POLVERE NEL BUIO. Mauro Ferrari

Graham Sutherland

**

III

E poi tornare, riaccendere un fuoco,

togliere la polvere dal tavolo e sentire

che qualunque cosa sia successo

o non successo, qualunque seme

di male abbia attecchito, è il segno che una vena

inumata al centro della terra sta salendo a noi

per preparare ancora e sempre un’apocalisse.

C’è un fremito che attraversa l’aria furiosa

di aprile o un tramonto mite di luglio,

e aspetta di diventare un corpo e un nome

per afferrare alle spalle d’improvviso

annunciando un inizio o una fine.

E nelle ossa senti l’avanzata di un esercito

possente e silenzioso, che nottetempo

muove e vince una battaglia, o la perde,

e torna in trincea impassibile e inesausto

raccogliendo le forze per farsi strada

nonostante noi, attraversandoci

ancora e sempre, adesso e mai.

*

V

Rientri nella vita come reduce

da un lungo sonno, tentando

ancora e ancora di tornare

ai volti e ai luoghi che sapevi,

gelido e impassibile come il metallo

e sai che tutto è immerso nell’oscurità

e lì persiste, immobile –

perché c’è stata un’ombra,

un’ombra non causata dalla luce,

emersa lentamente da quell’altra,

immensa, senza inizio e senza fine

che ha ingoiato il mondo.

Ti guardi le palme inutilmente,

gli occhi persi in una luce primordiale

che non dà contorni

– potesse ancora splendere la luce

vergine dei primi attimi innocenti.

Ti fermi; e lì sei solo,

stimando quello che sapevi

con infinito struggimento,

ad occhi asciutti per un mondo

che si è spento.

E nulla torna, nulla torna nei tuoi conti.

*

VII

Polvere nel buio

Succede che improvvisi nell’oscurità

si levino sussurri e da finestre chiuse

filtri un alito di luce a rivelare i passi

di una danza silenziosa, esplosa all’occhio

che cercava solo un po’ di quiete

e trova invece il buio che respira,

squarciato da un fendente luminoso;

allora intendi come ciò

che hai sempre avuto sotto gli occhi,

la materia vile della vita,

sia solo un abbagliante poco

dietro al quale si nascondono

rivelazioni oscure ed armonie esultanti

che solo per se stesse suonano,

frequenze inavvertibili per chi respira

fra sussurri ed urla, presagi

che nessun orecchio o mente

mai sarebbe decifrare.

*

XI

A cold coming we had of it

T.S. Eliot, Journey of the Magi

Un lungo inverno ci ha abitati,

di nebbie e gelo; chi azzoppato,

o cieco seguendo ciechi,

altri a tentoni, sordi e muti

dimenticati gli abbracci e il sorriso

ben oltre le rovine,

fuori dalla città impazzita

e via per la campagna marcia

verso quest’ultima visione

di un altro ghiaccio ma abitabile

sotto il delirio di una piramide di luce.

Un freddo ereditato dalle follie

ci abita, un’ombra

che ha solcato il male

per diventare amica delle insidie

che infidano la mente.

(Io so che esiste una libertà dalla vertigine,

che mille nude moltitudini

si affollano al mio recinto di tormenti e gioie –

lo apro, e lascio entrare quelle voci).

*

XII

Le voci dei padri un’eco,

un miraggio il fremito dei figli

nel loro maturare impervio;

nella distanza del profondo,

fra radici e tane,

dove il cielo è una lusinga,

è tutto un baccanale di fermenti

per un mondo nuovo che attende:

qualcosa affiora a fatica,

viene alla luce, questa accecante,

frontale che annulla i contorni,

e un attimo gioisce; sente il fresco

della terra sotto il piede, volge

attorno lo sguardo e cattura un orizzonte.

Altro si capovolge nell’infinitesimo

precipitando e radicando

dove il buio ha la sua legge:

fallirà di divenire e resterà chimera,

un sogno incandescente o un incubo

che torce i suoi conati eternamente.

Lassù, tra tuoni e fulmini

e dove gli alberi ti additano

un altissimo mancante, è il vuoto,

menzogne come fuochi che si estinguono-

IN UN PAESE BIANCO DI LUCE. Antonio Pibiri

Sul davanzale beccheggia una foglia

Animale irrequieto t’impalpebra

di piccole molestie, edema fino a dirsi

la pietra lucente di morte

la pietra del mai provvido amore

e l’onda che riporta da sprigioni il simbolo

perpetuamente a sé

in un paese bianco di luce o sotto

un seno coperto o non lecito

e fuori gli imprimati…

e il bianco arrossa gli embrici

sugli stelluti bastioni di Antibes

al sole una guancia

nella stretta d’acque marce

la parte tonda del sasso

scalda l’altra

(Le Fort Carré, a Nicolas de Staël)

CON I MODI E I TEMPI GIUSTI. Piero Zino

Elio [Fröhlich n.d.c.] mi ha comunicato che Robert Walser è morto. È giusto in fondo che sia stato lui a darmene notizia, in quanto più di ogni altro era al corrente di quale fosse il mio legame con quell’uomo schivo e affabile, dotato di una irrequietezza così pacata da farlo sembrare all’apparenza come tanti, sotto la quale si nascondevano le doti del genio. Ignoro i dettagli di un evento che ha provocato in me un dolore enorme. Ho saputo soltanto che il corpo è stato trovato riverso sulla neve il pomeriggio dello scorso Natale da due ragazzini a Herisau, nelle vicinanze della clinica per malattie mentali della quale era ospite ormai da oltre vent’anni. La nostra cara Svizzera non si è mai curata di nessuno, all’infuori di coloro che affidano alle banche i loro conti cospicui; ciò forse spiega il motivo per cui le donazioni che faccio in favore di quegli artisti che versano in precarie condizioni economiche e che cerco in tutti i modi di fare sì che restino sotto traccia vengano, non appena scoperte, sbandierate dai giornali e lodate dai politici più infimi, che nel Paese sono la stragrande maggioranza. Di seguito presento queste righe buttate giù in fretta nei giorni successivi alla sua scomparsa, più per avere l’illusione che egli sia ancora tra noi che per un qualsivoglia intento letterario (*). Ho ritenuto di aggiungere cinque brevi prose che Walser si suppone abbia scritte poco prima del ricovero in clinica voluto, è bene sottolinearlo, da lui stesso con fermezza irremovibile. Da allora ha usato carta e penna esclusivamente per tenere aggiornati gli elenchi dei pazienti, inserendo con meticolosità il giorno e l’ora dell’ingresso in clinica, mentre i nomi dei deceduti di solito li racchiudeva in una nuvoletta. Le ho ricopiate battendole a macchina, in quanto la loro grafia è talmente minuscola da renderne quasi impossibile la lettura ad un occhio appena meno che esperto.

