
Rena d’oro

Nube

Viver fluttuante

Rena d’oro

Nube

Viver fluttuante

Se l’impensato è davvero il bianco, come si può
non desiderare che al di là, forse, un pensiero
finalmente sta per nascere.
Edmond Jabès
A voi, per cui la follia, quella “certa follia”, deve spiare ogni nostro passo e vegliare sul pensiero come veglia la ragione.
Jacques Derrida
Perché noi mortali non possiamo trasformarci in nuvole.
Guido Tonelli
1
A voi, che sentite nella vostra pelle la fibra sottile di una visione. A voi che gemete con i muscoli del viso, senza emettere parola, incompresi come spazi deserti.
2
Il primo dovere: non essere nel presente ma formarlo, come pittori e scultori modellano un mondo in divenire. Chi nasce per non obbedire deve rifiutare un presente che lo umilia e lo cancella. Nessuna cosa è futura. Nessuna cosa è passata. Occorre girare la testa perché la terra torni fluida e il mare resista come roccia: solo così si vive in un mondo capovolto, sfregiato, possibile. Per disubbidire a un solo mondo e abitarne molteplici, serve un’aria tellurica, che combatta il peso delle nostre ombre.
3
A voi, che ho dovuto curare perché non vi inghiottisse il caos. Curare no: sedare la vostra rabbia, circoscrivere l’eccesso. A voi, che ci guardate come i profeti scrutano la folla che li adora o li rinnega.
4
A voi, per i quali sono vissuto da vile, innamorato del vostro assurdo, illimitato, osceno coraggio. Che non riuscivo a caricarmi sulla schiena, inutile Portacroce.
5
A voi, sconfinati. Cucirvi dei limiti è stato terribile: una pena assurda. Avrei preferito fuggirne lontano. Un sole non è lanterna magica: è proprio un vero sole, con detriti, frane, deserti, luci a chiazze.
6
Sonnambuli, che compilate quaderni di ciò che non esiste. Io non ho più nulla da realizzare. Comincerò a scrivere per voi, cioè per noi, se esiste l’amore speculare. L’arte della compassione non ha, come oggetto, esseri sani o folli ma creature oscurate dall’eclisse.
7
Essere nuvole. Psiche come nido o come freccia. Restare/partire. Non saprei né come né dove, ma almeno seguire le mie ombre fondanti, dedicando la mia opera a voi, che non abitate il paradiso della ragione. Nella notte nulla significa, ma tutto risponde. Il nodo, nel tempo imminente, si scioglierà come dialogo nell’enigma della molteplicità: e allora gusteremo, come voi, l’esperienza dell’impossibile, trasformando l’io da isola in arcipelago.
8
Prima, la luce confondeva prati e alberi. Buio, sempre buio. Ma, anche se la luce arrivasse, potremmo smettere di tremare? Non è un unico sole a cambiare la galassia che pulsa sotto la nostra, sotto la vostra pelle. Domani si prevede oscurità, ma l’aria non fugge mai.
9
Sì, Giotto era perfetto e non aveva sintomi. Ma siete certi che quella volta stellata, ad Assisi, non sigilli l’inganno definitivo, non intrappoli l’occhio nella conclusiva bellezza? Giotto è anche le ombre che non dipinge, i visi che inquadra di sbieco. Quelli.
10
A voi, a cui sarò fedele. Dèi sempre noti ma che sempre stupiscono, precipizi da cui guardare almeno una volta. A voi, che dovete stare dove tutto è impossibile, dove si impara veramente il pensiero che trema.
11
Non andate via. Scrosto il dolore da qui, senza esserne invaso. Ma è un lavoro di restauro, non di condivisione. Avrei voluto essere dove siete voi. O, almeno, dove non siete, dove non potete essere: terra beata, terra atroce.
12
A voi, che non tollerate la logica del senso. A voi, per i quali dobbiamo sparire perché siate proprio voi a parlare, non con le nostre parole. A voi, immersi nel vostro silenzio, disposti, perché non potete fare altrimenti, a essere traditi da chi prende appena la parola, fuso alle fibre dello specchio.
13
A lui che vi grida addosso, un buco al posto dell’orecchio, verdi e gialli gettati sulla tela a colpi di spatola, la testa dentro le lettere al fratello, senza mollare mai il trapano del colore, il bisturi del disegno, il colpo di pistola sbagliato e giusto. A Vincent, severo, che non cede all’influenza dei sani, neppure se hanno compassione di lui, neppure se amano la sua arte, perché lui è il rosso che scaturisce dal petto, vincente.
14
A voi, che non capite perché annaspiamo nelle nostre prigioni, chiusi in codici morti, in leggi di polvere. A voi, che ci sognate diversi, che vorreste comprenderci. A voi, come a chi comincia dentro la nebbia ma non risolve nulla e ancora vi dirà che siete errante, in errore, e niente accadrà prima che si parta davvero e la nebbia si si dissipi.
15
A voi, che guardate solo dai ponti e ci decifrate vivi. A voi, verso cui posso voltarmi e chiedervi, anche se non ci guardate, cos’è il mondo. Il mondo di chi vede troppo, come voi, opposto al carcere cieco dove annaspiamo.
16
A voi, che odiate il tetro cortile dei sani: qui è tutto stretto. Anche alzare la testa è faticoso, si sbatte la fronte sul tetto della volta. L’aria che respiriamo ci riporta a dove ancora deve nascere il sole. Che nascerà. Ma per ora si annaspa, come se ci fossero degli ostacoli al cammino. E non ci sono: tutto è libero, trasparente.
17
A voi, che avete finto di esserci. A noi, che vi cerchiamo sempre. A chi prega e poi smette di pregarvi. A voi, che avete finito di voler capire. A voi che fissate il fuoco, dove è impossibile vedere, e rischiate di accecarvi. Noi vi aspettiamo: il tempio è occupato da esseri che ignorano i confini del tempio. Va spogliato.
18
Mi avete convinto. Io, parlando di chi ha perso la ragione, tradisco chi ha perso la ragione. Ma questo tradimento è come il gesto del contadino, che dal seme sepolto nella terra trarrà la radice della pianta.
19
Non so se la scrittura è ciò che siamo. Spesso la parola non si trova, per dire ciò che non dimenticheremo. Per me la scrittura è sempre un girare intorno. Al centro non so se ad esserci è chi scrive. Perché succede spesso di non saper tradurre ciò che si scrive in altre lingue, da fulminati. Svanisce la nebbia, svaniscono i fantasmi. Io sono i fantasmi che voglio fermare? Mi sento semicarcerato nell’aritmetica delle aritmetiche, la musica. Ma è un campo particolare perché il più ricco di immagini. La musica è l’arte suprema, quella che le raccoglie tutte: su un passaggio di note può scatenarsi la filmografia intera di Kurosawa.
20
Questo è il mondo. Mi accodo, suo servo. Ma questo non è il mondo. Creo io quello vero, senza sole e senza luna. Lo creo pensando a voi. Alle frasi insonni di lettere scritte da chi non avrebbe mai potuto dormire. In quelle lettere non ci sono né astri né giorni né notti.
21
Quel sapore di mandarino appena sbucciato, senza il quale non esiste né sapienza né morte, lo avete mai gustato? Io credo di sì, altrimenti non abitereste quel mondo dove non c’è bisogno né di logica né di parole. Se è così, l’odore, vellutato e magnifico, resterà nei vostri sensi non per pochi secondi ma per una vita intera. Dedicata a voi, mentre piangete in qualche chiuso luogo.
22
Non il taglio netto, non la lama del suicidio, ma quel vapore grigio oltre la finestra. Essere quel vapore: il grigio trasforma le regioni azzurre del cielo nella macchia di una nuvola stretta. Il blu si interrompe, come il respiro quando è soffocato. Siamo vicinissimi.
23
Bianco dell’aria, sporcato.
Pietra nera, intrusa, lanciata da quali mani?
Cielo all’altezza degli occhi.
Rocce laviche. Stelle. Montagne capovolte.
Appoggiare la testa. Ma dove?
Il bianco dell’aria: potessi non vederlo più…
Il vento dirada la pietra nelle frasi, nei fogli.
Cielo punteggiato di luci inverosimili.
Tante, troppe stelle.
Non saranno mai viste, né prima né dopo.
Il cielo: che incredibile, bianca giovinezza!
Nomino voi, prima di prendere sonno.
24
Nomino la pietra. Chiudo la finestra. Fine di tutto.
