PER IL “NOTTARIO”. Viviane Ciampi

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«Nottario: il taccuino che inizio non appena arrivano i fantasmi. Note non scritte di notte ma nel tempo della notte». Marco Ercolani, scrittore e psichiatra, non è un conquistador (per usare un termine freudiano) di frammenti perduti dell’esistenza, di ‘rimpianti puberali’ (parole care a Musil citato in esergo dallo stesso Ercolani) né desidera mostrare al lettore la sua lanterna magica, la sua collezione d’immagini ed emozioni. Lui va ben al di là e con una scrittura «fatta di acqua e di parole» sembra indicarci che le esperienze vissute, gli errori, i libri letti, le poesie scritte, le persone amate sono materia viva che per sempre ci appartiene. Una materia, quindi, da trattare come un’ombra, di cui ciascuno ha la responsabilità.
Lo scrittore ligure offre pagine che ‘pungono e mordono’ (alla maniera di Kafka, come del resto si addice alla letteratura degna di questo nome) attraverso una originale rivista-cartella d’arte ‘di segni e scritture’ (Scriptions) stampata in pochi esemplari e impreziosita dal disegno di copertina di una raffinata artista-performer nonché ricercatrice nei vari campi della scienza e delle arti qual è Luisella Carretta, anima dell’associazione “Le Arie del Tempo” (che si è fatta anche editrice). L’interno di questo ‘livre d’artiste’ contiene il Nottario – appunto – in cui tutti i temi ricorrenti appaiono, dove l’inquietudine arriva dalla stessa parola, dai segreti ch’essa contiene e dalla consapevolezza del suo inevitabile inachèvement (J.-B.Pontalis).
Questo ‘zibaldone’ si presenta sotto la forma di un quaderno di fogli staccati, datati 1990-2012 e scritti – si presume – in gran parte durante i turni di guardia in un ospedale dove egli si ritrova tra sciami di sonno e improvvisi sussulti di quelle anime non sottomesse che sono i pazienti d’un reparto di psichiatria. Dell’esperienza di scrittore che non può essere separata dall’esperienza di ‘medico della mente’, egli scrive: «Questa mia ‘estetica notturna’ mi avvicina al mondo dei folli. Questa mia ansia di ‘dicibilità diurna’ alla ragione dei terapeuti». Parte dell’opera contiene una riflessione sulla scrittura apocrifa – brevi frammenti o lunghi periodi – e si arricchisce poi dell’analisi della stesura di un libro precedente dedicato a quel superbo narratore dal terribile destino che fu Bruno Schulz, fatta nel convegno di Trieste e di cui M.E. ci fa rivivere le magiche Botteghe color cannella.
Inoltre, affiorano elementi in parte autobiografici dedicati alla madre, donna non comune (neanche a farlo apposta, quasi un topos letterario) attraversata da una compulsiva attrazione per il cinema (tanto da guardare una, talvolta due pellicole al giorno). Quella singolare febbre le fa costantemente inventare rappresentazioni in grado di dare coerenza alla sua vita. Il figlio non ne rimane certo immune ed ecco che le pagine diventano interessanti anche per una riflessione sul ‘trasmettere’, su che cosa i genitori, consapevolmente o no sono in grado di regalare ai figli come ‘dono per la vita’ al di là dell’amore. Una lingua? Il gusto per l’arte? Questa filmica complicità – patria di affetti e solitudini – costituisce un legame indefettibile tra i due e finirà col pervadere tutta la scrittura del narratore-psichiatra. Infatti, le narrazioni, vere o apocrife hanno parecchio a che fare con il linguaggio dell’immagine in movimento, specie quand’egli mette in scena persone o personaggi di cui s’intuisce la potenza dei ruoli (madre, figlio, pazienti); quando nella stesura s’indovinano i movimenti della cinepresa: «Torno a casa. Sono nella camera da letto della mamma. Mi chiede il trasformatore del computer. Glielo do, lei si allontana. Ora è seduta nella sala vicina. La sala è un vero cinema».
Non resta al lettore che avventurarsi sui passi del bambino al quale era stato vietato di correre con gli altri bambini per timore di una possibile caduta e si trova così di fronte alla terribile scelta tra disubbidire e ubbidire. La prima soluzione lo condurrebbe a dispiacere alla madre, cosa insopportabile. La seconda – altrettanto insopportabile – lo porta suo malgrado verso un’uscita meno immediata e più seducente: «A partire da quella scena il bambino diventa un io scrivente. Benché non possa correre a causa del divieto, sente crescere dentro di lui un’energia – la stessa energia della corsa – che, non potendo sopprimere o negare, deve tradurre in un altro modo espressivo: il mondo della scrittura». Quindi grazie all’episodio che funge da rivelatore – come nell’apertura della Recherche di Proust dove sono possibili per l’io narrante due direzioni: Guermantes e Méséglise – arriviamo al cuore stesso di un libro infinito, che ci convoca in una libera deambulazione spazio-temporale, la quale porta sempre dalla parte della letteratura e delle sue possibili diramazioni. Ma accade anche nelle vite di chi non scrive, in fondo. Esse non si dipanano in modo lineare; tutto è occasione di svolte repentine e può essere rimesso in discussione a seconda delle decisioni prese. Il possibile genera altri possibili e così fino all’infinito. Tornando a quel Marco Ercolani – come già detto in precedenza – scrittore prevalentemente apocrifo, non conviene andare alla ricerca dei suoi ricordi: sarebbe tempo perduto. Del resto egli ci avverte: «Assumendo diverse identità consento che il mondo non me ne riconosca nessuna» E ancora: «Non ricordare scrivi. Poi appena possibile sparisci».

