MAXWELL SHANE

Ci sono stati “registi-ombra” nella storia del cinema, maestri misconosciuti che rappresentano almeno in parte la sostanza stessa del cinema americano degli anni Quaranta-Cinquanta. Maxwell Shane (1905-1983) ha diretto alcuni noir di serie B e telefilm di diverse serie televisive. Ma è stato anche il regista non riconosciuto di alcune inquadrature di celebri film. Lo stesso Don Siegel, più famoso di lui, ha svelato come molte delle scene di Casablanca siano state montate non da Michael Curtiz ma da Siegel stesso. Questi tardi ricordi di Shane (1972), rendono involontario omaggio agli autori minori e talvolta anonimi che, pur costruendo scene memorabili in film celebri, sono stati omessi dalla storia ufficiale del cinema.

Regista di città

Sul set solo i vecchi mi salutano. Lo fanno senza malizia. Ciao, regista di città, dicono. E ridono. Ma è così facile dire cose imprecise sul mio conto. Il mio nome non dice niente a nessuno: Maxwell Shane. Ho girato due lungometraggi su soggetto di Woolrich, ma non li ricorda nessuno. Mi sono servito del cinema perché mi piaceva usare suoni e immagini in movimento. Ho amato le città, dove si muovono corpi in fuga, schiene curve, abiti scuri. Non i paesaggi o le piazze riconoscibili ma quegli scorci notturni, tagliati seccamente dall’obiettivo, che trasformano un luogo familiare in un angolo d’incubo. Può essere Memphis come Lisbona. A me non interessa la verosimiglianza: a me preme la verità.

Vago per i set di film che non mi appartengono più. I vecchi hanno questa fortuna: che non c’è più nulla di loro, in questo mondo, e così possono prendere congedo senza rimpianti. Regista di città? Forse. Ma le mie città. Quegli angoli, fra ombra e luce, dove un uomo può braccare una donna e un killer snidare la preda. Ho sempre creduto, fotografando attentamente un volto, che niente come il cinema potesse rendere in modo letterale la paura di un essere umano. Io, un paio di volte, sono riuscito a rappresentarla. I grandi registi di città e di ombre sono anche grandi registi di volti. Non devo dirlo proprio io, che conto meno di nulla, ma Anthony Mann, quando riprende la faccia di Raymond Burr in Morirai a mezzanotte! Non c’è director europeo che potrebbe stargli a pari. La faccia umana è molto più intensa di un dedalo di strade. Non importa che il film sia realistico o fantastico. Confluisce in quella scena: ecco tutto. Se togliamo il resto, che poi sarà solo dimenticato, risparmiamo tempo. Lo spettatore ricorda ciò che deve ricordare. Ma i produttori non hanno mai amato i miei discorsi. Per loro, gli idioti delle sale hanno solo bisogno di personaggi e di trame. E allora, tanto peggio!

Sono stato un regista di seconda unità, un factotum del set. I miei detrattori dicono che non ho mai girato un film di fiction. Lo fanno per denigrarmi ma hanno ragione. Le mie città non erano luoghi turistici ma scene isolate: una strada, una chiesa, un fruscìo, l’ombra di un uomo, la sparatoria, il delitto. Mi è capitato una volta di tenere la mdp ferma per cinque minuti in un vicolo. Riprendevo uomini e donne che uscivano da una festa. I produttori mi costrinsero a tagliare la scena: era troppo crudele, dicevano. Io risi di cuore. Persino quando non facevo niente ero scomodo!

Nonostante tutto, ho vissuto dentro la grande macchina del cinema per venticinque anni. Mi sono adeguato, cosa potevo fare? Ero al servizio di tutti, per le scene di atmosfera noir. A mio nome ho girato cosucce brevi utilizzando set preesistenti: città di cartone, villaggi con sabbia falsa, pezzi di legno che diventavano paesi western. Se avevo bisogno di soldi, vendevo le mie scene a qualche regista famoso perché le mettesse in qualche suo film. Sapete, il touch d’autore! Le ombre non sono mai troppo diverse dalle ombre.

