IMPROMPTUS. Francesco Balsamo

Vetro veglia casa tintinnio (collana Gli Insetti, Medusa editore, 2023) è il titolo del libro poetico di Francesco Balsamo. Ma, nel pronunciare la parola “libro”, il lettore vorrebbe solo sorridere. Questi versi aerei e disseminati, che affiorano fra i molti spazi bianchi, non sembrano davvero le poesie di una raccolta conclusa: sono volatili epigrafi, teneri haiku, giochi infantili, toni incantati, arie in forma di scherzo. Sono, come in una danza sulla sabbia, i granelli sollevati dal ritmo dei passi. Un Walser bambino sarebbe d’accordo con la musica lieve di queste folli, felici, disperse poesie, che non sopportano né virgole né punti. Già il solo leggerle offende la leggerezza di questa lingua surreale, volatile, lampeggiante come una candela al vento, una lingua che non narra storie e non esprime pensieri ma descrive scorci d’incanti: “Libro intagliato in una trave del tetto/casa per mano//; così/ si apre un polmone/e se ne sta vuoto pieno/ d’aria// e piccoli uccelli/ si ammucchiano dentro fuori// fuori dentro; c’è la luna/ guardare il cielo è un’altra lingua//; per un arabesco della luce/ o per un atto di gravezza// dove sono arriverà il vento/ all’improvviso// come uscito dalla manica/ a cercare l’ultima preghiera// e non trovandola vorrà/ abbattere la torre// lasciarla cadere/ sulla grande terra del tavolo”; Quanti fogli ho tra i rami?/ E quanti liberi confidenti sparsi tra le case/ quanti animali visti con la coda di un occhio/ e quante pietre ho su un fianco/ e quante sull’altro?/ Matita, resta muso a terra e dimmi:”

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È evidente come a Balsamo interessi, da artista, il segno/disegno della parola: solo il disegno guida la mente emozionata a questi impromptus (così giustamente li definisce Di Palmo) come alle note di uno spartito libero, immerso in nature incantate e reali, che evocano le waldszenen schumanniane. Il poeta, quando scrive “D’inverno/ le storie russe dei nostri corpi”, ha in mente i geli sottili della steppa, che tanto affascinarono il giovane Cechov. E, verso la fine del libro, affiora la dolce identificazione con l’animale più silenzioso, estremo compagno di questa sibillina, silenziosa, ammutinata poesia: “chi dormendo si fa conchiglia/ il suo respiro ai pesci// e nel sonno apre gli occhi e guarda/ il fondo//e vede/improvviso ammutinamento di pesci”.

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