
Sono nato dalla roccia, con le mie ferite. Senza guarire dalla mia superstiziosa giovinezza, alla fine della limpida fermezza, entrai nell’età fragile.
Nella fedeltà, impariamo a non essere consolati.
Senza l’appoggio della riva non confido nel mare ma nel vento. Ho, dalla nascita, una respirazione aggressiva.
Bisogna salutare l’ombra con occhi semichiusi. Lascia il giardino senza coglierlo.
L’impossibile non lo raggiungiamo ma ci serve da lampada. Eviteremo l’ape e il serpente, sdegneremo il veleno e il miele.
Conforto è crimine, mi ha detto la sorgente dalla roccia.
Consòlati. Morendo, tu restituisci ciò che ti è stato prestato, amore e amici. Fino a questo freddo vivo, tante volte raccolto.
La grande alleata della morte, quella che dissimula meglio i suoi moscerini: la memoria. Che simultaneamente perseguita la nostra odissea, che resiste vegliando la rosa del domani.
L’uomo: l’aria che respira, un giorno lo aspira: la terra si prende i resti.
Chi oserebbe dire che quanto abbiamo distrutto non valesse cento volte di più di quanto abbiamo sognato e incessantemente trasfigurato, bisbigliando alle rovine?
Nessun uomo, a meno che non sia un morto-vivente, potrebbe sentirsi ancoràto a questa vita.
Sopprimere la distanza uccide. Gli dèi non muoiono che restando fra di noi.
Vivere in un lampo, essere ingannati dalla vita, voler vivere meglio e poterlo fare, è infernale.
L’infelicità è ricompensata, talvolta, da un dolore più grande.
“Mi rivolto, dunque mi ramifico”. Così dovrebbero parlare gli uomini al rogo, che eleva la loro ribellione.
Quando è il sole a comandare, si agisce poco.
Come la natura, quando procede alla riparazione di una montagna dopo i nostri peccati.
(traduzione di M.E.)
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I testi sono tratti da: René Char, L’Âge cassant (1965), in Dans l’atelier du poète, Quarto Gallimard, 1992