E se la scrittura apocrifa generasse qualche frustrazione nel lettore? Può capitare. Ma presto egli si accorgerà di trovarsi di fronte a un abile espediente letterario in cui l’autore mente per dire il vero, per ‘ripercorrere’ se stesso con più libertà, per mantenere una certa distanza dall’io e non perdere il controllo necessario. E comunque vale la pena ricordare che gli scrittori hanno sempre praticato l’art de mentir vrai. Il Nostro ammette di «vivere in uno stato di attiva finzione».
«Mais voyons… une biographie ça s’invente!» (Céline). «Madame Bovary c’est moi.» (Flaubert). Segnaliamo poi una sezione aforismatica che prevede anche l’apertura a voci altrui e una parte dedicata al suo laboratorio di scrittore dove tutto è pretesto a celebrare – ed è ciò che percorre segretamente l’opera, anche se non espressamente formulato – gli infiniti possibili delle letterature, quindi a cercare la prova di come i testi possono agire sulle persone. E non mancano neppure i mormorii di tenerezza come un breve messaggio dedicato alla moglie anch’ella poetessa e scrittrice, Lucetta Frisa: «Ti amo anche per le ore che non vivremo». In un libertario mentale come Ercolani – che non aspira a consolarci di niente, solo a indicarci i sentieri percorribili, a rendere familiari le piovre che s’agitano in ciascuno – l’importante potrebbe essere non solo capirne il tracciato di vita ma come andrà avanti nelle sue possibili mutazioni. Il lettore con le sue «distratte certezze» – per dirla come René Char, uno dei Maestri dello scrittore ligure – potrà, volendo, avventurarsi in questo blocco di lettura ‘a macchia di leopardo’, con qualche cautela e parecchia libertà. Allora si sentirà preso per mano e condotto dietro una porta socchiusa da dove salgono bisbigli. Quella porta brucia. Forse si spalancherà su una stanza d’aria vulcanica, brulicante di gemiti e di notte, dove qualcosa potrebbe rischiararsi o dissolversi per sempre.

(Viviane Ciampi, febbraio 2013)

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Notturno, Giovanni Castiglia

ARIEL. Sylvia Plath

(traduzione di Amelia Rosselli)

Stasi nell’oscurità.
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.

La leonessa di Dio,
Come uniti cresciamo,
Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco

Si spacca e passa, sorella al
Bruno arco
Del collo che non posso fermare,

More dal negro occhio
Spargono cupi
Ganci –

Boccate nere di dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro

Mi tira in aria –
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei tacchi.

Bianca
Godiva, io mi sbuccio –
Mani morte, urgenze morte.