Scrivo biglietti come rapidi lampi, come risposte alla catastrofe.
Dipingere il bianco, senza tracce.
Una sola linea all’infinito, le frasi addensate insieme.
Il bianco sbuca da ogni poro del foglio.
Bianco senza parole, senza voce.
La vita ricomincia.
Io sono voi.
La nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo.
La vostra lo illumina.
25
Senza aria, resterebbero stalattiti.
I venti disincantano i sassi, rendono reali suoni e odori.
Le illusioni ora sono pietre libere: aeree e bianche,
con il loro remoto fragore.
Sopra la cima, vicino a voi,
ne osservo ancora il volo.
26
Carta senza penna che scrive, senza mani che toccano,
senza finzioni che bucano il foglio.
Carta bianca. Non c’è scampo. Tutto accade
perdendo, togliendo vita.
Che la verità muoia e si moltiplichi ancora.
Che per giorni interi si impari a frantumare in specchi
le verità. Con voi.
Gli uccelli non saliranno dal bosco.
Perduti, insostituibili.
Parlare, quasi senza voce, di questo dolore.
E dopo?
Risentire il vento
ma secco, nudo.
In pieno giorno il monte proietta
la sua ombra frastagliata e bianca
al centro del prato:
in quell’ombra scaturita dal sasso scagliato
si concentra il destino.
Le rocce disintegrate.
Le vite superstiti.
27
Maschera, che espone la sua forma.
Vuoto invisibile, dietro la maschera.
Nodo, agli intrecci del nulla.
Lo specchio è il primo cuore di tenebra.
28
Voi non conoscete solo il nero, lo so. Amate anche il bianco e di bianco potrei parlarvi davvero a lungo, storia dopo storia, quadro dopo quadro, proprio perché tutte le storie sono arazzi che ripetono felici la tessitura di un canto senza colori. Credo al Malevic del Bianco su bianco: smarrirsi è un segreto della nebbia, non sporcata da respiri assurdi, non alterata da chiacchiere sciocche. La musica più vicina al segreto del bianco è l’aerea delicatezza di Pas sur la neige. Ma il pianista che interpreta il preludio dovrebbe usare un pianissimo senza il peso dei tasti.
29
La notte mi offende, come ogni forma di buio. È stato bello vedere quel Macbeth: il coltello bianco conficcato nel corpo bianco del re. Ma ora mi sciolgo dalle parole: smetto di considerarle come pietre. Parlo a voce bassissima: è il mio solo modo di parlarmi, di essere vicino a voi.
30
Questa scrittura, in cui mi ostino, potrebbe, un giorno, manifestarsi nei sogni o nei sintomi di uno di voi. Oppure questo accade già e io sono uno di voi. Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore capita di anticipare se stesso senza conoscersi ancora. Per questo i miei appunti sono matrice di niente: né racconti né poesie né romanzi. Sono frasi scritte a matita, tutte cancellabili, frasi di un quaderno da riscrivere sempre: «e io ti chiedo: dove sei?/ e tu rispondi: dove sei?/ non c’è nessuno qui, neppure noi» (Lucetta Frisa).
31
Rivedere le mani vive perdonandoci
(i tuoi occhi modellati dai miei, i miei dai tuoi)
e, da allora, ecco l’altro atlante, la meraviglia,
i gradini senza folla, te luminosa come allora:
di allora, di quell’ora, io, come voi, possiedo il segreto.
32
A voi, sempre. La nostra ragione getta una luce mediocre sul mondo. La vostra, invece, o risplende o rovina.
33
Qui, da questa parte, la bellezza che vorrei.
Quella che non stringo, in cui tremo attendendo
occasioni (so quanto remote),
lontano dalle bufere, guardando antri
dove la musica, segreta agli stessi suoni,
è le ninfe in cui sprofonda il sonno.
34
Al muro che i frutti concedono osi dire: cosa nascondi?
I cavalli tornano a nitrire, non erano sepolti.
Neppure vedo la terra lacerata dagli zoccoli.
I bambini, per errore del vento, camminano felici.
Il vaso testimonia pudico la luce.
Perché non venite? Ci sono terre nuove, a placare i morti.
Accarezzi pietre ma come riconoscere
il tremito delle tue mani dalla pietra vibrante?
35
Ti vesti credendo di volare, formi parole nella notte,
poi si spengono i flutti.
Resti tra porte fluenti, invitato
a parlare del tuo volto,
mentre, rotta dal remo, la porta oscilla.
36
Chi si rallegra della potenza del sole
chi delle rose rosse chi del vento
chi delle pianure con i frutti d’oro.
Ma qui in basso è notte e i cavalli galoppano al buio:
quando le vostre mani non sapranno più toccarmi
ogni orizzonte tornerà intatto e osserverò l’erba fluttuare.
37
Si dibattono, si spogliano, fuggono,
salgono, scendono scale, restano dentro celle, corsie, muri:
io sono loro.
Io sono Voi.
La lama è curva. Viso tagliato, remoto, incubo notturno.
Viva nello specchio o viva nel muro?
Viva nel confine fra specchio e muro.
Riflettersi, essere pietra: una sola voce.
38
Il bianco è ancora il corpo o ne è il velo?
E la testa réggila, perché non cada nella luce del giorno.
Avrei voluto toccarla, anche fosse stata un fantasma.
La vita si annida ovunque.
39
Senza di voi non saprei dirmi chi sono.
Il vostro dolore mi fa vivo.
Non mitigo la sua violenza:
è mio come è vostro.
40
Dopo ogni breve addio la pelle resta buia, non illuminata
da dita vive, ed è carcere ogni secondo:
la mano vuota di te, di voi, la nostra terra fuggita.
Ma le dita sanno essere qui, dove non arrivi, per la sempre nostra
carezza. Poema dell’amore, poema dell’impazzire
senza,
ogni parola vigilando il suo privato dirupo.
Nasce gioia vera se l’aria si fa vento che scorre tra ferme dita felici.
Nulla si muove, sembra, la superficie dell’acqua
è puro acciaio, sembra,
ma aria e vento e mare sono argento che si increspa.
41
Versanti e pianure, monti di nessuna forma, vento che sospinge, sbriciola pietre.
Voi mi guardate ma non vedete: sono fermezza di specchio, felice cornice.
Se narro penso un futuro con voi, dopo le prime parole.
Ma il racconto, prima di apparire, si è sciolto dal pensiero.
Resta la mano, che si torce e cerca.
Un io atonale, intonato.
42
Per chi resiste
resta ciò che sembrava impossibile:
il miracolo di un’aria che ancora
vuole essere respirata
proprio da te che la condannasti a sparire
tacendo di colpo, il corpo rotto dal volo,
infranta ma viva,
come il vetro che dopo l’urto finale riflette ancora.
Non sarà possibile
sparire come sognavi. Oggi
la terra fitta, infinita, ti chiama:
illuminata dallo stesso sole ma cosciente della tua ombra.
43
Sei in slancio, senza la nebbia del corpo,
un giorno non respiri,
il giorno dopo voli per mille nuvole.
Sparire,
certo: non essere
vista, dentro il fumo di ombre
appena apparse, felici di avvolgerti, tue.
Sparire? Il dono. Ma non ora,
nella terra cieca!
Le mura strette e basse, il bisogno d’aria, la penna mai
fuori dal solco.
E ora?
Come tornare?
Impossibile forare
il vento.
Improbabile restare ma chi resta
sa, testimone senza memoria. E voi sapete.
44
Torno a scrivere, disossato. Volano, le piume. La terra, copia della terra, vola laggiù, incantesimo di Dostoevskij. Ma voi, che nel mio sogno volate, già sapete.
45
A voi, che non vivete nel nostro pianeta. Al vostro inutile coraggio. Essere sani è un alibi per non vedere la testa di Medusa. Essere sani, lo sappiamo bene, è lo scudo. Ma ormai corroso.
46
A voi, non a noi che risentiamo il dolore delle vostre voci. A voi, il giusto addio: «un freddo come sommerso/ strade mutilate urgenti/ molte voci di commiato/ imminenti» (Stefano Massari).
47
A voi, che lo sapete bene: le leggi della vita sono polifoniche. Non abbiamo una sola “aria” sulla quarta corda. Se i nostri orecchi e i nostri occhi non conoscono quella polifonia, resteranno rabbiosi, nebbiosi, delusi. La vita è come la vedete voi, vasti abissi e lucenti paesaggi, ma tutti addensati dentro l’anima, come una nuvola che non vi assicura la sua forma.
