
Atlantide, 1932, regia di R.W. Pabst
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Gli uomini risalgono alle origini dei loro sogni
Il deserto e noi
Io e la mia troupe ci troviamo nel Sahara. Il deserto è un paese senza sponde, dove esiste tutto quanto occorre a un sentire vigile e inquieto. Le grandi distese di sabbia che si aprono davanti a noi permettono di fare luce su quel lembo di deserto che ciascuno porta dentro, che altro non è se non la condizione umana e il suo mistero. È in forza di una sovrabbondanza di sole che l’inconscio disvela i suoi segreti. Qui quelli che chiamiamo “Uomini del Sud” non parlano la nostra lingua ma, a differenza di noi che non capiamo ciò che dicono, loro colgono esattamente ogni nostra intenzione; ci squadrano con gli occhi e poi si scambiano cenni di intesa. Mentre noi dobbiamo tradurre, le poche volte che ne siamo in grado, i loro discorsi, essi interpretano i nostri con un intuito straordinario. Nei giorni scorsi abbiamo iniziato ad allestire le attrezzature, montando i carrelli di ripresa; la presenza di questi uomini era palpabile, anche se non così visibile. Avvolti nei loro mantelli arabici, il viso coperto fino agli occhi, si muovevano furtivamente intorno a noi: mai da soli, sempre a gruppetti e, soprattutto, sempre armati. Penso che una guerra, come noi europei l’abbiamo vissuta nei campi delle Fiandre e della Somme, non potrebbe combattersi in mezzo a tutta questa sabbia e a temperature insopportabili. Le truppe non potrebbero percorrere di corsa centinaia di metri sotto il peso degli zaini e dei fucili. Crollerebbero esauste dopo pochi passi e, prive di qualunque riparo, verrebbero spazzate via dalle armi automatiche. Una guerra in un luogo come questo la si potrebbe concepire soltanto con l’ausilio di mezzi meccanici veloci, in grado di trasportare i soldati senza che affondino nella sabbia oppure, come nel caso dei carri armati che costituiscono ormai la nuova frontiera degli armamenti, di offrire la necessaria copertura. D’altra parte, io mi considero un esperto in materia bellica: nel film che ho girato due anni fa sulle carneficine del fronte occidentale ho utilizzato alcuni di quei mostri metallici. Ma le mie sono soltanto futili divagazioni; siamo qui per girare L’Atlantide e non per effettuare un corso accelerato sulle future strategie militari. Dal canto suo il deserto ci ha subito mostrato un suo segno, come uno dei fili della trama che ci apprestiamo a snodare. Ieri mattina, durante le prime ore di riprese, il vento ha scoperto uno scheletro perfettamente conservato sotto uno strato di sabbia. Ci siamo domandati se fosse una vittima dell’ultimo ghibli oppure se si trattasse di resti antichissimi. Le ossa, illuminate dai dardi implacabili, erano diventate come specchi che riflettevano una luce accecante, insostenibile per dei deboli occhi umani. Evento, questo, del tutto improvviso e all’apparenza piuttosto inquietante ma noi, anziché restarne spiazzati, ce ne siamo rallegrati prendendolo come un buon auspicio.
Antinea
Ho immaginato uno svolgimento di questo tipo. Giunto nel villaggio, il tenente Saint-Avit cammina tra i vicoli alla ricerca dell’amico, il capitano Morhange, imbattendosi in gruppetti di persone intente a recitare nenie e preghiere e che, a prima vista, sembrano ignorarlo. Ad un certo punto si vedono alcuni di costoro seduti in cerchio intorno a un grammofono da cui escono le note del Can Can. Nel frattempo il tenente, sempre più affannato e confuso in quel dedalo di stradine, viene come risucchiato in un vero e proprio labirinto sotterraneo il quale, all’improvviso, lascia spazio alla grande sala che ospita Antinea. Per me hanno lavorato attrici come Louise Brooks e Greta Garbo, ma come interprete di questo ruolo ho pensato a una figura ieratica, capace di sfidare il tempo come sanno fare i megaliti. Quando la chiamai al telefono, lì per lì sentii soltanto un lungo respiro emesso dal fumo della sigaretta. “Buonasera, Herr Pabst. Sì, penso di essere in grado di assolvere il compito che mi vuole affidare.” È evidente che fosse già al corrente di tutto. So quanto Brigitte Helm è in grado di affascinare il pubblico con lo sguardo magnetico di cui è in possesso, dall’alto dei suoi quasi due metri: non ho dubbi, quindi, sia lei – entrata cinque anni fa nel ‘gotha’ del cinema con Metropolis – la più adatta a un tale frangente. Vedremo Antinea distesa su un letto coperto di lenzuola e di pelli appoggiare il gomito sinistro sul cuscino mentre, accovacciato ai suoi piedi, un grosso felino sorveglia la stanza con un’aria pigra. Saint-Avit è subito affascinato dalla donna, che lo invita a giocare a scacchi. La partita è un susseguirsi di mosse fulminee in cui ben presto, braccato e messo in un angolo, l’uomo è costretto alla resa. Nella scena successiva la regina ascolta le parole di una serva che la informa che Saint-Avit ha perso totalmente il senno dopo la sconfitta e che, per tale ragione, dovrà morire oppure uccidere. A questo punto egli si rifà vivo nella stanza, con il volto segnato dalla follia. Dopo un breve contatto erotico tra i due, lei gli ordina di uccidere Morhange, presente anche lui nell’edificio e vittima dei medesimi sortilegi. Saint-Avit, in stato di completa trance, vaga alla ricerca del capitano e, sorpresolo alle spalle, lo colpisce più volte alla testa con un martello, sotto lo sguardo di Antinea che sembra pilotarne i movimenti. Compiuto il delitto, verrà aiutato a fuggire dalla serva travestito da beduino.
La tempesta
Le riprese sono terminate da oltre un mese, ma noi siamo ancora tutti qui e non ci diamo pace per quanto è accaduto. Io ho trascorso alcuni giorni sotto sedazione e sto cercando di rimettermi in sesto; non so francamente come affrontare il ritorno e dover dare una spiegazione dei fatti. La pellicola si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Saint-Avit, oppresso dal rimorso dopo aver attraversato il deserto ed essere riuscito miracolosamente a raggiungere l’avamposto. Perciò avevo fatto piazzare due grosse ventole sulle dune che circondano il fortino, allo scopo di simulare la tempesta di sabbia che avrebbe dovuto inghiottirlo. Ma Pierre si rifiutava di girare la scena in questo modo: voleva a tutti i costi che vi fosse una tempesta vera. E questa purtroppo arrivò quella sera stessa. Il suo corpo non è ancora stato rinvenuto. Non riesco a fare altro che ripensare allo scheletro che la rena aveva restituito e che magari un giorno farà altrettanto con quello di Pierre. Forse per i tanti come lui, incapaci di adattarsi alla vita, il deserto è la dimora più gradita.
