CARO ANIMALE. Albane Gellée

*I testi sono tratti da: Albane Gellée, Cher animal. Dessins Séverine Bérard. Postface Eric Baray, La Rumeur libre editions, Sainte-Colombe-sur-Gand 2019. Traduzione e cura di Lucetta Frisa

**

Caro cane,

da pastore o da caccia, da guardia o da compagnia, dove intendi portarci tu, sempre a correre dritto davanti a te. Dimmi, tu che non ami la solitudine, cosa ti aspetti dalle passeggiate su strada, parchi, le spiagge, tu che vivresti libero senza collare. Accompagni, annusi, e a chi ti cammina vicino apri altri modi di conoscere il paesaggio. A volte mi sembra che tu sia un bambino che non crescerà.

Cane, celebre soccorritore, chi ti ha insegnato a dissotterrare gli imprudenti, se soltanto potessi risuscitare qualche infortunato.

Grande levriero, ti guardo sparire al limite della tua velocità, dove si trovano le antenne che ti prevengono dai danni, tu saresti della razza che si muove senza sosta.

Dove attingi di colpo la tua calma: ancora tremo dei miei spaventi.

Sappiamo moltiplicarti per delle bieche esperienze, anche abbandonarti, e peggio ancora.

Io ammiro la costanza del tuo amore incondizionato.

**

Cara giraffa,

Nata così, in piedi, altrimenti è impossibile, nessuno avrà pazienza ai tuoi fianchi. La testa proprio lassù tra le cime, la lingua blu che acchiappa le foglie di acacia, grande creatura terrestre, chi crederebbe che sai andare più veloce del leone.

Potresti farti capire ma preferisci il silenzio, è giusto borbottare un po’ per parlare ai cuccioli, ma stai serena che noi non capiamo nulla.

Non sbadigli mai e dormi così poco, qual‘è il segreto del tuo sonno, a me piacerebbe come a te vegliare infinitamente, gli occhi spalancati su tutto quanto mi circonda.

È evidente che con quell’abito ti danno la caccia. E ti mangiano. Se sapessi tutto quello che si mangia. Ti si caccia, ti si fotografa, ti si protegge, ti si fa sparire, ci si ricorda di te, piccola Alice, guardiana di tutte le nostre infanzie.

**

Caro leone,

Qualcuno ha deciso che sei un re perché la tua criniera assomiglia al sole. E’ vero che nel nobile spazio delle tue sieste, vegli sulle tue leonesse, vegli sul mondo; grugnisci e miagoli, soffi o gemi. I ruggiti si ascoltano da lontano e se ti fai mangiatore di uomini significa che se la sono cercata o che la preda scarseggia nella savana camaleontica.

Ci piace farti sedere su dei piccoli trespoli, farti piegare e dormire sotto la frusta dei domatori. Finiti i combattimenti sanguinari, le mode cambiano, i secoli passano, e noi si continua ad applaudire non sappiamo cosa.

Non rinunciare se ti piace restare libero e selvaggio. Non rinunciare mai alla sorveglianza del territorio.

**

Caro cammello,

ti accade di abbassare la testa. In qualsiasi sonno ti abbandoni. Di fronte ai nostri, i tuoi occhi calmi sembrano dare risposte a domande che nessuno ti fa.

Gridi mentre ci occupiamo delle tue due gobbe. Potresti scappare, ribellarti; la violenza ti spaventa così tanto da non opporti ai fuochi artificiali dei nostri circhi.

Anche te, come l’asino, cammini e trasporti: si direbbe che balli il tango ma col piede sicuro. Senza turbante in testa sotto la coperta del cielo, i tuoi passi sono silenziosi, semplici, disinvolti, la sabbia ti va bene, colore e grana.

Guardandoti, mi ricordo di non cedere alle mie personali agitazioni.

**

Caro lupo,

tante storie ti descrivono grande e cattivo, tu preferisci evitare l’uomo, vivere una vita selvaggia anche se organizzata a modo tuo.

Abbiamo ridotto i tuoi spazi di esistenza, tu ti avvicini a noi, ai nostri pascoli di prede, per tua sfortuna amiamo aprire sempre nuove cacce.

Da predatore di predatori gli uomini si sentono uomini, trasmettono ai figli e ancora ai figli dei figli una storia di uomini. Le donne in attesa – ma ti vedono? ..Corrono con te…

Per favore, trova montagne, trova foreste, e sàlvati da noi.

**

Cara lepre,

delle tue grandi steppe asiatiche hai conservato il gusto delle corse allo scoperto, che seminano gli inseguitori. Non riuscendo sempre a sfuggire ai fucili, quelli che ti riducono, in parole povere, preda di caccia. Per forza, come preda ti fai sempre più rara.

Succede che una strada divida in due il tuo territorio, in tre, in dieci; e di nuovo cerchi punti di riferimento, fedele alle zone da te frequentate. La notte, il giorno, mangi quello che trovi, due fili d’erba qui, piccoli prelievi là che non sciupano il paesaggio. Certi appuntamenti ti reclamano in certe stagioni, dei piccoli si preparano a nascere mentre altri sono già nel tuo ventre, piccola lepre prodigio dov’è il signor libro. Se non cadono sotto le zampe di una volpe, se non sono afferrati dagli artigli di un rapace, allora sanno che devono crescere presto, prestissimo, come posso avvertirti. Sondatore dell’invisibile, che fa della superficie del pavimento il suo rifugio, come avvertirti quando arrivano quei nostri mostri ferrigni per schiacciarti.

