WOZZECK. WOYZECK

Lo dico nei miei appunti, lo dico tutti i giorni, Wozzeck è il personaggio a cui dovremo sempre tornare, oggi e domani, se ci preme sapere (o solo sognare) il segreto violento della vita, lo dico senza incertezze, da fotografo teatrale. Non so perché Joseph Svoboda non abbia pensato di costruire quello spettacolo nella sua Praga, nella Praga degli anni cinquanta. Sarebbe stato definitivo, più di Amleto e di Lear.

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Non sono mai stato un intellettuale. I libri che teorizzano di fotografia o di teatro mi disturbano, non li leggo o smetto subito di leggerli. Ma per Wozzeck faccio un’eccezione. Il soldato che uccide la sua Marie e si annega, è nei miei occhi e nelle mie orecchie da sempre, con i suoi monologhi, con i suoi frammenti deliranti. Nel cuore mi cresce l’ansia di parlarne sempre, di parlargli sempre, di decifrare tutto di lui. Mai, se non vedendo o leggendo immagini o scritture che lo riguardano, mi sono sentito così vicino alla realtà, come un superstite lo è fra gli smottamenti di un terremoto.

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Adoro Berg, ovviamente. Lo rileggo in quello che diceva della sua opera più celebre. Ma di musica capisco poco e Adorno non mi aiuta, quando ne scrive. Riprenderò a toccare la tastiera, a studiare teoria musicale.

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Litigo spesso con Maria. Mi accusa che mi isolo troppo nello studio a pensare il mio Wozzeck. Già, la mia fidanzata si chiama Maria. Un puro caso, ma di quelli che ti si ficcano fra le costole.

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Leggo di Ellen West, quando smetto di lavorare. Un grande destino: anoressia e suicidio. Il disperato coraggio. Se Berg l’avesse conosciuta ne avrebbe fatto una grande opera: l’opposto di Lulu. Se Lulu si nutriva di tutto il mondo, con occhi, bocca, sesso, Ellen faceva il contrario. Elevava un muro di silenzio, di nausea.

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Penso sempre al Tamburmaggiore, al Dottore, agli ordini letali, senza senso. Cosa penso? Non lo so. Cosa voglio fare? Non lo so. Intanto comincio da quello che conosco. Trovare le facce giuste. Costruire degli album con le foto dei personaggi di Wozzeck che immagino per delle rappresentazioni.

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Non voglio liberarmi della sua ossessione. Voglio che il soldato W. stia sempre con me. In certi miei sogni vedo un teatro tutto nero e delle luci che lo tagliano di sbieco, mettendo in risalto le persone. Una voce registrata ripete le parole di Wozzeck, ma con altezze sonore diverse. Poi, a frammenti, affiora la musica di Berg.

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Perché Kantor non ha mai pensato a un’opera con quei personaggi? La immagino io adesso, per lui: un capolavoro. Franz, il delirante, sente le voci sotto la terra: Franz, simbolo di tutti i mali del mondo.

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Maria mi ha chiesto ieri: Vuoi ammazzarmi? Gli ho risposto ridendo: Marie è già stata uccisa da Wozzeck. Mi ha guardato senza stupore. Quella notte stessa mi ha lasciato e io sono rimasto solo.

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Ho scritto, durante la notte, una poesia:

“Marie. Il rosso. La lama.

Oh Woyzeck! Oh Franz!

Mille altre cose

annegano: lui

sprofonda, lavando la lama

sempre più lontana nell’acqua,

Marie è ferma, piccola,

pugnalata”.

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No, Non sento la mancanza di Maria. Penso a W. Quasi non mi vengono le parole. Vorrei riscrivere la sua storia. Non perché sia imperfetta, nel brutale realismo di Büchner, ma così, per il piacere di tornare su ogni scena, di comporre altre variazioni, di non essere mai soddisfatto del testo così come è. Non è forse vero che amare un’opera o un autore turba e non rassicura? Procediamo sempre per la nostra strada ma non siamo costretti a vedere unicamente noi stessi. Ricordo il taccuino comprato a Praga, la faccia di Kafka su carta papirové smesi. Vorrei tornare alle mie tante esistenze: la faccia vera è nascosta nel riflesso di una falsa strada, dove tutto quello che il sole illumina non è tutto: è la faccia di Wozzeck.

