Certi libri non sembrano scritti né in prosa né in poesia. Si sporgono verso l’una o verso l’altra, tentando di cadere e di non cadere, inventandosi un loro equilibrio come oggetti apparsi all’interno di un precipizio. È il caso di L’altro dentro di noi (Piccola Biblioteca Anterem, 2024), di Marco Ercolani, dove la parole non hanno per scopo quello di dire, anche se dire è l’enigma che da sempre le parole tracciano: ma la scia qui subito sparisce, in modo che il lettore abbia la sensazione di entrare nella nebbia mentre ne sta uscendo, evocando con i suoi strumenti una certa atmosfera sonora, come in un Notturno di Bruno Maderna, eco di mille partiture che si possono udire e forse immaginare. Nella sua forma visibile, L’altro dentro di noi è una intervista a frammenti, dove sono state cancellate le domande perché restino, sospese, solo le risposte, assurde come un monologo, insolenti come una biografia.
Andrea Balzola, POETÒPOSDiario di viaggio poetico e fotografico, Scalpendi, 2024.
Fotografie di Barbara Baiocchi, Andrea Balzola, Maria Teresa Carbone, Jean-Claude Chincheré, Matteo Fanelli, Lea Gyarmati, Roberto Goffi, Lorenzo Mascherpa, Paola Mongelli, Enzo Obiso, Gabriella Peyrot, Renato Sala
Nota dell’autore
72 poesie inedite, scritte tra il 1977 e il 2022. 45 anni di attraversamenti, di nomadismo tra luoghi e parole. Un diario di viaggio, che ho sempre tenuto su piccoli taccuini, scritto a mano, spesso insieme a disegni e qualche rara fotografia. Per me stesso. Una poesia narrante, compagna costante del viandante. Percorsi emotivi intimi s’intrecciano con sentieri geografici, tracce mitologiche e letterarie si mescolano a frammenti di cronaca di un tempo vissuto e collettivamente condiviso…La poesia resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive. Anche se nell’attualità opaca è il genere di scrittura meno venduto, letto, ricercato e celebrato, resta insostituibile la sua forza simbolica (“ciò che permane lo fondano i poeti” scriveva Hölderlin, nella triade dei miei poeti preferiti insieme a Campana e Rilke). Una forza simbolica che sorpassa lo stesso scrivente attingendo all’archetipo. Noi apparteniamo a certe immagini poetiche più di quanto esse ci appartengano. Ho chiesto ad alcuni amici fotografi/e che hanno letto e amato questi versi, di associare le loro immagini degli stessi luoghi alle mie parole. Non in modo descrittivo o illustrativo, ma con la libertà artistica necessaria. Ho sempre cercato il dialogo tra parola e immagine, e quindi penso che il diario di viaggio sia arricchito da questo connubio, che può essere risonanza, confronto o contrasto.
POESIE
BARCELLONA 1977
Mio padre aveva detto
non andremo in Spagna
finché ci sarà la dittatura franchista
finché il caudillo sanguinario
non sarà sepolto dalla storia
così fu un evento storico per noi
soltanto poter partire
viaggiammo come zingari
su un camper estafette
pionieri di una nuova frontiera
per quel sogno adolescente
avevo studiato lo spagnolo
Incontrammo pescatori
che ci offrivano il loro pesce
ancora prigioniero
delle reti monaci agricoltori
che ci guidavano nell’eden
del Monastero de Pedra
conficcato nel deserto brullo
dove Don Quijote aveva combattuto
i mulini a vento
guardammo in faccia i mostri
generati dalla notte della ragione
al museo senza tempo di Goya
mangiammo cibi piccanti
nelle vie colorate di Zaragoza
sentimmo chitarre gitane
tra gli arabeschi di Granada
e i cortili soavi di Siviglia
Soprattutto ci innamorammo di Barcellona
dove si cenava soltanto
quando la luna era alta
dove ci si mescolava nel fiume umano
che scorreva sulla Rambla
dove si cercava l’ombra
delle guglie del Barrio Gotico
dove la follia giocosa di Gaudì
aveva trasformato le case in personaggi
e la cattedrale in un’astronave
dove la navi in porto
suonavano frammenti di tango
dove alcuni conoscevano
l’arte di vivere
e altri quella di non morire
dove Picasso aveva imparato a disegnare
e poi lo aveva dimenticato
per far vedere le altre facce dell’umano
quelle non simmetriche
Soprattutto a Barcellona
fummo travolti da una folla infinita
coi colori a strisce verticali gialle e rosse
con le bandiere della Catalogna
libere di uscire a colorare le strade
per la prima volta
dai tempi in cui assassinarono Garcia Lorca
perché omosessuale, poeta e socialista
e nel suo nome portava scritto Corazόn
dai tempi in cui assassinarono la poesia
dai tempi della lunga agonia dei tori sacrificali
dai tempi in cui Orwell
ricordava a memoria le Esequie alla Catalogna
mitragliata dalla più folle guerra fratricida
E il suono di quella lingua antica
per noi incomprensibile
ma simile al genovese
perciò misteriosamente familiare
improvvisamente
esplodeva in eruzioni di gioia
urlava con una voce sola
un milione di voci
scaturite dal mutismo barbarico
come lo zampillo di una sorgente neonata
imparare di nuovo a parlare la propria lingua
come la prima volta
imparare di nuovo a camminare
eretti come la prima volta
imparare di nuovo a essere un popolo
Chi se ne importa della Catalogna
o dei Paesi Baschi
avrebbe detto qualsiasi turista
andiamo piuttosto alla corrida
Ma una qualsiasi terra ferita
che sanguina fino all’oblio
e in esso si rapprende
e poi si scioglie ancora
nel suono dell’identità ritrovata
è un miracolo
più miracoloso del sangue di S.Gennaro
che torna liquido
E trovarsi in mezzo per volontà e per caso
a quel miracolo
ovunque si manifesti
è qualcosa che ha reso