Lepre-antilope, dai fianchi bianchi, dal collo nero, lepre artica del Tibet, dei cespugli, dell’Indocina, dell’Alaska, testarossa, orecchiuto, cappuccino, gobbo. Lista-poema.

Dürer ti ha dipinta addormentata, Flanagan ti ha scolpita, La Fontaine ti ha fatto perdere una corsa, con Carroll sei diventata lepre di mare, con Pasilina quella di Vaatanen; presso gli indigeni Algonquins eri già Nanabhozo.

E dire che, se ti fai ammaestrare, ti addormenti nelle nostre braccia e abbracci il nostro collo… Non dimenticare di respirare, di conservare la tua aria libera.

**

Caro gatto,

selvatico o di fogna, persiano, europeo, africano, asiatico, meticcio, certosino e ancora tante altre razze, sei ovunque insieme a noi, vai e vieni come noi, cammini da solo.

Miagoli per parlarci, una modalità di traduzione: avrai notato che non abbiamo più il tuo organo di Jacobson, quello che percepisce i feromoni, quello che capta i segnali e comprende tutto senza spiegare nulla. Sei la spia dei crepuscoli forse perché percepisci quello che vibra o perché dietro ai suoni comprendi, resta sempre il fatto che ciò che tu guardi lo vedi. Dopo, forse ti slanci, salti e risalti ma non cadi mai.

Dio o diavolo sul filo dei secoli e dei continenti, hai finito per accettare di entrare nelle nostre case. Alcune senza giardino, nelle nostre città vastissime, sono adatte solo a te. Il tuo ripetere che sono anche degli animali lo capiscono male, ti spazientisci. Se talvolta rinunci ti scoraggi. Tornato selvatico, te ne vai ricordandoci che la libertà te la riprendi quando ti pare.

**

Caro lama,

cugino d’America dei cammelli d’Africa e dei nostri asini, come loro sei servizievole e trasportatore, percorri chilometri piantando i tuoi occhi in altri occhi ad altezza umana.

Non smettere mai di guardare il mondo, davanti, dietro, di lato, sul fianco, hai collo di giraffa e non ti sfugge nulla.

Mastichi infinitamente senza sorridere, e poi, se non ne hai più voglia smetti di colpo. Eravamo prevenuti, non potevamo farne a meno, si resta spaventati dai loro sputi, non dai nostri. Da dove ti nasce questa specie di autorità naturale, è il cattivo umore?

Chiacchierone, parli dei tuoi modi di essere, delle tue emozioni, e noi tutti occupati dalle nostre interminabili confusioni sentimentali, non sentiamo nulla.

**

Caro elefante,

tu vieni da un’era precedente alla nostra. Sulla punta dei piedi fai tremare, parlare il terreno con o senza difesa, con o senza parrucca, sulla pelle di dinosauro.

Fratelli divisi, luoghi di massacro, non dimentichi nulla né i visi che ti hanno parlato né l’odore dei loro gesti dove risale la tua memoria. Fino al verbo sentire tu hai ben compreso questo con la tromba, che è un naso, che è una mano.

I barbari che vi abbattono sanno che siete gli ultimi individui. Non conoscono Romain Gary. Dei vostri sentimenti non hanno la minima idea, hanno ucciso i loro.

Individui che vegliano i vostri morti e proteggono i vostri fragili. Commossi, se manca l’acqua, fabbricano vento con due orecchie a ventaglio.

Altri ti dipingono, ti mettono in ginocchio. Barrisci, ridacchi, non si capisce niente degli infrasuoni che emetti. A volte ti arrabbi anche.

Non sparire, ti prego.

**

Caro montone,

Insieme al tuo nome è il vocabolo gregge che viene in mente; tu la conosci la solitudine? Si rinuncia a contarti, prima di addormentarti, accade di abbandonare i tuoi pastori. Nelle mie orecchie i tuoi belati sono rimasti conficcati e il panico, davanti a qualche ultimo secondo da vivere. Niente ti hanno detto e io preferisco quando ti smarrisci sulla montagna.

Con tutta la tua lana si può tessere tutto, e noi riusciamo a sbrogliare appena le matasse.

Tu che bruchi con la frenesia degli affamati hai già guardato le nuvole, almeno prenditi il tempo per respirare. Avresti fatto indubbiamente meglio a restare dentro la scatola accanto al tuo piccolo principe. Ti disegnano ti ricamano ti inventano in cotone, e io mi ci avvicino così poco.

**

Cara mucca,

in piedi nella calma del tuo prato, oppure seduta a ruminare in mezzo al verde, senti i giorni passare, percepisci i loro problemi, gli slanci, i loro buchi neri. Sai già che non invecchierai, te l’hanno detto. Tu muggisci ma per che cosa.

Voi, tori, andate ancora più veloci al macello, regalandoci delle vostre energie, noi ne siamo privi.

Con le tue matricole di condannata alle orecchie, a latte, a carne, eri al bordo delle strade, in montagna, eri là dove andavamo: ti abbiamo guardato non troppo a lungo, adesso ti vediamo sempre un po’ meno. Nessuno ti aiuta a vivere la vita fino alla fine; dove è la fine, è il presente. Hai già inteso le nostre espressioni con il tuo nome. Ah se tu potessi partire per l’India, qui non si sa più nulla di quello che è sacro.