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Ha un nome il colore del mare? Io non posso trovargliene uno: è troppo lontano da me, con quelle onde remote e mute. Immagino una magistrale chimera, tutta fatta d’acqua. Ma perché devo parlarne? Torno ai miei bisbigli. Da anni fotografo il buio e il buio ha sempre le parole del feroce, matto, terroso soldato.

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Dicono che. Sottoterra esista tutto, ed è vero: esiste tutto. Ma io mi chiedo: dove saranno le belle, trasparenti luci?

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L’esistenza. Peso che non evito. Ma poi…

Anche continuare a vivere…

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«Molte cose sono possibili. Sì. All’uomo sono possibili molte cose. Fa bel tempo, signor capitano. Vede che bel cielo grigio compatto; viene voglia di piantarci in mezzo un arpione e di impiccarcisi, solo per quella linea fra il sì e ancora il no».

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Quel cielo grigio! Appena lo trovo lo tempesto di fotografie. Tutti gli specchi del grigio!! Vorrei essere a Praga. Ancora una volta. E che Berg risuoni sempre laggiù, a Narodni Divadlo, al Teatro Grande!!

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Woyzeck, come opera, è accettabile?

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Come lo chiamavano una volta, Berg? Musicista di semitoni, discreto amico della morte, concertista struggente. Ma la musica che preferiva erano i furiosi Lieder di Hugo Wolf: adorava le complessità del suo pianoforte, le radici profonde, le armonie brahmsiane. Ma, per Berg, Wolf avrebbe dovuto abbassare la voce. Solo bisbigliando si ha l’illusione che il viaggio inizi. Con ironica eleganza, nonostante l’affanno che lo stremava, Berg compose il Woyzeck come una strana, tragica operetta. Nel Wozzeck ha ricapitolato le forme musicali, ma senza che nessuno potesse accorgerserne. Tutto deve suonare come in un solo respiro. Vita, delitto, follia. Un solo fiato. La morte della donna, il suicidio del soldato, l’hop-hop dei bambini. Chi ascolta deve ricordare l’opera come un sogno che era nascosto nella sua mente. Dal Wozzeck di Büchner ha tolto solo pochissime scene. Büchner è esistito perché Berg mettesse in musica la tragedia del folle soldato: è fin troppo evidente questa semplice verità. Musicare: come se la follia fosse qualcosa di liquido, di simile al sangue che fluisce, all’acqua che scorre.

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Continuo a studiare sul tema. Devo disossare il soldato Wozzeck.

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«La terra è infuocata come l’inferno, ma io gelo, gelo..,. l’inferno è freddo… vogliamo scommettere?».

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Cerco sempre le luci giuste. Soltanto dopo arrivano le ombre giuste.

La lentezza, il nulla, il pentagramma vuoto. Restano soltanto gli accenni di un pianoforte immaginario, le labbra che emettono il si della morte di Maria. La tragedia sale e poi diventa marcetta. L’opera di sangue e di morte sciolta in un coro di bambini.

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Sfogliando i disegni di un pittore pisano del Quattrocento, vidi dei profili straordinari: erano sei impiccati, due dei quali in stato di avanzata decomposizione, proiettati su uno sfondo scuro. Osservandoli provai un senso di intimità, di mesta dolcezza, come se, mescolato alla folla, fossi stato uno dei testimoni dell’impiccagione. Forse il primo spunto del Wozzeck – in Büchner, in Berg, chi lo sa? – è nato proprio da questi disegni del Pisanello.

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Il timbro dell’opera si concentra nell’accordo straziato del clarinetto; ora si perde nelle linee discontinue di una marcia – un allegro barbaro costruito per suoni sovrapposti, un accumulo timbrico, una tenebra realizzata in chiarezza. È la legge dell‘ordine nella distruzione.