Sono stato un mestierante. Ma i miei brevi filmetti mi appassionano ancora. Sono buoni esercizi. In uno di questi ho anticipato lo smisurato movimento di gru di Welles, in Touch of evil, spendendo una sciocchezza. Altre scene le ho usate come fondi per uno spot. Altre per qualche videoclip, ma in bianco e nero, con la solita scala scura e delle prospettive d’incubo. Quando avevano bisogno di scorci di città gotiche, di fondali espressionisti, di un’ombra insidiosa sulla pelle, si servivano di me. Non figuravo, naturalmente, nei titoli di scena. Ricordo che Ida Lupino, gentilissima, mi chiese se la potevo aiutare nei suoi primi film. Lo feci volentieri. Era una donna bella e intelligente. E poi, non aveva niente da imparare.

Adesso che sono vecchio, mi accorgo di non avere quasi mai vissuto in una città vera. Di solito, affittavo una stanza d’albergo vicino al set e passavo le mie ore di riposo tra quattro mura, non a sfogliare le sceneggiature, che non mi interessavano, ma a cercare le inquadrature giuste. Adesso che il computer ha reso inutili i miei virtuosismi, non so che fare di me. La macchina da presa è un fossile buono per gli album di famiglia. Antoni Gaudì dormiva dentro la sua Sagrada familia. Non lasciava mai il suo capolavoro, né di giorno né di notte. Ma quello era il suo capolavoro. Io non ho né opere né capolavori. Non mi resta che chiedere ospitalità ora in un set ora in un altro: sono tutti uguali e tutti diversi. Fino a notte alta mi sdraio nella sedia di cuoio di qualche ufficio o dormo in un letto improvvisato. Al mattino, faccio colazione con gli attrezzisti e i gruisti, parlo di Billy Wilder. «Uomini che si fingono donne, bare che nascondono liquori, registi che fanno i maggiordomi. Tutti nascondigli, tutti segreti. Quel figlio di puttana scrive dei film comici e fa delle tragedie». Parlo e parlo, ma tutti mi guardano come se farneticassi.

Ormai non giro più niente. A cosa servirebbe? Mi diverto a fare modellini – una piazza, una scala, un ponte – che poi distruggo meticolosamente. Mi chiamo Maxwell. Maxwell Shane. Magari qualche giovane studioso che scrive la sua tesi sul film noir, vorrà visionare certe celebri scene. Senza saperlo, analizzerà anche la mia arte. Sono io ad aver girato le scene più drammatiche della storia del cinema. Io, il direttore di seconda unità. Il servo dei registi, il re dei dettagli. Io ad avere commosso tanti spettatori in tante sale buie. Ma sono morti gli spettatori, sono state smantellate le sale. Ricordare, in questi casi, è tanto stupido quanto superfluo. Mi viene in mente quel film, Io camminavo nella notte, quando Richard Basehart, assassino dalla faccia anonima, viene ucciso dalla polizia e crolla giù, cadavere come tanti, nel selciato piovoso. Io, che sopravvivo con ridicola disinvoltura, sono da anni quel morto.

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QED Edizioni, Verona-Bolzano 2010.

NIGHTMARE, 1956, Regia di Maxwell Shane, con Connie Russell e Kevin Mc Carthy

UNA PAGINA SERRA

Per Chiara Daino

Francesco Toris, Il Nuovo Mondo

«E avanzo con un piccolo scudo per sopportare il peso: una pagina che è coperta, è sacra, è calda. Una pagina serra. Una pagina resuscita. La pagina è sorella, è stirpe simile, perché è una pagina sola. E non è solo una pagina: è la sola che mi suturi… Ora siamo soli: tu mi leggi, io ti scrivo [sempre, anche se non mi rispondi]. Ti dedico tutte le mie parole: sai, io ho solo loro…»,

Qui è lo stile di Chiara Daino. Ma “stile” è stilus, coltello. Il fatto è semplice: questo autore è un raro animale della scrittura. Cercate di leggerlo e ne sarete arricchiti: oggi le anime liriche sono tante, ma i barbari poeti della prosa, pochi.