Nell’attesa le mie mani si innervosiscono sul volante quando la mia strada incrocia uno di quei camion dove siete troppo pigiate. Troppo numerose per essere pigiate così tutte insieme.

**

Cara tartaruga,

piccola bussola tutta sola, senti le vibrazioni, i movimenti di tutto, sotto di te. Cinese o svedese. Non ti fanno portare lo stesso peso del mondo, poco t’importa di essere o no cosmogonica, lo sarai sempre più di noi.

Terrestre, marina o acquatica, iberni o migri, le distanze si ingrandiscono mentre il sole scalda il tuo sangue freddo, forse dormi sotto le tue tre palpebre.

Con la quella andatura di lumaca, il becco di uccello e la testa di serpente, chi sei tu, bel rettile a carapace!

Ma il tuo scudo su misura non ti protegge dai ladri di uova, neppure dai cacciatori, dagli inquinatori o dai collezionisti. Perché allora ti si impedisce di vivere la tua lunga vita di tartaruga.

**

Cara volpe,

ricorda che un giorno ti hanno addomesticato. Un piccolo principe un po’ smarrito faceva delle domande, tu gli avevi spiegato tutto a proposito dell’amore, per favore non prenderti più di questi rischi, non si manca d’immaginazione quando si tratta di sterminare. Fai bene ad essere furba, a escogitare. Non tutti siamo dei piccoli principi.

Le spedizioni lontane non ti fanno sognare, tu preferisci vivere qui. Abitare sugli stessi territori, forse in due o anche completamente da sola.

Ti si accusa di essere rabbiosa, ti si definisce ladra di galline, tu resisti, tu ti nascondi, c’è chi crede ancora che sei stupida.

Quando attraversi la strada davanti ai miei fari io li spengo, sei tu che mi illumini. Grazie di dirmi senza un rumore, senza una parola, che la luce viene dalle nostre notti.

**

Caro cigno,

sei diventato adulto dopo la storia del brutto anatroccolo. Uccello d’Apollo, oggetto ornamentale, ti sistemi dentro parchi impeccabili. Ma ti capita di abbandonare le grandi città, e sali in alto, da uccello,con la stessa cigna,forse per sempre.

Se non ti fidi dei nostri grandi gesti, del nostro silenzio davanti ai linguaggi alfabetici, hai ragione. Un giorno, con il becco e le ali spalancate, ti lanci sulle nostri grandi canoe, in piedi, sull’acqua; delle uova pronte a schiudersi, erano da proteggere.

A forza di guardarti, mi sembra che un personaggio sia scivolato sotto la tua pelle e così tu navighi tra due mondi.

A volte non vedi le linee d’alta tensione, a volte bevi acqua avvelenata, inghiottendo perfino i piombini della pesca senza sapere nulla di quanto intossica.

Tubercolotico, cantante, fischiatore, trombettista, bianco, nero,tu fili, sparisci, riemergi. Meravigliata, ti cerco spesso senza trovarti, per poi rivederti apparire un’altra volta.

Grazie per le sorprese, grazie per essere così libero.

**

Cara formica,

sei quasi ovunque, ai quattro angoli del pianeta, dentro grotte, giungle, praterie, acquitrini, foreste, a volte anche dentro le nostre case, invadendole violentemente e con quanta cocciutaggine. Quanti milioni siete, miliardi di individui, tu sei come noi, mai veramente sola, organizzata in società, tranne che da te i re sono le regine. Tessitrice, calzolaia, mietitrice, schiavista,vasetto di miele, rosso, nero, tagliatrice di foglie, operaia o alata, cosa accadrebbe se foste più grandi…

Cara formica, sovente ti sento prima ancora di vederti, è forse il miracolo dei tuoi feromoni. Quante volte ti ho schiacciato tra due dita, chiudendo gli occhi, serrando i denti. Eppure, a guardarti di straforo, vedo bene che sei un piccolo bijou ma non si riesce a vivere sotto lo stesso tetto, e allora come fare, dimmi.

**

Miei cari cavalli,

voi che accompagnate l’infanzia degli inconsolabili e riuscite a farli sorridere. Aspettatevi che a loro volta non siano loro ad asciugare le vostre lacrime perché ne sono capaci. La vostra compagnia guarisce tutto, dubbi e paure, buchi di memoria. Grazie a voi il presente non invecchia.

Scegliete voi la carriera di grandi sportivi, siete cosi tanti, perdonatemi se non so nulla dei vostri records. Mi innervosisco così in fretta, con la velocità. Vi interessa davvero questo gioco di vincere, correndo invece di galoppare? Io riesco a nascondermi gli occhi, a trattenere un grido, a pregare in silenzio che non vi accada nulla. Preferisco un ippodromo però, quando non ci siete.

Calessi, carrozze, roulottes, tutto quello che tirate con le vostre gambe sottili – dove tenete quella vostra forza?

Grazie per la presenza in città, il modo che hanno i vostri zoccoli di fare risuonare le strade, io approfitto delle svolte per passarvi accanto, mi date in un attimo tutta quell’aria che mi mancava.

Cari cavalli ferrati, bardati, che passate i vostri giorni a imparare a memoria degli itinerari per dei turisti stanchi, la vostra confidenza è grande nelle mani di colui o colei che ha la vita un po’ simile alla vostra. Sotto un sole troppo caldo o delle piogge diluviali, il meteo a volte è faticoso.

Grazie per le giornate vicino a voi nei prati, nelle foreste, grazie per l’evidenza delle carezze, per le nostre conversazioni senza parole, non lasciatemi.