Carl Seelig

Zurigo, gennaio 1957

***

Ricordo che Walser è stato sempre un instancabile camminatore. Una volta – allora eravamo soliti intraprendere lunghe escursioni -, colsi il suo sguardo fissare l’orologio sulla cima del campanile, all’ingresso di un paese. Eravamo giunti fin lì dopo avere attraversato diverse vallate poste fra le montagne, le cui cime sbucavano a tratti dalle nubi. Osservando da vicino il mio compagno di viaggio, notai quanto il colletto della camicia fosse troppo largo intorno al suo collo incartapecorito: a quell’epoca Walser aveva circa settantacinque anni. Alla domanda sul perché fosse così attratto da quell’orologio, mi rispose di aver vissuto quell’istante già un’infinità di volte e che la cosa si sarebbe potuta ripetere all’infinito. Biascicava le parole e il suo volto esprimeva una mescolanza di stupore e di tranquilla ebetudine. “Voglio annunciare questo momento – riprese a dire dopo una pausa piuttosto lunga – anche se in minuscolo, con l’inchiostro sbiadito, con tutto il pudore necessario. Non posso fare a meno di dichiarare che sono io a sentirlo, e che è mio, soltanto mio.”

La volta in cui gli chiesi di suo fratello, lì per lì fece finta di non capire distogliendo lo sguardo dal mio e fissando un punto indistinto in direzione dell’orizzonte. Poi, come riscossosi dal torpore, iniziò a parlare. – “Karl è nato appena un anno prima di me, ma noi due siamo così diversi che nessuno potrebbe lontanamente immaginarci come fratelli. Pensiamo e agiamo come se provenissimo da due mondi sconosciuti l’uno all’altro. Riguardo all’agire, il più delle volte prende delle decisioni a dir poco stravaganti, come quando, quasi dall’oggi al domani, decise di partire per il Giappone. Voleva a tutti i costi portarmi con sé, in quanto convinto che un viaggio del genere mi avrebbe giovato, senza però spiegarmene i motivi. Naturalmente non ci fu verso di convincermi. Ricordo che per tagliar corto gli dissi: ‘cosa cambia se facciamo una cosa piuttosto che un’altra, se restiamo in un posto o andiamo altrove. Se adesso, per esempio, rimaniamo seduti o ci alziamo per prendere quella brocca d’acqua’. Ha disegnato delle tavole a corredo di un paio di miei libri. Pur essendo dei semplici bozzetti, tuttavia non mi dispiacquero. Nemmeno, però, li consideravo così indispensabili. Mio fratello è una persona molto insistente e, quando ci si mette, diventa insopportabile. Per togliermelo di torno gli suggerii di farne l’uso che voleva e che, comunque, era stato gentile da parte sua interessarsi ai miei racconti. D’altronde è pur sempre mio fratello”.

Dal luglio 1933 fino al termine della sua vita Walser soggiornò come paziente in una clinica per malattie mentali nella cittadina di Herisau, dalla quale si allontanava soltanto il tempo necessario per intraprendere lunghe passeggiate sui sentieri dell’Appenzell, nel Cantone di San Gallo. Durante le sue frequenti escursioni Walser non si preoccupava di calcolare il tempo che lo separava dal ritorno alla clinica. L’orologio che portava inseparabilmente al polso gli serviva solo per decidere che era venuto il momento di una sosta in uno dei tanti villaggi che punteggiavano le vallate circondate dai boschi. È probabile, del resto, che nessuno badasse più di tanto alle sue assenze, che potevano protrarsi anche per giornate intere. Si fermava volentieri nelle trattorie e, in più di una occasione, fu notato mentre offriva mandorle ai bambini lungo le vie, sempre che nelle vicinanze ci fossero i genitori. Nella scelta dei luoghi e dei cibi Walser sembrava avere un istinto di autoregolazione. Se le passeggiate erano lunghe consumava carne in abbondanza, ma non i bolliti unti e grassi che diminuiscono la resistenza e appesantiscono la digestione. La cena, invece, era quasi sempre leggera, in quanto il riposo notturno non doveva essere turbato da sogni tormentati. L’aria, infine, che egli amava respirare era quella incontaminata della montagna. Soltanto i silenzi che pervadono le grandi altezze permettono di prendere congedo dal vociare indistinto e petulante che circola tra gli uomini. Per lui, come forse per pochi altri, risuonano dense di significato le parole di Nietzsche contenute in Ecce homo: “come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole. In verità, Zarathustra è un vento vigoroso contro tutte le bassure.” Si può ben dire che Walser abbia scritto e camminato con instancabile energia, al punto che queste due attività hanno finito per formare una unità inscindibile. Due sentieri lunghi e faticosi che alla fine sono confluiti in una strada più ampia, in fondo alla quale si apre bel panorama.

