra il destino.

Le rocce, disintegrate.

Le vite, superstiti.

*

Maschera: espone la sua forma.

Vuoto invisibile: dietro la maschera.

Nodo: agli intrecci del nulla.

Lo specchio: primo cuore di tenebra.

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Immagini di Piergiorgio Colombara

DOPO LA PRIMA MORTE. Silvia Giacomini

Dopo la prima morte

ogni altra perdita

rafforza l’esilio.

Sulla terra si sta con un piede solo,

l’altro poggia in un altrove.

Le frenesie terrene hanno sempre meno presa,

i fallimenti sono campi di soffioni.

Con un piede solo si va,

con l’anima mozzata

ma non è un male

smettere di fingersi interi,

è solo cominciare un ritorno.

*

I testi sono tratti da: Silvia Giacomini, Cittadinanza d’altrove. Poesie, Le Càriti editore, Firenze 2025.

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PER LORENZO, LA POTENZA DEL RESPIRO. Silvia Comoglio

Sono potenza e respiro” scrive Lorenzo Pittaluga in Poeta, testo tratto dalla raccolta L’indulgenza e ora riproposto nell’antologia L’enigma di una voce (Edizioni Macabor, 2025, a cura di Marco Ercolani). Un verso, questo, che dice tutta la tensione e l’urgenza di creare, una tensione e un’urgenza che potrebbe sconfinare ed essere onnipotenza se non fosse per la presenza di quel “respiro” che rende umano e carico di fragilità il verso e chi lo ha scritto. Perché umano e fragile il verso e Lorenzo (perché il poeta, lo sappiamo, qui è Lorenzo) nonostante quel “potenza”? Perché nel momento in cui Lorenzo entra con il suo respiro in ciò che ha sentito l’urgenza di creare, e forse di dominare, succede che quanto ha creato rivela tutta l’umanissima e fragilissima sensibilità di Lorenzo, il suo essere voce che urla o sussurra, che trattiene la smania e la tragicità dell’esistenza oppure le lancia oltre se stesso ma in un lancio che lo contiene e che lo spinge verso la sua sorgente, non a caso un suo verso è proprio “io sono la foce e la sorgente: sono Lorenzo”.

Il respiro, dunque, ma soprattutto il modo e la materia di cui è fatto il respiro di Lorenzo (sussurro urlo smania tragicità trattenute o gettate oltre se stesso in un gettare che contiene il se stesso), ecco, questo specifico respiro attraversa ogni testo di Lorenzo. E non in modo inconsapevole. Lorenzo è presente sempre a se stesso (scrive “sono / l’unico poeta uscito dalla / placenta della terra desolata”), si respira ed è in questo respirarsi che possiamo recuperare quel “potenza” e anziché congiungere con una “e” potenza e respiro scrivere: la potenza del respiro.

E per e da questo respiro la parola trae un’identità che è perfetto combaciare (fisico? ontologico?) tra l’essenza della parola e l’io di Lorenzo. E leggere le sue parole, i suoi versi, è vedere Lorenzo, sentirne la sua lotta interiore, vederlo sgorgare dai suoi vuoti portandoli tutti con sé nello strano ed enigmatico bilanciamento delle sue visioni.

La potenza, quindi, del respiro. Da cui due identità che si sovrappongono (di Lorenzo e della parola). E ancora da qui il fluire di immagini e suoni autentici e lucidi, perché la potenza del respiro, del respiro di Lorenzo, è adesione e presa di coscienza, anche dell’irrazionale, ed è volontà di essere e dirsi anche scavalcandosi, anche cancellando le proprie orme. Uno scavalcare e un cancellare che è comunque un mettersi al centro perché la potenza del respiro di Lorenzo non si arresta di fronte al reale, a ciò che accade, ma continua la sua corsa, nuda o folle, allucinata o surreale che sia, e lo fa per millenni perché ripete continuamente ciò su cui si fonda, ossia: sono Lorenzo.