Non mi rassegno alle spaventose destinazioni che troppo spesso sono le vostre. È una fortuna, non è vero, quando è la stessa voce che parla alle vostre orecchie, tutte le mattine e tutte le sere, per le quattro stagioni, per una vita intera. Vi rassicurano i legami che durano. Io sono come voi.

Immagini di Sèverine Bérard

**

Albane Gellé nasce a Guérande il 7 dicembre 1971. Vive a Saumur. Crea nel 2014 “Petits chevaux et compagnie” che propone tempi e spazi, riservati ai bambini, per vivere i loro legami con il cavallo (www.petitschevauxetcompagnie.com). Ha creato atelier di scrittura per bambini e per adulti. Tra le sue opere: Abécédaire de vive gratitude, livre duo avec Patrick Dubost, éd. Lanskine 2024; Voir les merveilles, éd. L’atelier des Noyers, 2024; Derrière l’horizon, éd. Backland, 2023; Marche dans la nuit, éd.Esperluète, 2023; New-York City, Traverses, poèmes autour des photographies de Patricia Marais et Cyrille Derouineau, éd. Transphotographic, 2023; Cheval, Chevaux, éd. Jacques Brémond, octobre 2022; Pouvoir rêver, avec des images de Valérie Linder, éd. L’Ail des Ours, coll. Graines d’Ours, septembre 2022; Mille mercis, éd. Bod, septembre 2022; Equilibriste de passage, éd. Le Castor Astral, coll. Poche Poésie, mai 2022; Cher Arbre, avec des dessins de Séverine Bérard, éd. Esperluète, avril 2022; Sur les traces d’Antilope, avec des dessins de Martine Bourre, éd. La Nage de l’Ourse, 2021; D’îles en lune, éd. Contrejour, avec des photographies de Maia Flore, 2020; Eau, éd. Cheyne, coll. Poèmes pour grandir, avec des encres de Marion Le Pennec, 2020;; L’au-delà de nos âges, éd. Cheyne, avec une couverture de Anne-Laure H-Blanc, 2020; Cher animal, éd. La Rumeur libre, avec des dessins de Séverine Bérard, 2019; Pelotes, Averses, Miroirs, aux éd. L’atelier contemporain, avec des dessins de Patricia Cartereau, 2018; Où vont les mots, éd. Pneumatiques, 2018; Poisson dans l’eau, éd. Les carnets du dessert de lune, avec des dessins de Séverine Bérard, 2018; Nos abris, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2018; Les éblouissants, éd. Petit Va – 2017; Poème-Hanneton, éd. du Petit Flou – 2017; Chevaux de guerre, éd. Esperluète, avec des dessins d’Alexandra Duprez, 2017; Sais-tu, éd.Faï Fioc, 2016; Souffler sur le vent, éd.La Dragonne, 2015; Où que j’aille, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2014; A l’aveugle, avec Samuel Buckman, Ficelle n°119, éd. Vincent Rougier, 2014; Si je suis de ce monde, éd. Cheyne, Le Chambon-sur-Lignon, 2012; En toutes circonstances, éd. Le Dé Bleu (collection Farfadet bleu), Chaillé-sous-les-Ormeaux, 2001 – réédition à l’automne 2014 aux éd. Cadex avec des images de Valérie Linder et quelques nouveaux poèmes; De père en fille, éd. Le Chat qui Tousse, Cordemais, 2001.

Albane Gellée

HOMENAJE para Rodolfo Häsler

Questa silloge del poeta cubano Rodolfo Häsler, curata e tradotta da Alessandro Prusso, ha un titolo stravagante ed evocativo, Elleife, che nella religione yoruba significa felice responso. Sessantaquattro le poesie che la compongono: il numero perfetto richiama i sessantaquattro esagrammi de “I Ching”, il celebre testo classico della sapienza cinese usato a scopo divinatorio, e le sessantaquattro caselle della scacchiera, simbolo dell’ordine cosmico, della lotta incessante tra bene e male, tra vita e morte.