Un vero autore è un “sospeso dalla vita”. Gli artisti veri sono strumenti da cui passa l’energia della metamorfosi e della sovversione. Lo scrittore Daino sostiene e sosterrà ancora la vita biologica di Chiara Daino. Cioè il “fantasma” della scrittura le infonderà vita. «Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno».

*Internato nel manicomio di Collegno a fine Ottocento con la diagnosi di schizofrenia paranoide, Francesco Toris recupera migliaia di ossa di manzo, resti dei pasti suoi e dei suoi compagni, li leviga attentamente fino a farli sembrare pezzi sottili d’avorio, e poi comincia la sua opera, che lo terrà impegnato per decenni e che chiamerà Il Mondo nuovo. . Senza usare nessun tipo di chiodo o di supporto esterno, realizza una torre babelica intricata e fragilissima di cui solo lui conobbe le regole di composizione e di equilibrio.

IL CIMITERO DI HOCTUN. Ettore Sottsass

Quando viaggio in posti lontani vado quasi sempre a vedere i cimiteri. Per salutare i morti che non conosco.

I cimiteri sono disegnati dai vivi per proteggere i morti ma anche per proteggere in qualche modo se stessi dalla grande oscurità. Malgrado le promesse delle varie religioni, qualcuno che non si fida abbastanza si porta dietro nella tomba un po’ di denaro stampato apposta in oro su cartoncino rosso o si porta dietro, di cartoncino rosso, la casetta che non ha mai avuto. Così fanno i cinesi. Il costume di portarsi nella tomba il necessario per un’altra vita, forse migliore, è molto molto antico: una regina sumera Pu-Abi si è portata dietro le sue carrozze con i cavalli, le giovani cameriere, i musici e la guardia del corpo, tutti, sembra, avvelenati per l’occasione.

Sulla strada del mare, a Merida, vicino a Hoctun, nello Yucatan, ho visto un piccolo cimitero di campagna. Sembrava una città felice, la città dei morti felici. In quel posto i vivi hanno disegnato per i loro morti la città che loro, vivi, immaginano e non hanno mai avuto. Una città con belle case grandi e piccole di tutti i colori, alte e basse, forse una altissima come l’Empire State Building. Tutte protette da tante croci, tutte protette da qualche santo o angelo o amico o da qualche portafortuna fatto in casa. Tutte decorate con fiori, forse dipinti dalla moglie. Tutte per una vita migliore nell’aldilà.

I vivi non hanno consegnato ai loro morti l’abituale paura di qualche tribunale implacabile. Hanno consegnato la speranza di una città felice, una città che i vivi non hanno mai conosciuto.

(Il testo è tratto da: Ettore Sottsass, Foto dal finestrino, Adelphi, Milano 2009)

Ettore Sottsass, Lampada Tahiti

PER FARLA FINITA CON LA SCULTURA. Alberto Giacometti

Giacometti, entrando nel suo atelier si è al tempo stesso infastiditi e rassicurati. Si teme di disturbarla. Si sente chiaramente che è lo studio di qualcuno che si nasconde un po’. E poi, rassicurati, perché dato che lei continua a lavorare anche in nostra presenza, allora questo un po’ rassicura.

Io non mi nascondo; non mi nascondo in particolare, no, ma per quel che riguarda il lavorare in vostra presenza, ne approfitto, e mi serve tanto più perché comincio, riprendo un lavoro che non avevo ripreso in mano da tempo. Non so perché, il fatto di essere filmato mi riporta a questo lavoro, dunque ne approfitto. In ogni caso sono io che ne approfitto di più, della seduta.

È un po’ un gioco di pazienza.

Che cosa?

Il suo lavoro.