48
Ma dove sono le rive? L’odore notturno dell’acqua? Il mare è prosciugato. Saliamo il deserto in silenzio, portandoci sulle spalle la nave, sentendo l’odore del legno mescolarsi a quello della sabbia. Vedremo – lo speriamo – il mare in cui reimmergere lo scafo. Ma per ora camminiamo di notte, non aspettandoci nulla, il legno sopra la testa nuda. Quando ci viene sonno dormiamo sotto la nave rovesciata, sognando il momento in cui descriveremo tutto questo, con le parole dettate da voi.
49
Scrive e gli capita di morire, senza avere neppure iniziato la frase…
50
Non esiste altra città. voi lo sapete. Lì trovate ogni meraviglia. Non Istanbul, non Praga. Voi e io sappiamo il suo nome, ma mai lo diremo. Quando l’ho appena pensato, nel mio studio si è staccato un pezzo di lampada, trascinato via dal vento. La vita è come la vedete voi, molteplice e multipla, con tutti i precipizi dentro.
51
Restare nella notte opaca, difesi dal buio. Percepire un vento sulle unghie e sognare che si prolunghi per tutta la mano.
52
Si parla di un segreto che, fosse anche rivelato, resterebbe segreto.
53
Tacere, ma con le proprie parole, arrivando a parlare.
54
La vita dello scrittore è l’ago conficcato nel palmo di chi non si arrende: è principio di speranza, se speranza significa ascoltare le rovine fremere ancora di voci. Delle vostre voci.
**
I testi sono tratti da: Marco Ercolani, In forma di nuvola. Frammenti poetici, I Quaderni del Bardo, a cura di Stefano del Donno (Sannicola, Lecce, 2026), suddiviso in quattro sequenze: Io sono voi, Lezione di vento, Breakdown, Testimoni del duende. Foto di copertina di Rossana Pavone, foto dell’autore di Paola Mongelli. Il libro esce nella collana di aforismi “Dissensi” a cura di Donato di Poce.

I testi sono tratti da: dix mille êtres dedans di Béatrice Brérot (diecimila esseri all’interno, traduzione di Andrea Giramundo)
Diecimila esseri all’interno è un viaggio alla sorgente del pensiero, approdando sulle rive di territori facilmente assimilabili a giardini interiori, al giardino delle Esperidi, al paradiso che ognuno porta nel profondo di sé, sepolto nel proprio intimo. Risalire le correnti, i fiumi, le circonvoluzioni del
cervello significa scoprirne gli strati. È come portare alla luce strati geologici, divaricarli per penetrare nella foresta primordiale del cervello ed essere testimoni senza filtri, il più vicino possibile all’origine, delle possibili interazioni tra ambiente cerebrale e ambiente naturale, della simbiosi tra lingue, organismi viventi e Terra. È una percorso attraverso le foreste, nelle costellazioni del pensiero prima che sia giunto alle rive della coscienza. È un invito a percorrere i territori mobili del vivente. Diecimila esseri all’interno esplora i percorsi del cervello e quelli della Terra, strutture in reticolo
che creano vere e proprie cartografie sulla superficie del globo fino al cosmo, passando attraverso i nostri neuroni come attraverso le sottili nervature di un petalo di rosa. Tra microcosmo e macrocosmo, diecimila esseri all’interno è stato scritto anche in risposta all’invasione quotidiana di inquinamento acustico e visivo causata dai media e dalla pubblicità. Questa poesia solleva la questione di un’ecologia del cervello alla stregua di quella del nostro pianeta, invitando i lettori e le lettrici a uno stato meditativo.
**
la Terre comme une pierre
la Terre de se taire
de se taire
ne se tait jamais
la Terre comme une pierre
n’est pas muette
la Terre grosse
est grosse de mille en mille lis de rivières et torrents
la Terre grosse
est grosse de montagnes et de pierres
et la montagne est grosse de la Terre
la Terre sphère stèle ses ailes se déploient se penche
la Terre se penche
ramasse le temps
se penche encore
ramasse les bords
s’approche en dehors
se penche encore
tombe dedans
à l’intérieur
où dort la montagne
à l’intérieur
où dort la montagne
d’autres dorment dedans
car si dehors s’étire le dedans
dehors c’est toujours dedans
dehors c’est toujours dedans
dehors c’est dedans
dedans
dedans dort la montagne
où balbullent dans le noir
les S.O.S. des étoiles
*
la Terra come una roccia
la Terra taccia
taccia
mai che taccia
la Terra come una roccia
non è muta
la Terra gravida
è gravida di mille e mille gigli di fiumi e torrenti
la Terra gravida
è gravida di montagne e rocce
e la montagna è gravida della Terra
la Terra sfera stele le sue ali si distendono s’incurva
la Terra s’incurva
raccoglie il tempo
s’incurva di nuovo
raccoglie i bordi
si protende verso l’esterno
s’incurva di nuovo
cade dentro
all’interno
dove dorme la montagna
all’interno
dove dorme la montagna
all’interno altri dormono
perché se all’esterno si allunga l’interno
l’esterno è sempre all’interno
l’esterno è sempre all’interno
l’esterno è l’interno
all’interno
all’interno dorme la montagna
dove nel buio bolbettano
gli S.O.S. delle stelle
**
sable
blier
passe passe
en tour
pluie
plié
boule de papier
sable
blier
coule
passe passe
cerveau plié
entre dedans
langues et pensées
sable
blier
entrelacs là
ici et là
las de langues
entre grigris & cris
appel en cercle perle
eau delà jaillit la terre
en circonvolutions
et combinaisons de vies
entre arborescences
ras du sol et dans les arbres
dessous le sol et dans la canopée
entre forêts végétales et dendritiques
optophonie le long
le long du mycélium
optophonie le long
le long des lianes
optophonie le long
le long des fleuves et affluents
optophonie le long
le long des pistes et sentiers
optophonie le long
le long le long le long le long
entrelacs là de langues et de sable
de langues et de lieux liés sensoriels
de marche en marche
les peuples s’habillent de pensées sauvages
de paroles animales
que chante à l’envers lui l’humain
sable
blier
plié
boule de papier
sous l’angle
l’angle de la langue
est-ce la langue
est-ce la langue
sertie bloum bloum
sertie blanche à l’humeur des contrées
sertie rose des sables contre vents et marées
à fleur vagues
sous la langue
les crêtes changent
les mondes transparent
tranchent noir
quand lune d’un coup sourit pâle à longue lueur
voyant qu’à travers sommeil
la Terre et ses pensées
la Terre toute entière est consciente
la Terre est consciente de tout
de ses creux de ses trous
de ses troncs de ses fronts
de ses yeux de ses sons
de ses lobes de ses régions où chevauchent s’allient se rallient
discours et géographie
sable
blier
plié
ridé
nervuré
ramifié
les chairs orchides à tâtons croissent
et dedans
telle la rose
son pétale
tu y vois la Terre
et la Terre Elle dit
envahie
je suis envahie
envahie d’eau d’air de lumière
je suis envahie
envahie de vie
je suis envahie
envahie de germes
de tiges de fibres de radicelles
je suis envahie
envahie d’herbe de brins de feuilles
d’arbres d’arborescence de ramifications
je suis envahie de fleurs
de pucerons
de moucherons
de bûcherons
je suis envahie
envahie de peur
envahie
je suis envahie
je suis envahie de bactéries
envahie de vie de morts d’asticots de vers de terre
je suis envahie de poils d’ongles de cheveux
oui de cheveux
je suis envahie de fils de filaments
de fibres optiques textiles naturelles
je suis envahie de racines de rhizomes
de graines
d’amour
de cadeaux
de sacrifices
de guerres
je suis envahie de larmes
de rus
de ruisseaux
de rivières
je suis envahie
je suis envahie de ronces
de rides
envahie d’algues
de dendrites
de sang
de veines
je suis envahie de gens
de leurs sourires
de leurs pensées
je suis envahie de peur
je suis envahie d’amour
je suis envahie des autres
je suis envahie
envahie d’envahisseurs
*
sabbia
clessidra
scorre scorre
in torre
pioggia
si accartoccia
pallina di carta
sabbia
clessidra
fluisce
scorre scorre
cervello accartocciato
entra dentro
lingue e pensieri
sabbia
clessidra
intreccio tra
qui e tra
travaglio di lingua