Sul finire dell’ultimo Natale il corpo senza vita di Walser giaceva nella sua stanza. Ormai da alcune ore si era fatto buio, gli ospiti avevano già cenato e molti di loro si erano ritirati nelle rispettive camere. Erano rimaste solamente tre o quattro persone accanto al letto, in una strana veglia funebre in cui nessuno pregava. In piedi vicino alla porta stava immobile un anziano inserviente che prestava servizio da oltre vent’anni, più o meno da quando Walser era giunto alla clinica accompagnato dalla sorella, con il fermo proposito di farvisi ricoverare. I dialoghi tra loro in tutto quel tempo erano stati pochi, ma qualche ricordo gli era rimasto. Come quando gli diede una copia scritta a mano – Walser non voleva usare la macchina da scrivere – di un suo racconto in cambio di una manciata di mandorle, per le quali andava pazzo e che portava sempre in tasca durante le passeggiate. Ne ricordava piuttosto bene il contenuto, forse perché parlava di uno scrittore vissuto oltre un secolo prima e che aveva anche lui la testa fuori posto. Il tipo in questione aveva risieduto per qualche tempo in una località che sorge sull’omonimo lago di Thun, nel cantone bernese, e vi aveva trascorso giornate dapprima tranquille e perfino serene, ma in seguito piene di ansia e disperazione. In preda a crisi nervose talmente forti da farlo tremare dalla testa ai piedi, finalmente un giorno arrivò la sorella a portarlo via a bordo di una carrozza e del poveretto non si seppe più nulla. Il racconto terminava in pratica con quel congedo, che assomigliava di più a un tragitto verso luoghi popolati di ombre e di fantasmi. L’uomo si era anche un pochino documentato sulla vicenda, scoprendo che quello scrittore era esistito per davvero, che si chiamava Kleist e che, dopo altri tormenti, aveva deciso di farla finita sparandosi al cuore. – Con i modi e i tempi giusti – mormorò tra sé, dopo aver dato un’ultima occhiata al cadavere disteso nella stanza.

***

Maghi

A differenza di quanto avveniva un tempo, nelle età più oscure, quando gli uomini vivevano immersi in riti occulti e talvolta spaventosi i maghi odierni non si riconoscono tanto facilmente. Non indossano mantelli lunghi e sgargianti, non portano i cappelli a punta e la bacchetta la tengono chiusa in un cassetto. Hanno tolto gli arredi dagli antri, e i vecchi saggi non scagliano più invettive contro di loro. Oggi i maghi si mimetizzano così bene fra la gente, che nessuno riesce quasi più a riconoscerli e a smascherarne gli intrighi. Agiscono per lo più senza il minimo disturbo, travestiti da netturbini o da impiegati. L’altro giorno deve essercene stato uno seduto alla scrivania accanto a me: sbirciava con occhietti maligni sulle mie carte. Allora io, con la scusa di dover fare una commissione per conto del signor Albert, mi sono alzato e me ne sono andato. Hanno seguaci in ogni angolo della terra; le loro pozioni viaggiano perfino con la posta aerea e le loro formule vengono recitate di nascosto anche dai bambini. Esiste un modo per catturarli (una volta afferrati si possono fare a pezzettini come fossero di carta), ma richiede molta pazienza. Occorre infatti restare immobili ai bordi dei fili, sfidando le ore più calde della giornata. Quando un mago vi resta impigliato, il suo corpo emana però un fetore tale da indurre a rinunciare alle successive catture.

Una gita domenicale

Il giovane Fadera quella mattina si era alzato molto presto, quando dalla finestra della sua stanza non filtrava ancora un raggio di luce. La mamma gli aveva fatto trovare la colazione pronta sul tavolo della cucina e poi evidentemente era tornata a letto. “In fondo è domenica per tutti, e non solo per me” – pensava con un sorriso. Libero dagli impegni a volte gravosi dell’ufficio, aveva deciso di fare un viaggio su una delle mongolfiere che da lì a un’ora si sarebbero levate dal prato che distava solo qualche centinaio di metri da casa sua. Aveva visto quei grossi palloni di tela variopinta levarsi in volo spinti dall’aria calda e solcare il cielo azzurro e, da allora, non si era più tolta dalla testa l’idea di salirci almeno una volta. “Non ho mai sofferto le vertigini, neppure quella volta che il nonno mi fece salire sugli alberi di prugne perché le raccogliessi insieme a lui”. Questo pensiero gli aveva suscitato un altro sorrisino. Ed eccolo finalmente in mezzo a un gruppetto di persone, pronte a entrare nella grande cesta che li avrebbe condotti a solcare gli angoli più luminosi del cielo mattutino, non ancora del tutto liberatosi dai fantasmi della notte. A bordo era salita insieme a lui una famigliola composta, oltre che dai genitori, da una fanciulla sorridente. Erano già in alto da alcuni minuti e nessuno diceva niente: tutti erano intenti a guardare verso il basso da dove emergevano, nel pallore delle prime luci dell’alba, i profili dei campanili con le loro guglie appuntite, le stradine dei villaggi che sfioravano i perimetri dei cortili mentre, in lontananza, il corso dell’Elba sfavillava delle luci emesse dai lampioni ancora accesi. Tutto ciò andò avanti ancora per qualche tempo quando, all’improvviso, alla giovane si era alterata la voce dallo spavento mentre stringeva con forza il braccio di sua madre: “Guardate quella grossa nube che ci sta venendo incontro!”. Era proprio una nuvola di un grigio molto scuro quella che vide anche Fadera, e un po’ ne fu preoccupato. La mongolfiera procedeva dritta proprio in quella direzione e ne venne avvolta. In un attimo tutto precipitò in un buio così fitto che anche le funi dei tiranti quasi non si scorgevano. Ad un tratto il giovane sentì il fianco della ragazza accostarglisi delicatamente e la mano di lei afferrare la sua con un vigore inusitato. Egli non seppe dire quanto durò quel momento, né se fosse stata l’improvvisa oscillazione della cesta a creare il contatto fra i loro corpi. Sta di fatto che appena uscirono dalla nube le posture tornarono ad essere quelle di prima e gli sguardi puntavano nuovamente incuriositi verso il basso, come se nulla fosse accaduto. Rimesso piede a terra, Fadera passò il resto della giornata a domandarsi se era il caso di raccontare quell’avventura ai suoi colleghi in ufficio la mattina seguente.