Häsler, che ricordiamo anche come traduttore del “notturno” Novalis, scrive poesie sincretiche, magiche, eccessive, dionisiache. Ma il suo furore immaginale, l’accesa sensualità delle metafore, contrasta con un fondo torbido, infero, che minaccia la perfezione della bellezza. “Convertire la perfezione in un animale, / nel piacere vorace, senza via d’uscita, / nella farfalla notturna che si disgrega / con la coscienza tranquilla per renderci esangui”. Il poeta è custode di un mondo cupo e illusorio di immagini. “Custodisco una enorme distanza di vento morto, / un inganno, spossessato di vita per quasi tutti”. Il poeta è sospeso all’incanto delle parole come un mago. “Le sue parole rivelarono agli eletti i segreti della / creazione, / per tanto, la sua posizione è importante. / Né i suoi piedi, né le sue mani / servono per sostenere la terra”. Il poeta traversa la luce restando sempre attento ai sortilegi dell’ombra. “Rapidamente si allontana dalla luce più cruda / come scorpione attento ad ogni avvenimento del sottosuolo”. Evoca formule rituali, di cui però avverte la misteriosa insensatezza. “Tu dici sette parole / magiche ed un incendio potrebbe spogliarlo / completamente / di significato”. La sua visione del mondo oscilla tra la potenza inebriante dell’emanazione verbale e il disincanto metafisico che spoglia le parole di qualsiasi senso. “Quattro scaloni o quattro volte il numero quattro, / per attraversare nulla più che una porta, / e dall’altro lato impossessarsi degli attributi della forza”. In Häsler è evidente un “furioso affanno per la poesia”, e simultaneamente un’attenzione ossessiva all’atto concreto della scrittura. “Le cavallette e le formiche fanno a pezzi una poesia in / catalano che terminai per il mio compleanno, e sciolte / sulla carta restano le vocali e le consonanti /nel maggiore disordine possibile”. Restando sempre sull’onda delle sue parole, si ha la sensazione che Häsler cerchi una bellezza oscura, onirica, difficile, come un Narciso che si rifletta non in uno specchio tranquillo ma in un’acqua tumultuosa, rischiando di annegare. “Le profonde incisioni che lasciano nella mente / gli incubi senza risultato, / fiori torbidi come l’abbondanza / che dalla finestra, nel bianco davanzale, mi spaventano, / il suono equinoziale del mistero e la vastità, / nella nuova dimensione di Narciso, l’affogato, / nell’acqua greca, / senza ritmo possibile nel respiro”. In fondo alla bellezza fulgida e barocca delle immagini persiste un fluttuare senza senso, una folle ripetizione. “Si avvicina la sentinella che mi libererà dagli anni a venire / per farmi girare, nel vuoto, mille e mille volte”. Il poeta vive la sua “dolorosa percezione, chiusa, piena di senso”, che oscilla tra il fulgore sacrale e sensuale delle immagini e il pensiero visto come un paesaggio di morte. “L’agonia del pensiero in un paesaggio nero, / disperato per raggiungere la sacra forma del pesce”. “Il cielo va in pezzi in una tenebrosa tempesta di sabbia, / il deserto è nero e i gigli, i giacinti e i sogni altrettanto / neri”.

La potenza del poeta cubano è questo oscillare erotico e dolente tra visibile e invisibile, dentro una “pura pazzia, un segreto, / sogni che nascono e si sfiniscono, / apparenza di fuoco, / il desiderio”. Häsler scrive di aver letto per sette volte la sura ventisei del Corano, la sura dei poeti, e che, se fosse in suo potere, ultimata la lettura, farebbe scendere dal cielo un “comando tremendo”, che decapitasse il lettore. Fa sue, con passione e violenza, le parole di Emily Dickinson quando scriveva: “Se ho la sensazione fisica che la mia testa è tagliata, / allora questa è poesia”. (M.E.)

Il testo è presente in: Rodolfo Häsler, Elleife, a cura di Alessandro Prusso, Genova, Editorial de l’imposibile 2014.

INCONTRI CON WALTER BENJAMIN. Piero Zino

Vetrate in frantumi

Nell’agosto del 1914, quando l’entusiasmo dell’opinione pubblica borghese per la guerra da poco scatenatasi in Europa era ancora alle stelle, nonostante le trincee incominciassero a riempirsi di cadaveri, poche erano le voci orientate verso un reale dissenso. Una di queste era quella dello scrittore e disegnatore tedesco Paul Scheerbart del quale, proprio in quelle settimane, era uscito un articolo su uno dei tanti periodici che osannavano il conflitto e che per ragioni quanto mai misteriose era riuscito ad evitare la censura. In esso si legge: “Anzitutto protesto contro l’espressione ‘guerra mondiale’. Sono certo che nessun astro, per quanto vicino sia, vorrà immischiarsi nell’affaire in cui siamo implicati. Tutto induce a credere che una pace profonda non cessi di librarsi sull’universo stellare.” Inutile soffermarsi sulla piega che presero da allora in poi gli eventi, ma è da registrare che in alcuni uomini essi produssero uno scuotimento talmente violento da indurli al suicidio. Uno fu proprio Scheerbart il quale, l’anno successivo, sembra si fosse lasciato morire di inedia come forma estrema di protesta contro la guerra mondiale. Il tono di quelle parole deve avere colpito un lettore d’eccezione come Benjamin al punto da fargli ammettere che gli erano rimaste scolpite nella memoria, quando sull’Europa incombeva l’ombra di una nuova e ancora più spaventosa catastrofe che avrebbe travolto anche lui. È noto, inoltre, quanto il critico berlinese apprezzasse le teorie avveniristiche in campo architettonico che Scheerbart aveva prospettato tanto nel romanzo utopico Lesabéndio quanto, e ancor più, nel trattato in aforismi Architettura di vetro, dove egli sembra voler aprire orizzonti di speranza per l’umanità sotto forma di quartieri nei quali case di vetro, mobili e regolabili secondo i gusti e i bisogni degli utenti, aprono nuovi spazi di libertà fino ad allora sconosciuti ai chiusi universi delle abitazioni borghesi. Una “trasparenza”, dunque, che Benjamin accoglieva con favore nelle sue riflessioni su tali argomenti, volendo contrapporla alla grettezza del militarismo e del nazismo. Consapevole, forse, di quanto ne fosse al tempo stesso grande la fragilità, essendo stato testimone della violenza brutale sulle vetrine dei negozi ebrei infrante nella Notte dei Cristalli.