tra amuleto e grido
appello circolare perla
al di làcqua sgorga la terra
in circonvoluzioni
e combinazioni di vita
tra arborescenze
rasoterra e fra gli alberi
sottoterra e nella canopea
fra foreste vegetali e dendritiche
optofonia lungo
lungo il micelio
optofonia lungo
lungo le liane
optofonia lungo
lungo i fiumi e gli affluenti
optofonia lungo
lungo i percorsi e i sentieri
optofonia lungo
lungo lungo lungo lungo
intrecci in tra lingue e sabbia
lingue e luoghi legati sensoriali
passo dopo passo
i popoli si vestono di pensieri selvaggi
di parole animali
che l’umano, lui, canta al contrario
sabbia
clessidra
si accartoccia
pallina di carta
sotto l’angolo
l’angolo della lingua
è la lingua
è la lingua
incastonata bium bium
incastonata bianca all’umore delle regioni
incastonata rosa di sabbia contro venti e maree
onde in fiore
sotto la lingua
le creste cambiano
i mondi traspaiono
si stagliano nel nero
quando la luna di colpo sorride pallida in un lungo bagliore
vedendo che attraverso il sonno
la Terra e i suoi pensieri
la Terra intera è cosciente
la Terra è cosciente di tutto
dei suoi fori dei suoi buchi
dei suoi tronchi dei suoi fronti
dei suoi occhi dei suoi suoni
dei suoi lobi delle sue regioni dove si accavallano si uniscono e aderiscono
discorsi e geografia
sabbia
clessidra
si accartoccia
rugosa
nervata
ramificata
le carni orchidee a tentoni crescono
e all’interno
come la rosa
il suo petalo
tu ci vedi la Terra
e la Terra, Lei, dice
invasa
sono invasa
invasa di acqua di aria di luce
sono invasa
invasa di vita
sono invasa
invasa di germi
di steli di fibre di radichette
sono invasa
invasa di erba di fili di foglie
di alberi di arborescenze di ramificazioni
sono invasa di fiori
di afidi
di moscerini
di boscaioli
sono invasa
invasa di paura
invasa
sono invasa
sono invasa di batteri
invasa di vita di larve di vermi di terra
sono invasa di peli di unghie di capelli
sì di capelli
sono invasa da fili di filamenti
di fibre ottiche tessili naturali
sono invasa di radici di rizoma
di semi
di amore
di regali
di sacrifici
di guerre
sono invasa di lacrime
di rivoli
di ruscelli
di fiumi
sono invasa
sono invasa di rovi
di rughe invasa di alghe
di dendriti
di sangue
di vene
sono invasa di gente
dai loro sorrisi
dai loro pensieri
sono invasa di paura
sono invasa di amore
sono invasa di altri
sono invasa
invasa di invasori
**
Béatrice Brérot (oggi Sacha Earendel) si dedica alla scrittura poetica, letteraria, sonora, politica, performativa, queer, narrativa, fotografica, radiofonica, erotica e arborea. Cofondatrice e moderatrice della rivista digitale “cunni lingus”, interroga il genere e il linguaggio nella poesia. Ha prodotto poesie sonore con Ecrits/Studio è stata molto attiva nel collettivo Le syndicat des poètes qui vont mourir un jour. Ha fondato la fabbrica di poesia laps/le suc & l’absynthe. Per l’elenco delle sue pubblicazioni creazioni interpretazioni e attualità, il suo sito personale è: https://bbrerot.pages-perso. free.fr
Andrea Giramundo, traduce dallo spagnolo e dal francese. Ha collaborato con la rivista CARAVANSARY dell’editore colombiano UNIEDICIONES traducendo dal francese allo spagnolo. Ha curato la parte italiana (da lui tradotta dal francese) del libro bilingue “Venise, ligne d’onde” di Kitty Holley (premio Laocoonte 2024). Scrive racconti e poesie. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su riviste e antologie: in Italia (Inverso, Poesia del nostro tempo, Poesia Ultracontemporanea, SuiteItaliana, Parole&Poesia, Poeti e Poesia, I Minori Grandi della poesia contemporanea italiana), in Francia (Mediapart, 21 minutes, Cairns). Dirige la rivista Alloradillo. Il suo sito personale è: https://andreagiramundo.altervista.org

Jean Fautrier

Nessuno, ormai conosce più Otto Gross: l’opera, la vita, le conversazioni, le scopate, i dolori di Otto Gross, psicoterapeuta, allievo di Freud e di Jung, anarchico, avversario della psicoanalisi, curato da Jung come schizofrenico e cocainomane, morto a Berlino in miseria. È possibile, che tutti, nessuno escuso, ignorino l’esistenza di Otto Gross, ma dovete, dobbiamo, essere pronti, in qualsiasi tempo, alla presenza di Otto Gross in qualsiasi epoca e in qualsiasi mondo. C’è nel destino di ogni genio, un ribelle più geniale e più onesto di lui – un ribelle maltrattato e rimosso, omesso e sopraffatto dalla fama sistematica e potente del “genio”. Nel destino di Freud e di Jung c’è Otto Gross: la sua insofferenza ai modelli, la sua sete di libertà, le sue passioni indecenti,la sua miseria di drogato. Nella vita di chi è consacrato dalla storia, in qualche piccolo dettaglio della sua ufficiale e solenne biografia, c’è sempre un neo fastidioso, un essere sgradevole, insolente, salutare, come il piccolo Otto Gross, che potrebbe sconfessarne l’originalità e la gloria. Franz Kafka incontrò in treno, un giorno del 1911 o del 1912, Otto Gross e annotò in un pagina di diario le parole della sua conversazione con lui – quelle parole che nessuno, se non un uomo come Kafka, avrebbe percepito come significative.
Il testo è apparso in: Marco Ercolani, Prose buie, Edizioni l’Arca Felice, Salerno 2014


aforismi per Alberto Manguel

saremo giudicati in base ai libri che chiamiamo nostri.
Riunire sotto un unico cielo tutti gli uomini, perché diventino finalmente cittadini del mondo. Questo fu lo scopo dello stoico Diodoro Siculo, con la sua Biblioteca Historica.
Probabile che non basti tenere aperto uno spiraglio nella nostra mente perché vi possa entrare tutta quanta la materia contenuta in un libro. Sì, invece, un raggio di luce.
Quando notiamo che in uno scaffale un libro non è allineato con gli altri, è il segnale che la sua attesa per essere letto (o riletto) è giunta al culmine.
Se è vero che uno scaffale vuoto preannuncia i libri che verranno i libri che riempiono il successivo rischiano di soffocare.
Nell’allineamento silenzioso dei volumi può accadere di udire un raspare di zampette operose. Sono quelle dell’animale ospite della Tana.
I libri superflui finiscono negli scatoloni. Dare ad alcuni di loro una seconda chance è un atto di carità cristiana.
Diderot auspicava che l’Encyclopedie potessediventare il santuario della conoscenza umana. Date le dimensioni, un santuario delle balene.
Per le opere più grandi non si dovrebbero sprecare elogi. Una parola fuori posto le riempie di sdegno.
Tra i libri di Hitler vi era un ricettario di cucina con la dedica dell’autrice a Monsieur Hitler, vegetarien. Chissà che costei non lo considerasse un uomo come tanti, per giunta degno di ricevere un libro in dono.
Il numero dei libri catalogati è arrivato a 105. Che fare con i restanti milioni?
Kafka era pieno di letteratura e il peso lo portava tutto dentro di sé.
Ho speso tutti i miei soldi in libri. I restanti li ho sprecati.
Quando si prende in mano un libro che risiede da molto tempo negli scaffali è come immergere le mani nelle acque torbide del proprio passato. Oppure è come avvertire una sorta di apocatastasi.
A pseudoautori corrispondono sempre pseudolettori.
Per Nietzsche il libro più prezioso è quello che conduce finalmente al di là di tutti i libri.
Se si vuole trovare qualcosa di appartenuto a un parente estinto conviene darsi da fare con i vecchi libri. Prima o poi da quelle pagine finiranno nelle nostre mani quadrifogli o stelle alpine.
L’anima e la biblioteca come centri di raccolta di memorabilia e di tutta una serie di altre curiosità.
Ogni giorno allungo la lista delle cose di cui non parlo, scriveva Chamfort. E che non leggo.
I tre grandi poemi epici dell’antichità sono l’Iliade, l’Eneide e l’Odissea. Il quarto è stato senza dubbio pensato.
Annotata sul frontespizio di un libro una frase di Karl Kraus: torniamo al tuo corpo, madre, dove si stava bene.