LA CIVILTA’ DELL’APOCRIFO. Alfonso Guida

Per “essere” altri bisogna essere colti e soprattutto civili. L’apocrifo è più di una dedica. È atto di civiltà. Di assunzione del tutto che è l’altro sull’eterna incompiutezza di sé. Forse è un gesto quaresimale, un atto d’amore.

Non è né una dedica né un omaggio. L’apocrifo non prevede distanze ma una testa che si capovolge per affondare: un io nell’io. Ma un io che non crede di essere, che non vuole esistere. Un io che forse si è eclissato, una specie di suicidio esistenziale, e torna, come uno di quei demoni di cui parla l’antropologia culturale, la tradizione del negativo del Sud e del mondo filosofico-religioso-ebraico. Negativo come doppione oscurato. E il tuo io è il negativo di Osip e di tutti quelli da cui ricevi ferita.

UN’ALTRA RESPIRAZIONE. Jacques Dupin

Per Giacometti il disegno è un’altra respirazione. Per modellare o dipingere ci vogliono terra, tele e colori. Disegnare è possibile ovunque, in ogni momento, e Giacometti disegna ovunque e in ogni momento. Disegna per vedere e non può veder nulla senza disegnare, almeno mentalmente: ogni cosa vista si disegna in lui. L’occhio disegnante di Giacometti non conosce riposo o fatica. E davanti ai suoi disegni neppure il nostro occhio ha diritto al riposo.

Il testo è tratto da: Jacques Dupin, Alberto Giacometti. Testi per un approccio, Pagine d’arte. Sintomi, Zurigo 2020.

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IN SOGNO OGNI NOTTE

I testi sono tratti da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Furto d’anima, Greco & Greco, Milano 2018.

22 ottobre 1938

Osja, amico mio lontano! Caro, non ho parole per questa lettera che forse non leggerai mai. La affido allo spazio. Forse tu tornerai e io non ci sarò più. Allora questo sarà l’ultimo ricordo di me.

Osjusa, come è stata felice la nostra vita. Le nostre liti, le nostre baruffe, i nostri giochi, il nostro amore. Adesso non guardo nemmeno più il cielo. A chi mostrare le nuvole che scopro?

Ricordi i nostri poveri giochi nelle nostre case randage, le nostre tende da nomadi? Ricordi com’è buono il pane che si trova per miracolo e che si mangia in due? E l’ultimo inverno a Voronez. La nostra felice povertà, le poesie. Ricordi, uscimmo dai bagni pubblici, comprammo uova o salame. Passò un carro col fieno. Faceva ancora freddo e io tremavo nella mia giacca (è il nostro destino, ora so che freddo soffri tu). E quel giorno mi è rimasto impresso: ho visto, chiaro fino al dolore, che quell’inverno, quei giorni, quelle sventure erano la migliore e ultima felicità che ci toccava in sorte,

Ogni mio pensiero è per te. Ogni lacrima ogni sorriso è per te. Benedico ogni giorno e ogni ora della nostra amara vita, mio amico, mio compagno, mia guida…

Ci scontravano come cagnolini ciechi, e stavamo bene. E la tua povera testa delirante, e tutta la follia nella quale abbiamo consumato i nostri giorni. Com’eravamo felici, e come l’abbiamo saputo sempre, che quella era la vera felicità.

La vita è lunga. Deve essere difficile e lungo morire da solo, da sola. Possibile che proprio a noi inseparabili dovesse avvenire tutto questo? Noi cagnolini, tu angelo, ce lo siamo meritato? E tutto va avanti. E non so nulla. Ma so tutto e ogni tuo giorno, ogni tua ora mi sono visibili e chiari come nel delirio. Mi sei comparso in sogno ogni notte e io continuavo a chiederti cos’era successo e tu non rispondevi.

