Immagine di Osvaldo Licini


Georges Braque, Carro
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Inaffidabile, dicono non originale
E tutto diventa intelligenza artificiale
L’algoritmo sa ciò che il cuore non conosce
Guerra atomica alle porte: stai bene?
Forse l’ospedale. Fatti curare.
Adesso dicono il dolore sia più antico di un fiore
Mai piantato nel Verbo, sia scerpo
Alle radici sventrare. Qualunque cosa
Tu possa dire qualcuno potrà dirla meglio
Qualunque trama tu possa scrivere
Qualcuno la scriverà meglio, o l’ha già scritta –
Hai chiuso nei cassetti decine di anime,
Nessuna perla ai porci, nessun giudizio.
La tua invisibile frattura risuona nel ventre
Nelle spire della marina bora.
Sento piombare addosso la luce verticale
Dei tramonti, l’aurora primordiale dei deserti,
Tempo muto in cui ogni parola è pietra
Il senso viene strappato via dal guado
Delle trentasei ore di silenzi, muti
Sulla soglia degli altri mondi, la
Spiaggia arrubinata, questo coro
In cui cantammo la fine di un futuro
L’ingresso della sete immacolata
L’incanto del ricordo dell’estate.
Parlo con tutti e non esisto, se l’eco
Smarrisce l’abito, resta la persona?
Cosa di me non sarà spreco o sacrificio?
E guardami ancora sul taglio del confine
La nuda foglia – mistero dell’Angelo –
L’arca poderosa che ci traspose
Oltre il piccolo grido della Voce.

L’insigne immediato
La solitudine delle cose
è un’invenzione della nostra:
le occorreva uno specchio.
A volte ombra e luce si intessono
così bene l’una all’altra
che ne vediamo il respiro
perfino una vita interiore:
è bastato fermarsi
davanti fuori.
Fate sentire lo spazio
e la minima pianta
alzerà le braccia
mentre l’albero
mangerà cielo o vi si bagnerà
La vista è sempre una frase
in sospeso in mancanza di spettacolo
che vorrebbe cogliere con passione
ma che, di continuo,
la oltrepassa.
Il mondo è sempre intero
inizia e finisce all’istante
ci assorbe
ed eccoci colmi
poi chiudiamo gli occhi.
Il silenzio è sulla pelle del mondo
come su di lei è la luce
lo si ascolta guardandola.
Crediamo di abbellire il mondo
non facciamo che coprirlo
della nostra firma
per dargli la nostra natura
togliendogli la sua.
Ciò che guardiamo
assomiglia a ciò che è
ma ciò che è non somiglia ai nostri sentimenti
e meno ancora alle nostre storie
tuttavia dobbiamo guardarlo.
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L’immédiat insigne
La solitude des choses
est une invention de la notre :
elle avait besoin d’un miroir.
Parfois ombre et lumière se tissent
l’une à l’autre si bien
qu’on voit une respiration
et même une vie intérieure :
il a suffit de s’arrêter
devant dehors.
Faites sentir l’espace
et la moindre plante
lèvera les bras
tandis que les arbres
mangeront du ciel ou s’y baigneront.
La vie est une phrase toujours
en suspence par la faute du
spectacle qu’elle voudrait
passionnément saisir mais qui,
sans cesse, la déborde.
Le monde est toujours entier
il commence et finit à l’instant
il nous absorbe
et nous voilà comblés
puis nous fermons les yeux.
Le silence est sur la peau du monde
comme est sur elle la lumière
on l’écoute en la regardant.
Nous croyons embellir le monde
nous ne faisons que le couvrir
de notre signature
pour lui donner notre nature
en lui ôtant la sienne.
Ce que nous regardons
ressemble à ce qui est
mais ce qui est
ne ressemble pas à nos sentiments
et moins encore à nos histoires
et pourtant nous faut le regarder.
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I testi, tradotti da Lucetta Frisa, sono tratti da L’immédiat insigne di Bernard Noël e sono dedicati alla mostra fotografica di Jean-Marc de Samie, dal medesimo titolo, ospitata dal 19 luglio al 4 settembre 2003 presso il Monastero di Saorge, in Provenza.


Immagini di Jean-Marc de Samie
(POESIE 1955-1959)

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O duri giardini…
O duri giardini
del fanciullo disteso,
quello che ispira pianto
se alle fontane i deboli suoi fiori
portiamo già corrosi
dal colore di buio;
quello che danza sulle nostre gote
entro sfere di lacrime veloci;
quello che chiama gli amici
con liste di bronzo;
il fanciullo della neve,
quello che corse sui ponti di legno
privati di un asse; quello che tacque
dal sonno alla roccia; e dorme
stringendo un tempo
che muta tuttavia dei suoi colori,
giallo o piú grigio o rosa
o quella somma impavida di buio
che separa gli esseri uccisi.
Come sarà? Come sarà il suo corpo,
quello che non si volta e ancora intatto
manda fiori di inverno dal dipinto?
Compatto? O scopriremmo i soli occhi
crudi di asteria?
Voi dovete capire la maceria
della madre aggrappata ai suoi violini
di ruggini e ringhiere;
non dovete mostrare
fanciulli, in queste sere dell’autunno;
non dovete implorare
il volto senza scosse della donna
che grida: «addio alle foglie rosse»! –
Sfere danzano a lungo sulle gote
del tempo fatto madre. Sfere vuote.
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Ballata del mimo nero
Per venticinque inverni ho ucciso un fauno,
in un bosco di marmo uno ogni inverno;
soffrendo come un uomo dimezzato,
nella vena piú triste.
Per venticinque liste di stagioni
ho ucciso il fauno amato,
che foglie dilatava nei suoi occhi,
autunni di fango e di mare,
capro dai piedi gialli che fuggiva
l’anima, assai leggera dentro il bosco.
Per venticinque inverni ho trascinato
uomo, morte e animale,
come enormi strumenti,
cercando fango e mare in occhi alterni;
ma non conosco uomo
o morte od animale
diversi dal fauno ucciso;
scendono tutti nel viso,
non terreno né astrale,
del chiuso mondo umano;
e lungamente esistono, anche vecchi
piú delle vecchie corde polverose.
Per venticinque inverni,
un fauno tra le cose
ha spinto casse di vento.
Come su una terrazza di orologi
confitti in pavimento,
uomo, morte e animale
hanno invocato vento dalle casse
contro i libri crudeli,
contro gli alberi acuti,
contro i neri strumenti chiusi a chiave
nel cuore dimezzato.
Non sono l’uomo,
non sono la mia morte,
non so lasciare indietro il mio animale;
con piedi gialli, batto un pavimento
di casse e di orologi.
Potrei spezzare un vento e un tempo mio,
quest’essere minuscolo
fra corde polverose,
trasognando,
crescere nel mio capo dimezzato;
ma contro le mie cose,
uomo, morte e animale che ho imitato,
lungo inverni o per ore, dentro il viso,
spingono un fauno ucciso,
un mimo nero,
lo zero fatto amore.
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Radici
Pensare, trasformare, riportare
al disordine vero,
la vastità apparente:
ecco le umiliazioni. Esse hanno
strascichi polverosi,
radici nel sole, guizzi ventosi
di cose che fanno traccia
provando respiri piú acerbi;
e non dicono nulla,
non scoprono piú nulla,
fingono a volte di servire,
di aderire alla terra, di imitare
le cose che sanno
e i profili che vanno contro il cielo;
e aspettano
un treno melodioso senza luci
sotto cui gettarsi
per una prova da nulla,
con guizzo ventoso, per uccidersi
precocemente sole
davanti a quello che non si scopre.
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Da un terrazzo
Vieni sul controluce
limato dalle rondini.
Lampeggia, simulata
entro il rosso segnale
dell’aereo che plana,
non dall’eterno, e sfuma
su piste indistinguibili.
Sbalzati sulle punte
che, all’estrema plaga
d’erbe, vorticheranno
in eliche. Tu vìola
l’irreversibile
dei voli, trasformando
quegli agitati venti
del salire, in accordo
muto, calante, acceso
del tramonto di te.
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Il sintomo
Séguita il mondo a ferirsi e a morire;
e intanto le campagne trasfigurano
ogni anima nel suo abbagliante autunno.
Si scorge, in ogni forma, un punto vuoto
e odore assale, come di ampio lago
quando nel cupo Ottobre vi traspira
la naufragata calma dell’estate.