Non si getta la spugna

“L’avvenire del marxismo? Prevedo che nell’arco di venti o trent’anni sarà abbandonato.” Così profetizzava lo scrittore polacco Witold Gombrowicz sul finire degli anni Sessanta, e la sua voce sembra fare da eco a quella di Benjamin che, una trentina di anni prima, aveva definito un “manichino” il materialismo storico, già avviato a trasformarsi in un Moloch le cui fattezze appariranno nei quartieri urbani eretti dai regimi comunisti: casermoni spettrali e fatiscenti, ai cui interni trova ricovero un’umanità disperata. Tuttavia Benjamin non smetterà di puntare su quella forza messianica che, secondo lui, dovrà essere la matrice del riscatto delle masse proletarie e tale speranza la si può trovare custodita nella scena finale del film Berlin Alexanderplatz (1931), girato quando il nazismo già cominciava a stringere alla gola la traballante democrazia di Weimar. Biberkopf, il venditore ambulante, invita i passanti ad acquistare lo strano pupazzo che tiene fra le mani: “Questo burattino torna sempre ritto in piedi. Perché mai? Perché ha del metallo al posto giusto!”.

Atrabile

“La profondità appartiene soprattutto all’uomo triste”. Questa frase compare con tutta la forza di una sentenza nel saggio di Benjamin sul dramma barocco tedesco, ed è con tale accento che egli riesce a fare propria la Melanconia rivestendola di panni allegorici. Nella diatriba tra essa e la Gioia, quest’ultima la descrive come “una donna vecchia, vestita di riprovevoli stracci, seduta su una pietra sotto un albero secco, la testa china in grembo”. La Melanconia espone allora alla sua rivale i propri connotati: “La dura pietra, l’albero secco, il cipresso morto, danno spazio sicuro alla mia tristezza”, e a ciò la Gioia replica con parole oscillanti tra sarcasmo e paura: “Chi è codesta marmotta lì appollaiata sul ramo secco? L’occhio profondo irradia rosso come una cometa di sangue, che brilla per la rovina e l’orrore”. Se da un lato la Melanconia offre all’uomo che ne è pervaso la chiave per accedere agli universi più misteriosi e “ctoni” del linguaggio, quasi che uno scavo continuo di meditazione possa fare emergere, con lentezza pari alla costanza, tesori di intuizioni linguistiche, dall’altro ne frena inevitabilmente gli slanci vitali. Ad una estrema mobilità del pensiero, fa da contrasto una quasi totale immobilità del corpo: questa è la cifra dell’uomo malinconico. Il tedio della vita che si manifesta soltanto nelle nature più ricche e profonde emerge pienamente in questi versi contenuti ancora nel lavoro sul barocco. “Non trovo mai pace, bisticcio con me stesso, / siedo, giaccio, ristò, e tutto ciò nei pensieri”. È tipico del malinconico il rifuggire dai gesti che contrassegnano il vivere quotidiano, almeno da quelli più ovvi e banali. Egli ritira i bicchieri di coloro che consumano la propria esistenza tra una bettola ed un’altra, dopo averglieli visti svuotare.

Passeggeri in carrozza!

Affermatosi molto presto come il prodotto più strabiliante dell’industria del diciannovesimo secolo, il treno recide di colpo i rapporti con un passato millenario. Con la sua comparsa, scrive Michael Lowy, si fa strada “la metafora della locomotiva che avanza sempre più veloce verso l’avvenire radioso, verso la stazione Utopia, travolgendo ogni ostacolo sul suo cammino”. Ed in effetti il dipinto La grande ferrovia occidentale realizzato da William Turner nel 1844 sembra dare pieno credito a questa affermazione. La sagoma della locomotiva avvolta da un impasto di fumo e nebbia che sta attraversando un ponte disteso sopra l’abisso dal quale salgono bagliori rossastri, esprime con forza l’inarrestabilità dello slancio a discapito dei più grandi pericoli. Il convoglio procede senza esitazioni e con un passo così sostenuto da renderlo assai simile a quell’ideale di progresso che farà da perno alla teoria delle socialdemocrazie europee. Benjamin critica tale ideale in una delle sue Tesi di filosofia della storia definendolo in tono sarcastico “interminabile” ed “essenzialmente incessante”. “L’accumulazione quantitativa” è, secondo lui, alla radice della ottusa fede nel progresso che anima la borghesia capitalistica; tuttavia, anche il confidare ciecamente in quella che Marx chiamava la “base di massa” non gli appare del tutto privo di rischi. Se il volano della locomotiva è in mano a Taylor, Marx alimenta il fuoco della caldaia. Ci sarà allora chi come Lovy dirà quanto sia necessario “il ricorso al freno di emergenza”.

Processi evolutivi

In un suo celebre saggio Benjamin notava come, davanti alla macchina da presa, l’attore si trovasse completamente spiazzato. “Là, sulla tela dei cinematografi”, rimane solamente il personaggio a dispetto della persona; “un’immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione”. Quello che nella vita normale è un corpo vivo che contiene sentimenti ed emozioni, nel panorama illusorio che il cinema mette in scena è soltanto un’ombra “che tremola per un momento sullo schermo e scompare in silenzio”. Ma le situazioni possono cambiare soprattutto se ci si trova in una nazione come l’Unione Sovietica, nella quale Benjamin aveva soggiornato intorno alla metà degli anni Venti. Lì egli nota che buona parte degli interpreti del cinema non sono attori professionisti, “bensì persone che interpretano se stesse – in primo luogo nel loro processo lavorativo”. Le masse, quindi, protagoniste solo nella Patria del proletariato? Il fascismo a sua volta fa largo uso della nuova tecnologia non per consentire a quelle di esprimersi liberamente, bensì per irreggimentarle mediante cortei e adunate oceaniche. Il mondo al giorno d’oggi propone entrambe le ipotesi, vale a dire i singoli individui e la massa tenuti a fare parte di un unico sistema di interazione sui social, i quali alimentano e annullano i bisogni degli uni e dell’altra in un gioco di perenne alternanza. Se comprendere il funzionamento di un simile meccanismo è cosa piuttosto facile, altrettanta dovrebbe essere la consapevolezza che tutto ciò “non può prescindere dall’usura.”

