
Premessa
Thomas Bernhard, se si sceglie di essere sceltidalla sua prospettiva di mondo, pervade la lingua con una prosa percussiva, tragica, grottesca. Leggerlo non basta: bisogna parlare con lui, odiarlo, contrastarlo, amarlo, sentire il pericolo indotto dalla sua mente.La conversazione con la tetra potenza di questa scrittura è un sogno a occhi aperti, dove il perturbante reale è sempre vegliato dall’imminente delirio. Da qui può scaturire un Grande Frammento che evochi (e inventi) le sue parole, non rassegnate a essere lapidi di un cimitero letterario ma ansiose di tornare schegge di angoscia e di veleno. Abitare anche per il breve tempo di un libro la scrittura di Thomas Bernhard, mette la parola in pericolo, gettando lo scrittore verso l’abisso.
Il pericolo dentro la testa
Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.
Cento frammenti
a Thomas Bernhard
PRIMA PARTE
tra fiori neri
si riposano,
i morti che camminano
(T.B., 1957)
1. Nerval
In ogni testa d’uomo esiste una catastrofe a misura di quella testa, un pericolo incommensurabile scritto dentro quella testa e solo in quella. La ragione non sa percepirlo. Un poeta come Gerard de Nerval scrive al dottor Blanche nel 1852: «Caro dottore, la mia risposta alla sua domanda è una sola: io sono le meravigliose avventure che descrivo nei miei libri, io sono l’esatta realtà che sperimento ogni giorno. Io non ho mai sognato (mai, neppure una volta), durante la notte. Lei, dottore, mi offende distinguendo in me una vita diurna da una vita notturna. Io sono sempre “uomo della notte”. Sempre. Solo da uomo sveglio so cosa significhi sognare. È mia modesta opinione che non ci siano parole decisive pronunciate dalla scienza della psiche: e poi, se ci fossero, a me non interessano. Lei, caro Blanche, applica delle leggi fisse a persone che hanno solo il potere di esprimere liberamente l’orrenda scissione tra fantasticheria e realtà. Io non applico niente: io scrivo e guarisco così dalla vita. Auguro a tutti di guarire dalla vita scrivendo. I re, gli emiri, i califfi, le donne dei miei racconti, sono tutti personaggi reali che stanno dentro di me, tutti meravigliosamente vivi. Perché lei e i suoi colleghi non entrate nel mio grande regno e non lo fate diventare vostro e guarite voi stessi dalla vostra stupida vita? La mia scrittura lascia voi scienziati secoli lontano. I sogni dei miei giorni sono un libro straordinario e irripetibile che continuo a scrivere e che spero sia presto stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità, che forse così non rotolerebbe verso la sua rovina. Le mie notti sono bellissime e profumate. le preferisco agli odori acidi dei suoi medicinali, dottor Blanche, al suo bell’asilo troppo stretto per me. Nerval».
2. Per gli alienisti
Non vi sembra, cari amici (o dovrei dire psichiatri, non sono forse, oggi, relatore in un vostro convegno?), che questa lettera contenga tutta la catastrofe di Nerval, tutta la nostra catastrofe? Io non penso affatto che i folli debbano essere isolati dagli esseri umani, come gli appestati e i lebbrosi, in qualche lembo di terra agli estremi confini dell’oceano; oltre che spietati, sareste stupidi e rinuncereste per sempre a capire che questi esseri umani sono primariamente sconvolti da qualche irreparabile turbamento. Voi, da medici dell’anima, dovete insegnare a loro le regole con cui controllarle, perché possano goderne al meglio. Siete voi i custodi di quelle regole. Non servono le docce gelate che tengono a distanza, che isolano l’altro nel gelo violento dell’acqua, ma le parole parlate, balbettate, cantate insieme, la nostra mancanza di paura. Guardàtele, quelle persone. Osserverete i vostri sentimenti come in uno specchio deforme, in una tenda da illusionisti, in un circo di zingari. I malati sono tutti chiusi dentro il loro eccesso e i loro specchi. E voi, cosa vorreste fare? Coprire quei vetri per sempre, con le stoffe pesanti dei vostri tetri loden? Isolare gli agenti patogeni della tormentosissima, squilibratissima passione? Voi, uomini liberi, siete uguali a loro, uomini prigionieri. Voi avete avuto studi, educazioni, padri, madri, denaro, censure. Loro no. Loro vi sembrano dei selvaggi e lo sono, ma non dimenticateli mai. Un giorno, quando le vostre maschere cadranno, vi sveglierete inconsapevoli dentro i letti accanto ai loro, non diversi nelle rughe e nei pensieri da loro, e implorerete pietà. Ma quelli, quelli come me, saranno liberi di non concedervela, come loro oggi non sono liberi di sottrarsi alle docce gelate. Ricordatelo fin da ora come lo ricordo io, che oggi vi parlo come scrittore ma che invece dovrei essere ospite delle vostre corsie.