un adolescente
uomo
Barcellona (foto Maria Teresa Carbone)
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DIANO MARINA 1991
A Diano ci andai da bambino
ci tornai adulto
per un sogno
A Diano liberai nel mare
le mie tartarughe
commosso a vederle nuotare
per la prima volta
senza confini
e senza barriere
forse lì compresi
aldilà di ogni specie
il significato della libertà
A Diano
passai estati
eccitanti e strane
a giocare
con compagni immaginari
con un cane dolce
o con bizzarri amici
degli adulti
sulla spiaggia e sulle colline
a guardare il mare
più che toccarlo
a cercar conchiglie e vetrini
più che incontrar bambini
A Diano tornai ancora
solo per un amore
esagerato e clandestino
inanellato
di fugaci istanti rubati al tempo
al buon senso
e alle convenzioni
Sulla spiaggia in mezzo alla gente
del tutto indifferente
seduti e intrecciati
su una sdraio
come un re e una regina
su un trono gaio
sfidando
e vincendo
per un momento soltanto
gli enigmi del sentimento
Diano Marina, 1991 (foto Paola Mongelli)
Diano Marina (foto Paola Mongelli)
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Diario di bordo
Caro Andrea,
nella tua raccolta Poetopos. Diario di viaggio poetico e fotografico artisti diversi commentano i tuoi versi fotografando proprio i luoghi dove tu le hai scritte in “quarant’anni di attraversamenti, di nomadismo fra luoghi e parole”. Singolare suggestione, che non dà spazio alla bellezza isolata dell’immagine ma crea, fra scene e parole, un flusso continuo e complesso di amicizie e di corrispondenze, dove il viaggio inizia e reinizia, senza trovare mai una fine, e dove tutti i luoghi finiscono per assomigliarsi, come se versi e immagini fossero scie di un unico luogo la cui bellezza viene attraversata e riattraversata. Non si termina mai di essere wanderer, viaggiatori senza una meta definita, flâneurs di una bellezza sempre da cogliere e che è sempre in fuga. Tu sei un artista della scrittura e della visione, e quindi ancora più evidenti sono le affinità e le analogie con le immagini che scorrono in queste pagine, non a commentare o a completare i testi ma a inventare un nuovo alone seduttivo, una rifrazione felice. Autore e artisti sono avvolti in una loro enigmatica rêverie, si trovano e si ritrovano esplorando le inquietudini dell’identità e del desiderio. Il fascino di tutte le immagini è nella loro natura non di perfezione raggiunta ma di imperfezione pulsante. Scrive Yves Bonnefoy: “Guarda, tu dirai, questa pietra: / reca in sé la presenza della morte. / Luce segreta è lei che arde i nostri gesti, / Così camminiamo rischiarati”. Chi osserva queste fotografie cammina “rischiarato”, dopo avere traversato qualcosa che ignora, ma la cui memoria è proprio quel sasso oscuro, dove la morte è presente, Ma da quell’ineliminabile presenza le foto partono per ritrovare delicate figure, lievi fantasmi, suggestive metamorfosi, che sospingono parole e immagini in una nuova scia. La fotografia è scrittura della luce e dell’ombra, invenzione di alfabeti diversi, di segni nuovi. E la poesia, come tu stesso scrivi: «resta comunque, da sempre, visione divergente, resilienza e resistenza, lenitivo e antidoto alle mancanze e alle perdite, personali e collettive». Mi ha colpito, ad esempio, questa descrizione poetica di Mont S. Michel: “…ma è un deserto benevolo / perché ogni volta / chiama il mare / e lui ogni volta / risponde / arriva / lento / e gentile / accarezza i piedi / prima di salire / uomini e animali / hanno il tempo / di andare / o di diventare pesci”. Una pagina come questa non è un oggetto poetico concluso ma un appunto tracciato a margine, con la mano sinistra: una stenografia della pulsazione emotiva che, in questo caso, dialoga con le foto di Paola Mongelli. Come, per altri versi e in altri luoghi, dialogano le fotografie degli altri artisti da te convocati per questo libro collettivo: Baiocchi, Chincheré, Fanelli, Gyarmati, Goffi, Mascherpa, Obiso, Peyrot, Sala. Tutto, in questo libro appena nato, è testimonianza di erranze antiche e recenti nell’intreccio di foto e parole: diario di bordo che si esprime oggi in questa forma compiuta ma che continua a pulsare, ininterrotto, nello spirito nomadico che ti è proprio. Mi soffermo sulla poesia Rovaniemi, 1983: “…entrammo in un mondo instabile / con le geometrie nette / dell’architettura / smentite dai percorsi vaghi / caotici e ondeggianti / dei passeggeri umani erranti / su questo pianeta / sempre in movimento / ma che non va da nessuna parte”. La poesia racconta di come la geometria stabilita e prevedibile cede al percorso instabile e caotico, senza una meta. Forse proprio qui sta il segreto di questo tuo progetto libero e fluido, che unisce poesia e fotografie in una scrittura di parole e di visioni che è anche la promessa di erranze e corrispondenze future. Poetòpos è uno “sciame di storie” che sembrano accadere nello stesso attimo (“so ora / che la natura della mente / è la gioia dello spazio”), storie dove fantasia, mitopoiesi, pensiero, convivono con la leggerezza dell’adolescenza e la malinconia dell’età adulta (“Oltre la trincea di pietra / dell’ebraico cimitero / ho visto facce scolpite / di pelle vera”), storie dove il bisogno odisseico di varcare i confini supera la certezza di un dire indelebile e conclusivo. Ogni artista è infatti “costruttore di miraggi di pietra e sangue / con un’audace architettura”.