No, niente affatto, è piuttosto una mania.

Una mania?

Sono piuttosto maniaco, credo. Niente pazienza, non è volontariato, è mio malgrado, e mi chiedo se col pretesto di lavorare non sia semplicemente una certa mania che si ha, come altre manie, di pasticciare con della terra, senza che questo dia del resto molti risultati. Il risultato… non è così, comunque.

Cosa significa: non è così, comunque?

Sì, è una mania, ma allo stesso tempo c’è comunque la volontà di arrivare a qualcosa, piuttosto per disfarsene. Se faccio della scultura è per finirla, per farla finita con la scultura al più presto.

E tuttavia ricomincia sempre.

Perché non riesco, ricomincio. Fino ad ora non ho ancora cominciato, di fatto. Non sono mai riuscito, in fondo; allora, una volta che fosse cominciata, sarebbe praticamente finita. Credo. Non vorrei passare tutta la vita a fare questo, facendo scultura perché, insomma, ho cominciato a fare della scultura perché era esattamente il campo in cui capivo meno. Allora, di fatto, bisognava passare oltre, e fare altro che mi convenisse di più; ma non potevo sopportare che questo terreno mi scalzasse del tutto; dunque bisognava fare della scultura, in fondo per sbarazzarsene: speravo tanto di capire in fretta abbastanza da poter passare ad altro. Di fatto non ho ancora capito niente, quindi sono obbligato a insistere; ma insomma non ho scelta.

Dunque, per lei, non c’è mai stata la sensazione di una riuscita?

Non può esserci riuscita, perché realmente cosa possa significare oggi la scultura e a cosa corrisponde non ne so ancora niente; fino ad oggi sono stati tentativi falliti, ricerche, non è stato fare della scultura, è un tastare il terreno per trovare cosa si può farne.

Conversazione con Jean-Marie Drot. Trascrizione dal film Giacometti un homme parmi les autres trasmesso il 12 novembre 1963, realizzato da Jean-Marie Drot, e pubblicata sul numero 11 della collana «Riga» a lui dedicato (a cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli, 1997). Traduzione di Elio Grazioli.

DUE APOCRIFI SUL SOGNO. Marco Ercolani

Omaggio a

Quella strana illusione dell’occhio. Sogni e visioni dalla Collezione Giacosa–Ferraiuolo, 27 novembre 2025-domenica 29 marzo 2026. Un viaggio nell’immaginazione, nell’inconscio e nelle distorsioni dello sguardo. La mostra raccoglie opere di artisti emergenti, ma anche storici e art brut, che raccontano mondi interiori attraverso visioni ipnotiche e sconcertanti. Un percorso unico tra illusioni, simboli e sogni. In mostra: Félicien Rops, Jacques Callot, Hans Bellmer, Marcel Mariën, André Masson, Man Ray, Carlos Alonso, Frédéric Schröder-Sonnenstern, Charles Dellschau, Noviadi Angksapura, Marilena Pelosi, Julien Langedorff, Didier Boulestier, Stéphane Blanquet, Jean Michel Hannecart, Marcelo Bordese, Christine Jean, Antoine d’Agata, Carolle Benitah, Leon Levinstein, Mettraux, Blaise Hanquet, Paolo Paleotti, Rebecka Tollens, Marcelo Torretta, Oscar Suarez, insieme a opere anonime del XX secolo.

A cura di Gustavo Giacosa, con Christine Jean, Debora Zafferano e Fausto Ferraiuolo.

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A Gustavo e Fausto

Non Icaro

Un sogno di Léon d’Hervey de Saint-Denys (1881).