L’ultimo sogno: in uno sporco buffet di uno sporco albergo compro del cibo. Sono con me degli uomini completamente estranei, e dopo aver pagato capisco che non so dove portare quel ben di Dio perché non so dove sei tu. Quando mi sono svegliato ho detto a Sura: «Osja è morto». Non so se sei vivo, ma da quel giorno ho perso ogni tua traccia. Non so dove sei. Se mi senti. Se sai quanto ti amo. Non ho fatto in tempo a dirti quanto ti amo. E non so dirlo nemmeno adesso. Dico solo: per te, per te… Sono io, Nadja. Tu dove sei?

***

(forse settembre 1938)

Nadezda,

questa lettera non ti arriverà, vita mia, ma la scrivo perché il fuoco è acceso, fuori dalla baracca 11, e posso muovere ancora le dita senza crampi, un mozzicone di matita va su questo foglietto, trovato fra un cranio e un’uniforme, ecco tre parole a dirti che ti amo, senza le voci rauche dei compagni, senza l’affanno del pane, come unica necessità solo scrivere il tuo nome, Nadezda, i miei versi tu li ricordi a memoria, li trascrivevi, dopo le mille conversazioni notturne, nel lugubre freddo delle nostre notti, meglio che tu non mi veda ora, le mie poesie sono assenti, sono i morti accanto alle fosse scavate, ti scrivo e bisbiglio – Chiare, fresche, dolci acque…-e canto Mozart, Non più andrai, farfallone amoroso…, canto e rido, penso a quando mi abbracciavi, va via il morso della fame, canto quel tono di violoncello, nella Commedia di Dante, quell’oscuro timbro, Nadezda, il conte Ugolino, breve pertugio dentro da la muda, ti scrivo e il fuoco non si è spento e il mondo è ancora la nostra foresta dormiente, non terra coatta, non campo duro, la vita è fiato e canto, canto e fiato, movimento, movimento, movimento, nessuno strappa le labbra che si muovono quando dicono Nadezda, Nadezda, Nadezda….

Sogno un cavaliere. Entra nella foresta, cavalca al piccolo trotto. Aspetta di combattere il drago e di inaugurare la battaglia. Ha sete e si ferma per abbeverare l’animale a una fonte non del tutto limpida. Del drago non c’è traccia, ma l’atmosfera resta minacciosa. Il cavaliere guarda davanti e dietro di sé, vede foresta ovunque, tutto è buio, di un buio minerale, come se l’aria fosse cristallo nero. Passa uno scudiero, a piedi, come vergognandosi di camminare. Il cavaliere gli chiede: «Dov’è il drago?». Lui fa una smorfia, cerca di scappare, ma il cavaliere scende da cavallo, lo ferma con la punta della lancia, gli ripete la domanda. E quello, con un riso beffardo: «Guàrdati in giro. Secondo te c’è bisogno di un drago, qui? Vedi se puoi aprirti un varco fra i rami». Il cavaliere si sente gelare. D’improvviso avverte le mani pesanti, le torce si confondono una dentro l’altra. Comincia a pensare che gli alberi della foresta potrebbero muoversi contro di lui, come nel Macbeth, e si sente in colpa per qualche delitto che non ricorda di avere commesso. Intanto, il cavallo è scomparso, la fonte disseccata, sui rami scuri è scesa l’inutile, densissima notte. L’uomo pensa che un giorno scriverà di tutto questo, se il caso vorrà che si salvi dalle tenebre, dagli indirizzi dei morti, dalle morte voci dei vivi nei gironi della Russia. Se il caso vorrà che io scampi, Nadezda, ti abbraccerò. Ma non s…

Alla fine del suo libro, Le mie memorie, Nadezda Mandel’stam trascrive la sua ultima lettera, scritta nell’ottobre del 1938 e mai arrivata al destinatario. Il 12 ottobre di quello stesso anno Osip è internato in un lager di transito presso Vladivostok, a Vtoraja Recka. Una lettera, vergata nella baracca numero 11, arriva a Mosca il 13 dicembre, indirizzata al fratello Aleksandr. Il poeta si spegne il 27 dello stesso mese in una delle baracche adibita a lazzaretto e sepolto in una fossa comune vicino al campo. Dall’inizio del 1939 corre notizia che Mandel’stam non sia più in vita e il 5 febbraio Nadezda Jakovlevna si vede restituire un vaglia postale inviato a Vladivostok con l’annotazione “A causa della morte del destinatario”.