3. Iceberg
Una cerimonia? E perché? Perché io, proprio io, devo ricevere un premio? Uscire fuori dalla mia casa ed essere acclamato per le mie invettive? La maggior parte delle persone se ne sta chiusa nella sua casa, casta, classe, stanza; così i macellai frequentano soltanto i macellai, i muratori i muratori, i manovali i manovali, i conti i conti. Io appartengo a me stesso, scrivo, non ho bisogno di nessun altro, nessuno mi può insegnare o dire qualcosa, non devo rivolgermi a nessuno, neppure a chi mi premia. Fingo storiereali, io che non so neppure come si diventa reali, e scrivo. Ogni opera autentica è un iceberg che fracassa le navi che passano. La stessa identità è un iceberg, di cui solo la punta è visibile. Ma, reinventando ciò che possiamo solo immaginare, scoprendo analogie, consonanze, dissonanze, domande, sortilegi, ripercorriamo gli strati del palinsesto che spinge l’artista a reinterrogarsi sui turbamenti dell’identità; riscopriamo ciò che fuper non accettare il presente che è, fosso senza memoria; cerchiamo altri futuri nel segreto dei passati, come se gli attori non avessero mai lasciato il palcoscenico e dovessero tornare a recitare la loro commedia nel presente, personaggi ancora in cerca di autore. Artisti, filosofi, analisti, scienziati, poeti, da sempre ritornano, se li leggiamo veramente, come se volessero aggiungere ancora un dettaglio alla loro storia e alle loro voci; come fari rischiarano il buio dove sembrava dovessero tacere per sempre e spalancano di nuovo i segreti delle loro vite. Mi chiarisco le idee parlando: voglio un’opera-arcipelago, dove il destino del Principe e del Soccombente comprenda voci passate, presenti, future; sì, sarebbe un capolavoro! Chi non ha mai letto il monologo di Stavrogin o le profezie di Miskyn nelle pagine che va scrivendo? Chi non ha mai visto uscire dalla sua tana Franz Kafka? Un’opera-arcipelago si inventa mentre assorbe il passato e si cerca mentre divora il futuro. Un’opera contagiosa, letale, anonima, ininterrotta. Chi l’ha mai pensata completamente? Forse è impensabile, forse è folle (ne saprò pure qualcosa). Ma la scrittura è l’impossibile che lavora dentro la parola: è lei lo scalpello che la scava dall’abisso. L’opera di ogni scrittore è maschera aperta verso l’abisso, pronta a restituirne frammenti, aloni, barbagli. L’autore è presente per coordinare il flusso delle cose che salgono dal nero, per essere sentinella di una magia e di un pericolo. Della magia è facile chiacchierare. Del pericolo invece è necessario parlare. Ognuno spinge l’altro nel suo abisso, nel pericolo della sua testa. L’importante è sapere che la caduta è reale. Necessario è non sognare mai. Si vive già sognando. Sognare da dormienti è perdere tempo, è essere stupidi. Noi, guardiamoci. Non vi sembra questo, nel giorno della cerimonia, il miglior commento al premio che vi accingete a darmi? Dei dottori premiano uno scrittore per la sua pazzia. Non trovate questo dettaglio strano? Una specie di espiazione? No? Mi sembra che siate troppo docili o troppo idioti e non ve lo perdonerò. Io sono, e resto, uno che soccombe con tutto l’inferno nella testa. E voi siete quelli che odio, perché non sapete nulla di quell’inferno o, se lo sapete, coscientemente, malevolmente, lo tenete a bada con la violenza delle docce, dei legacci, delle parole, delle cerimonie. Sapete QUANTO Nerval avrebbe potuto odiare Blanche e lui voi, se non si fosse perso nelle nebbie della sua fantasmagorica scrittura? Se non fosse stato il mite poeta che si è impiccato nella notte nera e bianca di Rue de la Tuerie come in sogno? Ma io NON sono un mite poeta. NON sogno. Sono una bestia e voi, leggendomi, potreste essere tentati di impiccarvi.
Ora basta, direi. Della catastrofe innata smetto di parlare. Basta che mi leggiate e andiate oltre i nomi, oltre le storie. Pure convenzioni, ma servono per dire l’orrore necessario. Direte: non ti bastano uno, due frammenti? E invece no. Devo parlare finché la gola non si stringe, come se qualcuno, dall’esterno, ci affondasse le dita.
4. Morire da vivo
Dici che dovrei viaggiare per raccontare? Io, che alzo i muri delle mie frasi a colpi di vanga? Io che mi rovescio terra sulla testa, come nelle viscere di un cimitero, e rido a ogni badilata. Io, che sono un servo di scena, che servo i miei incubi. Gli scrittori sono cadaveri inguaribili e non smettono di assolvere il loro compito neppure dopo la morte fisica. Luce bianca di un viaggio verso i ghiacci? Cercherò di vederla, Hedvig, prima che i tuoi occhi smettano di vedere. Te la racconterò nei prossimi giorni, ma dispero di potertene parlare. Ho un’ossessione. Un corvo galleggia sopra il ghiaccio, in attesa di spiccare il volo. Non è morto ma neppure vola via. Se ne sta lì, in mezzo al freddo oceano, come se non volesse più volare ma nello stesso tempo non potesse nemmeno annegare. Il corvo fermo nel ghiaccio non è una visione poetica: nutre il pensiero della poesia. Indica la strada: non volare e non morire, non perdersi negli spazi e non soffocare nell’acqua. Dormire solo quel tanto che serve per passare i giorni da sveglio. Lo scrittore vorrebbe dimenticare la funzione-sonno, sogna gli sia consegnata, come un prodigio, l’insonnia di Kafka: quel numero incredibile di ore, perdute in grembo al sonno-morte, vorrebbe diventassero mille mattini in cui svegliarsi ancora e scrivere ostinatamente i suoi mille, e oltre mille, quaderni. Non ho altre ossessioni, al momento, tranne la storia di uno che è sempre chiuso dentro una certa casa: a ogni foglio che scrive, quella casa è più salda, quei muri più spessi: alla fine, consegnato l’ultimo capitolo all’editore, si trova dentro la sua bara, bello pronto a morire, esasperato ma vivo. E parzialmente, disgustosamente soddisfatto. Ma spesso mi chiedo se il mio gioco a morire da vivonon sia che una stupida partita a scacchi fra due automi.
(continua…)
