a cura di Lucetta Frisa

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Talvolta il tatto indovina un segno
un movimento del nero una cosa
ossificata dall’attesa.
Una terribile freschezza attraversa tanti
scorci di crateri carnosi
che sputano vecchi stracci.
Non si sa quale nudità oscura
le mani incollate sul fianco aperto
la giovinezza dai flutti che colano.
L’aldilà è passato aldiquà:
eruzione, poi il fiore sparso
dei muscoli intorno all’osso.
Sotto ogni forma la presenza muove
amore, attivo fantasma,
poi il tempo si strappa.
Un soffio giù dalla discesa
cerca la figura nella polvere,
ma questa non ha sponde.
Un cane mentale annusa il vuoto
annusa l’odore che non esiste
l’odore interminabile del nulla.
Dove è il luogo, passa il vento,
tutto appare vicino e lontano,
il cadavere all’inizio della strada.
Lapsus in forma di corpo:
ad un tratto la vita vulnerabile,
il tempo rovesciato sulla lingua.
Oh tutti coloro che più non sono
o furono solo in dizionari
rumori di lingue non finite.
II viso coperto di rughe
fa notte nella lingua
sotto la camicia di carta.
Un sogno è là che ci sogna
ripone sudari di immagini
sotto il corpo dell’interiorità.
Il riflesso di una bocca che fu
lascia nell’aria un vago appetito
un sapore di silenzio smarrito.
La divina evidenza del nulla
mostra brutalmente il buco
subito scavato in pieno viso.
Chino su questo bordo di roccia
più non si vedono le dimensioni
né la scena vuota né le forme sfasciate.
La testa: il luogo senza luogo
sempre indefinito dietro il viso,
sempre vacante per il respiro passeggero.
Quale prova aspettarsi dalla lingua?
Un movimento si agita nell’ombra
ma non è neppure ombra.
Un fremito nell’aria che si muove
e d’un tratto il bordo di chissà cosa:
una parola cerca la sua origine.
Nessuna terra qualche grido
l’occhio cerca di confiscare la vista
ciò che vede subito deborda.
Ogni cosa appartiene alla superficie
è là sotto che si vede profondo
ma il sotto resta sotto.
Ciò che matura nel chiamare
ne cerchi il luogo e il perché
il percorso si confonde nel richiamo.
C’è della memoria e poi
una strada che subito si accorcia
invisibile resterà l’ostacolo.
Ci piacerebbe veder passare un dio morto
infine, qualcuno non soltanto un nome,
ma nulla scivola lungo il tempo.
L’inesistenza, talvolta così presente:
è possibile che il vuoto sia pieno
e la sua cavità suoni pienamente dentro.
Nessun senso nelle coincidenze
solo un riflesso gradevole
l’azzurro sarà sempre azzurro.
L’energia, il pensiero, l’amore,
si immagina la loro sostanza
invisibile sogno delle forme.
Questo sogno iscrive tracce di lingua
labirinto di emozioni dove l’ignoto
apre all’improvviso la bocca di un abisso.
Ovunque cose d’aria e la coscienza
tasta invano il vocabolario
si cerca una sponda la fermezza
di una terra la fine del futuro
l’orecchio nella nebbia ascolta
la crudeltà battere il suo errore.
L’istante fluttua poi rotola
mangiato dall’ombra o dalla polvere.
rapido o lento, formato di frecce.
Il cuore solcato da soffi
un paese senza sostanza eppure
la sua astrazione ci uccide.
Talvolta il rumore si agita appena
meno di un soffio sull’acqua
si lancia un pugno nel vuoto
la disperazione resta intoccabile.
Si vorrebbe annegare nella saliva l’idea
che perdita e mancanza si divorino l’un l’altra
Tutto deve il suo senso alla morte
come se in vista ci fosse solo il suo naufragio
i fantasmi salgono in cima alla testa
non osano scegliere la caduta o il volo
getti del sogno a forza
di voler toccare il sempre e il mai.
Qualcosa, un po’ di notte, non importa cosa,
piuttosto che questo scivolare impercettibile
corvi coltelli musi di topi
piuttosto che piaga mentale e mani vuote
rollii del nulla dove grigia è l’attesa
si vorrebbe infine vedere la vera immagine.
Sapere che il disastro lo bevono
gli occhi nella falsa tempesta.
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*Il testo è tratto da: Bernard Noël, Poème d’attente, versione arabo-francese, tradotto in arabo da Khaled Najar, Tawbad, Tunisie, 2007.
