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Frammento di Zibaldone (gennaio 1820) dove Giacomo Leopardi si interroga sul destino di Torquato Tasso ribadisce la potenza dell’illusione contro il tragico destino delle cose effimere.
Ho spesso pensato di descrivere la follia di Torquato, a Sorrento, ma cercando e cercando, senza trovare mai le parole giuste. «Era la notte allor ch’alto riposo/ han l’onde e i venti, e pare muto il mondo…». C’è una tensione interna, nelle brevi frasi che danno terrore, una lunga onda di muta devastazione desperata che mi ammutolisce, quasi come se uomini simili a lui mai fossero semplici pazzi ma arditi protagonisti di un sogno che sopisce tutti i sentimenti esteriori ma non l’interiore immaginazione, che anzi ne esce rafforzata, ampliata, felice, diventando incantamento stregante, diurno e notturno. Lo spirito che visita le notti del poeta ha una voce aspra, che annuncia sciagura, sibila “O vivi o muori!”, mentre lui, tormentosamente prostrato nel suo giaciglio, discorre pacatamente dei movimenti dell’universo con parole di cui afferra solo in parte il senso oscuro e tenebroso dove vanno errando. Tasso potrebbe ammutolire la sua voce, ma non sa o non riesce, e quello, il folletto, lo incalza con toni febbrili, con timbri sempre accesi: “O vivi o muori!” Il poeta non reprime il tormentamento che lo invade nella sua piccola stanza, in quell’aria cupa, propizia ai prodigi. Cerca di addormentarsi, ma la voce gli rompe il sonno, lo desta continuamente, lo stordisce fino alla vertigine. Così agiscono, per consuetudine, i demoni. Poi alla fine tutto svanisce, resta nelle orecchie la voce a sillabare piano “O vivi o muori!” mentre Torquato non sa neppure dove posare la testa, non sa se giacere a letto o alzarsi, se tacere o gridare, e si dimena e si dispera, e stampa e corregge libri, spedisce suppliche, implora amici che lo consolino, lo perdonino, saggezza e stoltezza si mescolano in lui come terra e acqua nel limo; perde sonno e pace; vegliando notte e giorno, implora i cortigiani di inoltrare le sue suppliche, e fa grandissima pietà vederlo. Se si addormenta si sveglia poche ore dopo come in un cimitero, senza distinguere la luna dalle stelle; gli sembra di avere in testa una compagnia di persone che vanno conversando, ragionando, protestando: la Gerusalemme gli torna agli occhi incandescente e sincera, liberata e riformata, doppia e una, infernale e divina, nascosta e celata, terrestre e celeste. Quale la vera? Quale la falsa? Quale quella che deve dedicare alla Massima Altezza Principe Ferdinando di Toscana, baciandogli rispettosamente la mano, da umilissimo servitore? Le passioni sono collegate fra di loro quanto le scienze, con matematici legami e lacci di sogno; nessun altro modo più saldo, né catena più forte, fosse di ferro o di acciaio o di altra più dura materia. Ma la materia di cui sono fatto i sogni è tanto più debole? Forse è più salda. Fra sognare e fantasticare Tasso consuma la sua labile, furiosa vita. Vivere è lo stato violento da cui rifugge. La mente è infingarda a pensare, la fantasia pigra a immaginare, i sensi negligenti a notrire le immagini delle cose, la mano neghittosa alla penna, quasi lo agghiaccia trascrivere lo stato sbigottito che lo prostra. Aspetta e sogna, mentre vorticano i fantasmi. E tutti i fiorentini, per Tasso, assomigliano alle api che si spargono per varie parti delle vigne e dei boschi a raccogliere il miele; i suoi sogni sono tracce che seminano la mente con crudele severità, ammalando il pensiero; e Ferdinando, duca di Toscana, il re dei sogni che affollano la sua anima, è lui il signore e padrone dei folletti che non smettono di mettergli a soqquadro la stanza, un foglio qui, il berretto là, candele e penne e cenere ovunque, la cenere evidente e diffusa, come i resti di un sabba dove alla fine l’ossesso si sveglierà ma senza nessun segno, corretto, pulito, punito, recluso nell’astuccio del suo corpo come nell’ultimo sarcofago…
Io mi dilungo sulla tristezza e sulla malinconia di Torquato, ma forse non serve più farlo. Perché egli non volle godere l’aria celeste di Sorrento? In quell’aria tutto scorre, tutto è mare, tutto è quel tremolare che Dante ravvisa all’ora del tramonto. Mi dimentico spesso (la mente è così incline al vagabondare) la parte più piacevole. Non mi soffermo sul lato bello della follia (che è brutta quando costringe a essere servo di pene e dolori, bella quando permette di costruire mille sogni come muraglie contro il mondo e finestre lucenti, fabbricando dolci finzioni che, come il vento, rendano l’aria meno stagnante). Parlo del vento delle illusioni, magnifiche come lucciole; senza quel vento, quel moto della luce e del sole, anche le lacrime sarebbero aridi sassi, e non lo sono, le lacrime, non lo sono né lo saranno. Esiste anche una follia esagerata e fortissima, una infantile e interminabile potenza di sogno e di vertigine, che non è solo quel senso di noia che opprime, tedia, annienta, rende gravi e muti, fa dei deboli umani vittime di voci tenebrose, ma un turbinìo acuto, un cinguettio, una risata fra le lapidi, un piccolo brusìo di scoiattolo dopo l’incendio devastatore, un debole suono che sopravvive alle infinite distruzioni della natura.