E ora io
Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
Lo strillo del bambino

Si fonde nel muro.
E io
Sono la freccia,

La rugiada che giace
Suicidale, una con la spinta
Nel rosso.

*Il testo è pubblicato in: Sylvia Plath, Le muse inquietanti, Mondadori, Milano, 1985.

CONFESSIONE

Frammento di lettera di Girolamo Frescobaldi (1546).

…Signore, so che la mia ultima Toccata voi la trovate noiosa. Come darvi torto? La mia musica è una nota che suona e risuona dentro una stanza chiusa, che torna e ritorna uguale su se stessa, con minime variazioni, se uso il clavicembalo o se intono l’organo. Io non voglio uscire dalla stanza. Non voglio creare niente che non sia indefinito. La musica ha un solo scopo, che non è uno scopo: l’ipnosi. Voglio avvolgermi dentro il suono come dentro un mare d’autunno, senza vento, immune dalle tempeste. Il mare non ha da dire niente oltre che il suo identico, sordo, minimo suono. Perché cambiarlo? In nome di quale autorità logica e antimusicale trasformare la dolce ossessione della natura in un triste concetto filosofico?

Arrivederci, signore.

Girolamo Frescobaldi

COME UN METODO. Ercolani, Lumelli


22/1/2024

Esistono libri che dovrebbero turbare per l’originalità della composizione. Il carteggio Ercolani/Lumelli (raccolto in Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere, Joker, 2023, I libri dell’Arca) ne è testimone: nasce da una breve trance di tre-quattro mesi, che ha pervaso gli autori. Si potrebbe definirlo: un vento di poetiche. È qualcosa che non si legge tutti i giorni. Eppure, nonostante le belle opinioni di alcuni amici e la bella confezione in libro, è stato appena sfogliato, forse neppure letto. Infatti, come può generare attenzione o desiderio di lettura un libro così intimo da mescolare amicizia, poesia, riflessioni, divagazioni, senza prefigurarsi nessuna mèta? È una scrittura errabonda e concentrata, necessaria a chi la produce, e a nessun altro. I nostri neuroni a specchio ci inducono a mutare per poi tornare più veri a noi stessi, arricchiti dall’altro. Speculare, specchiarsi, essere felici: un’amicizia è nata e dalla sua miniera sono usciti fossili vivi, soffi, idee, ora esposti nel tu per tu di un fraseggio epistolare (anche se, come sappiamo, la lingua prende sempre alle spalle, tenera e crudele, e non consente lettere ma lampi). Marco


23/1/2024

Carissimo Marco, caro infermo, tu che conosci le grandi virtù della malattia, per intanto ti auguro di stare bene, di ridurre l'ambizione di andare oltre - insomma, fermati alla buona salute!  A proposito del testo che, compiuto, in formato signorile, si riapre e continua - in altri, i lettori - per cui si oscura, s'illumina, diventa cenere...una leggera componente dell'aria, una pulviscolo - questo pensavo, nei tempi della difficile purezza, in merito ai compiti della critica: un prolungamento del testo, offrendogli resistenze, per cui si vedesse lo sforzo tattile di passare nelle menti, incontrando coscienze... Il linguaggio si attua tra chi lo parla? - auguri!  - penso invece che  il linguaggio si apra alle spalle di chi lo parla, tanto da essere temibile, da indurre al silenzio, a fare mille scuse! Chieder perdono al linguaggio: ecco un buon comportamento preliminare per la poesia! I guardiani del linguaggio, delle opere? -  ormai come i social! -  mentre corrono verso il Grande Uno, straccioni della metafisica! puah!  Per fortuna esiste ancora la solenne morte individuale, la Tacita Signora che ci sottrarrà il linguaggio - colei che intensifica, che spoglia... per cui, io penso, ciò che si scrive è per Lei, intesa come la madre futura... Se sono fuori di testa? Penso di no. Non c'è alcun luogo comune, se non quello strettissimo del corpo, a tu per tu... Questo rapporto formidabile e fatale viene impedito dalla generalità, dalla ripetizione dei similari...Fanculo allora! Il nostro libro? per me ha avuto il premio più grande. È nato involontariamente, ha generato ciò che oscuramente cercava, un'amicizia, un dialogo di fiducia rara...Sarebbe bello farlo vivere come un metodo, un piccolo esempio di come si genera un pensiero, un'alleanza, una diversità amica... Non accadrà . se non nei confini che noi (due) riusciremo a tenere fermi, visibili, concreti, segnati da sbarre... Sono convinto, mai come ora, che i confini siano la porte dell'umiltà e della prudenza, i varchi della verità interrogante...Quindi bene che i generalisti non ci caghino - ci rimangono ancora tutti gli individui! Questo - lo senti? - è entusiasmo, nella più grande solitudine. Ti offro la mia mano d'opera, purtroppo molto danneggiata, per fare qualcosa di confinato e felice. Ho fasciato intendere ai miei amici, taciturni, che è in atto una mia conversione, che il linguaggio mi ha fatto segno... Ho bisogno di interrompere, di cominciare, di finire! Tutto ciò per dirti che ti voglio bene. Angelo