Qualcosa non si libera; ma tiene
come a un vento d’altre plaghe,
rovesciate le foglie e quasi estinta
la tentazione lunga di apparire
anche in un vuoto delle cose sciolte.
E poi, nel fumo inerte del suo giro,
l’ultima idea d’amore che rimane.
E poi, quel senso che qualcuno è lí.
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La stazione assente
Per Viola Orlando
Se un viaggio ha radice nel gesto
di un essere che imprime le sue spalle
entro il coro fumoso dei treni;
se i vetri viaggiatori
fanno muto e lontano
ogni essere che prima ignoravamo,
ed ora tace e si allontana «in noi»;
se andarsene è privare i portatori
di addio, del raro albero umano
ove crebbe l’amore;
se il cuore fu un deserto capovolto,
dopo che un’aria sciolse la partenza;
tu fosti viaggiatrice non pietosa;
e invano comparendo in ogni cosa,
mescoli morte e presenza.
Davvero, piú nessuno ora ti aspetta.
Nei corsi tenebrosi del tuo viaggio
passano i vetri ancora,
fumosi viaggiatori al cui riparo
corre il messaggio dell’anima.
Dovunque è raro avere una risposta;
piú vivamente costa oggi capire,
se il cuore vanamente è raddrizzato.
Guardare su, vedere la smisura,
nella stazione assente,
di noi portatori d’addio
lungo un treno dagli alti vetri chiusi;
oggi non è paura.
Si dice che la carne è fatta musica
nei viaggiatori spenti;
ma qui fra le case e la pioggia,
non musica discende dai tuoi venti
anni di treno;
qui, solo un fischio vien meno,
rumore che soffia
dai viaggi della terra
nel cuore raddrizzato.
O viaggiatrice,
nel fumo che ti serra mortalmente,
nella stazione assente,
portiamo una smisura:
cose del nostro corpo fatte poesia;
e tuniche, per l’ora in cui volessi
vestire la tua carne fatta musica,
sul vetro della nostra fantasia.
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Il cammino tra le fosse della città con…
Ogni strumento batte la città
con manifeste note e note occulte;
ma nella siepe fitta di paesaggio,
ove ogni porta ora è uno specchio opaco
per aliti di nebbia, non capirti
e rumore piú grande,
mia grande persona triste.
Vorremmo non avere passeggiato
da molto tempo,
per divenire « noi» la passeggiata;
vorremmo che le cifre sullo spazio
di lunghe pareti, cattive
come gli alberi comuni
e i profili di amore e malattia
che l’aria ci trasporta accanto,
non animassero il cammino alterno
dell’anima, sul tronco ora diritto,
ora contorto, come il rammentare.
«Hanno dipinto gli alberi – tu dici –
lassú; ma è sempre piú Gennaio;
e le stagioni, poche,
nel tempo meno gaio,
piú poche si fanno ogni giorno.
Pensa, quattro stagioni
per tanti giorni quanto è duro un anno.
Novanta giorni: che inverno è oggi?
Novanta giorni: che primavera è oggi?
Novanta giorni: che estate è oggi?
Novanta giorni: che autunno è oggi?»
Vorremmo non avere le stagioni,
o chiedere allo specchio,
dove l’anima acuta è solitaria:
«Che stagione è oggi, animale di aria?»
Ho paura del tetto comune; meglio
qui tra le fosse esistere, che alcuni
nel lucido mattino
scavano muti.
Ma allora il pensiero che tu,
fra mille anni possa occulta servire
a una città, per ricordare il tempo
delle grandi persone tristi
che dipinsero gli alberi in Gennaio
e vollero stagioni
per tanti giorni quanto è duro un anno;
il pensiero di te chiusa nell’aria
di una polvere acuta
che d’amore si tinge,
al brivido costringe di parole
forti come ogni cifra lungo i muri,
acute come un’anima allo specchio
se vivamente coglie solitaria
la sua grande natura:
animale di aria
che un alito già spande.
Ho paura dell’albero comune,
ora contorto, ora diritto;
timore d’essere oscuro mi prende
qui nella poesia,
poiché chiaro è il mio viaggio
con profili di amore e malattia.
La casa del filosofo è lontana,
chiusa in novanta inverni;
anche il muro del critico distante,
stringe il colore
di un albero dipinto.
Nel cammino tra fosse di città,
ora sospinto con profili eguali,
solo un uomo rimango, al «tuo» specchio,
mia grande persona triste;
e provo l’avventura
d’ogni anima acuta e solitaria,
se fisso la natura
del mio animale di aria.
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Quasi una calma
Si canta per non essere. E tu canti.
Spirali che attraversano il tuo viso
per lunghe trasparenze, digradando
nel mare assente
di ciò che non accade;
fili di storta vita, che vanno
dalla memoria al sogno;
volubili e tenaci spirali
che hascono in parole dolorose;
notte di cose allungata negli occhi
ora socchiusi, ora sepolti;
e poi il silenzio e la separazione
ed ora la stranezza,
quasi una lima che toglie,
che rode fra volti notturni.
Spirali per un mondo impolverato,
abitudine e musica e umore,
nulla che se ne va, nulla fasciato
di calma, nulla che scopre il suo dorso,
allunga la sua mano,
depone il suo monile di carne
fra certi suoni e certi alberi;
qualcosa che dirada indefinibile
ed è fra cose sole, ormai sfinite.
La notte e Dio che ride pazzamente.
Si vibra per non vivere. E tu vibri.
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Lettera della morta magia
Per Viola Orlando
O cari,
nelle stanze passate che abitammo,
vagano insieme, ancora trascinando,
i due neri cavalli del corteo
che a me distesa in un mondo di zinco
aperse la morta magia.
Non lettere di ossa
vorrei potervi scrivere; non crude
immagini del vecchio paradiso,
che trema come il vecchio
carro del mio Novembre
uscito dalla nebbia sopra i viali
dell’argento infelice.
Pensate, noi scriviamo
anche sotto la pioggia.
Parole che durano un anno
scendono sopra i fiumi;
perché noi ritorniamo al mondo vero,
rozzi dei nostri lumi frammentati
entro un rozzo pensiero:
le lettere infelici viaggeranno
anche sotto la pioggia.
Pensate: i nostri gomiti,
sull’argento infelice
chiedono il mondo e aspettano che piova.
Se vi dicessi: il tremito del carro
sotto i cuscini di viole, continua;
tremano i miei capelli sopra il fiume
di viole;
e direzioni vagano nel sogno.
Se vi dicessi: i quadri che portate
nei vostri viaggi,
non sono per la vostra fantasia;
o cari, o ladri del mio viso,
di uccidere quel tremito ho bisogno;
spingete altrove il vecchio paradiso,
aiutate la morta magia!
Se vi dicessi: un’orbita
chiude l’amore, ma non serba traccia.
Se vi dicessi: ho teso le mie braccia
sull’argento infelice,
ma il tremito è di nebbia;
verreste e nelle case che abitammo,
per aspettare il carro delle viole,
i due neri cavalli del corteo
che portano cuscini di magia?
O cari, non tremate se una lettera
di ossa
dimentica la vostra fantasia.
**
Parole con altro essere
C’è polvere sbandata, che riesce
a simularsi in forme, affilandosi
con una ragnatela; e questa pende
in angoli alti e oscuri di soffitta,
o interstizi di muro. E basta un soffio
(una magía che varia, od uno sguardo
che salga quasi a tocchi
di cuore), perché quella ragnatela
oscilli, quasi pendoli e divenga
una cosa
nitidamente viva, anzi importante,
quasi come un altro essere soffocante.
C’è polvere sbandata, quotidiana,
che sta per « diventare»; ma si perde.
C’è polvere di tagli,
di margini umiliati, di non miti
trasformazioni.
C’è polvere di limiti,
bocche di aspettazione
che stavano per farsi
respiro di risposte;
e tempie di pensiero
che stavano per farsi
battito dell’aiuto;
e il rovescio di questo. C’è squittio
delle cose che misteriosamente
potevano
essere piú che parola e coraggio
nel fondersi.
C’è polvere di chi non s’accorge,
di chi s’astiene con sforzi sconosciuti,
poteri che non agiscono e silenzi
che piú amorevolmente dell’amore
operano.
Oh, trascurare queste cose calme
ed inspiegabilmente invadersi.