Angeli e rovine

“C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus”, così si legge all’inizio della nona Tesi di Sul concetto di storia. Tanto l’opera del pittore svizzero, quanto le sorti che essa ebbe nell’accompagnare Benjamin, che ne era diventato proprietario nel 1921, fino al ritrovamento effettuato da George Bataille dopo la morte del filosofo avvenuta nel 1940, costituiscono una vicenda piuttosto nota. Quella figura bizzarra e grottesca, al punto da apparire del tutto estranea a quella che può essere una creazione divina, lo seguì in effetti come un’ombra per buona parte della vita. Nelle ali a forma di pipistrello “appuntite, anzi affilate come lame” e nei rotoli della Torah che ne incorniciano il viso, egli sembra doversi fare carico di tutto il peso delle disgrazie di cui in quegli anni un intero popolo era vittima. Una spaventosa catastrofe che dilania il presente, “che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. Al gas utilizzato dai nazisti per lo sterminio nei lager si sono aggiunti, nel corso del tempo, il napalm in Vietnam, il fosforo bianco lanciato sui soldati iracheni e da ultimo le bombe che distruggono interi quartieri a Gaza. Questo angelo talmudico non potrà allora che assistere impotente allo scempio, per poi fare ritorno alle schiere che si radunano davanti al trono dell’Onnipotente e dissolversi nel nulla dopo aver cantato le Sue lodi.

Paul Klee, Angelus Novus

Walter Benjamin

CREAZIONE. Jean Fautrier

Solo, essere solo – disperatamente solo – trincerato, solo. Che cosa orrenda, insostenibile. Nessuno potrebbe controllare i suoi nervi in una così perfetta solitudine. Solo, essere solo al punto da sprofondare in una grigia mollezza per non crollare. Solo, solo! Quale parola esprimerebbe meglio questo vuoto, questo muro liscio senza la minima sporgenza a cui aggrapparsi, questo stato da cui si crede sempre di uscire ma non si esce mai.

Solo fino a invocare l’annientamento atroce e totale di ogni cosa – sensazione di grande violenza a cui ci presteremmo volentieri piuttosto che sopportare un istante di più quella solitudine.

Solo, l’angoscia di una vita – stato oscuro che non si osa toccare per paura di immettere qualche scintilla di luce.

Sì, solo, ben solo – ma giustamente perché dall’inasprimento di questa solitudine si potrà attingere una forza vera – quella che ci farà entrare in profondità dentro noi stessi per trovarvi la sorgente di una vita. Solo, ma dentro una tale ampiezza di sguardo che essere in questo stato di solitudine offrirà le soluzioni più assolute e più pure.

**

*Il testo è tratto da una mostra sulla pittura di Fautrier e la scultura di Brancusi (Stoccolma, 1961), ora raccolto in: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, edizioni l’Echoppe, Tusson 2023.

**

Immagini di Jean Fautrier

DISTRUGGERSI PER REINVENTARSI. Jean Fautrier

*Questo breve testo è la quarta di copertina del volume: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, editions l’Echoppe, Tusson 2023.

**

Qualunque sia il valore delle ricerche contemporanee, non possono altro che essere salutari, al di là di difetti, esasperazioni, errori. L’occhio, oggi, è cambiato: non si può negare che i suoi bisogni non siano più gli stessi. Si sono così trasformati che sembra stupefacente pensare che, vent’anni fa, gli artisti migliori erano pienamente soddisfatti e apparivano degli innovatori dipingendo pesci neri e alberi rossi, e non potevano fare pittura se non si piazzavano davanti a un soggetto.

[…]

La pittura è una cosa che può solo distruggersi, che deve distruggersi per reinventarsi. (traduzione di M.E.)

(1960)

Jean Fautrier, Otages

IL DENTRO E IL FUORI. Alfonso Guida

Io abito due territori. Non sarei impazzito altrimenti. Ma tendo al dentro. Mi chiedo se sia più trasgressiva una vita monacale – incestuosa – o una vita tesa al fuori, al sogno, all’utopia. Descrivo in due parole, con esattezza, la mia situazione attuale. In me ora il fuori e il dentro sono intercambiabili. Non fraintendermi. Ho fatto una scelta discutibile. Mentre prima, come ogni buon psicotico, negavo la realtà, adesso mi è di fronte perché l’ho dislocata, per poterla vedere e tollerare.

(…)

Io sto da una parte, il mondo dall’altra. Ci ignoriamo, con gentilezza.

(…)

Nel mio “largo” c’è un vivo movimento di emersione, per fortuna. Sogno poco. Tutto diventa subito coscienza grazie agli studi e alla mia sensibilità di scavo e introspezione. Avrei voluto capire prima il meccanismo della macchina infernale.

**

Riflesso, Giovanni Castiglia

L’UOMO DI NOTTE. Marco Ercolani

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval,

le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

**

Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

**

Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”? Non ho bisogno di essere capito: estendo me stesso sulla carta dei fogli, tutto qui, come in una favola antica. Perché non riesco più a vedere castelli? È ingiusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura che fermino il suo volo. E i castelli sono fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte, oh! Un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte. Mai è nato un giorno.