VIA DEI POMPIERI 25

Istvan Szabo (1938) è un regista ungherese molto attento ai temi della memoria. Mephisto, Il colonnello Redl, La notte dei maghi, Sunshine, sono tra i suoi ultimi film. Ma nella memoria dello spettatore resta soprattutto un film del 1973, Via dei pompieri 25. Gli anonimi ricordi di uno spettatore di Budapest, scritti nel 1979, ne sono testimonianza.

Via dei Pompieri 25 (Tüzolto utca 25)

Angyal, Liliòm, Pava, Mester, Vàgòhyd, Kövaja, angelo, giglio, pavone, maestro, mattatoio, tagliapietre, il quartiere di Ferencter, Tüzolto utca 25, Via dei pompieri 25, non vorrei rivedere quel film oggi, ma allora era così chiaro, i sogni si legavano tutti insieme, un acquario di persone e di voci, uno splendido colore blu notte, le voci raccontavano e raccontavano, non distinguevo il sogno dell’uno dal sogno dell’altro, era la notte di Ròszika, la sarta, sposata a un invalido con le gambe congelate dal freddo della steppa, o la notte di Ancsa, in attesa del grande amore? di Andris, a cui non piace baciare sulla bocca, o di Julika, che rimpiange il passato? della signora Gaskòj o del medico, del portinaio, del postino? di Schrenk o di Vilma Kis? La strada sarebbe andata distrutta, sapevo tutto di quella ineluttabile fine, Tüzolto utca 25, polverizzata, quell’immane mazza di pietra in cima alla gru che piomba sulle pareti e le sfracella, ma intanto vedevo tutti i sogni, in quella strada senza nomi di angeli o di pavoni, sentivo tutti i nomi di tutte le persone, Gisela, Vilma, Maria, Julika, Ander, non c’era altro che quella splendida incertezza, non sapevo chi era autore di un sogno e chi dell’altro, nessuno definiva le immagini come sue o tue o mie, nessuno le rivendicava, le pretendeva, il regista voleva che fluttuassero nella mente collettiva della casa addormentata, in un caos di colori e di forme, la donna che giace sul letto, la faccia nuda, spalancata, le palme delle mani aperte, quel senso di fiducia e di tenerezza, quel riposo da bestia ferita, non ricordo le singole immagini ma sentivo la macchina da presain alto e in basso, mentre usciva da una testa ed entrava nell’altra, e tutto nello spazio di una notte, erano i sogni di una notte di canicola in quel quartiere di Ferencter, ventiquattrore di sogni senza un padrone, indistinguibili, vivi non per le belle immagini o le belle metafore, ma per la meravigliosa contiguità di una parete nell’altra, guance, letti, teste, ringhiere, persone che dormono vicine in case vicine, tutta una materia in movimento che si rincorre, frastornata nei colori e nei suoni, io ho cominciato ad esistere a partire da quei sogni, non ho fatto altro, dentro di me, che obbedire a quel film, e sapevo, da allora, che sarebbe stato irripetibile, che non avrei più rivisto Tüzolto utca 25, che non dovevo rivederlo, era accaduto e ora io sono chi sono.