O caro, altro essere con parole,
la mia anima è così poco incantata,
così poco aiutata da un lasciarsi
andare
— chissà cosa potrebbe,
dove potrebbe estinguersi -;
la mia anima è cosí poco paurosa;
cosí
ferocemente adulta di ripari,
di svolte salvatrici; cosí ingiusta
nel forte e impercettibile suo assillo
del non dire piú nulla;
la mia anima è cosí poco insicura
e infinita,
che le basta la sua solitudine
per vagare.
E a volte se ne astiene.
E ha scelto
parole, per attrarre
durevolmente
il vecchio infinito nel nuovo;
e il rovescio di questo; e lo squittio
di sbandata memoria che fa Aprile,
sbattendo la sua forbice là dove
la rosa di una giusta indifferenza
profuma i ponti della tua città.
(1 maggio 1958)
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Rosa e fumo
Non posso diventare, eppure esprimo
un viaggio, capovolto in questo puro
firmamento di terra, sopra liste
ferrigne, in dondolío sfuggenti, elise
da svolte ove laggiú dura una valle.
Rosa e fumo alle soste, e allineati
fuochi su irraggiungibili crinali:
anche lassú, qualcosa dura il tempo
del suo guizzo, fiammeggia ora in acumi
che l’arco del mio treno indietro sperde.
L’iride prolungata dei vagoni
irrompe in altro verde, in altro oscuro,
sceglie nei monti il taglio per cui invadere,
firmamenti di arrivo, le stazioni.
Dietro, le corruzioni della scia,
i rifiuti, le forme da evitare.
Piú indietro, irriducibile, altro mare,
quella febbre, increspata, di stagioni.
(13 febbraio 1959)
**
Montecavo
No. Non basta il trascinío che spasima
nel vento soffocato sotto i colli,
né l’aspra avidità di spazio, il salto
che bramano le cose dilatate
in massi a picco;
per garrire nel gioco che un abisso
spalanca in noi, bandiere avviluppate.
Non basta l’affiancarsi di solari
fantasmi, a quelli in fuga per le rotte
dell’anima chiamata a un viaggio (filtra
ogni paesaggio il suo richiamo astuto)
e nulla basta, a quello che si screzia
fuggevolmente, eppure con durezza
degli attimi, su rami d’impazienza.
La mano che rompe nel sole
il corporeo suo attacco; e la parola
che si deforma in vento
per cadere piú in là del mattino;
e l’impeto degli occhi che si stempra
nell’anelato mondo dei confini;
s’intrecciano
con altra inerzia, che non basta a sé,
di cielo, d’impossibile che irrompe.
(5 aprile 1959)
**
Mattinata
Pericolo è credersi accorti,
pazienti, già infilati nella cruna
di qualche abilità, mossi per una
forza che pare guidi anche se scaccia.
Come allaccia, il pericolo di storti
pensieri! Come smorza la falcata
velocità di passi che una folla
sommerge in sé! (Piú vivo, piú sbattente
è il verde, duro insetto tra il fogliame.)
Pericolo è lo sciame dei suoi transiti
cupi; ma nello specchio di te insonne,
anima, a volte indugia avvertimento
di cammini, rasentarsi di paure,
quel trattenersi ingenuo che hanno i morti
dietro spigoli d’ansia, inappagati
del freddo ieri in cui piove la vita.
Pericolo che vibra nelle dita
di molte siepi rovesciate in su
dal vento che si fa scacciapensieri.
(9 maggio 1959)
**
La dolce ora non scocca…
La dolce ora non scocca. Il ventilato
disordine degli alberi non sbanda
oltre la forma pendula. Scrutate
consistono in mistero le benigne
cose, gli sprazzi, i trepidi legami
dell’uso, attiva urgenza d’altro sogno,
le chiamate terrestrità d’amore
nelle inquiete anime strette,
nelle inette solitudini. Stinge
altro giorno, linguaggi si disfanno
e, come ignote, pendono manie
chissà dove nel sonno — il chiuso fiume,
la cupola, le persone imperfette
che annodano fili di mondo,
la cesoia che tocca nella siepe
di questa vibrazione, che sfoltisce;
la pioggia che si muove segretissima
e non pare che giunga o forse… oh, dove
pendolerà la dolce ora, la lunga?
(1 giugno 1959)
**
La mano che si stringe…
Là mano che si stringe in mezzo al cielo
serra nubi e cristalli,
a specchio dei legami
terrestri; e per ventate,
confusi, gonfi, opachi battimenti
sprigionano l’autunno.
Cova nel mare un riposo
alto di voci, un’arca lunga affonda
e risale con le foglie del mare,
trafiggono grotte i riflessi
d’aperto autunno chiusi sotto il mare.
È dunque spinta altrove
l’anima; e chiama somiglianza
di cose, i tagli inferti dall’autunno
allo spazio, dal mare a quel nitore
che libra in sé pigrizia della luce
eppure slancio, ampio gioco di inni
delicati, avvio di schiume
a generarsi in urto… promontori
spezzano il sogno; e il mare ricomincia,
è l’avido, e piú, autunno
dei flussi che s’inebriano
contro l’autunno terrestre,
lotta e amore di sonanti filari
in cui azzurro traspira,
ànsimo vuoto contro vuote stelle
d’autunno, lassú.
(30 settembre 1959)
**
Raffaele Orlando è morto a trentatre anni il 25 giugno 1962, mentre si correggevano le bozze di questo libro [L’annaspo, Einaudi 1963]. Pareva che vi fosse ancora una speranza di farglielo palpare, vedere, annusare da vivo, di fargli provare quello ch’è forse l’unico piacere degli scrittori, e che spesso dura solo un istante, un istante intensissimo. E invece no. La morte che aveva fissato ad Orlando un singolare e atroce appuntamento, è stata esatta anche in questo […]. Fisicamente drammaturgo, e poeta in ciò che più rivela i poeti (cioè nell’ossessivo amore per le parole), Orlando cerca affannosamente d scoprire il rapporto più vero fra parola e dramma, poesia e azione, per poi giungere a quella coincidenza fra azione e contenuto morale in cui la pietà per le persone diventa giudizio. Sono sicuro che vi sarebbe arrivato, e ben presto […] E invece no. Siamo qui a parlare di lui come vi fosse ancora un futuro, e invece no, è passato. Speriamo che, come ogni cosa autentca, non sia passato invano.
Ruggero Jacobbi (dalla prefazione a L’annaspo)
*
Raffaele Orlando nasce a Menaggio il 2 gennaio 1929. Nel 1960 entra a far parte del Piccolo Teatro di Milano, come assistente di Giorgio Strehler. Collabora con lui a diversi spettacoli come L’Egoista, L’eccezione e la regola, Ricordo di due lunedì. Scrive due drammi, Il sintomo e L’annaspo. Lascia poesie inedite, pagine di diario e appunti per un dramma dal titolo Discorso della pianura. Muore il 25 giugno del 1962 a Gardone Riviera.

Jacques Derrida
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La scrittura può seguire il ritmo del pensiero? È un problema che André Breton doveva necessariamente porsi. Il surrealismo, infatti (secondo la celebre definizione che egli ne dà nel manifesto inaugurale del movimento), è l’«automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale»1. Idea non banale, certo, ma più facile a dirsi che ad attuarsi, come dimostrano i seri problemi incontrati dai surrealisti nei loro tentativi (sempre in gran parte simulati) di scrittura automatica. In effetti, il flusso del pensiero non si lascia riprodurre, anche perché il suo corso risulta sempre più veloce della mano che dovrebbe trascriverlo.
Ma quale rapporto possono avere preoccupazioni del genere con la filosofia, che per definizione è esercizio vigile della coscienza? In apparenza nessuno. Eppure un pensatore come Jacques Derrida sembra aver avvertito, riguardo a se stesso, esigenze in parte simili a quelle esposte da Breton. Così, in un suo testo edito nel 1980, egli descrive «il vecchio sogno impossibile della registrazione esaustiva e istantanea, soprattutto non perdere neanche una parola – poiché ci tengo in particolare alle parole e la loro rarefazione mi è insopportabile nella scrittura –, il vecchio sogno dell’elettro-cardio-encefalo-LOGO-icono-cinemato-biogramma completo. E banale – voglio dire in primo luogo senza la minima letteratura o finzione sovrapposta, senza pausa, senza selezione né di codice né di tono, senza il minimo segreto, niente del tutto, soltanto tutto – e banale in fin dei conti, perché se una simile carta fosse possibile, anche solo per un lasso di tempo assai breve (a loro ci vorrebbero poi secoli di università per decifrare il risultato), io morirei infine placato»2. Questo sogno del filosofo francese appare tanto più paradossale se si pensa che la sua produzione libraria edita in vita è stata immensa, e del resto continua tuttora, con numerose e importanti pubblicazioni postume.