Se una biblioteca contiene romanzi come Zanna bianca o Il richiamo della foresta, come si fa a dire che essa si trova in una stanza e non piuttosto nel cuore della foresta boreale?
I libri avevano un po’ l’odore della noce moscata o di certe spezie di origine esotica. Poi è arrivata la polizia incendiaria, quella di Fahrenheit 451.
Il nietzschiano liquida come epigoni tutti coloro che sono venuti dopo; ancor più quelli che lo hanno preceduto.
È davvero sorprendente, in un manuale per amatori di whisky, imbattersi in una frase come questa: è come se il Lagavulin 16 inducesse una disperata voglia di essere a casa, dove per casa intendo un luogo dove non sono mai stato prima.
Quando la squadra per la quale si tifa ha perso una partita importante bisogna avere pronti dei rimedi. Eccone alcuni: una bottiglia di whisky, aeromodellismo, bastoncini di liquerizia, la presenza di una biblioteca come richiamo potente alla lettura.
Montaigne aveva collocato la sua biblioteca al terzo piano della torre, in un antico magazzino. L’importanza che egli dava ai libri è fuori discussione, ma in quanto oggetti e non feticci.
Estrarre dallo scaffale un volume a caso e leggerne alcune pagine è un esercizio di momentaneo ripudio dell’armamentario quotidiano dal quale ogni tanto si deve prendere le distanze, esattamente come si esce all’aria aperta dopo ore trascorse nel chiuso di una stanza.
Ogni libro, una volta stampato, diventa per l’autore la sua tomba di cellulosa.
All’inizio i libri conquistavano gli spazi della mia biblioteca; ora procedono a ritmo di lumaca. Il tempo passa e le esigenze mutano.
Quando l’ultimo libro entra nello scaffale ne scaccia altri facendoli retrocedere in seconda fila. La confusione che ne segue è indescrivibile.
A proposito del rapporto che Borges aveva con i libri, Manguel dice che si tratta di un dialogo iniziato migliaia di anni prima e destinato a non esaurirsi mai.
Di notte, quando le luci della biblioteca sono accese, il mondo esterno scompare e non vi è nulla che rimanga in vita, se non questo spazio di libri. Viene da pensare che per il bibliofilo la vita è tutta racchiusa in quello spazio e che quella luce lo preserva da un mondo fatto di ombre e di fantasmi.
Ammesso che ne avesse una, la biblioteca di un nazista come Adolf Eichmann doveva essere composta esclusivamente da testi burocratici, nei quali la piattezza del linguaggio rispecchiava in tutto e per tutto lo squallido grigiore del suo proprietario.
Ma grande, ma primitive passion: quella di collezionare libri.
Il tempo si annida tra gli scaffali, dentro le pagine.
Vivo tra scaffali che continuano a moltiplicarsi oltre il perimetro della casa.
Ci sono libri che dovrebbero occupare uno spazio molto ampio, come quegli alberi rari e giganteschi le cui cime arrivano a sfiorare il cielo e le radici sconquassano il terreno circostante. Uno di questi è la Divina Commedia.
Se un giorno si arrivasse a odiare i propri libri resterebbe comunque vivo il ricordo del tempo in cui li si amava.
Un libro è come gli exempla medievali: può avere qualsiasi lunghezza.
Tolgo la mia biblioteca dalle casse. Un gesto che Benjamin ha compiuto molte volte nel corso di una vita raminga. Una biblioteca, la sua, costruita con l’acribia di un collezionista paziente e raffinato. Tra i vari modi di procurarsi i libri, per lui al primo posto c’era quello di scriverli da sé.
Ehi, qualcuno vuole rispondermi? Da quelle mummie di carta si leverà prima o poi un coro di voci. Basta sapere aspettare.
Una poesia dopo Auschwitz – Le parti rosse. Autobiografia di un processo di Maggie Nelson

“Abbiamo ogni motivo di credere che il caso stia procedendo rapidamente verso una soluzione”. Queste le parole pronunciate da un investigatore della polizia di Stato del Michigan durante una telefonata a mia madre, un pomeriggio di inizio novembre del 2004. Dopo aver riagganciato con l’investigatore, mia madre ha chiamato e ripetuto il messaggio. (Le parti rosse, M. Nelson, Nottetempo, Milano, 2026)
In Pathemata, Maggie Nelson raccontava un dolore orofacciale cronico trasformandolo in indagine filosofica e politica. Il memoir (come ne Le parti rosse) si intersecava al saggio. La sofferenza protagonista era un’esperienza che incrinava l’identità, il linguaggio, colpendo la bocca, colpendo la parola. Nelson rifiutava retoriche consolatorie: convivere con la pena significava attraversare frustrazione, marginalità e dipendenza dai farmaci. Corpo e psiche coincidevano; la forma frammentaria rispecchiava il tempo spezzato della sofferenza. Senza pietismo, Nelson osservava il dolore come dato ontologico condiviso e, nel dialogo con l’altro e nell’insegnamento, intravedeva una possibile sublimazione etica: offrire qualcosa al mondo nonostante la ferita e in virtù di essa.
Bluets era un libro dedicato al blu: blu come ossessione, blu come forma del pensiero. Collage di citazioni e riflessioni (da Goethe a Wittgenstein), Bluets era una lunga lettera al “tu” perduto. La trama, minima; la struttura rifletteva la ricorsività della mente traumatizzata. Il blu era oltre il simbolo; materia sensibile, più che altro, che invadeva il corpo – tale la depressione. Opera aperta e politica, Bluets trasformava la patologia in progetto formale, in relazione.
Arriviamo a Le parti rosse. Natura ibrida, la sua: sorta di true crime (elementi che possono ricondurre tanto al genitore Capote quanto al discendente Carrère, A sangue freddo e L’avversario) che poi si fa memoir classico (tanto per l’attenzione al vissuto emozionale interno al processo quanto per la ricostruzione della propria vicenda familiare, come vedremo), e saggistica libera, fondata sull’intertestualità (fotografie descritte; parole riportate; montaggio di citazioni à la Benjamin).
La zia di Maggie Nelson è stata uccisa barbaramente nel 1969. La famiglia riteneva archiviato il caso. Il caso viene riaperto.
Al momento della telefonata, Maggie Nelson è sul punto di pubblicare un libro di poesia dedicato alla zia mai conosciuta, Jane. La notte (ibidem, 19), “trovava ad aspettarla un impasto di immagini nauseanti di violenza”. Le immagini le “attraversavano la mente a intervalli casuali”. Pure, Nelson si ostinava. Obiettivo era la catarsi. Seppellire quanto di morto si portava dentro, nel sangue, nella memoria. Nelson suggerisce un’assonanza con la celebre sentenza di Adorno: perché è barbaro scrivere una poesia dopo Auschwitz. Assonanza negativa, però, in quanto rivendica la possibilità della poesia malgrado e in virtù dell’abominio. Il fine, quello di una parola che fosse responsabile. La parola etica in quanto si assumeva il peso del mondo da rifare.
Pure, Nelson, travolta dalla riapertura del caso, si concentra sulla stesura di un romanzo che sia testimonianza del processo al presunto assassino della zia. L’utilizzo dell’intertesto ha statuto opposto a, per esempio, Bluets. Laddove, nella “biografia del blu”, l’intertesto partecipava di un ipertesto e quindi di un’armonia nella quale la traccia-Nelson condivideva il foglio con la traccia-citazione, ne Le parti rosse c’è irruzione, trauma, inassimilabile. Il regime simbolico del testo – sembra dire Nelson nell’isolare fotografie orrorifiche e orrorifiche testimonianze – non può sopportare queste fenditure. Non possono diventare narrazione, non è possibile inscriverle nella soggettivazione. Restano radicalmente altre.
La natura dell’omicidio trova in Nelson, scrittrice attivista fin da Gli argonauti – una delle poche opere contemporanee non ruffiane, ma rabbiose, sui diritti sociali, sulla marginalità della comunità queer – perfetta traghettatrice. Non già di tesi calate dall’alto ma di problemi posti. Sarebbe stato facile – e ruffiano, anti-letterario – schierarsi; Nelson preferisce la problematizzazione. Non il cosiddetto “victim blaming” o forme di compassione per il carnefice; studio, soltanto, sospensione del pregiudizio (“epoché”, si può dire). È delegata al lettore la presa di posizione. Come Ernaux (e, prima, Beauvoir), i riflettori sono puntati sul soggetto femminile storico. Che equivale al soggetto minacciato.