Un profeta

C’è un profeta in piedi su una cassa. Vuole a tutti i costi che la gente lì attorno lo ascolti. Agita le braccia e impreca di continuo. Resta in bilico su una gamba, poi sull’altra, proprio come un bravo ballerino. Non senza sforzo, però: lo si capisce dalle smorfie che fa. All’improvviso arriva qualcuno dal deserto e lo afferra con forza. In molti l’hanno visto dimenarsi mentre urlava di essere stato lui ad aver inventato il golf, e che la folla era paragonabile a una fogna.

Zarathustra paesano

L’aria di montagna è di gran lunga più salutare di quella che si respira in campagna: così almeno la pensavo un tempo. Sì, perché ho vissuto lunghi anni in una caverna nascosta fra le cime più inaccessibili e circondato da animali che a volte scambiavo per esseri umani. Mi sembrava di padroneggiare il mondo intero da lassù e, quando scendevo in mezzo alla civiltà, era soltanto perché non volevo che la gente pensasse che avessi troppi grilli per la testa. Una sera d’autunno entrai in una taverna, allo scopo di avvicinarmi alle abitudini delle persone semplici. Ah, quale non fu la mia sorpresa quando vidi della gente raccolta intorno ai tavoli a parlare allegramente! Dai gesti e dalle gentili parole si capiva che la loro gioia era autentica, pur se si esprimeva in modi molto contenuti e aggraziati. Se qualcuno, forse preso dalla foga del discorso, alzava un po’ troppo la voce, gli altri lo guardavano con una espressione di delicato rimprovero, e in un attimo tutto ritornava tranquillo come prima. I bambini poi costituivano la parte migliore di quella piccola comunità. Si rincorrevano sotto lo sguardo indulgente delle loro madri, senza mai uno screzio o un litigio che turbasse i loro giochi. “È questa la vita di campagna? – mi lasciai scappare di bocca, e per un attimo ebbi timore che qualcuno mi avesse sentito; capii però che nessuno sembrava essersi neppure accorto della mia presenza. Quando uno di quei bimbi si fermò accanto al mio tavolino e con uno bel sorrisetto mi offrì il dolcetto che aveva tra le mani, quasi fui colto dal pianto. Avevo vissuto per un tempo immemorabile nella più nera solitudine in attesa che qualcuno venisse ad apprendere la mia presunta saggezza, convinto che ciò potesse renderlo un essere perfetto. Quando ci ripenso, ora che sono stato accolto fra questa gente come se fossi da sempre uno di loro, non posso fare altro che riderci sopra.

Un regalo inatteso

Una penna di per sé non ha grande valore, soprattutto se non ha il pennino d’oro e il cappuccio di madreperla, ma è facile capire che per uno scrittore le cose stanno in modo alquanto diverso. Egli ne deve avere a centinaia (è risaputo quanto siano i numeri che una persona dà, piuttosto che gli aggettivi che le vengono attribuiti, a connotarne nel modo più preciso e consolidato il carattere), quando decide di cambiare stile alla sua prosa, conviene che scriva con la punta alla rovescia per renderla più convincente. La carta, poi, è necessario che sia di spessore e porosità diversi, come le frasi che restano alla superficie e si dileguano appena pronunciate, al contrario di quelle che invece si imprimono nell’animo di chi le ascolta e non è detto che abbiano effetti benefici. Ma adesso parliamo un po’ della penna che sta qui sulla mia scrivania e che è arrivata con la posta di stamattina. È senza dubbio un regalo: lo si può dedurre dal biglietto inserito nell’astuccio, anche se il nome e l’indirizzo del mittente restano per me avvolti nel mistero, al pari di tutto ciò che mi sta attorno ma che, sia bene inteso, non mi opprime. Colui, anzi, a ben guardare, colei che me l’ha inviata saprà certamente chi sono e avrà pur qualche ricordo di me, all’opposto di me che non ho alcun ricordo di lei. Ora che ci penso, potrei scrivere alcune pagine, se non migliaia, sul conto della sconosciuta. Dovrò pertanto intraprendere un’opera monumentale su di lei servendomi com’è ovvio di questa penna per descrivere i passaggi più intimi e toccanti, si intende dopo aver deciso il nome da affibbiarle. Avendo però necessità di scrivere altre decine se non addirittura centinaia di opere nei prossimi giorni, dovrò per forza accantonare questo progetto almeno fino a quando non avrò fatto rientro dalla passeggiata.

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*Frutto dell’amicizia fra Carl Seelig e Robert Walser è Passeggiate con Robert Walser, edito in Italia da Adelphi nel 1981.

PER “EQUIPAGGIO FANTASMA”. Giorgio Mobili letto da Silvia Comoglio

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Equipaggio fantasma, l’ultima raccolta di Giorgio Mobili pubblicata dalla casa editrici Fili d’aquilone nel 2026, custodisce già nel titolo una chiave di lettura. “Equipaggio” suggerisce una comunità in viaggio, una pluralità di presenze legate da una stessa rotta, ma “fantasma” introduce subito uno scarto decisivo, una condizione di assenza o di sopravvivenza attenuata. Nei testi, infatti, non emerge mai un io pienamente radicato né un noi stabile: i soggetti appaiono piuttosto come tracce, figure in transito tra tempi, spazi e persino versioni alternative della realtà. Più che vivere, sembrano orbitare, e allora il viaggio evocato dal titolo non si presenta lineare né progressivo ma disseminato, come se ogni poesia fosse il frammento di una rotta continuamente interrotta e riscritta.

Questa idea di dispersione si riflette poi nella struttura complessiva della raccolta. I testi non costruiscono un percorso narrativo unitario, ma una costellazione di scene: hotel, aeroporti, cosmodromi, tunnel, città svuotate, stanze che si moltiplicano, tutti luoghi di passaggio o di sospensione, mai veri approdi. Ne deriva così l’impressione di una realtà che ha perso il proprio centro di gravità: l’“equipaggio” è fantasma anche perché non ha più una nave definita, o forse ne ha troppe, muovendosi tra relitti di sistemi – storici affettivi cognitivi – ormai dismessi.