Si potrebbe obiettare che il passo citato proviene da Envois, uno degli scritti derridiani più prossimi a una forma di espressione di tipo letterario. E in effetti l’autore ha riconosciuto che, in quel testo, ad essere in causa è un «firmatario fittizio»3. Nondimeno, l’idea che abbiamo visto enunciata dal filosofo si ritrova in altre sue dichiarazioni, in cui l’impiego della prima persona è senz’altro più immediato. È il caso di un’intervista nella quale egli afferma: «Per quanto riguarda il discorso interiore, il monologo interiore, i pensieri interni, la mia infelicità è che, tra ciò che mi passa per la testa ad ogni istante, che può avere tutte le forme possibili e talvolta forme discorsive molto elaborate, e ciò che ne rimane quando scrivo, non c’è alcun rapporto, o un rapporto tanto indiretto o deformante da provocare sofferenza. Quello che facciamo, pensiamo, parliamo, diciamo, è incommensurabilmente più ricco e più fine, pertinente, inventivo, di tutto ciò che si può registrare sulle nostre macchine da scrivere, sui magnetofoni, la carta, i libri, le interviste e altrove. Qui ho una sensazione di perdita, e lotto contro questa perdita di memoria»4.
Come si vede, il filosofo sembra qui riferirsi soprattutto alle idee (già elaborate, oppure ancora grezze) che gli capita di avere, e magari anche di esporre oralmente parlando con altri, ma che spesso vengono da lui dimenticate, spariscono nel nulla per mancanza di una qualsiasi forma di registrazione durevole. È una sensazione che chiunque, in certi momenti, sperimenta, dunque non c’è da sorprendersi che, nel caso di un pensatore fertile e inventivo come Derrida, essa si accompagni al rammarico per tutto quel in tal modo è andato perduto. Tuttavia non bisogna credere che a interessargli siano solo i concetti (o le intuizioni) potenzialmente utilizzabili nel suo lavoro filosofico. In altre dichiarazioni, infatti, egli torna ad insistere sull’auspicio, o piuttosto il miraggio, di una fissazione integrale dei pensieri: «Ancora oggi, rimane ossessivo il desiderio di salvare nell’iscrizione ininterrotta, sotto forma di un memoriale, ciò che accade – o non riesce ad accadere. Quello che sarei tentato di denunciare come un’esca, ossia la totalizzazione o il raccoglimento, non è forse ciò che continua a farmi correre? L’idea del polilogo interiore […] era in primo luogo il sogno adolescenziale di conservare traccia di tutte le voci che mi attraversavano – o mancavano di farlo, e che doveva essere così prezioso, unico, nel contempo speculare e speculativo. Ho appena detto “non riesce ad accadere” o “mancavano di farlo” per indicare bene che ciò che accade, in altri termini l’evento unico di cui si vorrebbe conservare la traccia, è anche il desiderio stesso che accada ciò che non accade, e dunque una “storia” in cui l’evento incroci già in sé l’archivio del “reale” e l’archivio della “finzione”. Già avremmo difficoltà non a discernere ma a separare il racconto storico, la finzione letteraria e la riflessione filosofica»5.
Si sarà notato che Derrida utilizza, per parlare dell’opera sognata, l’espressione di «memoriale». In effetti, c’è per lui uno stretto rapporto tra l’esigenza di scrivere e quella di fissare sulla carta dei ricordi personali: «Le Memorie, sotto una forma che non sarebbe quel che di solito si chiama così, costituiscono la forma generale di tutto ciò che mi interessa, il desiderio folle di conservare tutto, di raccogliere tutto nel proprio idioma»6. Questo potrebbe sembrare un progetto di tipo letterario, piuttosto che filosofico, ma non è esattamente così, anche se Derrida ammette la propria predilezione per la scrittura di sé: «Nella letteratura, in fondo, mi interesso sempre all’autobiografico: non al cosiddetto “genere autobiografico”, bensì a quell’autobiograficità che deborda largamente il “genere” dell’autobiografia. D’altronde, la maggior parte dei romanzi autobiografici mi sembrano assai poco autobiografici. Cerco dunque di guardare a ciò che nell’autobiografia eccede sia il genere letterario sia il genere discorsivo e, al limite, l’autòs. Cerco di interrogare ciò che nell’autòs scompagina il rapporto a sé, ma sempre in un’esperienza esistenziale singolare, se non ineffabile quanto meno intraducibile, difficilmente traducibile»7. È proprio l’intento di finalizzare la scrittura memorialistica alla destabilizzazione dell’io, invece che all’autocelebrazione narcisistica, ciò che conferisce al progetto di Derrida una dimensione filosofica.
Egli non è stato il primo ad accorgersi del fatto che i pensatori, anche quando credono di pronunciarsi sui massimi sistemi, nel contempo stanno rivelando qualcosa che li riguarda personalmente. È quel che asseriva già Nietzsche, secondo cui i grandi filosofi «non sono consapevoli del fatto che parlano di se stessi – ritengono trattarsi “della verità” – ma in fondo si tratta di loro»8. Idea che verrà da lui ribadita anche in seguito: «Mi si è chiarito poco per volta che cosa è stata fino ad ora ogni grande filosofia: l’autoconfessione, cioè, del suo autore, nonché una specie di non volute e inavvertite mémoires»9. Derrida è ben cosciente di ciò, il che gli consente di affermare: «La filosofia […], per me, è sempre stata al servizio di questo progetto autobiografico di memoria, il che non significa rinunciare alla specificità del genere filosofico, all’esigenza propriamente filosofica, ma attesta il desiderio, pur andando il più in là possibile nella responsabilità filosofica, di indicare che essa è, in quanto responsabilità, quella di qualcuno. Per formalizzare al massimo, direi che la domanda chi mi sembra sempre essere la grande domanda. […] Ovviamente il chi non significa l’io, la persona, il soggetto, ma ciò che obbliga a interrogare e a decostruire questa storia dei concetti di io, di persona, di soggetto, di mente, ecc. La questione del chi […] provoca lo spostamento delle categorie entro le quali vengono pensate la biografia, l’autobiografia, le memorie»10.
Ci sono due classici modi per rapportarsi alla vita di un filosofo: il primo consiste nel pensare che non si possa né si debba prescindere dalla conoscenza dei faits et gestes che l’hanno caratterizzata, il secondo nel ritenere che tali circostanze siano trascurabili, in quanto l’unica cosa che importa è il contenuto teorico delle opere. Queste due posizioni, in contrasto fra loro, sono rappresentate da due autori molto stimati da Derrida, ossia Nietzsche e Heidegger: entrambi le enunciano parlando dei pensatori greci delle origini, riguardo ai quali le nostre conoscenze di natura biografica sono senz’altro scarne e lacunose. Nietzsche, però, le ritiene essenziali: «Questo tentativo di raccontare la storia dei filosofi greci più antichi si distingue da altri tentativi simili per la sua brevità. […] Sono state scelte tuttavia le dottrine in cui vibra ancora nel modo più forte l’elemento personale di un filosofo: per contro un’enumerazione completa di tutte le possibili dottrine tramandate, secondo l’uso dei manuali, ha in ogni caso il risultato di ridurre al silenzio l’elemento personale. Perciò sono talmente noiose quelle esposizioni: in sistemi che sono confutati può difatti interessarci ormai soltanto l’elemento personale, poiché questo è l’aspetto eternamente inconfutabile. Con l’aiuto di tre aneddoti, si può fornire l’immagine di un uomo: in ogni sistema io cerco di mettere in luce tre aneddoti, e getto via il resto»11. Di parere opposto è Heidegger: «Della vita di Eraclito […] sappiamo tanto poco quanto della vita di Anassimandro e di Parmenide. Sarebbe sbagliato lamentarsi della mancanza di notizie biografiche; infatti chi sia Parmenide e chi sia Eraclito lo possiamo stabilire solo a partire da ciò che Parmenide ed Eraclito hanno pensato, e questo non lo veniamo mai a sapere dalle “biografie”. Perciò la biografia di un pensatore può essere completamente esatta, mentre l’esposizione del suo pensiero rimane del tutto non conforme a verità. […] Gli “aneddoti” non devono sostituire la biografia mancante, né devono servire ad introdurre l’esposizione delle cosiddette “opere” dal punto di vista “biografico”; essi devono piuttosto aiutarci a riconoscere che l’“elemento biografico” e la “personalità storica” sono aspetti inessenziali»12.