Marco Ercolani, Genova, aprile 2021
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Andrea Balzola
Nasce a Torino nel 1961. Drammaturgo, autore multimediale e studioso di arti e media, docente nelle Accademie di Belle Arti di Carrara, Brera e Torino. In ambito poetico ha pubblicato la trilogia poetico-visiva (poesie illustrate con disegni e incisioni di Francesco Franco): Disgregazione, Torino 1988; Zero, Pesaro 1992; Nostra Dormiente, Mondovì, 1997. Suoi versi sono presenti nelle antologie: “Onde”, Torino 1984. “L’addomesticamento del bue” (a cura d Berenice D’Este), Salerno 1991. “Poesia in azione”, (a cura di Adam Vaccaro e Giacomo Guidetti), Milano 2001. “Andrea Granchi, Quaderni Artistici Galleria Armanti”, Varese 2004. “Monte Analogo” (poesie dalle raccolte “Miraggi” e “Passaggi”), anno II, n.3, 2005. “Antologia della poesia erotica contemporanea”, Roma, 2006. “Azzurramente” (videopoesia con regia e voce di Beatrice Schiaffino), 2020.
Il giovane che si aggira solitario per interminabili ore nelle stanze della casa paterna ove, dalle imposte quasi perennemente socchiuse, filtra poca luce – quella luce che è sempre stata una cattiva compagna dei suoi occhi – e che ode soltanto il rumore dei propri passi dissolversi lungo le volte e i corridoi, può essere paragonato a un Gulliver rinchiuso in ambiente lillipuziano, gigante prigioniero di un popolo di nani. Un “gigante” lo aveva appunto definito Pietro Giordani magnificandone lo straordinario ingegno e le doti letterarie che, a parere suo, non avevano eguali in Italia.
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Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. […] Letteratura è vocabolo inudito.
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Stanze e corridoi sono infatti gli unici luoghi in cui Giacomo può muoversi liberamente senza che nessuno gli stia alle calcagna, cosa che invece accade puntualmente ogni qualvolta gli viene accordato il permesso di uscire di casa. Ma è la noia il mostro che lo perseguita e che si diverte ad afferrarlo per la gola; questa allenta un po’ la presa solo quando egli si rinchiude nella biblioteca di casa.
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Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.
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Non c’è dubbio, però, che suo padre abbia avuto in mente una burla – pensa – quando ha deciso di fare scrivere sulla porta che la biblioteca è a disposizione di tutti quei recanatesi che vogliano venirci per leggere o per prendere libri in prestito.
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Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai.
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Nessun uomo o donna di Recanati ritiene la lettura un’attività degna di interesse.
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Proporre la compra di un libro a costoro, è lo stessissimo che invitarli a fare un viaggio alla Mecca, o a mascherarsi in Quaresima, o a qualunque cosa più disperata.
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Oltre alle faccende consuete che riempiono la vita di tutti i giorni, ciò che tiene occupati con il massimo impegno e piacere i recanatesi è, per le donne, l’occultare le proprie grazie e, da parte degli uomini, l’andarle a scoprire.
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Qui tutti gli uomini di qualunque età, di qualunque classe, non conoscono, non pensano, non immaginano altra occupazione in qualsivoglia momento, che guastar donne.
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Solitudine, noia, disprezzo da parte dei concittadini. In paese, ormai da tempo, è opinione di tutti che il “Contino” non sia altro che un fanciullo mai cresciuto, un saputello perdigiorno noto per i suoi silenzi o per le repliche al vetriolo rivolte contro chi prova a stuzzicarlo, soprattutto se con qualche argomentazione grossolana. È vero quello che si dice in giro, cioè che con le donne non vale una cicca, ma quando è provocato si trasforma in un aspide letale.
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In Recanati poi io son tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d’ eremita e che so io. […] e allora io ragazzo non posso alzar la voce e gridare: razza d’asini, se vi pensate ch’io m’abbia a venire simile a voi altri, v’ingannate a partito; che io non lascerò d’amare i libri se non quando mi lascerà il giudizio, il quale voi non avete avuto mai.