Gérard

Gérard de Nerval

PER “SENTINELLA”. Mauro Germani

Il testo è tratto da Ai margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, con postfazione di Sebastiano Aglieco, La Vita Felice, Milano, 2014.

**

Come scrive Alberto Bertoni nella nota critica posta in appendice, questo libro di Marco Ercolani ha l’intento “di avvicinare fino a sovrapporli i domini della poesia e della filosofia (..) con un cortocircuito di verità e di invenzione”. Gli aforismi poetici che compongono il volume sembrano provenire da un silenzio originario e quasi attonito: essi si dispongono infatti sulla pagina in una sorta di necessaria obbedienza al loro stesso ambivalente destino di presenza e assenza. Ciò che ci viene consegnata pare essere una profonda instabilità ontologica, che forse potremmo definire la consapevolezza della soglia, la coscienza di un continuo mancare di presunte realtà che si sfaldano per assumere altre forme e altre sostanze, in un processo metamorfico sottile ma incessante (“ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria”).

Polarità diverse si attraggono e si respingono in un gioco di chiaroscuri e di precipizi, che fa pensare alle interrogazioni e alle sovversioni del grande Jabès, il quale ebbe modo di scrivere: “Crediamo di vivere, crediamo di scrivere la nostra vita: scaviamo buchi”. Ma in questa generale atmosfera di incompiutezza esistenziale, che si respira nelle pagine del libro, nei suoi frammenti e nelle sue illuminazioni, emerge improvvisa l’interrogazione/ricerca intorno all’io: “Una fessura, nella pietra liscia. Un io, forse”, come ciò che resta dopo una scomparsa o una guerra devastante, a cui si deve in qualche modo rispondere (“Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie”).

Ecco allora quella “lezione necessaria” che deve essere la scrittura, “il mistero di un sonno in cui restare svegli”, perché “in quel limite tra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione. La lezione necessaria del vuoto”. In questa consapevolezza, che continuamente deve essere rinnovata, risiede la spinta di chi scrive “non cercando verità definitive nella proprie forme ma esponendosi, come stracci a folate di vento, a quell’ansia inguaribile”.

La lezione non riguarda solo l’atto dello scrivere, ma la nostra stessa esistenza. E a questo proposito vale la pena riportare per intero questo stupendo brano di Ercolani; un’esortazione alla fuga come pedagogia e vera appropriazione di sé, come avvicinamento all’ignoto che siamo.

“Ai miei allievi, se avessi degli allievi a cui insegnare qualcosa, direi: buttate via i miei quaderni di appunti, non trascrivete nulla delle mie osservazioni. Se il primo compito è ricordare ogni parola, ogni sillaba e ogni pausa del discorso, il compito successivo è dimenticarle e ricordare solo il tono. Nessuno di noi è perfetto o felice: nessuno ha ricevuto le giuste carezze o le giuste offese. Qualcosa di meno o qualcosa di più certamente. 81 In ognuno di noi c’è un punto nero. Il difetto o l’eccesso. Un punto che solo noi vediamo, a cui nessun altro deve accedere. Per difendere quel punto si usano mille strategie. Potreste uccidere o diventare pazzi, se lo profanassero. La filosofia lo circuisce con le idee, la scienza con i teoremi, la poesia con le parole. Avete vent’anni. Non restate fermi dentro un’aula. Ci sono nomadi in un deserto sterminato, gambe che marciano verso una meta sconosciuta, menti che pensano cose incomprensibili. Vi insegno che è necessario fuggire. Di quel punto, voi non sapete ancora nulla. E se restate qui ve lo nasconderanno e morrete, senza aver visto la vostra essenza”.

Durante la lettura del libro, allora, anche noi non possiamo che provare una nostalgia infinita per il nostro punto nero e segreto, che abbiamo perduto o dimenticato, o addirittura mai conosciuto. Ercolani ci apre alla nostra stessa erranza, alle diverse soglie dentro di noi e oltre noi, ci interroga sull’enigma della scrittura e dell’esistenza, in una dimensione che costantemente ci sdoppia: noi lettori di parole altrui, noi sentinelle della sentinella che ha scritto.

CAMPI DI BATTAGLIA, 2. Erik Derkenne

Catalogo a cura di Gustavo Giacosa, FRMK edizioni, collezione KNOCK OUT, 2014

Derkenne preferisce le acque basse e le immersioni nella loro estensione. Un rizoma che non vuole opposizioni fra testa e corpo, senza privilegiare l’uno rispetto all’altro. Ci si trova faccia a faccia con l’orchestrazione organica di un corpo-testa o di una testa-corpo. Una organicità dai tanti centri e dai multipli ingressi. Ramificazioni dove ogni centro possiede un valore in sé, intercambiabile con gli altri. Bulbi oculari, buchi di naso o testicoli, sono talvolta delle porte turbinose aperte a ogni identità rizomatica, la quale, senza inizio e senza fine, comunica la vitalità di un guerriero che ha vinto la sua battaglia.

Dall’introduzione di Gustavo Giacosa (traduzione dal francese di Marco Ercolani)

Disegni di Eric Derkenne

Erik Derkenne nasce a Stavelot, 1960 e muore a Saint Virth nel 2014. Affetto da trisomia 21, è affettuoso e infaticabile nel lavoro artistico, che accompagna con grida, sussurri, bisbigli.