PER “NUZIALE”. Enrico Marià

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“Liberami della supplica

fino al lampo che affoga,

disciplina del poco

i tizzoni del costato”.

Cito la prima poesia del libro come si racconta una prima esplosione, la prima scheggia che violenta spacca i tessuti della carne di un uomo: essere poeta è la conseguenza di questo strazio. A Marià il compito, il dovere, di scrutare là dove non sarebbe possibile guardare, e lo scrivente non distoglie lo sguardo, non torna indietro. Si fa rapire da quelli che lui chiama i “suoi scarabocchi”, da sequenze che raccontano gli orrori segreti, trovando la bellezza in lividi nodi di parole dove sarebbe arbitrario distinguere aggettivi, nomi, sintassi. Il lettore è obbligato a percorrere il libro come un roveto che occasionalmente si trasforma in roseto. “Questo grande poeta molla tutto in cambio della parola giusta” – scrivono i fratelli D’Innocenzo in prefazione. E Marià, nella dedica del libro, scrive: Per gli incompleti, per gli incompiuti… Non potrebbe essere che così. Questi lampi di versi, costellazioni di estasi e di terrori, non si iscrivono in nessuna categoria della poesia contemporanea: sono, come nel cinema di David Lynch, immagini che marchiano a sangue la memoria vivente.

“Uccidermi insieme a te

per emulare “morte eroica”

la magrezza delle panchine,

il decidere di non lasciarci

in un dove tutto sarà perfetto

il senso di continuare,

fantastica esplosione,

la presenza del vuoto”.

(M.E.)

*Enrico Marià, Nuziale, Prefazione dei fratelli D’Innocenzo, La nave di Teseo, Noventa Padovana 2025.

DUE LETTERE SEGRETE

Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Furto d’anima, Greco & Greco, Milano 2018.

FURTO D’ANIMA è un libro composto da quaranta lettere, reali e immaginarie: un viaggio perturbante in un passato remoto e recente, dove artisti e scrittori, come uomini e come donne, si confrontano con le parti-ombra delle loro emozioni e dei loro pensieri, e si presentano al nostro sguardo non solo con ciò che hanno realmente detto, scritto e pensato, ma anche con quanto avrebbero potuto dire, scrivere, pensare. In queste lettere le verità più segrete ci sono rivelate da una nuova prospettiva che sonda conflitti e intrecci, fra arte e vita, nel segno di una “giustizia” postuma ma sempre verosimile, intimamente poetica, che ridia voce a vite sommerse, derubate della loro anima.

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DUE LETTERE SEGRETE. Publio Cornelio Tacito, Giulia Agricola

Anno LXXXIX, 10 marzo

Per te

Se questi tempi sono «crudelmente ostili agli esempi di dignitoso valore», se «il narrare la propria stessa vita» è un «indizio di fiducia nel valore morale delle azioni più che un segno di presunzione», se è vero quello che scrivesti di mio padre Agricola, che visse incorrotto nei tempi del corrotto Domiziano, se è vero, Tacito, che occorre «riandare continuamente nella memoria alle azioni e alle parole di lui e racchiudere nell’animo le linee fondamentali della sua anima più che quelle del corpo», io mi chiedo, io che sono la tua discreta e fedele compagna, potrò meritarmi qualche parola nelle memorie non ufficiali che so stai scrivendo in segreto? Scriverai finalmente il mio nome, quello che non può figurare nei libri di storia, il mio nome che solo tu pronunci o sussurri nell’intimità e che fu pronunciato e sussurrato, prima di te, solo da mio padre e mia madre? Così saprei con ineludibile chiarezza, di essere esistita, di aver fatto parte – seppure secondaria – della tua vita. Ma alle volte – lo confesso in questa lettera che non ti invierò mai, certa che sarà scoperta solo dopo la mia morte, quando qualche serva curiosa rovisterà nelle mie cassepanche – mi sorprendo a interrogarmi se anche tu, tanto giusto e perfetto come mio padre, non celi un vizio, una perversione, un’infedeltà nascosta. Se così fosse, io ti ringrazio per avermela nascosta tanto sapientemente al fine di non incrinare la bella superficie del nostro rapporto, la serenità del nostro universo domestico.