È proprio a questo punto che il linguaggio rivela la sua funzione decisiva. Giorgio Mobili lavora per attrito, accostando registri alti e bassi, termini tecnico-scientifici (multiverso, raggi gamma, episteme) a elementi quotidiani o apparentemente banali (il Campari, il gelato al pistacchio, la sbobba d’albergo). Una giustapposizione, questa, che finisce con il generare uno straniamento continuo dal momento che il lessico scientifico non chiarisce il mondo ma ne sottolinea l’opacità, mentre il quotidiano perde la propria familiarità, come se fosse già un reperto.

Ne emerge una lingua che potremmo definire “post-esperienziale”, capace di registrare ciò che resta quando categorie fondamentali come tempo, identità e storia non funzionano più in modo affidabile. Non a caso, proprio il tempo è uno dei nuclei più instabili della raccolta. Progressivamente ci si accorge che la temporalità lineare si incrina: il tempo si sdoppia, si inceppa, diventa reversibile o simultaneo. Passato e futuro si contaminano, i ricordi hanno lo stesso statuto delle proiezioni e le scelte sembrano negazioni retroattive di ciò che è già stato. In questa prospettiva si possono intravedere echi che vanno da Bergson, con la sua idea di durata come flusso continuo, fino a certe riflessioni contemporanee sul possibile e sul multiverso.

Ma al di là dei riferimenti teorici ciò che emerge è una condizione esistenziale precisa: il soggetto non è più padrone della propria storia ma spettatore di varianti che scorrono accanto a lui. Questa perdita di centralità si lega a un’altra dimensione ricorrente, quella del simulacro. Molte scene sembrano copie di copie, ambienti ricostruiti, set abbandonati dove la realtà appare come qualcosa di già mediato, di già visto, la replica di qualcosa di già accaduto, un già accaduto che si rivela perdita concreta di un’origine o una “stanza primigenia” in cui ci si scopre dimenticati.

All’interno di questo scenario diventa particolarmente significativo il rapporto con lo sguardo, e non a caso considerando che Giorgio Mobili è anche fotografo con una solida conoscenza cinematografica. Le poesie infatti funzionano spesso come inquadrature: tagli improvvisi, cambi di fuoco, dettagli isolati che rimandano a un fuori campo più ampio.

Più che descrivere la scrittura di Giorgio Mobili monta immagini. Alcuni passaggi sembrano veri e propri jump cut, in cui si passa senza transizione dall’intimo al cosmico, dal ricordo personale alla visione tecnologica. Anche la luce assume un valore strutturante, come in fotografia: finestre che grondano luminosità, prospettive aeree, controluce emotivi che definiscono la scena più delle azioni stesse.

Ma, attenzione, fotografia e cinema sono qui non soltanto una questione di tecnica visiva, ma anche di atmosfera e di concezione della realtà. Set, registi assenti, comparse: tutto contribuisce a suggerire che il mondo sia già una messa in scena, o forse il residuo di una messa in scena abbandonata. I personaggi non si limitano a vivere, ma sembrano guardarsi vivere, come se ogni esperienza fosse già stata filtrata da uno schermo e in questo slittamento si intensifica la sensazione di enigma e straniamento criptico che attraversa l’intera raccolta.

Equipaggio fantasma mette così in scena una condizione contemporanea riconoscibile: quella di soggetti immersi in un eccesso di possibilità – tecnologiche temporali narrative – che però non si traduce in libertà, ma in dispersione. E il fantasma non è soltanto ciò che sopravvive alla perdita, ma anche ciò che non riesce più a incarnarsi in una forma stabile, mentre l’equipaggio, pur continuando a muoversi, non condivide più una destinazione: resta una comunità intermittente, fatta di traiettorie che si incrociano, si sfiorano e infine si perdono nello spazio aperto di un universo sempre più difficile da abitare ma a cui dare, o fingere di dare, comunque una possibilità.

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Promenade

Sorseggi un Campari

mentre osservi le torri bruciare

a salvo dal rientro di fiamma:

tra i ranghi della Neue Zelle

resti un numero primo

divisibile solo per te stessa.

Ma poi, nei giorni ruggini,

so che ripensi alla vecchia Promenade…

Sorvolo a bassa quota

con l’hovercraft le cave smesse.

Paleontologo di storie altrui

pettino i resti che trovo

e per un fiasco di vino

li passo ai raggi gamma.

E poi, nei giorni ruggini,

ripenso alla nostra Promenade:

ai bagni di sole,

ai colpi di freddo,

alle notturne futili orditure

contro le stelle.

*

Sentimento del buio

Certe sere il rimosso nell’aria ci fa

diffidare di vivere

e oltrepassato il trono di semafori

si scivola in un buio denso in cui nulla

serba la sua forma.

Ma non può finire così

e fingiamo – un’altra occasione

un favore che abbiamo da spendere.

Con pioggia o bel tempo restiamo sotto obbligo

stretto d’omaggio

e dove più strette ci incatenano

le cose appaiono disposte

a ogni intenzione.

Ma non può finire qui

finché chiama – un’altra occasione

un servigio che abbiamo da rendere.

IN FORMA DI SOGNO. Taccuino bianco

Un libro come Taccuino Bianco di Francesca Marica (Anterem, Verona 2025), corredato da un disegno di Francesco Onida e da tre collages dell’autrice, sorprende per la classicità della prosodia, dove respiro visionario e consapevolezza formale si intrecciano.

“L’ago affonda nella carne, la trapassa da parte a parte.

Le città sembrano balene e le certezze sono racchiuse in pochi attimi.

Non voglio un vestito di larve: la nostra è una complicità che esiste prima nel

pensiero, non c’è bisogno di fare troppo rumore.