La posizione di Derrida al riguardo differisce sia da quella nietzschiana che da quella heideggeriana, in quanto si basa su un ragionamento di maggiore complessità: «Non consideriamo più la biografia di un “filosofo” come un corpus di accidenti empirici che lasciano un nome e una firma fuori da un sistema che si offrirebbe solo a una lettura filosofica immanente, l’unica considerata filosoficamente legittima: totale incomprensione accademica dell’esigenza testuale, che si regola sui limiti più tradizionali dello scritto […]. Grazie a questo, d’altra parte, è possibile in seguito scrivere delle “vite-di-filosofi”, dei romanzi biografici […]. No, una nuova problematica del biografico in generale, e della biografia dei filosofi in particolare, deve mobilitare altre risorse, e quanto meno una nuova analisi del nome proprio e della firma. Né le letture “immanentiste” dei sistemi filosofici, siano esse strutturali o meno, né le letture empirico-genetiche esterne, hanno mai, in quanto tali, interrogato la dynamis del margine che esiste tra l’“opera” e la “vita”, il sistema e il “soggetto” del sistema. Questo margine […] non è una linea sottile, un tratto invisibile o indivisibile tra l’insieme dei filosofemi da una parte e la “vita” di un autore, già identificabile col suo nome, dall’altra. Questo margine divisibile attraversa i due “corpi”, il corpus e il corpo, secondo leggi che cominciamo soltanto a intravedere»13.
Ovviamente le cose si complicano ancor più se a trattare della propria vita è il filosofo stesso, ossia se ad essere in causa è la scrittura autobiografica. E qui si torna al caso di Derrida, quello di un pensatore che, pur non avendo mai scritto un’opera concepita come narrazione per esteso della propria vita, ha spesso inserito frammenti memorialistici nei suoi libri o interviste. Perciò, come ha notato Benoît Peeters, «Circonfession, La carte postale, Le monolinguisme de l’autre, Voiles, Mémoires d’aveugle, La contre-allée e vari altri testi, tra cui molte interviste tardive, così come i due film che gli sono stati dedicati, delineano un’autobiografia frammentaria, ma ricca di dettagli concreti e talvolta molto intimi»14. Ciascuno dei testi evocati da Peeters richiederebbe un’analisi approfondita, ma preferiamo mantenerci qui sul piano di un discorso più generale. È chiaro che esiste, nelle opere derridiane, una doppia pulsione contraddittoria: quella a «dire tutto» anche su di sé, e quella che induce invece alla discrezione: «Ciò che si riserva nello svelamento, non è qualcosa che si nasconde, che si decide di non mostrare: dato che qualcosa è sottratto a me stesso, riservato per me stesso, fin tanto che […] questa riserva rimane valida per me, troverei nel contempo derisorio, brutale, sommario e falso fingere di svelarlo. Per custodire in riserva lo svelamento della riserva, mantengo una specie di discrezione, fin nell’esibizione. C’è il segreto di “me” per “me”. Per preparare o preservare la possibilità per me di accedervi o di mostrarlo, giudico per il momento che ogni mostrazione [monstration] sia precipitosa o aneddotica. Essa cederebbe a dei canali convenzionali, come la fotografia o l’aneddoto; sarebbe mistificatrice, mistificante ed esibizionista. Esibizionista nel senso derisorio del termine»15.
Lo stesso tipo di problematica si presenta anche rispetto a un’altra forma di «scrittura di sé», quella diaristica. Il filosofo ha ricordato in un’intervista di averla praticata fin da giovane, sia pure in maniera particolare: «In quel diario si trovavano al tempo stesso confidenze autobiografiche, ma anche già abbozzi di brevi dissertazioni su Rousseau e Nietzsche. […] Se c’è un sogno che non mi ha mai abbandonato, qualsiasi cosa abbia scritto, è quello di scrivere qualcosa che abbia la forma di un diario. In fondo, il mio desiderio di scrivere è quello di una cronaca esaustiva. Cosa mi passa per la testa? Come scrivere tanto velocemente da conservare tutto ciò che mi passa per la testa? Mi è capitato di riprendere in mano dei taccuini, dei diari, ma ogni volta li abbandonavo; alla fine ci ho rinunciato, e ora non tengo più alcun diario. Ma è il rimpianto della mia vita, perché quello che mi sarebbe piaciuto scrivere è proprio questo: un diario “totale”»16.
Non è soltanto una difficoltà di carattere stilistico o psicologico quella che ostacola il sogno derridiano di una registrazione scritta che sia onnicomprensiva. Questo sogno, infatti, confligge gravemente con la concezione che il filosofo stesso ha proposto riguardo alla scrittura. A giusto titolo Igor Pelgreffi ha osservato che «qui, la contraddizione sta nel desiderio di un pangrafismo capace di trattenere la vita, che con tutta evidenza contrasta con l’idea di écriture come forma del rinvio, del necessario ritardo e rottura dell’ordine vitale dell’immediatezza»17. Inoltre il pensiero, al pari dell’esistenza, è caratterizzato proprio dall’essere qualcosa di fuggevole, dunque solo in minima parte fissabile sulla carta. E l’oblio non è meno importante, né meno necessario, della memoria.
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1 A. Breton, Manifeste du surréalisme (1924), in Manifestes du surréalisme, Paris, Gallimard, 1981, p. 37 (tr. it. Manifesto del Surrealismo, in Manifesti del Surrealismo, Torino, Einaudi, 1966; 1987, p. 30; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).
2 J. Derrida, Envois, in La carte postale, de Socrate à Freud et au-delà, Paris, Aubier-Flammarion, 1980, p. 76 (tr. it. Invii, in La cartolina. Da Socrate a Freud e al di là, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 69).
3 J. Derrida, À voix nue (1998), in Sur parole. Instantanés philosophiques, La Tour d’Aigues, Éditions de l’Aube, 1999, p. 25 (tr. it. A voce nuda, in Sulla parola. Istantanee filosofiche, Roma, Nottetempo, 2004, p. 33).
4 J. Derrida, Dialangues (1983), in Points de suspension. Entretiens, Paris, Galilée, 1992, pp. 153-154.
5 J. Derrida, «Cette étrange institution qu’on appelle la littérature» (1989), in AA. VV., Derrida d’ici, Derrida de là, a cura di Thomas Dutoit e Philippe Romanski, Paris, Galilée, 2009, pp. 254-255.
6 J. Derrida – Maurizio Ferraris, intervista del 1994, in Le Goût du secret. Entretiens 1993-1995, Paris, Hermann, 2018, p. 51 (tr. it. «Il gusto del segreto», Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 38).
7 Ibidem (tr. it. p. 37). Per tutti i temi che stiamo affrontando, è d’obbligo il rinvio all’ampio volume di Igor Pelgreffi La scrittura dell’autos. Derrida e l’autobiografia, Giulianova, Galaad, 2015.
8 Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1882-1884, in Opere, vol. VII, tomo I, parte I, tr. it. Milano, Adelphi, 1982, p. 250.
9 F. Nietzsche, Al di là del bene e del male (1886), in Opere, vol. VI, tomo II, tr. it. Milano, Adelphi, 1968; 1986, p. 11.
10 Le Goût du secret, cit., pp. 51-52 (tr. it. p. 38).
11 F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci (1873), in Opere, vol. III, tomo II, tr. it. Milano, Adelphi, 1973, p. 267.
12 Martin Heidegger, L’inizio del pensiero occidentale. Eraclito (1943), in Eraclito, tr. it. Milano, Mursia, 2015, p. 9.
13 J. Derrida, Otobiographies. L’enseignement de Nietzsche et la politique du nom propre, Paris, Galilée, 1984, pp. 39-41 (tr. it. Otobiographies. L’insegnamento di Nietzsche e la politica del nome proprio, Padova, Il Poligrafo, 1993, pp. 41-42).