Mantenere dei segreti, tra coniugi, è una regola morale al pari di quelle predicate da mio padre, e da te, in ben altri contesti. Da bambina, quando lo guardavo e constatavo ammirata l’alta considerazione di cui godeva pubblicamente, mi chiedevo se fosse veramente così come lo vedevano gli occhi dei familiari o se invece, proprio per questo, fossero incapaci di cogliere tutti gli aspetti della sua persona.

Questi pensieri li affido a un foglio sigillato che li può accogliere nel suo silenzio: è un modo, in fondo, per non seppellirli del tutto, in quanto partecipano della memoria, sebbene una memoria privata e quindi minore. Vedi, io assomiglio a questi pensieri impronunciabili, io, tua moglie, la parte nascosta di un uomo pubblico e celebre quale tu sei, che prendi parte direttamente alla Grande Storia e cerchi di discernere il vero dal falso per i posteri. Chi ti leggerà in futuro potrà conoscere la verità – le invisibili trame dell’ordito che solo tu sai portare alla luce. Quanta responsabilità ti assumi, quanto peso sulle tue spalle di uomo! Il peso della verità dei fatti, la verità che deve combattere per affermare se stessa contro il falso, la verità che ha le sembianze del nemico, che è simile a quei guerrieri che «portano scudi neri, si tingono il corpo e scelgono per le battaglie notti di tenebra e col solo orrore di questo esercito di neri fantasmi dell’Averno incutono terrore perché nessun nemico può reggere a questa straordinaria e infernale visione, dato che in ogni battaglia i primi a essere soggiogati sono gli occhi».

Oh sì, io amerei molto guardarti dritto negli occhi per indovinare se nelle tue confessioni segrete avrai parlato di noi, delle nostre notti in cui ci abbracciamo con voluttà e tenerezza, del nostro amore e delle nostre conversazioni, ma non vorrei mai avere quella capacità – una virtù divina che per fortuna non mi appartiene – di scoprire in fondo ai tuoi occhi tutta la verità – se fosse dolorosa per me e per te vergognosa. Che nessuno, ed io per la prima, possa mai conoscere certi aspetti del tuo carattere, della tua vita privata, se fosti o non fosti uomo, marito onesto e giusto.

Tua moglie Giulia

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Anno LXXXIX , 7 settembre

Per te

Tu non leggerai mai queste parole e ciò mi rassicura. Non leggerai ciò che io ti scrivo ora, perché lo terrò accuratamente segreto. Ti dico: in questi tempi terribili, sono felice di osservarti respirare. Di non udire fragore di battaglie e grida di uomini mentre ti sono accanto. Mi sei indispensabile per trovare un equilibrio, mentre scrivo le mie tragiche cronache. Ho bisogno di te. Sono stanco di essere costretto, da storico, a ricordare morti crudeli e deprecabili ingiustizie. Vorrei, in versi delicati, parlare di te, ma non mi è possibile, lo sai, sarebbe indecoroso per un uomo politico. Però tu continua a guardarmi. I tuoi occhi mi salvano dalle malvagità di Agrippina e dalle nefandezze di Nerone. Loro sanno che, dal fondo di tutti questi orrori, io conservo la capacità di descrivere e giudicare. Perdonami di trattenermi poco con te, di non scrivere di te.

Oggi, per esempio, ho da narrare, nei miei Annales, la morte di Ottavia, moglie di Nerone. Ho appena scritto: «La si stringe in catene e le si aprono le vene per tutte le membra; e siccome il sangue agghiacciato dal terrore fluiva troppo lentamente, viene sfinita da un bagno bollente. Si aggiunge poi una crudeltà più tremenda ancora perché, spiccato dal busto, il suo capo fu portato a Roma per farlo vedere a Poppea. E quante volte dovrò ancora ricordare che per simili infamie venivano decretate offerte nei templi?».