Quando non ho voglia né di leggere né di scrivere né di accendere né di spegnere la luce, io scandaglio l’ignoto e rido, superfluo come un qualsiasi uccello che canti al risveglio del sole; non penso solo ai moscerini, alle puzze, alle fessure dei tarli, all’orrore delle muffe, dentro gli asili turpi per pazzi dell’Italia centrale, che avranno ospitato Torquato, ma a qualcosa di aereo che trascina, travolge, dissemina, profuma, come l’aria di Sorrento quando la notte è dolce, quando la notte è chiara, prima che si levi il vento. Montaigne, parlando di Tasso, diceva di una sua “virtù letale di pazzia”, proprio di una virtù sovrumana che rende simili agli dèi gli albatri zoppi. L’uomo invero è un soggetto meravigliosamente vano, ondeggiante, così scriveva…
Vorrei tanto bere qualche licore zuccherato, ora, ritrovare quel mio ridere dentro le illusioni dell’ebbrezza, senza i caratteri scritti sul foglio o le immagini viste nell’aria: è questo il modo per abbattere la noia della follia, per rendere anche Torquato un po’ meno disperatamente noioso della sua tristezza. Forse avrei dovuto rimetter mano al mio Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, avrei dovuto omettere, semplificare, rischiarare il personaggio; vivere con lui un momento di indolenza, come quando si preferisce solo vedere i glicini e sentirne il profumo. Mi hanno detto che nelle Marche, all’eremo di Avellana, vicino allo scriptorium dove i monaci tracciavano i loro codici miniati, vicino alla stanza degli inchiostri, si aprono grandi e folti campi di ginestre, in mezzo alle colline verdi; lì sarebbe bello mettere lo sguardo, come davanti a un immenso balcone, e respirare per sempre; tra sapere e fantasticare è dolce consumare la vita, nella bella utilità di perderla; vedere il frutto cadere e non addentarlo, non scrutare il segno dei denti sulla mela della conoscenza, ma percepire l’odore della donna che ami e che sogni fra i fiori che diventano notturni, e la tua scrittura, buffamente, mentre la donna non c’è o sparisce, ne trattiene l’ombra e tu ci continui a giocare, con quell’ombra, benché l’affanno sia forte, troppo forte, e giocando ti arrivano tanti, tanti pensieri, alcuni non felici, ma mentre la luce scivola sul bordo della tenda e la rende rossa e molte ragazze ridono del tramonto e corrono, corrono entusiaste, non è forse questa, la visione più stupefacente che noi scriventi addolorati rincorriamo, il progetto serio della felicità: cogliere gioie che vengono e vanno, a cui non apparteniamo, che però esistono, sono dolci, lusingano lo spirito, diventano vere e io, vissuto miglia lontano, le ho sognate come le avrà sentite il dolce Torquato nell’aria di Sorrento…
Poiché tutto è follia in questo mondo, fuorché il serio, brutto folleggiare che da’ sintomi e dolore. Il resto è degno di riso, degno è ridersi di tutto. Bisogna alternare le belle illusioni alla tragica distruzione delle cose. Non dimenticare quelle e questa. Vivere in quella intrecciata vertigine come nella rete tesa fra le alte querce, degna sì di un’aquila ma che l’aquila disdegnerà volandone molto lontano. Poiché sono le illusioni la malta segreta che regge le nuove costruzioni che consentono all’uomo di correggere il passato e le sue sterminate sciagure, egli diventerà attore della sua memoria, chirurgo segreto che, a paziente ormai sepolto, potrà resuscitarne lo spirito per le anime a venire. Detesto la semplice bellezza, la debole ragione: ciò che conta è l’antica natura della grazia, quando morte e sonno non appaiono deplorevoli sventure ma modi per non essere infelici. Spesso mi sono dato in custodia alla malinconia: un attimo di pace o di gioia non alterato o guastato da niente.
So bene che chiunque conosca intimamente il Tasso riporrà lo scrittore e il poeta fra i sommi, forse fra i primi, nel luogo del suo tempo, e più intimamente là dove nacque, a Sorrento, dove nessuna aria è più mite e più gentile e la Gerusalemme è sempre liberata e di lei mi piace, mi piacerà parlare ancora nel mio Zibaldone… Il mio Zibaldone, sì! Bruciarlo è meglio. Ma non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, di invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore. Perché non posso sognarlo? Io, che nacqui nella stretta Recanati, vorrei essere stato dentro questo il suo largo vento nell’azzurra amorosa ricca di aromi Sorrento, da cui Torquato si svincola ancora e sempre, come da vecchie catene, cercando la sua libertà nell’essere poeta, il più grande, con il plauso del mondo intero. Per fortuna non ebbe in sorte di morir vecchio, e io non gli fui contemporaneo. Veder morire una persona amata è molto meno lacerante che il vederla deperire e trasformarsi nel corpo e nell’animo: nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono…