In cima alla torre guardo il cielo e poi mi getto nel vuoto, verso il prato, piccolo come un punto. Un attimo prima di vedermi sfracellato, mi sveglio. Prendo un foglio e dipingo con attenzione la traiettoria del mio corpo: segno un punto, nella parabola della caduta, un metro prima dell’impatto col suolo. Mi riaddormento e sogno la torre per la seconda volta, mi getto ma precipito con maggiore lentezza; a un metro sopra la terra resto sospeso e mi sveglio. Prendo ancora il foglio e segno un nuovo punto nella traiettoria della caduta. Riprendo a dormire. Ancora la torre, ancora il volo. Ma questa volta resto alto nell’aria, guardo gli uccelli, osservo la luce del sole. Io, Léon d’Hervey de Saint-Denys, nell’anno di grazia 1881, io, non Icaro, dimentico cosa significhi cadere. Dimentico, per tutta la durata del sogno, le sciocchezze della gravità terrestre.

L’uomo di notte

A Gérard de Nerval, da Emile Blanche.

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval, le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

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Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

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Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”… Non ho bisogno di essere capito: devo solo estendere me stesso sulla carta dei miei fogli. Perché non riesco più a vedere castelli? Non mi sembra giusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi stupendi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura al suo volo. Il castello è fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte è un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte.

Gérard

QUELLA STRANA ILLUSIONE DELL’OCCHIO. Sogni e visioni dalla Collezione Giacosa–Ferraiuolo

27 novembre 2025-domenica 29 marzo 2026

Un viaggio nell’immaginazione, nell’inconscio e nelle distorsioni dello sguardo.

La mostra raccoglie opere di artisti emergenti, ma anche storici e art brut, che raccontano mondi interiori attraverso visioni ipnotiche e sconcertanti. Un percorso unico tra illusioni, simboli e sogni.

In mostra: Félicien Rops, Jacques Callot, Hans Bellmer, Marcel Mariën, André Masson, Man Ray, Carlos Alonso, Frédéric Schröder-Sonnenstern, Charles Dellschau, Noviadi Angksapura, Marilena Pelosi, Julien Langedorff, Didier Boulestier, Stéphane Blanquet, Jean Michel Hannecart, Marcelo Bordese, Christine Jean, Antoine d’Agata, Carolle Benitah, Leon Levinstein, Mettraux, Blaise Hanquet, Paolo Paleotti, Rebecka Tollens, Marcelo Torretta, Oscar Suarez, insieme a opere anonime del XX secolo.

A cura di Gustavo Giacosa, con Christine Jean, Debora Zafferano e Fausto Ferraiuolo.

📍 Sic 12 Art Studio – Via Francesco Negri 65, Roma

🎟 Ingresso libero

OGNI LIBRO EMETTE UN RAGGIO DI LUCE. Blaise Cendrars

E tuttavia io sono qui, che mi nascondo per caso da otto giorni, e senza trovare pace, e mi giro e mi rigiro e mi tormento, evocando, durante le insonnie, l’indimenticabile passato e la sua prospettiva ingannevole, illusoria, menzognera, ma anche miracolosa perché non è solo la memoria che si risveglia e si mette a funzionare automaticamente, ma gli occhi, gli occhi dell’infanzia che si aprono, e per la prima volta, e in una luce cruda che mette tutto in rilievo, e quando si possiede questa visione empia della propria vita, in realtà significa che non si spera più in niente. Tutto scorre fra le dita, sabbia e cenere, contrariamente ai mistici che possiedono Dio e che in cambio ne sono posseduti.

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Io non conto niente. Neppure i miei libri. Ma non si dirà mai abbastanza del ruolo del femminino nella scrittura. A volte si crederebbe che la Psiche di Platone si ricostituisca, ed è questo incontro inatteso con l’Ermafrodita addormentato di Eros che dà una sensazione di pienezza al lettore e che costituisce il fascino e la seduzione della lettura, il che spiegherebbe la tremenda passione da cui sono posseduti gli uomini per un mondo immaginario. E’ qualcosa di magico. Quanti libri, quanti libri! Non c’è fine alla moltitudine di libri che si possono scrivere, dice l’Ecclesiaste (XII, 12). Ogni libro emette un raggio di luce. Anche il peggiore. Una luce sotto il moggio. Allora, è un cono d’ombra.