La mazza, immensa e cupa, il globo di pietra, che spacca e continua a spaccare, la strada che cessa di esistere. Ma le notti no, quelle restano, sono colorate, gialle, rosse, blu, piene di mari e isole e desideri di altre vite, e Gisela, Julika, Istvan, Schrenk, Ander, Ferenc continuano, per vedere, a chiudere gli occhi…

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RUTH. Nino Iacovella

*da “Madre della violenza”, La parte arida della pianura, inedito

Ruth

L’esecuzione di Ruth Snyder nel carcere di Sing Sing, 1928, fu ritratta per sempre in una foto in bianco e nero. L’orrore della pena di morte accentuato dall’effetto mosso. La morte ritratta e sbattuta in prima pagina sui giornali il giorno successivo all’esecuzione. Per Robert Green Elliot, boia della sedia elettrica, fu la prima esecuzione di una donna attraverso il congegno che aveva inventato.

Ruth Snyder insieme al suo amante uccise il marito con il quale condivideva un matrimonio infelice. Ruth ebbe un’infanzia difficile, dove la difficoltà di essere figli di una coppia di recente immigrazione negli Usa si incrocia con una salute tormentata dalle malattie e dai ricoveri ospedalieri. Ma è la sua bellezza a fare da contraltare alle sue difficoltà. Così come l’attrazione fatale verso la mondanità degli anni ruggenti, irresistibile ai più affamati di vita e di riscatto sociale.

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Robert

Vivo i giorni nella pace del mio giardino,

lo sguardo a ritroso,

le stimmate nei palmi della mia storia

Godo di buona salute, non prendo peso

malgrado il carico che mi porto alle spalle

Mi si rinfaccia di essere stato un boia,

un’accusa infame per un elettricista

che ha avuto un compito ingrato:

inventare un modo nuovo

per far morire

Sono sempre stato un uomo mite,

rispettoso della vita, ho ossequiato

le esecuzioni con l’umiltà dell’argine

che opera solo quando il fiume straripa

Tutti sappiamo che dal giardino di Dio

nessuno può cogliere la mela

senza cambiarne il nesso,

il sapore della parola, e nessuno

si sorprenda se dentro le viscere

il frutto poi diventi il male

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Ruth

Sono nata a New York il 27 marzo del 1895

e morta sulla sedia elettrica il 12 gennaio del 1928,

a 33 anni come ogni cristo sulla croce

È vero che ho ucciso, ma la vita chiamava

la bellezza sacrificata sull’altare

di una unione fallita,

e io amavo quegli anni di possibilità

e spensieratezza, carezze lenitive

sul mio corpo pieno di ferite,

la notte curate a jazz, a charleston

e amore carnale, ultimo baluardo

di un mondo proibito

Ho cercato di sfuggire alla stretta di un destino,

ma non ho saputo assaporarne la colpa,

la misura di un gusto che ubriaca e uccide

Ho dato al mondo una figlia,

trascinato un altro uomo nel delitto,

non ho saputo tenere il tempo

di un ballo che accelerava

in frenesia i passi

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Robert Green Elliott ha eseguito 387 condanne a morte tra le quali quella di Sacco e Vanzetti, quest’ultimo un pescivendolo analfabeta che nei sette anni di carcere aveva letto e studiato. Prima dell’esecuzione aveva lasciato detto al cappellano del carcere che no, non era giusto mettere allo stesso piano Cristo e due poveri immigrati anarchici italiani.

La vita di un buon calzolaio e di un povero pescivendolo sono poca cosa, togliercela è tutto ciò che questa società ingiusta può fare. Quest’ultimo momento appartiene a noi, padre, soltanto a noi due. Quest’agonia è il nostro trionfo”.

*

Robert

2000 volt per 3 secondi

500 per il resto del primo minuto

ripetere l’operazione per tre volte

e poi più niente

Alto voltaggio e basso voltaggio

una sequenza necessaria per rendere

la vittima incosciente

e poi bruciarla dentro, senza ustioni,

un lavoro pulito

Porto sempre con me gli elettrodi

e il casco da football

da far indossare al condannato

L’estetica della morte

è un dettaglio che poco importa

per un semplice artigiano

La sera tornavo a casa,

nell’altrove del giardino

*

Robert

Mentre due guardie si occupavano di legarla e un’altra le collocava l’elettrodo sulla caviglia destra, io stesso, dopo averle sistemato delicatamente i capelli dietro al collo, le applicai in modo corretto spugna e calotta metallica sulla fronte. Impegnato in quell’operazione, la sentii sussurrare: 

– Sono innocente – poi, con voce più chiara e distinta: 

– Padre, perdona loro, perché non sanno cosa fanno.