Ti tengo lontana da questi orrori, mi piace immaginarti, mentre li scrivo, quando cammini la sera nel peristilio per raggiungermi dopo la cena, e conversare un poco insieme prima di rimettermi al lavoro.

Perdonami se a volte sono scontroso e ti guardo di sfuggita, ossessionato dalle morti sventurate di uomini feroci e corrotti, di donne infelici o lascive di cui devo raccontare. È il dovere dello storico, nell’illusione che, in futuro, persone innocenti e inermi non subiscano la stessa fine. Uno storico deve ammonire e indicare la strada, anche se sarà utile a pochi. Perdona la mia stanchezza di certi giorni, quando giaccio accanto a te e non ti sfioro neppure, benché tu sia giovane e seducente. Mi è difficile non farmi troppe domande sul senso assurdo di tutto quanto accade per volontà degli uomini, domande a cui so di non poter rispondere e che il mio lavoro esclude per principio.

Ma sappi che non ti ho mai nascosto nulla di me. Cerco con ogni mezzo di essere degno delle mie parole.

     Amandoti molto.

Tuo Publio Cornelio

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Giulia Agricola, figlia del generale romano Giulio Gneo Agricola e di Domizia Decidua, nasce attorno al 64 D.C.. Nel 78 sposa lo storico Tacito, autore degli Annales. È di Tacito il De vita et moribus Iulii Agricolae (Vita e costumi di Giulio Agricola), spesso indicata semplicemente come Agricola, un’opera scritta attorno al 98 d.C., che descrive la vita del suocero dell’autore, governatore della Britannia, ed esalta il coraggio e la libertà dei Britanni contro la corruzione e la tirannia dell’Impero romano.

ISMI. Mirea Borgia

Nella bandella di copertina del libro (Mirea Borgia, ISMI, Il Convivio editore 2025), Renzo Paris scrive: “Ho incontrato Mirea Borgia tra il pubblico di una affollata presentazione in un locale di periferia. Stringendomi la mano, mi ha trasmesso un’energia di intensità pari a quella della mia cara Amelia Rosselli. Ha aperto la sua borsa e mi ha regalato ISMI. Tornato a casa, l’ho divorato. Dentro c’è una donna con tanti io, l’uno contro l’altro armati, al punto che le poesie sono un noi. Prevale un erotismo di parola, poi appare l’etica. ISMI è un delizioso libretto di chi vuole capire, attraverso i versi, vita e morte, eros e thanatos”.

Esistono alcuni libri che non si possono riassumere neppure citando i loro versi. Sfuggono come animali vivi, infelici, appassionati. ISMI è uno di questi libri. Il lettore non è invitato a leggere ma a infuriarsi (“ti ritrovo in tutte le lingue/ e in tutte le lingue mi abbandono”), in un corpo a corpo erotico con una parola che sbuca da ogni punto, “mentre la voragine divora/ stride come ferocia e visibilio”. La lingua mistica e urticante, chiara e feroce, di Mirea Borgia (“resto, come restano le stelle/ cui si tace la fine già compiuta/ resto come fossi cosa viva/ che non ha più l’asprezza della vita/ resto come brusca luce senza luce/ resto) che ti persuade a vivere molti dèi, “musica di dio-din-don”, zuffa, tiritera, rabbia, spreco, “perché l’incompreso sia soltanto nostro”. Mirea Borgia vive uno stato di rivolta dell’io (“quando entri, espandi/ l’io dissolve e appare/ e il cielo si allontana da te”) e scardina le partiture previste: “metti caso il caos// biforme dismette i volti/ e redime i mondi”. Sa che, mentre la parola arriva, è soprassalto dell’eros che travolge la ragione e ricrea una forma nuova, sconvolta, dove ricondurre/ al punto iniziale, disossato, redivivo, il poeta.