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Non contano i risultati ma i passaggi: il divenire di uno spegnersi, l’andare del suono verso un minimo udibile. Berg ha esemplificato l’annegamento del soldato nel trasalire degli archi, nel rauco morire della voce…

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Le scene del Wozzeck hanno nomi classici: Suite, Rapsodia, Fuga, Passacaglia, Berceuse. Sono forme storiche della musica, colte con ferrea esattezza nel loro disfarsi. La norma brahmsiana della variazione, lo sviluppo impercettibile dei bassi, il misterioso occultamento del tema, sono conquiste del passato, estranee. Esigenza di comunicare: ecco il suo sogno. Chiunque deve capire che, nel suo Concerto per un angelo, muore una bambina di straordinaria bellezza. Il violino si accorda nel vuoto, viaggia fra le volte della basilica, risuona in un luogo troppo vasto.

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Ogni opera è un nodo da sciogliere nella dinamica degli intermezzi. Da fotografo lo so: un’azione concitata, un respiro mozzato, l’apnea alla gola. Il cuore si chiude a pugno e si dilata con forza, come fosse premuto da una forza di opposta violenza. Io odio la violenza, ma le vite umane esigono la loro voce contro la voce dei carnefici…

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Uomo dolce e distratto, mai adulto, Berg. Ma nella sua opera piomba a capofitto nel cuore del disastro, in tutte le fibre.

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Torno in me. Cosa posso fare per il mio pazzo soldato? Aspetto che ci sia una rappresentazione, qui a teatro. Mi proporrò come fotografo di scena. E dirò come realmente lo vivo dentro di me, quel personaggio. Quell’uomo che ha osato oltre ogni limite. Che ha usato la sua banale gelosia per distruggere l’intero mondo. Farò delle fotografie speciali. Una grande macchia nera dove sarà impossibile distinguere i contorni. E lui sarà lì, dentro quel si minore, ma senza un corpo visibile, senza un coltello sanguinante. Sarà nero nel nero. E la musica dirà come la vita fluttui e precipiti. Per sempre…

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Si è compiuto un destino. Né pubblico né sipario. Io e Wozzeck. Soli. Ad aspettare quel vetro rosso rubino-che trasformi la follia in vulcano infuocato e geometrico.

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Bob Wilson lo ha rappresentato. E se, allora, avesse scritto una lettera come questa? «Troppo facile rappresentare tutto il Wozzeck con le musiche di Alban Berg. Nessuno mi ha commissionato la regia di un’opera lirica. Io ero libero. Ho lasciato che fosse Tom a scrivere tutte le musiche. Tom Waits. È straordinario, Tom. Le sue idee vanno dentro le mie idee. Si scontrano come treni che deragliano allo stesso binario. Io tolgo il coltello a Wozzeck, nell’attimo culminante della morte di Maria. Annego la scena nel blu scuro. Prima si vede tutto blu, poi tutto nero. Poi, limpido e intonato, l’urlo di una donna. Quindi la voce di Tom: miagola una canzone che sembra venire dal mondo dei morti. Una canzone da taverna. Con tanto di boccali che battono sul legno. La scena seguente, il silenzio assoluto. Piena luce. Cala un telo tagliato in diagonale da uno squarcio geometrico. Nessuna ballad, nessun essere umano. Un vestito buttato sul proscenio, tagliato con lo stesso squarcio del telo grande, un vestito rosso colmato da una luce rossa. Mi sono divertito a togliere dal Woyzeck quella fetida aria da cabaret espressionista. Ora è come lo voglio io: puro cristallo, puro colore».

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Chiudo qui. Aspetterò di essere nell’equipe della futura rappresentazione di Wozzeck. Non voglio altro. Sono un fotografo ma, in quell’attimo, sarò anche pittore. Vedo già il mio futuro lavoro, alla fine dell’opera: quella grande macchia nera estesa nel palcoscenico e in tutto il teatro come una notte senza ritorno. Aspetto il giorno in cui potrò vivere la mia estasi. Chi può dimenticare il piede nudo che emerge dalle rovine, la spia del vivente? Allo stesso modo lavora in me il buio di W.

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Wozzeck? O Woyzeck? Non so…

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