Ti confesso una cosa nell’orecchio: un tempo sono stata una

ragazza, una tigre, un uccello marino, una dea con mille mani e penetranti premure”

Perché Taccuino Bianco? Perché il bianco è il colore della molteplicità, e si associa a simboli diversi: la purezza, l’innocenza, la rinascita, il lutto. I testi, scritti fra il 2019 e il 2023, sono trascrizioni fedeli di alcuni sogni. Scrive l’autrice: “Il Taccuino bianco è un libro dell’inconscio, scritto dall’inconscio, le sue pagine si muovono al di fuori del pieno controllo della coscienza”.

Se vediamo alcune pagine del libro, prima ancora di leggere/capire il senso e il suono, scopriamo delle prose che hanno il potere di apparire riversate sul foglio in un magico abbandono, in una ipnotica trance.

“Fu allora che tramontò in lui un sogno lontano.

Il dubbio di averlo incontrato in un gelido inverno, nella veste di spietato

avvelenatore di anime, non trovò mai conferma. Sulle iscrizioni del tempo

qualcuno descrisse la curiosa circostanza della nube di cavallette che seguì

il corteo fino a quando le sue ceneri vennero abbandonate a pelo d’acqua.

Il rokh è un uccello così grande e potente che può trasportare un elefante

adulto per aria per molte miglia senza accusare il minimo segno di fatica.

Solo quando si stanca, arresta il volo e lascia cadere la preda a terra.

In quell’istante sarà possibile vedere il rokh scendere in picchiata sulla

carcassa disfatta nutrendosene a suo piacimento, senza alcun dispiacere /”

Queste prose sono dei sogni trascritti sulla pagina, ma questi sogni sono anche dei pensieri. Il poeta deve, oggi, essere portavoce di un’idea complessa e stratificata di poesia, e trovare il suo ritmo deviando per strade diverse, metricamente complesse.

/ Una volta ha fatto una cosa inaspettata. Ma me la sono meritata. Gli ho fatto

una carezza e lui ha ringhiato. E ho commesso l’errore di insistere. Lui ha fatto

un balzo che proveniva dalle sue profondità selvagge di lupo e mi ha morso la bocca /

L’animale non è una macchina come sosteneva Cartesio; è piuttosto un essere

vivente con una sua soggettività. Il lupo rappresenta tradizionalmente gli

istinti, l’impero dei sensi. Gli antichi vedevano in Sirio la

Stella del lupo; la Stella che guidava il viaggio nel mondo degli spiriti lungo la Via Lattea.

Ricordi la donna con il lupo nella gola? È nella poesia sui confini e sull’Isola.

Le isole racchiudono il segreto della mia malinconia.

Accogli questa mia confidenza con rispetto, impara a conoscermi dai dettagli – -”

Non è possibile prevedere i movimenti di questa poesia. Ha sussulti sensuali, tensioni astrali, è cosmogonica, eretica, erotica. Ci si affida alle sue sequenze musicali come ai capricci di una rapsodia o a certi notturni dei Quartetti bartokiani: Due mondi – e io vengo dall’altro – Cristina Campo così viene citata in epigrafe. Chi legge è invitato a improvvisare con l’autrice, a lanciare con lei l’àlea del gioco. Sorprende, ma non troppo, che il flusso scrittorio di Taccuino Bianco non segua una rotta definita ma si affidi alla natura stessa del sogno, come un pittore informale alle sue macchie, che hanno e non hanno un senso: sono sospensioni aeree o zampilli liquidi.

“Ha sogni infantili dimenticati, impegna un regno che non possiede, cede alla

lusinga dell’astrazione. Lei è la Regina di una terra che non è stata promessa.

Datemi un oceano in cambio del mio sogno, dice.

Per non annegare si gonfia, diventa un fantoccio di pezza tra le mani di un

vecchio mestierante. Come Antigone cerca il rispetto dell’ombra, un dono che

le ispiri il viaggio. Solo la notte trova pace, la notte è il suo varco di coscienza/”

Non c’è pagina di Francesca Marica che non sia abitata dal mito. “L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi” scrive Ovidio in Le Metamorfosi. Ma il mito qui non spalanca porte, non offre chiavi: è allusione a “una terra che non è stata promessa”. L’oceano al posto di un sogno è l’unico dono possibile, il varco di coscienza.

“L’uomo dei lupi osserva.

C’è qualcosa di non umano in lei, qualcosa che fa scappare le bestie.

Si sono incontrati in un mese senza nome, lei era preparata a perderlo sin da quell’incontro. Dal mare arrivava una voce di rovina.

Forse davvero occorre precipitare per cambiare, per capire…

Sente un dolore improvviso: ha la testa pesante, piena d’acqua.

Le sue mascelle sono pronte a divorare tutti i figli ma lui

le resta accanto, lui

non la vuole abbandonare. / Qui non ci sono serpenti, qui non arriva il terrore

– E se anche domani si presentasse l’Uomo della Legge, stai tranquilla, penserò io

a sistemare ogni cosa”

Chi vuole parlare di Taccuino Bianco ha un varco aperto: scrivere in mezzo al libro, da lettore diventare autore per il tempo della lettura, vagare fra i corsivi (“sibili” o “urli” che siano), fantasticare fra sonno e veglia con le parole che gli vengono offerte dall’autrice come sortilegi, maschere, feticci, luci nel buio.

Leggevo la mia sorte nei tuoi occhi, scrive Kafka a Milena in una lettera.

Un sabato, a distanza di mesi, le confessa: Questa notte ho ucciso per amor tuo,

è stato un sogno arruffato, una notte brutta. Non saprei dirne niente di più preciso.