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Non conosceremo mai altre tracce di vita – vita del pianeta, vita dell’individuo – se non quel che risale alla coscienza in tracce di scrittura. Delle zampe di mosca. Venitemi a parlare del bel linguaggio, dello stile e della grammatica. Ed è per questo che la scrittura non è né un sogno né una menzogna. Poesia, dunque creazione. Dunque, azione. E solo l’azione libera. Altrimenti si forma un cortocircuito, l’universo fiammeggia e tutto ricade nella notte dello spirito.

I testi sono tratti da: Blaise Cendrars, Bourlinguer. Storie di porti, (traduzione di Albino Crovetto), Lamantica Edizioni, Brescia 2025.

SULLA RICONCILIAZIONE. Marco Sbrana

Sulla riconciliazione – A partire da Troppo risplendere di Andrea De Spirt

Così è per questo che anch’io adesso ho deciso di impazzire. Perché voglio trovare il Guaritore e provare a salvare H. (Troppo risplendere, A. De Spirt, Il Saggiatore, 2026, Milano, p. 15)

L’ultimo lungometraggio per il cinema di David Lynch, Inland Empire, ha il suo massimo pregio nel ritirarsi – come spesso in Lynch ma qui più che altrove – dalla rappresentazione. La aggira, quantomeno. Perché doveva esserci un modo tramite cui l’immagine stessa fosse traumatica, ragionasse come il trauma, lo mimasse fin nel microscopico del frame. Al che Lynch ha provveduto, per esempio, a creare grana nel girato tale da rendere faticosa, non accomodante, la visione. Si è d’accordo sul fatto che qualsiasi prodotto è allegorico, cioè a dire: per quanto ingegnoso possa essere il lavoro, la “cosa stessa” non è riproducibile – “riproduzione” presuppone già questa distanza. Nondimeno, Lynch ha sempre lavorato sulla proprietà linguistica, sulla capacità dell’inquadratura non di dimostrare, per esempio, il trauma, ma di incarnarne il funzionamento.

Premessa, questa, per parlare del romanzo Troppo risplendere, edito quest’anno da “Il Saggiatore”, di Andrea De Spirt.

La trama non esiste; esistono indicazioni, vettori minimi di orientamento che non sfociano mai in personaggi volitivi, turning point o codici drammaturgici.

Abbiamo un narratore che, attraverso la mediazione di tale alpinista-regista (regista di cosa, non è dato sapere) Johann Ull, vuole salvare H., ex moglie, da un coma, o comunque da una condizione che le impone il sonno. Johan Ull è il tramite per Onement, per il Guaritore. Onement passa dall’essere la tela di Barnett Newman all’essere personaggio, all’essere luogo di approdo, laddove del Guaritore sappiamo solo quello che ci dice il nome stesso.

Problema preliminare di De Spirt – come in Lynch – è la possibilità dell’esegesi. Il lavoro ermeneutico stimola ed è utile (e dunque rende utile la critica) quando non si chiude nella decodifica del simbolo ma apre, e continua ad aprire, ventagli di pensabilità che sorgono dall’opera, che ne derivano, ma che si spingono in discorsi diversi. In De Spirt è deliberata (perché suggerita in frasi non esplicative ma di orientamento, un meta-discorso che talvolta emerge) la scelta di non-chiusura come scelta etico-estetica, e spiazza la posizione che occupa questo romanzo, la cui controtendenza sta nella performatività della frase (il discorso più sopra su Lynch) e sulla rinuncia a ogni consolazione. La consolazione avrebbe anche solo potuto consistere nell’appoggiarsi su un principio narratologico; De Spirt rifugge qualsiasi ricatto. Il lettore è chiamato in causa, e il lettore capisce di essere chiamato in causa dopo cinque pagine. Sarà attivo, il lettore, o non ci sarà lettore.