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Eppure non sono queste le vittorie di cui un animo nobile possa godere e andare fiero. Fin da bambino aveva riposto tutte le speranze in quell’amore grande e duraturo che sentiva di avere nelle proprie corde e di poter condividere con il genere umano. Da anni, ormai, questo amore lo ha riversato quasi esclusivamente nei libri: in quelli dei classici, soprattutto – greci più ancora che latini – che studia e traduce, si può dire, da quando ha imparato a impugnare la penna. Non altrettanta considerazione nutre, invece, verso quelli che lui stesso scrive con fatica e che, una volta terminati, è spesso costretto a vederli sottoposti al massacro da parte di editori che sembrano voler fare a gara a chi più abbonda nei refusi. Eccolo dunque salire la scala che permette di raggiungere i piani più alti della biblioteca paterna, sostarvi a lungo per poi ridiscendere dopo aver prelevato dagli scaffali tomi pesanti quasi quanto lui. Essa comprende oltre diecimila volumi; molti sono i testi rari, introvabili da altre parti anche se per lo più si è alla presenza di inutili stravaganze.
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Ho certe opere io nella mia porca bicoccaccia che non si sono potute trovare in tutta la nostra veneranda arcidottissima capitale, avendocele fatte cercare.
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Di materiale buono per chi voglia occuparsi seriamente di filologia, dunque, ce n’è in abbondanza, anche se le lacune sono altrettanto vistose e gravi (pare che non vi sia traccia, ad esempio, di Senofonte). Ma ciò che più scoraggia è l’assenza totale di libri che offrano testimonianze su argomenti d’attualità. Leopardi subisce quindi la medesima condizione di quei personaggi dell’inferno che hanno perfetta cognizione del passato e vedono nel futuro, ma non scorgono ciò che accade nel presente.
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Mi domandate che leggerò questo inverno: scilicet, libri antichi, perché i moderni qua non arrivano, e io presentemente leggendo sempre, sto in una totale ignoranza delle cose del mondo letterario.
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Uno dei problemi più grossi per Giacomo è rappresentato dai genitori. Si sa che i genitori occupano tutti – chi più, chi meno – uno spazio ingombrante nella vita dei figli: i suoi, naturalmente, non fanno eccezione. Proviamo dunque a figurarceli tra le mura di casa. Adelaide è una presenza incombente, anche se poco visibile. Quasi sempre chiusa nelle stanze a pian terreno, passa ore e ore seduta dietro lo scrittoio alle prese con i conteggi del patrimonio di famiglia che, anni prima, il marito aveva provveduto a dissestare con una serie di spese superflue e di speculazioni azzardate. L’emorragia di denaro, per fortuna, è stata fermata in tempo ma, secondo l’opinione della contessa, per mantenere un livello di vita decoroso e apprezzabile, è necessario un duro regime di parsimonia, il quale – secondo quelli che sono i suoi fermi convincimenti religiosi – risulta essere anche molto gradito a Dio. Personalità decentrata rispetto a quella della moglie, Monaldo è dotato di una elegante loquacità e di una più che discreta cultura erudita. Quando non è lontano da Recanati per ragioni d’affari, egli occupa parte del suo tempo a sistemare la biblioteca con continue ricatalogazioni, parte a studiare e a mantenere la corrispondenza con i tanti piccoli creditori, verso i quali ha l’abitudine di pagare parzialmente – e qualche volta, addirittura, di non pagare affatto – i libri che ordina. Ma al di là di queste considerazioni che rientrano, dopo tutto, nella sfera dell’ordinario, il vero problema è quello di una quasi totale assenza di dialogo tra genitori e figli. È evidente, quindi, come sia proprio da tale vuoto affettivo che scaturiscano le incomprensioni e i rancori in seno alla famiglia, nonché le reciproche frustrazioni, acuite dalle giornate che trascorrono monotone e uguali sotto il medesimo tetto.
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Sono contenti di vederci in questo stato, in questo vorrebbero di tutto cuore che noi morissimo, si pentono d’averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appositamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili.
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Rapporti difficili con i genitori e una situazione che scivola ogni giorno di più in quelli che sono gli svantaggi che comporta il vivere in un luogo come Recanati che, in aggiunta, priva colui che ne è invischiato della calma e serenità necessarie per formulare i pensieri più fecondi.
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In questo mio romitaggio o piuttosto serraglio, dove mancano egualmente e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria.
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Se il mondo esterno è in gran parte fatto di indifferenza, di stupidità, di prevaricazione nei confronti di chi ha, come unico scudo, la forza dell’intelletto e la profondità del pensiero, allora è solo e soltanto a queste facoltà che ci si deve aggrappare per sopravvivere. Queste, tuttavia, sono deboli armi per contrastare l’arroganza della gente, se non quella che si sfodera quando la lotta si è fatta veramente impari e la pressione del nemico è divenuta ormai insopportabile.
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Tutti noi combattiamo l’uno contro l’altro, e combatteremo fino all’ultimo fiato, senza tregua, senza patto, senza quartiere. Ciascuno è nemico di ciascuno, e dalla sua parte non ha altri che se stesso. Il mondo è fatto così, e non come ce lo dipingevano a noi poveri fanciulli. Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna, e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. […] Amami, caro Brighenti, e ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni che possiedono l’orbe terraqueo. Il mondo è fatto a rovescio come quei dannati di Dante che avevano il culo dinnanzi e il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo.
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Ed è a questo punto che comincia ad insinuarsi nel giovane il desiderio di fuga da Recanati, che via via cresce sempre più fino a rompere gli argini.