E così ho sognato per anni di affrontare l’incarnazione sinistra, composita, della violenza maschile, l’assassino che ho sempre presunto fosse quello di Jane. A volte è un’ombra senza volto; altre ha il viso di qualcuno che conosco. (ibidem, 33)
La prosa pulita produce, notiamo, contrasto e il contrasto è propizio. Il maschio come minaccia strutturale, al di là del singolare tirato in ballo (da altri maschi singolari) per sminuire e invalidare le rivendicazioni femminili. La struttura patriarcale non è gridata, in Nelson, non è neppure nominata. Si palesa perché non può non palesarsi. A qualunque scrittura che ambisca alla rappresentazione del mondo è impossibile (a meno di una cosciente omertà) non vedere. Il dato del maschio come minaccia fondante, inscritta nel tessuto, non è che “vada trovato”; insiste.
L’ibridazione consente a Nelson di stabilire un asse narrativo che ammette tante biforcazioni quanti sono i temi che vuole affrontare. Lo storytelling vive in virtù di quanto devia da esso. Maggie Nelson racconta il male, scrive la sua “poesia dopo Auschwitz”; come sempre nei suoi testi, il discorso interroga se stesso: cosa è etico mostrare? Come è etico mostrare?
In aula, nessuno ha vergogna: reporter, troupe televisive. Nelson, disgustata, ritira il disgusto: cosa la differenzia dagli altri? Lei come gli altri osserva, rimane, testimonia. E c’è vergogna, dice Nelson, solo finché non sopravviene la responsabilità. Quando la scrittrice, o lo scrittore, si assume il compito di raccontare il male, non c’è più dibattito che tenga sul pudore, ma soltanto sulla forma. Il filo sottile che può spezzarsi e far sfociare il racconto in spiccia pornografia o, dal lato opposto, in stupidità, approssimazione.
Queste le “parti rosse”.
Che scriva, viene detto a Nelson, ciò che ha visto, ciò che è, ciò che verrà. Le parti rosse. Esporsi così tanto al male, però, uccide, e Maggie Nelson è in doccia quando sogna una pianura, una luce che purifichi, è in doccia quando crolla e pensa che qualcosa in lei sta morendo. Perché, testimone, è rimasta; perché ha ereditato la paura; perché figura la morte inflitta, il divieto del Non uccidere nel suo albero genealogico.
Al di là della mente omicida, la cosa peggiore che posso immaginare è camminare verso la propria esecuzione. […]
Forse è solo un altro modo di dire che non riesco a tollerare la condizione umana. “Vivere è come salire su una barca che sta per salpare in mare aperto e affondare”, dicono i buddhisti. Ed è così. I buddhisti tibetani parlano della morte come di un momento di “immensa opportunità”, ma bisogna arrivarci allenati per sapere cosa farsene. Bisogna esercitarsi affinché, che so, se d’un tratto ti sparassero alla testa a distanza ravvicinata o, che so, ti esplodesse il cuore nella notte, saresti subito pronto ad andare, a passare nel bardo. So di non essere pronta e mi terrorizza il pensiero di non imparare in tempo. Come posso imparare se non ci sto nemmeno provando?
Ovviamente la cosa peggiore che può succedere, secondo i tibetani, è ritornare sotto forma di fantasma arrabbiato o di creatura infernale e dover fare un’altra corsa nella ruota del Samsara. A volte non mi sembra così male. (Ibidem, p. 164)
Nelson sa – lo dice: solo tema è la condizione umana.
Non è entrata nella camera da letto del padre, la notte che morì. Uomo discutibile, e lo sa. Non lo assolve, non assolve la droga, la dissolutezza. Non dimentica le parti rosse, ma neppure si scorda la luce. La separazione, i fidanzati della madre, il dolore. Di cosa sto parlando, sempre, come autrice? Cosa sto facendo, se non, come l’Enrico di Novalis, sempre tornando alla casa di mio padre?
Nelson chiude Le parti rosse con il ricordo del corpo del padre prossimo alla cremazione. Usava dire: “Sono immortale fino a prova contraria!”
L’ho guardato abbastanza a lungo da assicurarmi che non fosse quello il caso, perché – tale il lutto – il padre sta forse giocando uno scherzo, e forse tra poco riapre gli occhi, una linguaccia, e ritorna la vita. Poi gli ho detto che gli volevo bene, gli ho dato un bacio sul viso e sono uscita dalla stanza. (ibidem, p. 193)
Ma la vita è andata.
Il libro d’artista che presento alla Galleria The Kitchen a Milano s’intitola L’ora blu : lo si può intendere come il momento del crepuscolo, il momento di sospensione tra notte e giorno, tra sogno e veglia, metafora del contemporaneo di qualcosa che ancora è in divenire e che viene mandato nell’atmosfera visibile per essere sospeso. L’ora blu è il momento di stare da soli: è il passaggio tra un segno di veglia e un segno di sonno, quando ci si risveglia al prossimare del giorno che non è ancora visibile, quando non riesci ancora a vedere un profilo preciso anche nella tua mente. Il tempo che dura questo momento non è precisamente di 60 minuti cambia in base alle stagioni al luogo in cui ti trovi e dove stai andando o dove ti fermerai; è volubile è impalpabile e la materia dei fogli è molto delicata: nel toccarli i polpastrelli si macchieranno di blu e sarai anche tu portato nell’ora blu, i fogli non sono legati tra loro e la successione delle immagini non va cambiata quindi occorrono mani delicate attente nello sfogliare questo libro perché, se fossero legate le pagine, col muoverle si potrebbero strappare.
Paola Ricci@2026













Graham Sutherland
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oggi è il primo giorno di un nuovo anno. cielo basso e grigio, cereo come neve. questo cielo covando altro tempo sembra sopportare tutto lo strazio, l’osceno dei mesi che lo precedono. manto che opprime smembra svuota ogni angolo della casa ogni fantasma che si aggiri cercando respiro.
le cose crude. sotto il peso della gravità in gola. desiderio paura di precipitare dall’alto abisso all’orrido. oceano tra code sterrate e cunicoli mareggiando ripetizione di ciò che non muta di ciò che non avviene
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at-traverso la pelle del tempo. intaglio che ci fa essere e nascere. siamo foglia e mano vene e venature. silenzio e uovo. poi pensiero che si spezza, illeso nell’attimo di ogni vuoto assorto di ogni pieno assente. cosa ci sos-tiene? trafittura del muro strati in volo rotanti come cerchi, labirinti d’ombre su stanze deserte attendendo consonanze e intrusi nell’eco che muta stella in spina
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frattura nella roccia, viva in gorgo mare. oscuramente tutto trascorre. declamare una litania come sgranare il rosario vertebre scomposte in briciole, trucioli d’ali. la frontiera resiste ciecamente sul suo solco. andare incontro al volo dell’astore al suo occhio. divenire caduta. petalo nero
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senza requie tra fibre di tendini a inghiottire lacrime, occhi precipitati dentro le mani. dall’ombelico all’utero sognando il ricordo, oracolo udito al suono dell’istante, il primo.
sangue che non scorre, fango cerca piede alla porta del cuore. muscolo non muove ombra, e nero bianco singhiozza. e lingua bocca lingua bianca.
non parla occhio. plesso senza sole, laccio e astro rode ossa. tutto è spento. la voce assente e fede nel diluvio fede nei capelli che cadono come pensieri da pensare. incapace il mondo rovina sul fondo cielo sul più fondo mare con iridi incrinate nervi arsi. e giorni, ore ri-tornanti a chiese a paramenti a omelie agli astanti. muti. con le ginocchia sbucciate da bambini e mai guarite…
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questo corpo, una veglia senza fine. sconforto e glossolalia. lingua demolitrice, lingua di guerra sempre divorando memoria. masticando lutti arando catene dentro
Frammento di lettera di W.G. Sebald (2001).