Troppo risplendere si articola in sezioni che ricorrono. Il diario del narratore e le sue lettere ad H.; la scena-refrain che vede il nostro e H. nel tentativo di rispondere al problema morale del male minore (Thomson) e, infine, i dialoghi con Ull per scoprire le condizioni, i doveri, le istruzioni, tutto quanto necessario al raggiungimento di Onement, all’incontro con il Guaritore.

At-one-ment: “riconciliazione”. Si capirà meglio perché il romanzo non possa essere ridotto a una tesi centrale. Troppe le ramificazioni, e anche le contraddizioni, gli scarti rispetto al nucleo. Negare l’esistenza di un nucleo sarebbe anche legittimo; com’è legittimo, pure, tentare di trovarlo.

E quindi, riconciliazione. La parola è refrain, motivo che ricorre quasi in ogni capitolo. Una volta terminatolo, si può vedere retrospettivamente il testo come l’incarnazione (non rappresentazione, perché ben poco c’è di “rimandabile a”) di un’idea di matrice orientale (l’Oriente che torna ovunque nel testo): la differenza che si dissolve. Troppo risplendere performa l’indifferenziazione tra percipiente e percepito, e quindi la totale indifferenziazione ontologica e impossibilità di gerarchizzare gli elementi del mondo, a favore di una totalità che ha in sé tutte le cause e tutti gli effetti, nella quale non si sa dove finisca la mano e inizi il fiume in cui la si è inserita.

Il testo lavora come i grandi testi nella misura in cui non conferma la tesi. Non la smentisce, ma procede malgrado la stessa, rifuggendo un incasellamento che sia definitivo. La riconciliazione è quella che il narratore spera per lui e H., in prima istanza. Ma, come detto, quanto si svolge a partire dal nucleo crea l’eterogeneità necessaria a un testo perché il lettore vi si possa abbandonare, possa viverlo come esperienza e non trattazione di una tesi filosofica. E questo risultato – l’esperienza – è tanto più grande se si considera che De Spirt non lavora con personaggi e intrecci ma, al massimo, con archetipi.

Dunque, il narratore ha deciso di impazzire. Questo solo il modo per salvare la sua H.

Lei mi ha guardato e non ha detto niente. Io l’ho guardata e non ho detto niente. C’erano solo le parole di Ull nella mia testa: se non stai bene dove stai è perché non dovresti essere dove sei. (ibidem, p. 27)

Di già il lettore è immerso in idee paradossali, che evadono dalle strutture filosofiche dell’Occidente. È chiamato, il lettore, a far convivere gli opposti; resisterà fino al momento in cui sarà inevitabile, per affrontare il testo, accettare che non c’è nulla di simile, nel testo, al concetto di “opposizione”.

Così forse non scegliamo mai davvero. Nessuna scelta. Tutto invece è movimento. Respiro. Ogni passo. Tutto già predisposto. Già predestinato. Ma non riusciamo ad accettarlo. Non riusciamo ad arrenderci all’evidenza che tutto accade. Che ogni cosa accade. E noi possiamo solo raccontare. (ibidem, p. 34)

Qui vediamo l’emersione del meta-discorso: testimoniare all’interno di una totalità. La totalità non ha esterno, non può averlo. Rifiuto del meta-linguaggio (differente dall’autoriflessività) è forse questo: accettare che non esiste un punto di osservazione che sia esterno al mondo. Invischiati, possiamo solo registrare.

Il nostro, avanzando, capisce che “vuole avere il coraggio di restare nelle cose come sono”.

Non c’è falsa neutralità, in De Spirt, ma certo nemmeno militanza. Detto questo, il romanzo pullula di idee sul concetto di obiettivo, di meta, che oggi vengono definite pazze. Avere come obiettivo il non cambiare niente – e di nuovo la visione paradossale che il romanzo non predica ma possiede come fibra, come unità cellulare.