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Caro Giordani, se io fossi mio, le catene e le inferriate non mi terrebbero che non volassi a voi.
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Il passaporto che dovrebbe consentirgli la libertà finisce, però, nelle mani sbagliate – vale a dire in quelle del padre – e il progetto sfuma. Ma la promessa che fa a se stesso subito dopo il fallito tentativo di fuga è di quelle che lasciano trapelare un esito scontato, pur se non ancora collocabile in una data precisa.
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A Recanati posso morire, certo è che non ci vivrò.
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C’è un detto di Seneca che recita in questo modo: «Devi cambiare d’animo, non di cielo». La vicenda del soggiorno romano nel periodo che va dall’autunno del 1822 alla primavera dell’anno successivo è talmente nota che non vale la pena riassumerla. Basterà perciò ricordarne l’aspetto più paradossale: partito dal suo eremo domestico per visitare luoghi e conoscere uomini con lo spirito di un esploratore diretto in terre esotiche, egli finisce, di lì a pochi giorni dal suo arrivo a Roma, per rinchiudersi in biblioteche il cui aspetto è del tutto simile a quella che lui aveva lasciato a Recanati. È difficile negare che, alla base di questo ritirarsi tra scaffali pieni di libri come una lumaca dentro il proprio guscio, vi sia quella che Italo Calvino ha definito come «la visione agorafobica di Leopardi».
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Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de’ gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati tra gli uomini, in vece di essere spazi che contengano uomini. Io non vedo che bellezza vi sia nel porre i pezzi degli scacchi della grandezza ordinaria, sopra uno scacchiere largo e lungo quanto cotesta piazza della Madonna. Non voglio già dire che Roma mi paia disabitata, ma dico che se gli uomini avessero bisogno di abitare così al largo, come s’abita in questi palazzi, e come si cammina in queste strade, piazze, chiese; non basterebbe il globo a contenere il genere umano.
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Il cerchio a questo punto si chiude. L’immagine che ritorna è quella delle stanze vuote di casa Leopardi, dove ancora risuona l’eco di quei passi.
*La parte in corsivo è ripresa dalle Lettere di Giacomo Leopardi, Mondadori, 2006.
Piero Zino (Novi Ligure, 1960) è autore di aforismi e prose brevi. Ha scritto Note a margine (Joker, 2007).
Il muro dove volano gli uccelli di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, L’arcolaio, Forlì, 2013
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I libri scritti a quattro mani hanno il fascino di un’opera complessa – e in parte segreta nelle dinamiche – nel quale si sommano e si moltiplicano sensibilità, percezioni, linguaggi. È il caso di Il muro dove volano gli uccelli di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, una raccolta di scritti sull’arte nella quale vengono percorsi e accostati opere, luoghi e tematiche diverse. Lo spunto per il titolo viene offerto dagli uccelli che sfrecciano riflessi sul muro di Palazzo Nicolaci a Noto, davanti agli occhi degli autori, mentre il cielo appare invece vuoto. E, in origine, dalla osservazione di Nicolas De Stäel: «Lo spazio pittorico è un muro ma tutti gli uccelli vi volano liberamente».
Nella prima parte del libro incontriamo saggi estesi ed articolati, movimenti ampi e ariosi che circolano attorno alle opere, ne restano incantati e vi si insinuano.
Grotta di Chauvet
“Graffiti” riguarda i segni rupestri, che risalgono a più di 32.000 anni fa, nella grotta Chauvet, in Francia. Si ipotizza per la grotta un uso arcaico, sacro, dedicato a un culto iniziatico, oppure l’utilizzo come luogo di reclusione, dove un uomo emarginato e solo sarebbe diventato Artista, “pensando per immagini”. Gli animali incisi o dipinti sulle pareti della grotta, evocando il rispetto e la paura di chi li ha disegnati, rivelano comunque un completo assorbimento dell’artista da parte dell’oggetto ritratto. La stessa visione, lo stesso meccanismo percettivo dell’uomo primitivo si sono poi è trasferiti nei successivi pittori e scrittori, nel “portare alla luce” dell’arte e della letteratura, ancora di più nei materiali preparatori o nei dettagli segreti che nell’opera conclusa.
Il saggio successivo, “Movimenti di penna” considera i primi testi di Henri Michaux, narrazioni in forma di frammento che uniscono in forma visionaria e indefinita aspetti diaristici all’espressione di formule oracolistiche ed enigmatiche. È un universo che prescinde dall’umano e dietro il quale Michaux si nasconde, utilizzando i testi come “… una sorta di esorcismo per astuzia. La loro ragione d’essere è tenere in scacco le potenze circostanti del mondo ostile”. Con il trascorrere degli anni la scrittura di Michaux diventerà più concitata ed essenziale, in un percorso di reciproci passaggi tra scrittura e pittura, che Roland Barthes definisce “stenografia della mano”, proiettata in una lontananza ignota. In questo percorso sta il passaggio tra i primi due capitoli, dalle incisioni rupestri a un universo liberato dalla necessità delle parole. Entrambi gli universi segnici sono espressione del linguaggio non verbale dei bambini nei loro primi disegni. La vera scrittura di Michaux allora è proprio nel suo universo di segni come proiezione della mano e dell’intero corpo, nelle sue peintures. Così come nella calligrafia cinese – così amata dall’autore – scrittura e pittura sono complementari, e la loro espressione vissuta come pulsione irrefrenabile, vissuta quasi in stato di trance, in un viaggio “compiuto verso gli strati estremi della coscienza”.