Quando sono in Corsica mi inoltro spesso in questo bosco, ma ora mi fermo perché devo precisarti alcuni concetti. Dici che la mia lingua ha una maestosa andatura della frase e una precisa chiarezza nei dettagli delle scene, ma vorrei che tu vedessi gli appunti preparatori delle poesie: sono torsi mutilati e imperfetti sui quali costruisco le sculture delle mie pagine, fari fluidi che nascondono oscuri frammenti. Nessun critico se ne è accorto, fino ad oggi, e questa è la mia inutile fortuna. Se Bach, per gli aborigeni australiani, è un’architettura selvaggia perché la loro musica è annidata nel calcio delle ossa, nel connettivo dei muscoli, nelle fibre della pelle, e non nei paradossi mentali del contrappunto; se è impossibile amare totalmente Bach perché la musica non è il corretto trionfo del divino ma una voce strozzata, un recitativo aspro, uno “staccato” impossibile, allora ha ragione quello strano e giovane ragazzo che interpreta Bach e che è morto così giovane nel 1980: Glenn Gould. Allora ha ragione, in Caffè Muller, Pina Bausch che, al suono della celestiale musica di Purcell, cammina dentro la stanza, torce le mani sul viso, sbatte contro i muri, si abbatte sul pavimento, con altre persone che vagano nella stessa stanza e cadono e spostano sedie, percosse da un incomprensibile dolore, con una donna che cerca di seppellire un’altra donna ma lei, schiaffeggiata da ostinate palate di terra, continua a danzare libera.
Io, che non danzo, possiedo una visione uniforme – un grande blocco scuro – e cerco occhi e voci che confermino questa oscurità e dicano “io” mettendo l’io a distanza. Non voglio la costruzione di una “salute trascendentale” ma l’edificarsi di una visione collettiva della nostra ombra a cui partecipino vivi e morti, senza distinzione. Io non “scrivo”, io “riordino”: il mio lavoro è quello del cucitore di pezze o dell’artigiano di mosaici. Voglio conquistare uno “stato leggero della mente”, ma è come se mi fosse impossibile, come se dovessi sempre, scrivendo, dissodare e togliere e non finissi mai di farlo, e la testa fosse sempre carica di questo lavoro buio. Scrivo perché, come cera, possano sciogliersi le gabbie del potente romanzo da fare ancora. Abbozzo finti romanzi, che volteggiano attorno a un tema minimo: il mio perenne viaggiare. Scrivo perché scaturisca il vento ma è un vento che non so quando soffierà e se io sarò presente al suo soffio. Fingo di essere solenne perché ho paura della Grande Inquietudine (nel manicomio della Salpetrière il “maestro dei pazzi” era simultaneamente vittima e guardiano).
Ma torniamo al mio viaggio nel bosco. Dopo ore e ore devo procedere a rilento. La vegetazione è selvaggia e non so come districarmi. In mente ho tutte le persone che camminarono nel bosco dove ora mi inoltro e che qui si persero; in mente ho favole e storie. Ma soprattutto una, una fra tutte. So che per quel bosco era passato, durante una delle sue vacanze estive, il pianista Leon Fleisher, quando credeva di avere perso per sempre le dita della mano destra. Sicuro di avere ormai una sola mano, aveva imparato con disperata pazienza tutto il repertorio per la mano sinistra. Chiese a molti musicisti di scrivere per lui: lo fecero Henze e Doppmann come, per Paul Wittgenstein, mutilato nella seconda guerra mondiale, scrissero Prokofiev e Ravel. Ma Wittgenstein era un tipo strano: nella sua famiglia si uccisero tre fratelli, Hans, Rudolf e Kurt (uno dei suoi fratelli era il tormentato filosofo Ludwig). Paul non eseguì mai il pezzo di Prokofiev perché non lo capiva. Era un uomo complesso, difficile, che brandiva il suo unico arto come un’arma. Ma Fleisher no: lui era luminoso, e lottava per il vigore della sua unica mano. Quando scoprì, dopo dieci anni, che poteva riutilizzare la mano destra, dopo faticose sedute di riabilitazione, ne fu sorpreso e stordito, indeciso se aggrapparsi alla fragile speranza o se restare nell’angoscia conosciuta. Decise di sperare e ritrovare la mano destra fu, per lui, meraviglioso. Quelle due dita distoniche, atrofiche, morte, che ritornano vive…
Anche adesso, che non cammina più per questo bosco dove vagò molti anni fa ed esegue con felice sicurezza il normale repertorio dei pianisti a due mani, non è certo che tutto questo sia vero. Pensa che il miracolo possa cessare da un momento all’altro. Che gli dèi, di nuovo, gli rubino le due dita. Ma per ora non succede e li ringrazia. Li ringrazia ogni giorno, Leon Fleisher, ringrazia il suo dolore, giorno dopo giorno, anche perché il paradosso della vita gli ha donato un lieto fine (e lui è ancora vivo per raccontarlo). Oggi suona con lo stupore di un bambino nei festival europei, inebriato dalla luce dei lampadari e dagli applausi degli spettatori. Ma soprattutto, grazie alla sua disgrazia, compositori importanti hanno arricchito la letteratura pianistica di opere originali, che non sarebbero mai esistite senza la sua malattia. Oggi, chi suona solo con la mano sinistra è meno solo. Come sono meno solo io, che traverso i boschi dove lui si è addentrato negli anni in cui il dolore di essere un pianista a metà lo faceva gridare fra roveri e querce e vedere le rocce della Corsica per come sono: immensi crani in bilico sul crepaccio del mare.


Anselm Kiefer
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Non si sa perché né per cosa resista, trascorrono ere d’attesa. A quaranta non si ricomincia daccapo. Si raccoglie ciò che si è seminato. A venti puoi anche seminare delirio. A trenta devi iniziare a strutturarlo. A quasi quaranta se non hai seminato nulla di buono puoi solo sparire. Sparire è più dignitoso, e ha più senso che lottare. Può lottare contro un potere solo chi ne possieda un altro, chi non ne ha può solo sparire, è più dignitoso.
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Alejandra Pizarnik, ti sto pensando. Ti sto pensando adesso dalle profondità telluriche del dopomorte. Il mio amico Giorgio dice che sono un’Alejandra che ce l’ha fatta. Ma non è vero, Alejandra, sono una tua vestale. Vivo nel sinthómo: il regno dell’oltretomba, da cui sento la tua voce chiamarmi. Sento piombare addosso il richiamo del suicidio. La furia ancestrale di tornare. Sono davvero pazza, allora? Sono il deserto. La furia. Ma voglio tornare, Alejandra, voglio tornare a casa, non scegliere le strade più impervie, non essere apostrofata storpia e schizofrenica. Tornare. Tornare. È solo delirio? Ciò che scrivo è solo delirio? Mi sento invece così vicina a te, che hai ceduto alle orme del vento in te, ombra della tua ombra. Come s’individua l’umano? Il dottor D. dice che bisogna scegliere.
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Ho avuto a un certo punto la certezza che la letteratura fosse il luogo della morte, della conoscenza sterile, del disamore. Questo ossessionarmi su Proust quando avrei dovuto cercare un lavoro vero e tentare una vita normale, che non avrò mai. Ho apprezzato i libri scritti con amore cosmico e senza ego. L’ego di ciascuno si sconta sull’altro. E, infine, si abbatte violentissimo sull’ultimo della catena alimentare. La letteratura è stata per me il luogo del supplizio e della morte, della violenza, della frattura. Perché dovrei amare un ergastolano che decide di rastrellarmi i sogni uno per uno fino a estinguerli?
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Si dice che la morte sia quel canto verticale nella luce che spartisce il mondo, o che lo unisce al proibito, alla vastità illimitata. Si dice che l’invidia sia un guardarsi nel futuro. Provare il desiderio e la colpa, non poter accedere alla propria stessa immagine riflessa nell’altro. Si dice che se stessi non esista in quanto ego, che sia recisa la radice, come in alto così in basso, sperduti nell’universo, ritrovati negli infiniti eguali, porzioni di pianeti gemellari, curvatura spazio temporale, per cui c’è un altro te stesso che non ha il tuo destino, è lo stesso ma è diverso, a lui spetterà il ruolo che ti viene negato. Si dice che guardando a lungo gli occhi di chi odi tu possa rivedere la sostanza prima del tuo irraggiungibile io, e che il cuore non debba smettere di palpitare, che dal sentire tutto si dirami geometricamente e senza anticipazioni. Dove sei, anima? In quale di quei pianeti gemelli hai riposto le interiora? Dove giace il frutto del desiderio? In quale altro giardino sbocceranno queste rose? Voglio dimenticarmi di me, superare il punto di rottura, e non mi è data la chiave. Voglio poter amare come prima dell’invasione. Vorrei – senza scudi – la vita tutta incontro, la sento allontanarsi un granello per volta. Eppure, a lungo dovrò specchiarmi in questi occhi che sento estranei, e dovrò implorarli di piangere per ricordare l’origine del desiderio. Ho avuto a un certo punto la certezza che la letteratura fosse il luogo della morte, della conoscenza sterile, del disamore. Questo ossessionarmi su Proust quando avrei dovuto cercare un lavoro vero e tentare una vita normale, che non avrò mai. Ho apprezzato i libri scritti con amore cosmico e senza ego. L’ego di ciascuno si sconta sull’altro. E, infine, si abbatte violentissimo sull’ultimo della catena alimentare. La letteratura è stata per me il luogo del supplizio e della morte, della violenza, della frattura. Perché dovrei amare un ergastolano che decide di rastrellarmi i sogni uno per uno fino a estinguerli?