Collocandole per ultimo la maschera sul viso, udii un’ultima, toccante supplica: 

– Gesù, abbi pietà – continuando a singhiozzare.

Forse senza rendermene conto, le bisbigliai qualcosa:

– Tranquilla Ruth, ci vorrà un attimo. Perdonami anche tu. Addio. 

Da Agent of Death New York – E. P. Dutton & Co. Inc. 1940

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Ruth

Adesso toccami Dio, nel perdono

con l’energia della luce

che attraversi il mio corpo,

schiantando le vene

Guardami Gesù sulla tua croce,

mentre tremo prima che la tensione

elettrica fluisca nel sangue

Guarda la mia schiena, un sussulto

m’inarca sulla sedia nel distacco

atroce tra corpo e anima

Torno a voi, bambina indocile

che a piedi nudi ha lasciato

impronte lievi

sulla neve del tempo

C’è questo calore da restituirvi,

la materia morta, questo sole interno

che ora non pulsa, destino di una stella

che tutto illumina e brucia

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Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel 1968.. La sua ultima opera in versi è “La linea Gustav”, Il Leggio Editore, 2019. È tra gli ideatori e redattori del litblog “Perigeion – un atto di poesia”.

IL SOLCO ORIZZONTALE. Leonardo Sinisgalli

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Mi siedo davanti a un tavolo, di appena qualche palmo, che mi prende il petto all’altezza del cuore. È un arredo rozzo al quale mi aggrappo in questo dolce esilio campestre, come a un legno di salvataggio. Si dice che per curare i matti i medici consigliano di lasciar nelle loro mani un ferro del loro antico mestiere, che è l’unico modo di tenerli calmi. Le dita industriose dell’uomo trovano requie se intrigate a sciogliere un nodo fittizio, anche un nodo d’aria. Quante volte la nostra vita si è risolta in un vano farnetico di ghirigori, di enigmi, di segni vuoti di senso, di chimere deposte sul foglio di carta?

(…)

Mi siedo davanti a un tavolo di appena qualche palmo che mi preme sul petto all’altezza del cuore. Scrivo i miei compiti di scuola così. Dovevo assolutamente far corpo col mio banco, sentirlo attaccato al torace, stabilire una carena chiusa di cui non ho mai capito se la sorgente potesse essere il calamaio, il foglio o i miei pensieri. Certo non ho mai potuto scrivere a lapis, né a macchina, né servirmi del dettato. E dico che mi è rimasto sul petto un solco orizzontale, simile a quelle barre che sulle lapidi delle città fluviali indicano il livello massimo delle inondazioni. Rispetto a quella linea, rimasta fissa sul corpo, io sono cresciuto cogli anni in alto e in basso: si sono sviluppati i miei attributi di angelo e di bestia.

“Da La linea del cuore, in: Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Silva Editore, 1967, Milano.

L’OSSESSIONE. Alfonso Guida

Giovanni Castiglia, Gioco di terra

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L’ossessione è il passo intrappolato nel confine della sua forma. È qualunque cosa inciampi nelle sue impronte e là resti. È la durata del lampo, il discorso che racconta le sue parole nei frammenti di René Char. È la perfezione claustrale della quadratura del cerchio. È la circolarità diagonale dell’alfabeto mistico. È totalizzazione sepolcrale e modello matematico dell’uno. È la risoluzione del plurale atomico in Dio. È forza di risucchio e istante di atomo. L’ossessione è il cerchio dell’aureola di Cristo nella Flagellazione di Piero della Francesca. È la permanenza dell’apparizione, è l’immagine che giunge dalla notte dei tempi – dice Jean-Luc-Godard – e si trasforma in sistema filosofico, in assetto organizzativo di pensiero, forma mentis, personalità, linguaggio, modus vivendi, fondamento. È caposaldo dell’universo privato di un io inutile, immutabile, problematico e schivo al diveniente. L’ossessione è il sesso. L’ossessione è Dio, il sesso è sperimentazione terrestre di Dio. Dio è il chiodo, non necessariamente sessuale, che da’ senso alla disperazione interna dell’esodo. L’ossessione è la mano che incastona l’alveare chirurgico nel cavo della pietra irregolare del tempio.

