
Nino Iacovella (La parte arida della pianura, Pietrevive editore, 2026),
Fra le epigrafi di questo nuovo libro di Nino Iacovella ne scopro una a firma Gilles Deleuze: “il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo”: Questa frase accompagna il lettore a visitare la politica poetica del libro.”Io credo in un solo Io, creatore del ceto e della guerra…//Io credo in te, dio che hai la mia stessa faccia,/credo nella mia generazione che ha eretto/cattedrali egotiche e scavato fossati comuni/ per difenderci dagli assedi della morte”. Il credo disperante e beffardo di Iacovella è gemello della sua contrastata speranza per le forme della vita: “Amo il giorno che riesce a vivere/ della sua abitudine di nascere e morire,/ l’autunno che affiora da una pagina bianca,/ e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio,/ mentre noi siamo e seguiamo la strada”. L’ostinato illuminismo permette all’io di combattere i soprusi costanti del mondo con una poesia nitida, graffiata nel foglio come i graffiti di Lascaux: “La lunga carovana di notti e giorni/ giunse al riposo//Uomini come filari tra i solchi della terra//Accampati tra le ferite del tempo/erigevano strutture fragili/recintando le cose che non avevano/ ancora un nome// Avrebbero seminato nascite/dai bivacchi, corpi uniti per tenere/ alta la fiamma del calore…”.
Iacovella compone il suo libro in dieci capitoli: Il bianco della pagina, Olocene, Il bianco della pagina, Lande, Antropia, Dall’alto della storia, Entropia, Madre della violenza, Crash test, La grotta di Lascaux.
Il poeta ci racconta di destini minori, lacerati, dolenti: “il dito dello spastico, puntato verso dio,/mi porta al giorno del giudizio//Così come la poesia/ agli affreschi della Creazione”; “Era come se il tagliarsi le vene/ fosse un modo per perdere peso/ una forma di vanità per il suo/girovita abbondante”. Iacovella sa quanto il suo essere poeta, perseverando nei riti della parola, sia la speranza/disperanza nel mutamento del mondo: mutamento che è sempre l’utopia a cui ogni atto poetico aspira, quale che sia la sua materia verbale. “E siamo soli, un uomo e una donna/ in cerca di riparo/ come da millenni i primi uomini/ negli inverni freddi e spietati//Ora, è nelle notti come questa/ che potrei tracciare/ a mani nude il mio disegno:/sulle pareti di casa lasciare/ vividi colori del nostro passaggio//Il calore dei corpi farà da testimonianza,/ un segno di vita in una terra graffiata/ dal gelo e d al distacco”.
Iacovella è poeta che si esprime in rari libri, ma ognuno di questi nasce da una necessità etica imprescindibile. “La parte arida della pianura” appartiene a ognuno di noi: e ognuno di noi ha il compito di non rimuoverla e di non tradirla. “A tu per tu, il gelo in volto io fisso:/lui fissa il nulla, e io fisso dl nulla./ Stirato, pieghettato, senza grinze,/ respirante miracolo, pianura”: questa epigrafe di Osip Mandel’stam, a inizio libro, ci turba non tanto per le immagini del gelo e del nulla, prevedibili corollari della condizione umana, quanto per il “respirante miracolo” della pianura. Quale miracolo può definirsi “respirante”? Quello che non sigilla la speranza in un blocco assoluto. Quello che la esige increspata, umana, mossa da un respiro, che ne sconvolga gli aridi sassi per trasformarli in linfa: “ama quel corpo e non crederai alla morte,// poi chiudi gli occhi dinanzi al buio/ come se il buio non bastasse/ a fermarti”. Questo libro arriva dal buio: è fitto di cronache atroci, di esecuzioni, di torture, di morti. La voce del poeta si sofferma su scene senza scampo, dove viene detto quanto è indicibile, ma non smette di mostrarci che, prima del suono di ogni lingua, la poesia è atto di pietà che ci congiunge a persone morte o vive, narrate al centro del loro dolore. Non si può che provare, da abitanti del pianeta, un senso di sconcertato, sgomento dolore. Non sarà la parola, né nostra né altrui, a salvarci, ma la parola resta il solo mezzo con cui possiamo traghettare quel dolore, rappresentarlo come invincibile integrità umana. “Arrivati a destinazione,/ il portellone non tiene la forza/ di chi cerca da sempre luce e aria//Marta si sorprende al primo sole/del mattino: vede nascere dalla pianura/ una promessa che non riesce a decifrare//Si abbraccia in solitudine,/ mentre gli altri sciamano ignari/nel recinto umano fatto di noi,/corda di braccia,/ paratoia dove è possibile/ soltanto spingersi per sfociare/ da un giorno all’altro”. Pur essendo evocata con potente realismo questa scena cosa ci descrive? È parte di un ricovero, di un massacro, di un arresto? Il lettore vive nella “sospensione dell’incredulità”, persuaso a credere in ciò che accade ma incapace di definirlo. La poesia di Iacovella ci costringe a entrare in un mondo dove la voce lirica è tramontata e dove la sola domanda del poeta è: “Ma cosa torna da ciò che sconfina?” Qualcosa torna sempre, non fosse che il desiderio di un abbraccio. Anche se “il fiume sarà un muro d’acqua/ che ti arriverà addosso trascinando/ via ogni fondamenta umana”, chi resta sa cosa dire, da sconfitto, alla fine dell’assedio. Il dolore è dolore, e spegne l’immaginazione, Ma, se la riattiviamo oltre ogni speranza, se mettiamo la parola al centro della nostra indagine umana, vivremo ancora la possibilità. E saremo, nonostante stragi e delusioni, visionari costruttori di un nostro futuro.
(M.E.)