Lui, uno spettro tra corpi reali conosceva l’ombra delle parole e tutti i loro

significati oscuri. Bisogna starsene quieti altrimenti si corre il rischio di morire

per davvero – tuona una voce fuori campo. Cala il sipario, il primo attore

affonda nella maschera di scena fino a scomparire. Il suo volto è interamente

coperto da biacca. Nessuno domani andrà in scena”

Alla fine nessuno andrà in scena, perché non ci sono commedie da rappresentare. Forse un delitto in sogno. Ma forse. Tutto il libro non ci offre appigli, tesi, significati. Costringe, come l’Angelus Novus di Klee, a una torsione dello sguardo, tanto seria quanto buffa. Ci prende e ci lascia come fanno spesso le avventure dei sogni. I sogni, spesso, non vanno interpretati ma ascoltati: non sono tracce di biografia ma di quella oto-biografia – come suggerisce Jacques Derrida – che indica un flusso che va dalla bocca dell’uno all’orecchio dell’altro. Qui l’ombra delle parole, gli spettri dei corpi, ci avvincono, con nella bocca quell’esile tono che ci scolpisce e restituisce al nostro dire non tanto il ritmo dei versi quanto il loro allacciarsi, svincolarsi, deformarsi, esistere, come gocce disperse nei flussi. Francesca Marica non propone Taccuino Bianco come rifugio di bellezza (e nei suoi versi la bellezza esiste) ma come tenda traversata dai venti, tenda-duna che consente di abitare e di fuggire, contemporaneamente. Leggere questa poesia è un’esperienza che sottrae al “già-visto”, al “già-sentito”, che ci informa di una percezione-desiderio che ha un suo impulso nomadico.

Resta aperta la domanda: se il poeta debba appartenere al suo tempo o essere un procreatore dei tempi. La risposta è tautologica: il poeta lo crea, il suo tempo, e vibra in sintonia con chi lo ha preceduto e con chi lo seguirà non essendo contemporaneo a nessuno. Nessuna nuova poesia è narrativa, mitopoietica, orfica, minimalista: deve persuadere/sorprendere il lettore come una galassia polisemica, composta di stelle note e di stelle ignote. Osserva l’autrice: «Non è che il Taccuino non segua una rotta o si abbandoni al caos, al contrario la suggerisce quella rotta disseminando indizi e zampilli, attingendo al mito e al sacro come lingua comune tra chi legge e scrive. Lingua che funziona come codice, come chiave di accesso. Il Taccuino non accarezza il lettore, non lo vuole rassicurare. Gli chiede piuttosto di abbandonare gli strumenti noti di interpretazione del mondo e del reale per abbandonarsi anch’egli a uno stato di ipnosi e di trance dove ogni cosa può essere riscritta, riveduta (o forse, vista per la prima volta) e quindi risignificata». (M.E.)

UNA FORMA DI COMBATTIMENTO. Serena Dibiase

Giovanni Castiglia, Reliquia di mare

I

porte che saltano, e gole. mia madre che vive con me in un bunker mi chiede di buttare veleno sul pavimento. quando mi sveglio, l’apnea dei luoghi sotterranei. ed elicotteri. c’è un cielo, dice mia madre, un cielo divelto.

la zona di casa ha un odore di braci e mare. il coltello lasciato sul piano rafforza l’immagine del cielo. ogni volta che parlo, lei parla sopra ogni finire di frase per ricordarsi cosa dico. si sono aperte le guance per complicazioni. ora la faccia è un collasso e la pancia un campo grigio assunto dal marmo. risacca. davanti all’acqua si ferma. nell’acqua l’aria si ferma. anche se il desiderio di aria la porta a vivere ma senza ossigenare la lingua. ancora parla sopra chi le parla. non è continuare a sostare nell’aria che rende la carne una zona viva. la porta non è stata più chiusa e la voce si è ripetuta fino a levigarsi. Un marmo dove lasciare fiori. la giovinezza reale è un’infinita fine.

la tavola è ancora preparata dietro di noi. poi la polvere poi la guerra che fa lasciare le stanze. è un crepitio. una parola dolce dentro il boato. lasciami prendere la collana, l’ametista. lasciami prendere un amuleto nella morte, dice, un oggetto che finisce nelle mani. come il semplice diventa semplice. Un ricordo di guerra è sempre dentro la carne. c’è un punto che ricorda più di altri poi si dipana. c’è un punto di estrema memoria che non si deteriora. è un fiore sul marmo. lei finisce il cibo con la voracità della fine di tutto. prima era il contrario sempre nella fine di tutto. non si torna indietro a guardare. sbaglia la strada perché la strada era sempre quella di un’altra.

II

il buco degli occhi è riempito di terra. lei vede attraverso la gola. emette suoni cosi acuti che entrano, non restano mai fuori. perfora e beve acqua prima del viaggio. che fine faranno quelle bambine con la terra dentro negli occhi. con tutta quella terra. e in pigiama in quel crollo. poi nelle mani resta l’unica capacità di fare impronta col suolo farsi strada, a livello delle serpi. poi delle parole finisce il senso ne comincia un altro più devoto alle armi. non cede agli stimoli del bagno per scrivere tutto il retinico paesaggio. quel suo paesaggio quel fiume strozzato di polvere. le ciglia dei bambini che corrono. Hai sentito, è come un aereo che sfiora la punta della testa. trattiene tutto continua risale e poi osserva con la gola. un altro acuto per spostare la nebbia poi un verso catacombale per registrare la profondità del pozzo. un forte sentimento nazionale. liquefatto sì. camminarci dall’interno. c’era il campo e c’era la coperta del campo. la coperta le ricordava il sonno con la porta chiusa e poi la sveglia di un giorno normale che si è divorato il volto e tutte le pelvi. per sempre. come a dire si è divaricata per sempre tirandosi giù. e la mano che la portava nel mucchio.