14 B. Peeters, Derrida, Paris, Flammarion, 2010, p. 11. Gli scritti derridiani a cui si fa riferimento sono: Circonfession, in Geoffrey Bennington – J. Derrida, Jacques Derrida, Paris, Éditions du Seuil, 1991, pp. 5-291 (tr. it. in Derridabase – Circonfessione, Roma, Lithos, 2008, pp. 11-281); Envois, cit., pp. 5-273 (tr. it. pp. 11-230); Le monolinguisme de l’autre ou la prothèse d’origine, Paris, Galilée, 1996 (tr. it. Il monolinguismo dell’altro o la protesi d’origine, Milano, Cortina, 2004); Un ver à soie, in Hélène Cixous – J. Derrida, Voiles, Paris, Galilée, 1998, pp. 23-85 (tr. it. Un baco da seta, in Veli, Firenze, Alinea, 2004, pp. 21-73); Mémoires d’aveugle. L’autoportrait et autres ruines, Paris, Réunion des musées nationaux, 1990 (tr. it. Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine, Milano, Abscondita, 2003); Catherine Malabou – J. Derrida, La contre-allée, Paris, La Quinzaine Littéraire-Louis Vuitton, 1999. I due film sono: Safaa Fathy, D’ailleurs, Derrida (1999), e Kirby Dick – Amy Ziering Kofman, Derrida (2002).
15 Dialangues, cit., pp. 143-144.
16 À voix nue, cit., pp. 18-19 (tr. it. pp. 25-26). Ci sono comunque alcuni testi nei quali Derrida adotta (o finge di adottare) la forma del diario, inteso proprio come serie di annotazioni datate: cfr. Cartouches, in La vérité en peinture, Paris, Flammarion, 1978, pp. 211-290 (tr. it. Cartigli, in La verità in pittura, Roma, Newton Compton, 1981, pp. 177-244); Journal de bord, in Survivre, in Parages, Paris, Galilée, 1986, pp. 119-218 (tr. it. Giornale di bordo, in Sopra-vivere, in Paraggi. Studi su Maurice Blanchot, Milano, Jaca Book, 2000, pp. 177-271), nonché Un ver à soie, cit., e le parti stampate su fondo grigio in La contre-allée, cit.
17 I. Pelgreffi, Scrittura e filosofia. Jacques Derrida interprete di Nietzsche, Roma, Aracne, 2014, p. 92.

Marco carissimo,
il tuo Sindrome del ritorno non è una raccolta di frammenti come tu scrivi in apertura del libro. Pensare a questa tua opera in questi termini significa non coglierne il nucleo e la vita che abita ogni parola di questo volume. Sindrome del ritorno è adesione profonda al tuo sé interiore e ogni parola, ogni sguardo, che sia alle nuvole o al sandalo che compare in sogno, vivifica il tuo sé interiore ed è qui, in questo e su questo vivificare, che la sindrome del ritorno si regge e costruisce. Perché “sindrome del ritorno” non è altro che scavare nella propria dimensione esistenziale vivendo in modo sincronico ciò che è e ciò che è stato in modo da poter rinnovare costantemente il proprio essere, la propria coscienza. Si avanza e al contempo ci si riprende per vivificarsi senza sosta, perché “le mani posate sui fogli ancora vuoti” abbiano quello scatto, quella presa di coscienza, che le mette in moto, che le fa diventare quello strumento/destino che disvela l’inganno e anche l’abisso della realtà che ci circonda e che, dopo averli disvelati, ritorna su se stesso, per imbracciare “quel fucile rosso, mezzo disegnato sul muro” e uccidere con questo fucile “le nevrosi, i numeri, gli odori, i rumori, le sciocchezze di sempre”. Ritorna, si è detto, su se stesso. E ritornare su se stesso equivale ad agire. E agire è vivificarsi, poter essere contro o a favore, poter scrivere, potersi concentrare sui dettagli, anche quelli di un sogno. È potersi stupire. E nello stupore, inteso come qualcosa che sconcerta e sbalordisce, tutto si tiene e lega, si fa sintesi e unità.
Ecco, la sintesi e l’unità. E il ritorno/vivificarsi ne è radice radicale. Senza il ritorno la coscienza si sgretola, l’io si sgretola, il mondo si sgretola. Ma, soprattutto, la parola si sgretola. Da qui la necessità della sindrome del ritorno perché la parola e il proprio sé possano eternamente generarsi e rigenerarsi, possano eternamente sperimentare e sperimentarsi nella loro struttura fisica e psichica, nella loro corporeità fatta di nodi e grumi, di sogni emblemi ed enigmi che marcano tempo e spazio, etica ed estetica, in uno slancio che plasma, individualmente, certo, ma poi anche collettivamente e quindi storicamente, gli infiniti conflitti e contraddizioni che abitano e animano il sé e la parola.
Per questo, Marco, non siamo qui di fronte a dei frammenti ma ad un’opera che è tessitura solida e compiuta, e che da dialogo intimo, interiore, si espande per diventare ed essere testimonianza di tutte quelle dinamiche dilanianti o astruse, imprevedibili o folli, che segnano a fior di pelle l’umano sentire, e che segnandolo lo rendono però anche libero di riconoscersi, e di tornare eternamente su se stesso per essere e vivere. Per continuare a vivere.
Con un forte abbraccio,
Silvia
**
Silvia carissima,
hai ragione, non ho scritto un libro di frammenti. Ma, per me, dire “frammento” è dire una totalità ridotta all’essenza, è la presenza stessa della poesia. La poesia non guarisce chi si ammala, non trasforma il mondo, non lo guida a magnifiche sorti progressive: è disarmata, nuda, vinta, ma ha sempre qualcosa da dire ancora perché il suo regno è quello dell’indicibile, degli “infiniti conflitti e contraddizioni che abitano e animano il sé e la parola”. La poesia nasce quando il discorso logico sparisce e ci consegna allo stupore di parole che, trattenute per un istante, per un istante trascritte, nostre e mai solo nostre, imprudenti, infelici, rivoltose, amorose, ricche di infinito, di pericolo, di bellezza, sono esattamente quello che abbiamo e quello in cui ci riconosciamo. La poesia è l’esperienza di sentirsi dentro le cose con il rigore di un linguaggio sospeso in una realtà “fatta di nodi e grumi, di sogni emblemi ed enigmi che marcano tempo e spazio, etica ed estetica”. Ma questa sospensione non è arabesco del linguaggio o estasi mistica: è attenzione morale a una lingua che ci permetta di guardare dentro e attorno a noi senza impressionismi consolatori, senza vezzi linguistici, senza paesaggi rassicuranti. Guardare. Dormire. Poi svegliarsi, in stato di allarme e combattere la dittatura dell’ovvio non solo con la poesia in versi ma con il pensiero poetico, essenziale per “continuare a vivere”. Sindrome del ritorno è costruire un’oasi nostra, che sia casa da cui partire e casa in cui tornare. Luogo di “tessitura solida e compiuta”, ma anche luogo dei nostri frammenti, abitati dal demone di un vento che distrugge, incessante, e plasma, ininterrotto. La radice, così penso e sogno, di noi stessi, è il vento, e ogni scrittura è una lezione di vento. Le “mani posate sui fogli ancora vuoti” non smettono mai di scriversi, di scriverci.
