CANE MENTALE. Bernard Noël

a cura di Lucetta Frisa

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Talvolta il tatto indovina un segno

un movimento del nero una cosa

ossificata dall’attesa.

Una terribile freschezza attraversa tanti

scorci di crateri carnosi

che sputano vecchi stracci.

Non si sa quale nudità oscura

le mani incollate sul fianco aperto

la giovinezza dai flutti che colano.

L’aldilà è passato aldiquà:

eruzione, poi il fiore sparso

dei muscoli intorno all’osso.

Sotto ogni forma la presenza muove

amore, attivo fantasma,

poi il tempo si strappa.

Un soffio giù dalla discesa

cerca la figura nella polvere,

ma questa non ha sponde.

Un cane mentale annusa il vuoto

annusa l’odore che non esiste

l’odore interminabile del nulla.

Dove è il luogo, passa il vento,

tutto appare vicino e lontano,

il cadavere all’inizio della strada.

Lapsus in forma di corpo:

ad un tratto la vita vulnerabile,

il tempo rovesciato sulla lingua.

Oh tutti coloro che più non sono

o furono solo in dizionari

rumori di lingue non finite.

II viso coperto di rughe

fa notte nella lingua

sotto la camicia di carta.

Un sogno è là che ci sogna

ripone sudari di immagini

sotto il corpo dell’interiorità.

Il riflesso di una bocca che fu

lascia nell’aria un vago appetito

un sapore di silenzio smarrito.

La divina evidenza del nulla

mostra brutalmente il buco

subito scavato in pieno viso.

Chino su questo bordo di roccia

più non si vedono le dimensioni

né la scena vuota né le forme sfasciate.

La testa: il luogo senza luogo

sempre indefinito dietro il viso,

sempre vacante per il respiro passeggero.

Quale prova aspettarsi dalla lingua?

Un movimento si agita nell’ombra

ma non è neppure ombra.

Un fremito nell’aria che si muove

e d’un tratto il bordo di chissà cosa:

una parola cerca la sua origine.

Nessuna terra qualche grido

l’occhio cerca di confiscare la vista

ciò che vede subito deborda.

Ogni cosa appartiene alla superficie

è là sotto che si vede profondo

ma il sotto resta sotto.

Ciò che matura nel chiamare

ne cerchi il luogo e il perché

il percorso si confonde nel richiamo.

C’è della memoria e poi

una strada che subito si accorcia

invisibile resterà l’ostacolo.

Ci piacerebbe veder passare un dio morto

infine, qualcuno non soltanto un nome,

ma nulla scivola lungo il tempo.

L’inesistenza, talvolta così presente:

è possibile che il vuoto sia pieno

e la sua cavità suoni pienamente dentro.

Nessun senso nelle coincidenze

solo un riflesso gradevole

l’azzurro sarà sempre azzurro.

L’energia, il pensiero, l’amore,

si immagina la loro sostanza

invisibile sogno delle forme.

Questo sogno iscrive tracce di lingua

labirinto di emozioni dove l’ignoto

apre all’improvviso la bocca di un abisso.

Ovunque cose d’aria e la coscienza

tasta invano il vocabolario

si cerca una sponda la fermezza

di una terra la fine del futuro

l’orecchio nella nebbia ascolta

la crudeltà battere il suo errore.

L’istante fluttua poi rotola

mangiato dall’ombra o dalla polvere.

rapido o lento, formato di frecce.

Il cuore solcato da soffi

un paese senza sostanza eppure

la sua astrazione ci uccide.

Talvolta il rumore si agita appena

meno di un soffio sull’acqua

si lancia un pugno nel vuoto

la disperazione resta intoccabile.

Si vorrebbe annegare nella saliva l’idea

che perdita e mancanza si divorino l’un l’altra

Tutto deve il suo senso alla morte

come se in vista ci fosse solo il suo naufragio

i fantasmi salgono in cima alla testa

non osano scegliere la caduta o il volo

getti del sogno a forza

di voler toccare il sempre e il mai.

Qualcosa, un po’ di notte, non importa cosa,

piuttosto che questo scivolare impercettibile

corvi coltelli musi di topi

piuttosto che piaga mentale e mani vuote

rollii del nulla dove grigia è l’attesa

si vorrebbe infine vedere la vera immagine.

Sapere che il disastro lo bevono

gli occhi nella falsa tempesta.

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*Il testo è tratto da: Bernard Noël, Poème d’attente, versione arabo-francese, tradotto in arabo da Khaled Najar, Tawbad, Tunisie, 2007.

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