INELUTTABILE. Rosa Pierno

Su Marco Ercolani Un uomo di cattivo tono, 2020.

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Aduso alle riscritture, Marco Ercolani affronta questa volta I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura 1891-1904, pubblicati a Mosca nel 1950. Dalle stesse parole di Ercolani scopriamo che ciò che lo ha attratto, nel paradigma della scrittura relativa agli ultimi anni della vita di Čechov, è il suo essere “antisentimentale, crudele, aforistica — pronta a resistere nel nostro tempo come cantiere inattuale e scandaloso di libertà, se per libertà si intende l’inflessibile audacia del pensiero e del cuore”. Il titolo si riferisce al cattivo tono di un Čechov “che non ammette consolazioni ma solo illusioni”. Illudersi è la capacità che ha il sognatore, é un talento prezioso che dispiega il mondo.

Ercolani fa di Čechov il suo progetto di scrittura. E circoscrive una precisa visione della letteratura, come patrimonio comune da cui tutti gli scrittori non si può dire che prendano, quanto effettuino un deposito; letteralmente seminano, poiché l’uguaglianza diviene differenza, rigenerazione. Il nostro autore ripercorre le orme di Čechov; gli sta addosso; vuole penetrare i segreti della sua personalità, quegli stati interni che sono preclusi persino al suo proprietario; spia le sue pagine, mentre lo scrittore russo scrive; tuttavia, è altro quello che ha in mente. Far emergere le secche del silenzio, le cancellature, le possibili cose che eppure non sono state dette. Non sarà un completare l’affresco, né mettere le tessere di un puzzle al loro posto. La questione è che un autore non è mai ciò che è, ma diviene ciò che è grazie a qualcos’altro, a qualcun altro. La differenza pone l’identità di sé con sé tramite uno scarto, uno sdoppiamento: “Ricopiando certe parole altrui renderle nostre per la prima volta”.

Lo stato interno é quella matassa i cui fili indistinguibili sono quegli impulsi, passioni, inclinazioni, intuizioni, i quali formano un fondo indeterminato che è l’inconscio nella sua identità e unità. Con lo stato interno il soggetto costruisce il mondo oggettivo che s’invera nei doveri giuridici e morali tramite la ragione. Per Hegel ragione e pulsione non si oppongono, ma si totalizzano informandosi nell’individualità. In questo senso, l’audacia del pensiero e del cuore che Ercolani riscontra in Čechov sembra collimare con la visione filosofica hegeliana che vuole lo spirito soggettivo, immerso nella finitezza, in balia di altro, ma che ciò nonostante possiede un movimento di inveramento per mezzo dell’inconscio, che è psichico e pulsionale ma anche sociale e storico. Per contro, questa totalità organica si esprime sempre frammentariamente: non tutto emerge. In tali lacune, s’inserisce, appunto, Ercolani, il quale aggiunge il suo tessuto smagliato a quello dello scrittore russo. Non si perde trasparenza in questa sovrapposizione, ma si estende la parte di copertura, l’estensione dell’emerso.

Il rapporto con la verità è sempre presente, ma mai raggiunto; sicuramente intravisto: “Vorrei imporre silenzio al mio cuore. Ho sempre paura di non aver scritto altro che un sospiro mentre cercavo una verità”. D’altronde solo un’idea assoluta è vera, mentre l’arte ne è la presentazione nel sensibile. Se Ercolani afferma che “La bellezza e l’eternità esistono, ma forse non per noi” credo che alluda appunto all’assoluto non raggiungibile, di cui si vedono, però, le ombre sulle pareti della caverna.

Quel movimento incessante, che si svolge in siffatta scrittura, attesta di questa unione sempre differita. Il corpo ha una valenza possente nel testo, con i colpi di tosse, la febbre, le emozioni; chiede continuamente attenzione. Ercolani lo ausculta con grandissima cura e ne registra i sommovimenti, effettuando la stesura di “un racconto ineluttabile. Che sembra non essere stato scritto da nessuno, ma che doveva essere scritto. “Ineluttabile”. Nel dialogo a distanza fra scrittori, la lontananza non diviene estraneità ma annuncia l’impersonalità del soggetto.

