Michail Vrubel dipingeva in modo ossessivo la testa del suo Demone. Il pittore simbolista continuava a ritoccarla, non lasciandola mai tranquilla. Questa creazione-distruzione-ricreazione del simbolo del volto è una precisa allusione al tema del Doppelgänger, che ritornerà in alcuni celebri racconti russi come Il ritratto di Gogol. L’ossessione del pittore, che si dice ritoccasse la testa già esposta nelle sue mostre penetrando di notte, clandestino visitatore, nelle sale dei musei deserti, è l’inizio di una follia persecutoria, evidenziata anche nell’opera di Dostoevskj, quando descrive il progressivo insorgere dell’incubo del “doppio” nel personaggio di Goljadkin del racconto breve Il sosia. Anche lo scrittore russo, nel farneticare forsennato di alcuni personaggi, ne L’idiota o I demoni, fa emergere animali come ragno e scorpione, simboli diretti del mondo infero, che non a caso visitano gli incubi di Redon e popolano quelli di Kubin.


Qualcosa di più singolare accade in un racconto minore di Dostoevskij, Sogno di un uomo ridicolo, denominato “racconto fantastico”. L’anonimo protagonista, un ennesimo “uomo del sottosuolo”, decide di togliersi la vita. Ma, la stessa notte in cui vorrebbe uccidersi, fa un sogno durante il quale viene accompagnato da un demone: non però nelle tenebre di qualche sottosuolo ma nell’aria, nell’alto del cielo, e da lì gli viene mostrata la copia della terra – ma una terra nuova, popolata di uomini innocenti, non colpevoli, non torturati, non sofferenti. Tutta la parte di racconto in cui il personaggio è in volo costituisce una vera anomalia nell’opera di Dostoevski. Il sordido e inquieto cicaleccio tra le nevi sporche di Pietroburgo, i cimiteri asfittici e tetri, viene cortocircuitato da un sogno di palingenesi, di trasformazione. Non è casuale che un pittore simbolista, Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, utilizzerà, pochi anni, il motivo del viaggio ascensionale per proporre delle sue costruzioni favolose e parallele, lontane dal mondo quotidiano, vicine all’arcaico regno del mito, adatte solo a “viaggiatori incantati”. Il motivo della purezza e del mito torna prepotente, nell’artista lituano, come una favola sempre antica e sempre nuova. Ma è una favola a cui Dostoevskij non crede, nonostante l’intervallo bellissimo e rigenerante del volo. La finzione di una nuova terra, pur generando emozioni e speranze, è destinata a restare illusione. Il lettore si stupisce di come possa esistere una terra uguale a questa terra, e innocente. Il protagonista vivrà lì, nella nuova terra, ma in un tempo brevissimo la corromperà ancora, diventando colpevole di una nuova corruzione. Il dolore diventa assoluto. Il senso di colpa invincibile. Ma il personaggio si sveglierà dal sogno e la nuova consapevolezza gli permetterà di non uccidersi, di tentare di essere diverso, aiutando una bambina a non morire. L’anonimo eroe trova la sua energia proprio all’interno di un sogno, dove la visione della terra viene raddoppiata, dove finalmente ci si eleva dalle tenebre. La finzione salva il ’”non-eroe” dall’abisso definitivo.
In certe forsennate farneticazioni il protagonista de L’idiota, il principe Myskin, è animato da una sorta di incontenibile febbre; sogna sempre una palingenesi del mondo, una metamorfosi nuova, una finzione ulteriore. Ma accanto a lui c’è il violento, reale Rogozin. E alla fine sarà Rogozin (il “doppio” di Myskin, come lo definiva Dostoevski nei suoi taccuini) a uccidere la donna da entrambi amata. La tragedia accade dove viene negato il potere spericolato della finzione.

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis
