
Sulla soglia tra notte e giorno, sonno e realtà, tra passato e presente: ecco una poiesis colma di tensioni e ronzii, di sguardo trasfigurante capace di sondare l’esistenza con la sua sete e la sua fame, di scrutare la vita quotidiana tra le pieghe di un corpo e del suo mondo intorno.
Siamo pelle e ossa nude davanti alle incognite del mondo, siamo latte e sangue, un filo trasparente nella bocca dei bambini, due gambe nel punto più prossimo dell’acqua e i cespugli a dire i primi segni dell’abbandono.
Il Taccuino Bianco di Francesca Marica, nella collana “Nuova Limina” di Anterem edizioni, è un libro prezioso nella sua essenza e nella sua estetica: uno scorrere di multiformi ed effimeri istanti, di singole epifanie, di incontri e scontri, di umori e ossessioni, di sussurri, tepori e lacerazioni. Non solo lampi mnemonici ma anche un materiale denso di significati simbolici: un caleidoscopio in cui ogni tessera-immagine, sia essa iconografica o verbale, apparentemente frammentata, s’inanella, s’incastra in un’altra per scaturire infine in una musiva e affabulatoria composizione.
Solo le parole dei furibondi scavano la pietra con la forza della spada.
Già, la parola di Marica, nel suo evocativo e quasi sciamanico fluire, andare, sì – ma dove? si fa a tratti funambolica, concitata, veloce per la fuga, a tratti pausata e riflessiva quando gli occhi indugiano nella rapsodicità del cuore o nell’interiore labirinto senza via d’uscita, abitato da un’impenetrabile oscurità, o meglio da un margine bianco, dove facile è lo sgomento della perdizione, dove il silenzio è il luogo del disordine.
La raccolta, ricca di rimandi letterari, di canti affilati sulla punta della lingua, ci dà l’impatto visionario di un paesaggio che riverbera uno smerigliato Bianco, inafferrabile e indicibile, da cui nasce la volontà – un’urgenza? –, fortemente insita nell’autrice, di forgiare una lingua sperimentale, al tempo stesso meticolosamente icastica e penetrante, per dare un nome alle cose e raccoglierne la radice originaria e per dissigillarne soprattutto la spirituale pregnanza.
Grazia Frisina