III

infine il giorno non soffre è un respiro molto folto che le comanda di tenersi su come un fuso. Sì, impenetrabile ma non è finita. brucia in fondo lungo la strada divampa ancora la guerra illumina tutto nella sua sillabazione. è un paese unico dicono, un paese ma anche delle membra. è un paese ma anche delle cellule. è un paese ma anche della fame o del fingere di procreare. la creatura della fossa e della voce. la giovinezza si prende il grilletto, una specie di nascondiglio. lei incontra un campo e racconta per sé gli oggetti che mancano. sembra una coperta il suo palato

IV

dice, la fedeltà a un’alba intoccabile, ma solo a questa. il resto si confessa in determinati vicoli. Per l’amore dice, un rimando mitologico per tramandare il senso scolastico. nel paese ci sono queste forme che rimandano ad altre forme di prima. è obsoleta la voce quando parla di amore. ma non degrada.

anche l’espressione è un modo per far regredire il cancro. a parte le medicine. a parte la pulizia la routine la radioterapia gli ospedali che diventano case con tutti i tubi e i libri di scarto del paese. Il cancro è dentro la guerra che è dentro il cancro. la riunione sociale decide che chi scrive fa dilatare gli sfinteri. è una transizione conosciuta. la bomba che salta sotto un’auto alcune donne morte ammazzate dalla fissazione mitologica.

V

dare delle mani alla madre è un alimento abnorme. poi comunque non manca di esserci uno spazio vuoto, dopo il parto e anche prima sempre. come un umore limbico. con un grido la madre passa oltre per salvare una vita. pezzi di vite tutt’intorno al paese. teste spinte fuori dai corpi. la chiama: nascita che

si abbatte al suolo.

il bambino per le strade finge di sparare nel paese.

VI

comunque con tutto il tempo, ha investito puntando solo un corpo estraneo. le dice, hai una pessima sorte. ma credere alle parole è credere all’infinità della pulizia. è una censura speciale del paese. lei si porta le parole come un balbettio per cospirare senza farsi viva. che c’è un amore vuol dire: essere circondata di mani. c’è anche la raccolta di ossa divise per età con una sacca a parte per gli organi. e le gabbie per il confinamento di straniere e animali contaminanti. spesso animali e straniere si trovano assieme. il contagio è dentro la pianta e cresce nella glottide. il paese dice che poi lei si prende troppo sul serio se scrive, se canta. fa rumore nel paese guardare con la gola. il lavoro è la massima lontananza dalla gola del paese. quando vengono portati via, i resti del paese fondano un altro paese una specie di campo senza fame. tra i due campi c’è un appello permanente. ciò che conta è non rispondere al richiamo del proprio nome. sai che il paese ti insegna a essere assente per una forma di combattimento

*Il testo è tratto da La terza immagine.

**

Serena Dibiase è una ricercatrice indipendente attiva tra performance, pratiche somatiche, ricerca vocale e sound art. Ha studiato e collaborato con artisti della danza e del teatro di ricerca. Il suo lavoro esplora la dimensione fenomenologica del corpo–voce, componendo pratiche di ricerca somatica e di approfondimento della vocalità intesa come ritrovamento, generazione selvatica e archivio antropologico. Collabora in contesti di fragilità sociale — comunità e centri antiviolenza — orientando politicamente le pratiche per esplorare le possibilità emergenti dei corpi costretti. Come autrice ha pubblicato con Manni editore, Italic Pequod, MC edizioni.

FURIA SENZA SOSTA. Ilaria Seclì

Giovanni Castiglia, Crudo feroce

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Furia senza sosta di elementi

accecano confondono: bianco,

azzurro, rosso cipro marte siena,

poi cieli in ocra, cattedrali di fuoco

nessuna distanza, macina e macina

la macchina e non procede.

Non si tiene questa luce, sfiata

il genovese. Fino a Mercurio,

lancia e drago crepuscolo quieto,

dormiveglia bluastro sonno ceruleo

acciaio, suono ossessivo di patria,

lingua a riposo dopo le tormente

alberi sul dormiente lago, pioppo nero

acero ontano fino a fare di tensione

misura del vissuto. Alla fune un gioco

ripetuto di venti e cardini, e il magro

e in perenne piena, gioco capitale.

LA VISTA DELL’ABISSO. Angela Suppo

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Coma

Essere quelli che giunti sulla porta

li salva l’Angelo,

e il demone va via,

forse un ricordo che su sé

li piega,

la vista dell’abisso che li frena.

Le vecchie signore

Le vecchie signore

si rompono facilmente:

non è colpa dell’osteoporosi,

del calcio insufficiente.

È l’anima che si è stancata,

e si distrae troppo spesso,

voltandosi per ricordare.

**

I testi sono tratti da: Angela Suppo, Il filo torto (prefazione di Daniela Bisagno e postfazione di Alfredo Rienzi), Puntoacapo, Pasturana 2022.

NOTIZIA. Nanni Cagnone

Se restate alle sue spalle, osservandolo seduto e dedicato cose invisibili – poeta – chiedetevi se egli non stia pensando a sé come ad un traduttore, il quale intenda trasporre nell’abit0 del genere poetico pensieri venuti non diversamente dai vili e negletti trucioli quotidiani.

Se restaste tacendo alle sue spalle, curiosi del suo lambiccarsi impaziente, chiedetevi se egli non tenti invece la via più breve, tastando e figurando parole la cui momentanea musica si pone già nella temperie poetica. In tal caso, egli sarà un trovatore, amante delle buone maniere.

Né l’uno né l’altro è poeta, poiché il primo indossa un abito superfluo e il secondo è costretto nell’anima.

*

Il poeta assiste dapprima all’apparizione di un vuoto, entro il quale prenderà a oscillare fino a trovarvisi presente, di un’irritata e felice presenza. E un poeta che non sappia aderire a un tale vuoto porterà con sé un mondo incompleto e partorirà, con fatica, un frutto immobile, incapace di ritorno. Immerso in un completo stato di veglia, egli si attira una decorosa consolazione.

Ma poesia non è che un momento tra due, nel quale deve ancora nascere la terra e l’anima dà oscuri barlumi; momento in cui – preceduti, senza più scorta né bagaglio – per la dolcezza di ogni legame l’anima emana dentro sé una lingua. Così viene pensata la poesia, senza caso né calcolo, pensata e lasciata indecisa…

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Il testo è tratto da: Nuova Corrente. Poesia per gli anni 80, 1, anno XXIX (1982), a cura di Stefano Verdino, pp. 309-310.

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