Strettamente collegati al precedente sono i capitoli successivi, “Il volto come enigma” e “Domani si comincia sul serio”, su Alberto Giacometti. Punto di partenza è la distinzione tra volto e viso, per la quale il primo è ciò che trapela in modo enigmatico dalla superficie del secondo, un suo doppio perturbante. Nel rapporto tra i due apparenti sinonimi sta la concezione del ritratto nella cultura occidentale, per il quale il volto è inizialmente simbolo spirituale e, invece, dalla fine del ‘600, superficie più mossa e complessa, dalla sequenza degli autoritratti di Rembrandt fino alla testa di Demone di Vrubel, in un processo di sgretolamento dell’equilibrio idealizzato precedente: i volti negli autoritratti di Artaud e di Schiele, o di Francis Bacon riflettono piuttosto le devastazioni dell’anima, la sua decadenza, in un viso sempre meno riconoscibile eppure consegnato, proprio attraverso la pittura moderna e contemporanea, alla superficie straziata di un abisso insondabile.
Sono frequenti i richiami e i riferimenti intrecciati tra i diversi capitoli, per esempio la citazione di Giacometti che apre il saggio sul viso/volto, e le osservazioni di Michaux, sul rapporto tra sguardo, specchio e carta alla fine del secondo capitolo. In questo intreccio risalta anche, proprio riguardo Giacometti, l’affermazione dello stesso Michaux sulla “deformità” dell’arte: le figure di Giacometti rappresentano l’irrappresentabile, sono piuttosto apparizioni (Bonnefoy) o idoli (Genet). E i suoi volti, crani “animati da sguardi vivi”, in tensione tra vitae morte, rappresentano una tensione verso il volto reale. Ma le figure leggere e stilizzate dello scultore poggiano su un elemento terrestre come stalagmiti residuali, riproponendo il contrasto tra materia e levità.
Henri Michaux
L’atelier di Alberto Giacometti
Nel saggio conclusivo della prima sezione, che dà il nome alla raccolta l’accento viene posto sull’esperienza della folgorazione, esemplificata nell’opera di Nicolas de Stäel, suicida nel 1955, che si sente inadeguato all’opera assoluta che vorrebbe realizzare. Allo stesso modo si lascia morire Robert Walser, spinto dal desiderio di venire dimenticato. Il rapporto tra vita e opera si arricchisce anche del desiderio di Gogol e Kafka che le proprie opere vengano bruciate, mentre, al contrario, Artaud lascia volontariamente migliaia di pagine da decifrare. Il rapporto tra atto creativo e scomparsa, più o meno volontaria, rappresentano comunque una forma di eresia rispetto alla vita biologica, che nel caso di de Stäel giunge allo schianto finale, “il volo in cui il corpo si solleva, si innalza […] libero dalla vita e dall’opera”.
Nicolas de Staël
Nella seconda parte della raccolta,”Dispercezioni”, viene focalizzata la visione di singole opere, senza intento rappresentativo o oggettivante, bensì attraverso una percezione eccentrica e folgorante, assolutamente libera da convenzioni critiche. Così per per diverse opere, come il Satiro mainomenos di Prassitele, il Crocifisso del Pisano, il Martirio e trasporto del corpo decapitato di San Cristoforo del Mantegna e l’Ecce homo di Antonello da Messina come nell‘Annunciazione di Lorenzo Lotto o la Sepoltura di Santa Lucia di Caravaggio: “Ombre del sacro”. Oppure in “Chiaroscuro, maschere” il rapporto tra volto e aria in Van Rijn o la Venezia di Turner, Lo studio di Corot, e ancora paesaggi, autoritratti di grandi Maestri. “Teatri, magie” unisce dipinti e affreschi a fotografie e spettacoli teatrali anche non realizzati, da Giacometti a Kantor. In “Soglie, dissolvenze” entriamo piuttosto nel rapporto tra colore e disegno, nei contrasti e nei chiaroscuri, da Van Gogh di Campo di grano con corvi a Monet della Cattedrale di Rouen. Successivamente gli aspetti cromatici sono ripresi in “Intorno al nero” e “Colori e alchimie” da Redon a Licini. Affascinanti le pagine dedicate all’opera come ossessione tra La montaigne Sainte Victoire di Cezanne e Tre studi per una crocifissione di Bacon. La dispercezione trova poi un territorio naturale in “Imminenza, visione”, nel disegno Diluvio di Leonardo o in Sacco e oro di Burri, fino a concludere il percorso di questa immaginaria galleria d’arte con “Specchi, misteri” da Velàzquez con Venere e Cupido o un Senza titolo di Tàpies, che riuniscono le suggestioni dei riflessi e dell’assenza, del doppio evocato sia dallo specchio che dal muro. In questa seconda parte emergono i legami sotterranei tra artista e opere, con riferimenti anche storico-biografici, ma soprattutto con un forte interesse per il linguaggio e i suoi molteplici aspetti, quello puramente rappresentativo, quello simbolico, quello anche implicito nel legame dell’autore con l’opera, nell’attrazione e nella sfida nei confronti dell’”artista di sé”.