A Onement si trova il Guaritore. Procedendo come un’ascesa, come un movimento verso la purificazione, ci sarà un deragliamento, nel finale. Dopo la suddivisione in capitoli, tutto confluirà in un periodo lungo in cui sarà cangiante il narratore, che passerà dall’essere se stesso all’essere H. all’essere Ull: tale la riconciliazione.

Nel coraggio di stare nelle cose, di non cambiarle; e poi la ricorrente metafora dell’arco: l’unico modo per non sbagliare, per colpire il bersaglio, è non mirare. Riconciliazione, quindi, come accettazione attiva. Come dismissione della volontà che ci fa incistare, quella di voler modificare le cose.

H. trova spazio diegetico solo nei capitoli in cui discute col narratore interrogandolo. Stai guidando un treno e ci sono delle persone legate ai binari che verranno uccise, ma se svolti hai la possibilità di ammazzare “solo” un uomo grasso (Thomson).

Non cavano un ragno dal buco.

Nell’ultima ricorrenza di questo ritornello (ibidem, p. 80-81), H. ripete che tutto si gioca sulla leggerezza, perché “se ci pensi troppo a quando scansarti, cadi”. Prima di soffiarsi il naso, H. lascia il nostro ricordandogli cosa gli disse durante il loro primo incontro: “non esiste davvero ciò che va e viene”.

Ecco di nuovo la compattezza, l’inscrizione del cambiamento in un tempo circolare che rende il cambiamento funzione interna di un sistema non solo chiuso ma – come detto – impossibile da trascendere. E che quindi rende idiota colui che desidera cambiarlo e saggio colui che si pone come obiettivo quello di restarvi.

Un restare che è contemplazione, mano indistinta dal fiume in cui la si immerge, ma anche – nel meta-discorso del libro – funzione etica del raccontare. Restare per dire, e dire soltanto perché non si può fare altro.

Così Johann:

Vedi, il problema è che tu immagini che trovare il Guaritore sia qualcosa di entusiasmante, che dopo sarai sempre felice, che salverai H e che finalmente troverai il tuo richiamo e vivrai in uno stato continuo di beatitudine. Ma se potessi darti un qualche barlume di questo stato, di cosa succederà se lo trovi, tu non vorresti più saperne del Guaritore e del richiamo. Ora continua a camminare e sparisci. Non farti più sentire. (ibidem, p. 90)

Altro leitmotiv in De Spirt è la critica all’umanissima smania di dare un significato alle cose, quando semplicemente, così l’autore, esse si danno come esperibili. E altrettanto umana è la domanda del senso, il narratore non si dà tregua, ma solo capire che il senso del viaggio si riduce al viaggio consentirà di raggiungere la meta, perché, dice Johann a più riprese, tutto è già qui. Nella convivenza degli opposti, nella deposizione del volere, un conseguimento immateriale: quello di fare tutt’uno con il mondo.

Ed è con la riconciliazione – articolata anche attraverso la fine dei capitoli in virtù di un flusso unico – che si chiude il libro.

dicono che il corpo sarà vivo, il cervello sarà vigile, ma non ci sarà né mente né pensatore

nessuno nasce diviso, mia H, e se non riesci ad arrivare è perché rifiuti le conseguenze dell’arrivo

Senza le giuste istruzioni, mia H, i tuoi movimenti fisici saranno ripetitivi, qualcosa di simile a una nuvola di memoria, pensieri e sentimenti che diventeranno troppo grandi per lasciarti andare e arrivare alla riconciliazione.

ma non c’è nulla che possiamo fare, mia H, per diventare quello che già siamo. (ibidem, p. 145-150)

Contro il ricatto del narrare, la prosa tende al lirico, la struttura all’inconsumabile; progetto artistico, esperienza estetica del tutto inattuale, Troppo risplendere propone una letteratura contro ogni programma di “funzionalità” e “finalizzazione”. Esempio di libertà, riesce dove riesce Lynch: nel disorientamento che conduce alla decifrazione; la quale decifrazione, pure, dà non sulla risposta edibile e maneggiabile, ma su altre domande.