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Aveva un vestito nero, quel Tranek, e parlava un francese gutturale. Aveva la faccia da forzato e una sciarpa nera. Esponeva i corpi degli attori, dei suoi fantasmi. Li esponeva morti sulla scena, da grande regista. Ma anche i suoi spettatori erano degli strani ossessi, dei nomadi che lo seguivano ovunque, che lo applaudivano in ogni luogo, nello scantinato, nella baracca, nel garage, nel teatro. Con tutte le luci o senza luci. E lui usava macchine strane, aggeggi di tortura, chiodi, macchine fotografiche come mitragliatrici, armadi come bare, pietre come ossa, martelli coperti di polvere, logorati dal tempo. I suoi spettatori erano un popolo a sé, che in quell’ora di spettacolo sentiva la propria vita strappata fino alle radici, e aspettava con pazienza, per anni, dopo fallimenti, ulcere, bronchiti, fobie, l’ora in cui lui sarebbe riapparso, regista dei suoi spettri, e sarebbe stato splendido farsi travolgere di nuovo dall’estasi del suo muoversi lentissimo, ai margini del palcoscenico nudo, come uno sciamano incurante di chi lo avrebbe guardato.
Tranek poteva ricordare chi era vivo e chi fu trucidato. Ma tu, cosa puoi? Di cosa sei in grado? Di niente, credo. Sei in balìa di macerie senza nome, di catastrofi psichiche. Ti restano solo quelle. Tutto si è consumato prima. Cammini in un mondo che, di quel dolore, ti mostra le foto sbiadite, i dagherrotipi. Adesso i massacri sono un lampo sullo schermo. Una piccola ombra che sfugge. Ti prendi cura degli scomparsi, dei malati, dei morti, così come sai, come sapevi, da psichiatra di quartiere, da scrittore per scrittori. E ti afferra l’incubo: non la paura di sprofondare, di annichilirti, a cui sei abituato, quanto l’incubo interminabile, la smania infinita di guarire tutti, di resuscitare tutti, di salvare dall’orribile morte anche una mosca, un mignolo, un cane, e non potendolo mai fare tentarlo sempre – comunque…