Francesco Marotta (1954-2025)

Immagine di Nicolas De Staël
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più chiare nascite
senza memoria di parole
nella voce,
profili
in trame di muschi
cresciuti nel grembo caldo
della luce –
dove
la pelle è un paesaggio
che si apre
a mani da semina
e consiste, limpido,
nell’oblio di polvere
del futuro
(viste dall’alto,
da un prima di distanze,
versando dentro i calici
l’arte che ci perdona
del sapere)
*
sul labbro
sente le sillabe
intrecciare favole di nebbia,
geografie di resina e
notti immaginarie
tradotte al guado di
lampade profonde: –
la lingua assorbe tempo
dai pori del respiro,
l’infanzia
fa cenni di luce
da cieli di rimpianto
che ora svaniscono, ora
si impigliano alle fronde,
nel grido di chi sbaglia strada
e senza il dono dell’orma
va nel giorno
*
ieri
gravido di lune franate
nell’abisso
salino
di un grido –
al laccio un viola
d’ombre di crepuscolo,
negli occhi
la rotta dolente
di vele sopra mari
inesplorati: –
non altro si annuncia
in questo lento fluire
di spazi
arresi a regole d’azzardo,
solo vorticose cadute
di saggezza
nella quiete che scolora
insieme al liquido bruciato
di una bottiglia vuota –
costellazione
imprevista
di petali, silenzi
fermentati
dagli umori densi
del sangue delle rose
*
così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –
è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio
*
incoerente rotta nell’azzurro
disegnata dall’ultimo volo,
dalle pupille di una rondine
in rallegrati lumi
invernali –
quando lo sguardo
cede all’incanto
di quel lampo compiuto
da sciami di cielo e
la notte frana come un porto
all’inarcarsi di onde
millenarie, poi
lacrima nell’erba nevi
elementari, argille d’isola
per modellare transiti
di epoche: –
si muore
nella calma di uno stelo
reciso dal gelo,
col passo che profonda sete
in ripetute lettere del sonno,
un breve sorso
alla ferita immobile
del sole
*
indicibile senso
di impuri,
insanabili alfabeti
per quanti segni vibrano
nell’oscura nobiltà dei morti
e prendono voci di steli
inebriati dal respiro
della falce – reciso
accordo di ostinate forme,
solo lo sguardo intatto,
non indurito da
battesimi di luce,
un fuoriuscire dall’atlante
di rituali paesaggi,
oasi che gravano
di desideri l’occhio,
gigli accesi in troppo labili
calici di mente
*
estasi annunciate
dal ritorno di ali recluse
tra orizzonti di vertigine,
in quel volo radente
che, sul nascere,
a nessuno germoglia
cristalli contro il fuoco,
ma rose aguzze
che
nel chiarore
cercano accordi con la spina: –
le senti rosseggiare,
crepitanti
resine d’inchiostro,
assomigliarsi agli astri
sfiniti tra rigagnoli di mura,
al tempo che si estenua
nel lievito di un grido,
a questa dura pace
dell’aria che regna
nel guardare
*
cardini del cielo
in fondali di specchio,
echi del vivere
in corpi fasciati d’acque
nel cono illuminato
dell’appena, quasi
una bruma
misericordiosa
che bussa alle palpebre
e ricopre, tra
nevicate di foglie,
parole miniate
con gli inchiostri delle cime: –
quanto riemerge al giorno
è colore sbiancato
di segni, la mano
che inquadra l’ombra
in brevi metamorfosi
di luce – fragili,
irripetibili
trasparenze d’altrove
vanescenti cerchi
in stagni illusori di eventi –
tutto trascorre
limpido
allo sguardo
tranne una pietra
covata in chimiche
stagioni d’iride, scagliata
tra le onde dei giorni
a naufragare la fitta
autunnale
che ricuce l’anima di tele,
come un ragno: –
arcipelaghi
frementi di alghe
per quanti istanti
la morte cede ai sensi
azzurrati di piovasco –
in trame di segni
intraducibili
fiorisce sulla pelle
mappe d’acque immobili,
silenzi di ninfee
*
maree incantate
da rive inaccessibili –
sporge da un grido d’acque,
tra filamenti d’isola,
come un lume
covato nei fondali,
il dio dagli occhi a stella
che emerge nel tramonto
confuso dentro orme
verdeluce: –
il suo volto
si mostra allo sbarco
terra di tormentate lune
che nel timore difende
l’oro dei suoi deserti,
e per necessità,
di dubbio in dubbio,
appronta il diario
dei suoi disvelamenti –
ventoso diario di parole,
sbiadita rassegna
di immagini
d’assenza
*
alberi sedotti
da luci segrete di pietre
e solitarie stelle
di ponente –
alberi grondanti fuochi
di passione, gravidi
di foglie in lenta fila
al controllo delle parche,
naturali epifanie
di finitudine
in segnali di chiome,
di terragni voli: –
alberi –
nella notte
rischiarata da un bagliore,
respiri di occhi
arresi
alla voce srotolata
delle acque – al dire
che alimenta
il desiderio inspiegabile
del seme
*
vegliano i giorni
la stele irrivelata dei canti,
reliquiario di pensieri
spesi in muta grazia
e trapassati, ombra
dopo ombra,
al sonno delle sabbie,
indecifrabili
come lacrime sognate
da respiri ardenti d’oasi –
pagine di fiume
dove il senso emerge
in labili segnali di corrente
cancellati dall’aurora,
un’altra resa,
una rosa di silenzi
unica nel suo alfabeto
senza requie: –
di tante voci
gridate sull’orlo dell’abisso
solo la sete dura,
accampata
sulle labbra di stelle
incapaci d’occhi,
dismesse
radure dell’eterno
*
il segno dice della parola
quello che non è più,
il non ancora –
come una palpebra
abbassata
sull’orizzonte del foglio,
sotto cieli grondanti
della stessa attesa,
fa corpo da sempre
col vuoto
che si lascia alle spalle,
col vuoto che annuncia: –
tacere in ascolto
è il suo volto segreto,
un candelabro semprevivo
sulla spuma d’astro
della parola ritrovata,
perduta,
abitata in passi d’esilio
*
respiri
impenetrabili alla goccia,
se l’acqua è nero
lume di parole
e devasta orizzonti
di radici, lingua
che taglia
a colpi di memoria
volti illuminati appena
da mute eredità di foglie
(salpa il naviglio
e si congeda
dai fiori dello stagno,
la disperazione dell’erba
è già un parlare
in lingue di cammino –
vibra alla brezza,
muove la corrente,
indica la rotta
per la foce)
*
stelle che al corpo rivelano
contiguità radianti
di stupore
e sensi accesi
nell’oro della sera –
in quei silenzi che
parlano di oscuro
quando la rosa che si osserva,
rabbrividita
nella luce assente,
costretta nell’acqua
stagnante del suo sguardo,
copula inavvertite albagie
di fiume, il suo diario
di amori appesi al cielo,
a strapiombo
sulle rapide dell’alba –
minia ingegnose chiuse d’aria
sulla pagina mai scritta
di un brivido –
il profumo di disfatta
che si improvvisa palpito
del mondo
*
dimore precarie
dove fiamma il respiro
di icone ingrigite,
un tracciato di brina e ragnatele
per copule di polvere,
architetture aeree
di remote vite
consumate in odore di nebbia,
bruciate in cifre perpetue
di non visibili volti di marea,
di varchi dislagati
per smemorati ritorni: –
dimore del respiro,
flutti di un ambiguo
immaginarsi
sotto insegne di vele
vaganti fino alla riva
che fa cenni di faro
dall’astro sabbioso dell’origine –
muove istanti a spezzettati,
esausti giochi d’onde,
come un fuoco
che si accende e spegne
nella pupilla disarmonica
dei venti
*I testi sono tratti da: Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure 2024.
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Francesco Marotta (Nocera inferiore 1954-Milano 2025), ha pubblicato Le guide del tramonto (1986), Memoria delle meridiane (1988), Giorni come pietre (1989), Alfabeti d’esilio (1990), Il verbo dei silenzi (1991), Postludium (2003), Impronte sull’acqua (2008), Esilio di voci (2011), Hairesis (202126), Il poema ininterrotto. Antologia a cura di Marco Ercolani (2016), Da un’eternità passeggera (2024), Polvere (2024),
Ha tradotto Yves Bergeret, Paul Celan, René Char, Henri Michaux, Mario Osvaldo Benedetti.
Tutta la sua produzione, edita e inedita,è reperibile in rete a questo indirizzo:
https://rebstein.wordpress.com/poetry-in-time/

Immagine di Jean Fautrier
I testi sono tratti da Jeux d‘encre. Trajet Zao Wou Ki, L’Echoppe & La Maison des Amis des Livres, Tusson, 1994 (traduzione di Marco Ercolani)



Immagini di Zao Wou Ki
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I libri sono noiosi da leggere. Nessuna libera circolazione. Si è solo invitati a seguirli. Ma il cammino è già tracciato, unico.
Differente il quadro: immediato, intero. Si va a destra o a sinistra, dove si vuole, dove piace, secondo le sue traiettorie, e le pause non sono indicate.
Da quando lo desidera, l’occhio lo trattiene: nuovo, integro. Un attimo, ed è tutto è là.
Tutto, ma non si sa ancora niente. Da qui bisogna cominciare a LEGGERE. Gioia quasi ignota a tutti. Ma tutti possono leggere un quadro e trovarci qualcosa (e a mesi distanza cose nuove), tutti, rispettosi, insolenti, estroversi, introversi, analisti scientifici, chi studia i movimenti dell’individuo o il suo aldilà, o chi vede ogni tratto come un salmone da tirar fuori dall’acqua, quelli per cui ogni cane incontrato è da stendere sul tavolo operatorio per scrutarne le emozioni nello stomaco aperto, o chi con il cane che incontra preferisce giocarci e riconoscersi conoscendolo, quelli che nell’altro non festeggiano altro che se stessi, o chi vede soprattutto la grande marea che porta il quadro al pittore e il pittore stesso, e al lettore la folla del suo seguito e dei predecessori e la folla degli avvenimenti riuniti, e infine i buoni a nulla, gli scoordinati, e chi in ogni paesaggio ha le loro pale del suo mulino da far girare (le pale si vedono girare in piena luce nei paesaggi stranieri).