Ecce Homo, Antonello da Messina
La preziosità del libro sta proprio nel doppio sguardo sguardo incantato, aperto alla suggestione delle opere, e allo stesso tempo vigile e intuitivo. Il doppio sguardo allora non riguarda banalmente le due identità che vedono, scrivono la raccolta di saggi e osservazioni, ma un doppio respiro, sul quadro e oltre la cornice, dietro le opere e nelle opere. Che ci rende partecipi di un processo che non è solo descrizione, ma che offre una mappa trasversale negli accostamenti e nelle ricorrenze di tematiche, autori e suggestioni, e nella doppia scansione delle due parti del libro. Alcune delle opere riprodotte, che opportunamente accompagnano i saggi, possono consentire immediatamente un richiamo su quanto detto nella loro evocazione; ma anche là dove l’opera non è riprodotta essa si riconfigura nello sguardo di chi legge. In questo senso il volume si colloca oltre la prosa e la critica d’arte, oltre la poesia dell’immagine: è una sorta di breviario di suggestioni, di opere evocate, ripercorse e come ri-eseguite dalla parola degli autori e – infine – dei lettori, in una rincorsa tra segno e parola che non riguarda solo lo specifico di molte delle opere di riferimento, ma la stesura stessa del libro.
Antoni Tàpies
In questo senso Il muro dove volano gli uccelli non è un comune libro d’arte, è arte esso stesso, nel quale lo sguardo e il segno della scrittura dipingono e scolpiscono essi stessi, dal dittico nel quale sono contenute le due sezioni principali, alle pennellate verbali che vengono stese a presentare e rappresentare le Opere, a volte materia aggregata, altre volte tocchi lievi e volanti, colore steso in grandi campate o affiancato in tonalità accostate. Nelle opere come nel libro che ne parla viene messo in luce una forma di doppio movimento, “tra sonno e coscienza, tra sogno e realtà, tra vertigine e limite”, al centro di ogni atto creativo. E qui segno/scrittura per eccellenza.
Camminando dondolandosi su fili di ragnatela, di Paola Ricci (Eretica, 2023), è un libro inatteso. Queste pagine, che oscillano fra barocche esplosioni di immagini e commenti a musiche di Franz Liszt, sono libere improvvisazioni verbali di un artista visivo, che si discosta dalla severità plastica di certe sue composizioni per lasciare ampio spazio a una immaginazione potente, iperbolica, che non a caso si nutre di suggestioni lisztiane e di accensioni surreali (“battono, sbattono lo strumento, / battono le pietre sulle pietre. // Devi farlo, per lasciarmi distesa sul letto / in solitudine, dovevo essere circondata / dovevo sbattere via le pietre dalla testa. // In ogni ricordo si annidano le forature tappate, riempite di sabbia. // Traboccano le dune che s’innalzano spolverando / la spiaggia deserta e gli ispessiti profili delle sabbiose colline, che / sciogliendosi si espandevano degradandosi sulle mani, i deliziosi bordi della bocca salata risalivano prosciugando”). Il ritmo della scrittura di Paola è un ritmo poematico, ricco di travolgente sensualità, che prorompe nella pagina immune dal peso di un senso, flusso libero, partitura fra le partiture. Come scrive Gian Piero Brunetta nella quarta di copertina: “Da oltre trent’anni Paola Ricci usa la propria creatività e le proprie mani – quasi una variante contemporanea di Penelope – per tirare e annodare tra loro i fili che legano le parole, i suoni la musica e le immagini e stabilire archi tra il vuoto e il pieno, il visibile e l’invisibile, il finito e l’infinito…”. Così Paola inizia uno dei suoi flussi verbali: “Rotolando, rotola la rete arrotolata alla ruota / che rallenta la terra, ruotando ricade sulla rete, / ferma la rete che trascina la terra; / fèrmati perché essa possa ricadere sulla terra, rotta dal rumore”. È, questa, una sospensione di senso e di suono che magnetizza il lettore.
Nanni Cagnone, Sans gêne, La Finestra Editrice, 2024.
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Con Nanni
Sans-gêne esprime la necessità di una empatia fra autore e lettore che resti misteriosa, forse impossibile. “Intero, solo il luogo della trasformazione”. Chi legge questo libro scopre una vertigine inconciliabile. “Quando la mente onirica decide di dir qualcosa all’altra, ecco mi sveglio”. Ogni risveglio coincide con una scrittura sonnambula, che esiste e non si concede. “Un’attività della risposta è rendere la qualunque domanda opaca, inconsolabile”. Leggere: abitare la lingua controtempo. “A volte penso con gratitudine all’antico divieto ebraico di dire ‘io sono’”. Certe pagine non invitano a pensare all’acqua: dicono la necessità del fuoco. “Ci sono persone per le quali il silenzio non è un dono, bensì un inquietante rumore di fondo”. Tacere. Per svelare. Ma a chi? “Cose che lacrime rimangono, e porte che si chiusero”. Mai siamo certi che un dialogo esista: forse, talvolta, una consonanza inespressa.
