
Salgemma è solo in apparenza un volume di versi. Questo libro, composto da magiche sequenze sospese, è visione, salmo, roccia, ferita, grido, gemma, e si compone di tre capitoli: L’allodola, Salgemma, A fior di labbra: ogni capitolo è introdotto da frammenti della Genesi, dei Salmi, di Esodo. Assistiamo, da lettori, a una variazione della lingua poetica su quattro temi: l’allodola e l’arca, già presenti in Margit, il tamarisco della Genesi, la moglie di Lot mutata in sale, la manna dell’Esodo. La poesia di Silvia Comoglio si configura da diversi anni come un libero spartito musicale, con echi di Ligeti e di Messiaen, dove i suoni delle parole non vogliono localizzarsi nell’esattezza della scrittura ma ai suoi antipodi, fuggirne a lato come canti amorosi, come vibrazioni ultraterrene. La poesia ultraterrena di Silvia rifiuta la retorica del dire mistico ma è “mistica” per come innesta le parole sul foglio, per sequenze di cantilene che sono un omaggio al divino, nel canto e nello strazio. In (dapprima) scrive: “l’ombra, amore, piantata déntro,/ nella gola, è òmbra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, déntro,/nella gola, a eterno spigolo di vita// “l’ala, l’ala tua, è dunque -/ oracolo che trilla, a nome di parola,/ déntro, déntro la tua gola?// “(allora): faranno un’arca, piantata,/ déntro, nella gola, a oracolo che trilla -/a nome di parola?» Questo, il perentorio inizio del libro. L’ala, la gola, lo spigolo, il trillo, l’arca, ci appaiono non come una selva oscura di simboli ma come una accorata litania dove divino e umano si contrastano, si parlano, si chiamano: «“e, saranno, l’oracolo che trilla e l’ala -/ a spìgolo di vita, saranno tempo, piantato,/ déntro, nella gola, a bersaglio appena -/ sibilato?//”(ma, allora), è splendore -/ che urta la tua terra l’ala,/ piantata, déntro, nella gola, a sacra, allodola di tempo??// ”(e poi -/ fu detto): ha nome di parola/ l’allodola piantata in terre, di ombre,/ a meraviglia -/ “(e ancora) -/fu detto): è mille allodole divine -/ l’allodola piantata, a nome di parola,/ nel sacro tempo, della gola?”.
Uccello, gola, tempo sacro, oracolo, arca, cosa sono se non la presenza dolorosa di una memoria, di una ferita, di un viaggio originale? Silvia mi scrisse un giorno: “non c’è parola sillaba o lettera in cui non si è nudi. Una nudità che ci rende astorici e di una individualità universale, quella capace di infrangere il limite dello specchio, di farci cadere nel profondo della nostra identità e poi l’uno nell’identità dell’altro, perché ciò di cui siamo composti è appunto un’universale identità fatta di tutti quei sintomi che sono, che ci piaccia o no, ciò che fa di noi un’umanità”.
Chi legge la poesia di Silvia Comoglio è costretto a una trascendenza che è eco, gioiosa e dolente, del dire terreno: “il tempo, fu detto,/è questa sola arcata/ venuta di traverso”: tragedia della ferita e del canto, e il canto non può che nascere dai lembi della ferita: “il cuore, tu dammi, il cuore che rammenda/ le labbra, schiantate dentro il suo respiro…/(angelo riflesso, déntro -/ il suo rammendo-”: Silvia Comoglio scrive una poesia “a soglia di respiro”, “pietra minima di mondo”, che esige l’impossibile ricucitura dello strappo, la resurrezione dei corpi cancellati dai massacri umani nella parola irriducibile, alta, splendente, sacra, annuncio di un’essenza ancora possibile: salgemma, albero, manna, paradiso, arca. L’arca è descritta in “Esodo” come una cassa di legno d’acacia, rivestita d’oro all’interno e all’esterno, a forma di parallelepipedo, con un coperchio d’oro puro (in ebraico כפורת, “kappòret”, normalmente tradotto in italiano “propiziatorio”). All’interno conserva le Tavole della Legge, un vaso contenente una piccola quantità di manna raccolta da Aronne, e la verga fiorita d’Aronne. L’allodola, in sanscrito, è detta bharadvaja (“colui che canta”) ed è il nome di uno dei saggi del Mahabharata, nutrito da questo piccolo uccello. Le allodole diventeranno uno dei simboli del bene che sconfigge il male e, in periodo medioevale, evocano sia il Cristo che ascende in cielo sia il monaco che si eleva grazie alla pazienza e alla preghiera.
Il salgemma, chiamato anche “sale di roccia”, “sale di miniera” o “sale di cava”, è un minerale puro composto essenzialmente da cloruro di sodio, e lo si ottiene grazie a un delicato processo di estrazione da grotte e miniere dove l’acqua salata dei mari evapora originando veri e propri banchi. Salgemma deriva dalle parole “sale” e “gemma”: è una variante del sale priva di elementi chimici e di agenti contaminanti e in natura, cristallizzato e incolore, ha una tonalità che vira verso il bianco, l’azzurro, il rosa, e anche il grigio.
Salgemma, fin dall’inizio, appare al lettore come un poema in frammenti, “estrema ala di giuntura”, “ombra discesa a meraviglia”, “respiro di pura essenza”: è un inno alla materia pura dove l’uomo resiste, amando la terra come una porta verso l’altrove: “una porta è ora la terra, io dico-/uscita, uscita splendente, dalla-/dalla tua fronte, che dice, dice l’abisso-/per tutta, tutta la terra”; “splendente, allora è splendente, tenere l’abisso?/dire: sono lo sguardo, lo sguardo che pende -/ tra l’ombra e l’abisso, la fioca cresta di sale caduta -/per tutta, tutta la terra rò-cciosa di cuore”; un inno che, nascendo da precise verità dell’anima, fa di queste verità un fluido passaggio di parole, una guida naturale verso la saggezza, sfaccettata e complessa, di un’anima-specchio, bacio estatico “a fior di labbra”: “dove fu coscienza di memoria/ il cuore che rammenda l’eco della terra…//le dune, erette, sull’acqua…//…perché sia albero che nasce,/ da dentro, tutta un’ombra…/ tutto questo stare-/a pertica di terra…”
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*Silvia Comoglio, Salgemma, Book editore. Fuoricollana, Riva del Po 2026. In copertina House in The Landscape, disegnato da Margit a Terezin.