Naturalmente la riflessione sulle parole altrui, che attraversando l’autore lo fanno passare da uno stato passivo ad uno attivo (ma questa suddivisione la tengo solo perché utile a comprendere il processo che avviene nel passaggio dal primo al secondo autore, cioè dalla lettura alla scrittura), gli apre, al contempo, le porte sul dominio della dimensione stilistica: “Alcuni capolavori, se irrealizzati, sconvolgono. Immagino gli appunti preparatori, le frasi accennate, gli schizzi, e non riesco a capire cosa sarebbe potuto accadere. In quel non capire comincio lentamente, attraverso mille dubbi, a ripensare forme e stili”. È in gioco la flessibilità del dire, che non deve mai irrigidirsi in concetto isolato, slegato. Deve piuttosto come fuggire di lato, restare in sospeso. Aperto.

(2020)

LA TRAPPOLA SPLENDIDA

Scrive Rainer Werner Fassbinder (1942-1978): «Sirk ha detto che il cinema è sangue, lacrime, violenza, odio, amore e morte e ha realizzato film di sangue e di lacrime, di violenza e di odio». L’amore del regista tedesco per i melodrammi potenti e originali di Douglas Sirk (nome d’arte del tedesco Hans Detlef Sierck) segna il suo destino di regista. Fassbinder è, nei suoi film sperimentali come in quelli più “popolari”, autore di melò potenti e funerei, dove “il vero è l’artificio”. Ma i suoi film hanno il potere di liberare la testa dello spettatore dai facili conformismi del sentire e del vedere. Ecco alcuni pensieri del regista sull’utopia del cinema, scritti nel 1981, un anno prima della morte.

Le lacrime amare di Petra von Kant

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Tutto è melodramma e non ci si può fare niente. Le lacrime amare di Petra von Kant: se questo non è un titolo da melò! Anche quando mi buco, è melodramma. Anche quando mi faccio fottere. Vorrei fare un film su Kleist: ammazzarsi in compagnia è sempre stato un bel sogno per me, una utopia potente. Ma c’è utopia e utopia. La mia estetica assume il pessimismo radicale come estrema speranza per l’uomo e i miei personaggi sono sempre sopraffatti dal desiderio. Si sbattono per andare oltre le cose. Anche fare un film significa sbattersi, essere forsennati come me. Quando giravo L’anno delle tredici lune sapevo di fare un’apologia del suicidio. Sgradevole, per molti benpensanti. Ma certo non posso amare chi invecchia e diventa un replicante di sé. Bisogna morire da vivi, non da morti. Ho amato Douglas Sirk perché da lui ho imparato molte cose sulla solitudine, perché le sue storie hanno luci innaturali e ombre impossibili, perché le sue inquadrature liberano la testa. Non fanno che ampliare e ingrandire la vita come strani fiori, come specchi giganti.

Io non voglio soccombere a facili scappatoie, non voglio adattarmi a irrilevanti rituali. Quando sarà il momento di lasciare questa terra, non ci sarà un nuovo film a consolarmi. Ma intanto tutti i film si agitano dentro di me con una brutalità inimmaginabile, anche quando stacco il telefono o ascolto l’Ottava di Mahler. Io non so che cosa sia vero e che cosa sia falso. Il solo vero che tollero è l’artificio della messinscena, quando tutto ha un significato, ed è il significato giusto. Il passato non esiste, nemmeno il presente, e quindi nemmeno il futuro. Quello che esiste lo decidiamo noi, quando fottiamo, quando mangiamo, quando siano in coma. La vita non smette di usarci come suoi specchi, e questa è la trappola splendida, il migliore degli inganni. Esercizio alla sbarra: verticale, salto mortale, chiusura riuscita. C’è altro? Forse solo la musica per clavicembalo in L’angelo sterminatore. Angoscia, prigione, merda, piscio, poi la biondina rifa il pezzo e tutti liberi, oplà.

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, 2010.

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Louis Bunuel, L’angelo sterminatore