Posso spingere lettori che si ignorano a leggersi a loro volta? Mi perdoni Zao Wou Ki: mi hanno portato le sue litografie, e io ignoravo lui e le sue pitture.
L’indomani scrissi le pagine seguenti, e altri frammenti dopo.
Forse si meritava un lettore più “serio”!
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Poco più di un millennio fa un poeta pittore, Wang Wei, realizzò solo con inchiostro diluito una delle cascate più memorabili al mondo, e una gran quantità di monti, sentieri, boschi, promontori, pini in gruppo o isolati, vicini a rocce alte. Per tutte queste estensioni spettacolari usava un solo colore. Ancora il nero. Mille sfumature di pallido su scuro e la sua prodigiosa spontaneità facevano il resto.
“Aveva trovato il modo di dipingere il soffio delle nuvole… le sue montagne erano trattate come giochi d’inchiostro “. Il maestro, si dice da qualche parte, “posa l’inchiostro, leggero qui, pesante là”. È l’assenza di materia che resuscita la materia, la materia in movimento. Così l’evasivo pennello ricopre una grande distanza: Tao della pittura… dove simultaneamente parla la poesia. La popolazione dei pennelli è piovuta in questa pittura, e attraverso i secoli si è messa alla prova. Zao Wou Ki ha ripreso i giochi d’inchiostro: a modo suo…
**
L’astratto prende più posto
astratto per distacco
purificazione delle presenze
*
Sparpagliato qui, segreto là,
uova o isole?
Segno ultimo
*
Abbreviato, residuale
*
Ciò che non è stato trascinato si ferma, ellittico
*
Una massa diventa tracciato
*
Richiamo alla contrazione
*
Il vivente ancora frusciante
nato all’istante
l’istante dopo, soltanto presentito
*
Lo spirito dell’aforisma, nei dintorni, divaga
*
Avvertita presenza dell’antica prospettiva aerea…
*
Con una souplesse di seta
atterrando sulla spiaggia della carta
*
E sempre all’arrivo
un non so che di decontratto
…non solo occidentale.


Ho visto due angeli al bar
Una morte scosciata decisa con i chiodi
gli epigoni di Cristo stanno amandosi al bar
e muoiono di birra la rovina per schioppo
mentre smetto lumaca tra bava e vestigiali.
Gli occhi impazienti per settembre
dicono neve su cimase
che siano neve ed io cimasa
sulle cimase densa neve.
Non declino l’invito con parole
da buon cane cresciuto a bastonate
vomitare interiora e sterminarmi
come un popolo sporco di formiche
affinché mi disertino quegli occhi
per posarsi su canne mozze gli angeli
ammazzatisi a canne mozze sbronzi.
E scopano un boato
e gli invidio il crepare.
Gli occhi sul giorno
Ostinazione erculea
il dispiegarsi al giorno
quando comincia il giorno.
Non ho più gli occhi belli
ma la testa mozzata di una carpa
mi disapprova in specchi
che mi vengono al mondo la mattina.
Poi sta pure piovendo
che cosa penseranno i bimbi dell’estate?
*
Curatemi il tremore
quante belle ragazze
mi mettono paura.
Moriva di ossa strane
la rampa con il tonfo
ricordava la morte.
Suona la fisarmonica
crepassi non darei
un euro al musicista.
Quando tremo il tremare
di ridire me stesso
nei domani di sempre
prego mio nonno morto
che mi uccida sul serio
senza carne lasciare
come fa di continuo.
Nessuna faccia buffa
proteggiti dagli occhi
ho solo il sonno brutto
devo solo dormire.
*
Mi sogno mentre scopo i culi per le strade.
Le sclere di Anna
io me le ricordo
ritorte moriva
ogni settimana
circa ricordando
del padre il membro dentro.
*
Lei si dichiara nei volti degli altri
sorprende la strada
che faccio arrancando.
L’amaretto del nonno
la crostata un sapore
come i sogni stupendi
che degli occhi lo schiudersi
chiude per sempre agli occhi.
Adagio
Il pomeriggio piano.
Nel fruscio scema il traffico d’auto
retrocede l’abbaglio del sole
così la città, che torna a casa.
Nell’afasia dei vecchi che finiscono
con i soli loro occhi a testimone
il mondo allestisce morti soffuse.
La città si è votata alla campagna
ché lì si smette adagio.
Marta
La motosega trucida gli abeti
di trucioli spirali
che porta, insieme all’afa
la truce voce calda del solstizio.
Uno stupro di raggi
gli spigoli puntuti di Marta
che dorme sempre meno.
Dirige le civette
le dicono Per questo solamente
tu ne vali la pena.
Ma già ai destinatari pensa Marta
e ad uno tra il sudore e la sua insonnia
di cui dire mi ha uccisa, suicidata.
Quei previ pagamenti
di gingilli mai stati
e la via del sudore
non porta che alla doccia.
Cimitero la stanza
di falene spezzate
e cimici riverse.
Ma come fanno i pendolari a viversi
le sponde i fiumi i corpi dentro i treni?
Dove andranno i miei sogni?
Mi fermenta il Nebraska nella testa
Esistesse una casa
per riposare il petto.
L’epigrafe dirà
che Marta giace morta
come orologi mai usati ché rotti
bisnonni in bianco e nero
dirà loro Chi siete?
L’ultimo giorno viva
Marta ha visto la volpe
fuggire dai cinghiali
la volpe l’ha guardata
la volpe ha detto Marta
ma Marta era già via.
Il cadavere di Ettore
Perdevano tintura le panchine
per le tue gambe che nei nervi
già preparavano gli addii
ché queste visite sparute
rimarcano l’assenza, e non so più abbracciarti.
Cambiasti la tintura della pelle
fu bianca per confonderti vincente.
E mentre adesso vai via
ti vorrei dire che mantengo
quella promessa fatta ai frassini
Il vostro splendido gennaio
vi emuleremo a gemme, che inverno caldo, voi
dalla tintura bella, la bella morte, voi.
Tu mi parli attraverso
ma magari non ricordi
eppure, la tua bocca mi diceva.
E, adesso che nessuno mi precede
ti vivo tra i molari e la trachea.
Tale e quale a mio nonno
che la scatola di ottone
chiude alla vista di mia nonna
troppo stanca per spolverare.
Resta enorme la vita, e mi ci perdo
come ieri, ha due facce l’estate
salendomi alla lingua, tu mi dici
che a giugno occorre farsi di sole
foss’anche sopportare
restiamo noi due eroi.
Achille, porta le mie spoglie a casa.
Dato che vivi hai vinto ma sii buono.
Papà mi vuole piangere
non mi ha mai pianto
ma piangerà non visto.
La terza ora è greco
il dizionario, Achille
non ti scordare il Rocci.

*Marco Sbrana (26/03/2003) studia scrittura creativa presso la scuola Mohole a Milano, dov’è nato. È nella redazione di Zona di disagio e Evidenzialibri. Cura la rubrica settimanale di cinema per Odissea di Angelo Gaccione e collabora con il blog Scritture di Marco Ercolani. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesie di prossima pubblicazione. Cura il blog di cultura e critica cinematografica Carrello a seguire.
Immagini di Francis Bacon

Andavo ad appostarmi sulla strada della montagna
m’arrampicavo pei boschi pieno di trepidazione
e mi rannicchiavo ricolmo d’ansietà ad aspettare.
Sentivo i gridi dei paoni.
Una notte il pensiero della via mi prese.
Salii salii – e gli alberi e i sassi
uscivano dal buio
qand fui in agguato.
La via bianca era come una benda
sui miei occhi.
Udii rumore di verde vicino:
apparve un cavallo nero
guardò intorno e scese lentamente
immergendosi nel bianco
poi nitrì
e il suo grido scese come un brivido sulla montagna.
Stette immobile a subirne l’eco
e fuggì via.
*
Da Carte segrete, Einaudi, Torino 1982.
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Immagine di Scipione (Gino Bonichi), 1904-1933