Di Robert Walser esistono ritratti fotografici che ripercorrono varie fasi della sua vita; dall’adolescente in cerca di qualche vaga conferma nel prossimo, al vecchio che ha già di fronte a sé la morte. L’ombra della follia accompagna questi volti, ora stendendovisi sopra come un velo leggero, ora ricoprendoli con una patina più spessa e quasi minacciosa. In uno egli appare con una espressione particolarmente torva e inquietante, il sigaro pendente dalle labbra. E’ qui che, come racconta Sebald nel suo libretto dedicato alla figura di Walser (1), egli forse vuole assomigliare al Brigante protagonista dell’omonimo romanzo la cui prima stesura appare scritta a matita su dei foglietti volanti con una grafia minuta, al limite del leggibile. Di seguito si legge che quest’opera ha una caratteristica insolita fra quelle di Walser, la lunghezza (“[…] devo pur mettere insieme un libro di una certa mole, altrimenti verrò disprezzato ancor più di quanto già non lo sia” (2). Sebald insiste nel fare gli elogi di questo lavoro, che considera “l’opera più intelligente e più audace di Walser, […] un autoritratto e un’analisi di assoluta onestà” (3). Ora noi sappiamo che nell’immaginario popolare il brigante non è soltanto chi ruba e ammazza, ma è anche colui capace di attraversare a piedi i più impervi luoghi montani e che, quando scende in paese, fa “onore a parecchie trattorie”, è “galante con una chellerina del Giura” e “offre mandorle a un bambino” (4). Viene così da chiedersi se fosse quella stessa persona il viandante solitario trovato sulle pendici del monte Rosenberg il pomeriggio di Natale del 1956 da “due scolaretti […] venuti a vedere, scivolando sui loro sci, chi è che giace nella neve” (5).
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L’aspetto esteriore di uno dei personaggi più celebri creati da Walser, quello di Simon Tanner, può essere ricondotto ad una celebre foto dell’autore ormai anziano, ripreso di profilo con lo sfondo dei rilievi dell’Appenzell sfuocati dalle nubi. Il suo sguardo sembra fissare un punto indeterminato dell’orizzonte, mentre la bocca semiaperta rivela una insolita mescolanza di stupore e di tranquilla ebetudine. La giacca è logora e il colletto della camicia troppo largo perché il nodo della cravatta riesca a richiuderlo decentemente intorno ad un collo rugoso come quello di una tartaruga. L’espressione del viso è, in questo caso, bonaria; ma non dev’essere sempre stato così se, come Sebald fa notare, erano proprio i suoi lineamenti a gettare alcune volte nel panico coloro che lo conoscevano. Secondo testimonianze accreditate, era come trovarsi di fronte a uno spettro.
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Della mole eterogenea di scritti che va sotto il titolo di Paese del Lapis il testo sebaldiano (6) riproduce due fogli in stampa anastatica. Da un lato la graduale dissolvenza della scrittura sembra voler testimoniare il desiderio da parte di Walser di un ineluttabile distacco dalle vicende del mondo, dall’altro fu forse questo un modo per reagire a quella che si potrebbe definire una congiuntura sfavorevole che, nel periodo a cavallo tra la fine degli Anni Venti e i primi Anni Trenta (proprio gli anni che corrispondono alla stesura di questa singolare raccolta di poesie, prose e teatro), lo aveva condotto a essere uno scrittore ormai fuori moda. Il soffocamento della libertà ad opera delle dittature in atto in quegli anni aveva ben presto creato, negli ambienti culturali di molti Stati europei, l’atmosfera asfittica delle serre, dove poteva crescere rigogliosa soltanto una letteratura da strapaese; quella che Walser orgogliosamente disprezzava. Grafia evanescente, «microgrammi»: così si presentano quegli scritti ai lettori di oggi. E, potremmo aggiungere, anche come il risvolto palese di un profondo dramma personale. In quel periodo, infatti, ci fu la soppressione da parte dei nazisti di due riviste – il «Berliner Tagblatt» e la «Prager Presse» – alle quali lo scrittore offriva saltuari contributi. Pare che ciò avesse provocato in lui un contraccolpo talmente forte da ridurlo ad un fossile vivente.
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Il 21 novembre 1811, Heinrich von Kleist metteva fine con un colpo di pistola alla sua tormentata esistenza. A prima vista, ciò sembra avere scarsa attinenza con le vicende di Walser; eppure, a ben guardare, ciò non è propriamente vero. Egli stimava molto le opere e soprattutto la statura umana di Kleist, al quale dedicò una meravigliosa prosa, dal titolo Kleist a Thun. Proprio negli anni in cui Kleist, inviso a tutti ed emarginato persino dalla cerchia familiare, vedeva derisi i suoi lavori teatrali, un certo August von Kotzebue riscuoteva un grandissimo successo presso il pubblico con una serie di mediocri commedie. Di tendenze reazionarie, avverso a Goethe e ai romantici, pare che Walser non riuscisse proprio a sopportarlo. Ed è per questo, forse, che al termine di un breve e vivace ritratto che ne fece per conto di una rivista, non tralasciò di dire come morì Kotzebue: ad opera di uno studente, che gli cacciò una pallottola nel cranio.
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W.G. Sebald, Il passeggiatore solitario, Adelphi, Milano, 2006.
Ibid., p. 25
Ibid., p. 42
Ibid., p. 55
Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano, 1981, p. 189
Sebald, Ibid., pp. 40-41
*Piero Zino (Novi Ligure, 1960). Aforista e scrittore. Tra i suoi libri: Note a margine (Joker, 2007)