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Il castello di Corigliano d’Otranto è un intarsio di figure urlanti, santi e demoni, monaci, visioni. Certi luoghi parlano con tutte le loro voci, soprattutto con ciò che non trovi scritto da nessuna parte: ciò che non può essere documentato, e attiene al regno dell’immaginario o dell’intuizione pura. Oggi dicevo a un’amica che esistono periodi di blocco, ma sento che sono molto utili, e non sono solo brutti momenti o momenti in cui non hai la giusta energia, e lei – una delle poche persone che riescano a comprendermi prima che io abbia spiegato – ha risposto: Quei blocchi sono necessari perché se non ci fossero ripeteresti gli stessi errori. Vivo sempre in questi due estremi: una forma di creatività potente che mi permette di finire un’opera in pochissimo tempo, e lunghi periodi di blocco, dove mi sembra di girare a vuoto, ma non è un girare a vuoto, è un mutamento profondo, significa essere vivi. Siamo vivi quando non accettiamo di ripetere sempre lo stesso giro per l’ennesima volta, e siamo vivi quando comprendiamo dove s’inceppi il meccanismo, e andiamo avanti. Qualcuno lo perderemo lungo il percorso, perché molte persone si sono abituate a una certa idea di noi, e invece quell’idea non è la realtà, non esiste nulla di scontato. La vita si sconta vivendo, e non esiste una didascalia che spieghi il funzionamento di ogni singola persona, occorre scoprirlo lungo il tragitto, spesso ci paralizziamo quando sappiamo che rivivremo le stesse cose, che gli altri ci volteranno le spalle allo stesso modo, e allora non sappiamo o non possiamo procedere. A volte è necessario spostare lo sguardo, scavalcare la situazione inceppata e andare altrove. Ciò che scopro di me spesso lo consegno agli altri, forse sarà utile a qualcuno, penso, ma non a tutti. Qualcuno ti odia quando gli mostri cosa c’è sul fondo del pozzo, in special modo se è un luogo cui si attinge senza saperlo e senza accettarlo. Chi non accetta se stesso odia chiunque gli mostri ciò che non vuol vedere. Certi luoghi parlano più delle didascalie, e certi non detti sono più importanti delle parole.
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Proseguiamo. Le tre di notte è un’ora ancora più ardua delle due di notte, le tre di notte è l’ora dei depressi, del rovesciare, e di Lucifero. Perché se ti svegli alle tre di notte non vedi l’alba, ma se non ti addormenti vedrai la stella del mattino. È l’attimo del dolore e del genio. Una specie di evocazione che non farò mai, eppure, mi sembra, di aver scritto il testo su Alejandra Pizarnik, alle tre di notte, le tre di ogni notte, per tre giorni. Trenta pagine in tre giorni. Il tre mi perseguita. Trecento, il massimo di copie vendute, tre sempre in una coppia che non riesce a essere una coppia. Le tre di notte è la mia ora. Tre siamo nella mia famiglia d’origine, dacché sono figlia unica. Da bambina mi dicevano scegli un numero, sceglievo sempre il tre.
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Le ragioni sono rimaste nella sragione, arranchi per un sospiro, sentirti gettata o inutile, cercare di rovesciare ogni potere e rimanerne soggiogata, Michael Kohlhaas. Le ragioni sono sempre uguali, la mancanza d’attenzione, l’incuria per la vita, lo sbarramento, il disprezzo, l’io che si vuole io. La preghiera di uno sguardo. Le ragioni sono la coscienza. La sragione è la volontà. È con cattiva coscienza che rinunci alla volontà, non sei una santa, ti piacerebbe. Ciò che cambia è la risposta agli stessi dinieghi, la resistenza. In nessuna causa più credi, ma resistere viva è un dovere. Forse era questa la missione di cui parlava il maestro? Hai abbandonato anche lui. Aveva le tue ossa. Le hai riprese. Vuoi poter essere grata. Fuori dalla psicosi. Non dire io, ma toccare gli argini senza dissolverti.
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Dirmi questa passività che è l’unica via. Anelare ha portato solo chiodi. Ora io esisto, e simultaneamente ne percepisco l’illusione. Non so cosa sia questo io che esiste. Il dolore – l’ho odiato, come le mie ossa – era il dono che disprezzavo disperdendolo nell’urlo. Cosa è rimasto? L’esperienza grande di non riconoscersi mi ha trascinato verso Simone Weil. Avrebbe potuto portarmi altrove. Finora mi aveva traguardato sotto una corda molto spessa, sbattendomi tra tutte le maschere del male: la magia degli estremi. E vedevo gli altri vagamente fuori fuoco, erano ombre o prove. L’illusione di aver creato questo marchingegno dei multipli. Il bieco berciare della mente. Alcuni mi chiedono cosa fai nella vita, così come quando lavoravo in un centro diurno di psichiatria mi domandavano se fossi un’operatrice o una paziente, e rispondevo una via di mezzo. Cosa faccio nella vita. Non lo so. Potrei rispondere riabilitazione. Mi riabilito a vivere. Oppure, la vera domanda dovrebbe mutarsi in cosa fai per la vita? Allora l’accettazione di qualunque ruolo, di qualunque posizione nella scala sociale sgorgherebbe spontanea. Non sono ancora arrivata a questa sfera. Sono sul piano inclinato, antecedente, mediano. Faccio quel che posso cercando di snodare la mente e denudarla, per silenziarla. Il silenzio. Forse tutto questo fluire della parola doveva condurmi al silenzio. Una scelta l’ho fatta quando non avevo coscienza. Una strada si è aperta. Altre simultaneamente si sono serrate. Per la vita. Per la morte. Van Gogh e Artaud – Il suicidato della società – le lettere di Van Gogh sono chiare e deformi come i suoi girasoli. Ho dismesso ogni pensiero perdendomi in Bruckner. Ho pianto. La brama devi farla a pezzi. Hai scelto. Accetterai ogni gradino, ogni piano, fino all’ultimo. Chi stabilisce le gerarchie?
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Questa è la casa in cui mi rifugio dalla violenza del mondo. Oggi ho osato guardare un telegiornale. È una violenza costante. Mia madre guarda sei telegiornali al giorno. Dice che non voglio sapere cosa accada nel mondo, dice che bisogna essere informati, pronti, preparati, come fosse possibile poi essere preparati. No, non sono d’accordo. Credo come dose di violenza possa bastare un’ora al mese. Contestare, pure, cioè, cosa? In che modo? Con quale ardire e ardore? Il libro aperto sul leggio è la Divina Commedia che appartenne a mio nonno, e al mio bisnonno, con le illustrazioni di Gustave Doré. Esiste un punto di non ritorno, di non sopportazione, di saturazione. Raggiunto. Tanto che alla domanda perché questo dolore? oramai rispondo: Non esiste un perché. Questo è. Non voglio più fingere qualcosa che non è. Oggi così, a mani nude, questo è. Mi resta sempre l’idea weiliana che lottare per la vita sia lottare per la distruzione di qualcun altro, e quando non riesco più, nella resa, che è una morte, sento non possa esserci né distruzione né salvezza, e che io non possa salvare nessuno, a me è data solo l’estasi della parola, senza salvezza né dannazione. È qualcosa che diviene nel cuore, so che i poeti a un certo punto danno così tanto della loro vita, del loro corpo, della loro mente alla parola da finire stremati, spolpati vivi. Quando non resta più energia fanno ciò che è inevitabile. Io non so se sono un poeta, non affermo di esserlo per non dover lottare con chiunque si senta espropriato di tale nome e ruolo, vedo stormi di frustrati, a destra e a manca, che non vedono l’ora di ferirti nell’identità. Affermo la potenza di dire io, un io del singolo di Kierkegaard che non può essere compreso dalla comunità, che è in dialogo con l’assoluto, e in quel dialogo si gioca tutto.