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Simone Giorgino scrive, nell’introduzione a Canti catacombali (Musicaos 2026): «I Canti catacombali che qui si pubblicano sono la trascrizione di un fascicolo che Michele, alcuni mesi prima della sua scomparsa, consegnò nelle mani di Ilaria Seclì, nostra comune amica…Sul frontespizio del fascicolo, dove di norma appare il nome dell’autore, Michele aveva scritto un altro nome: (bobok). È il titolo di un racconto di Dostoevskij, in cui una voce narrante ascolta, in un cimitero, il borbottio sconnesso di personaggi già sepolti che continuano però a parlare, a ostinarsi nel discorso nonostante siano già morti. Bobok è il suono che fa chi non è ancora del tutto trapassato, il rumore residuo della vita dopo la vita, il rantolo di una coscienza che parla dopo la sua fine, per inerzia. Quella che Michele Truglia ci consegna, dunque, è una poesia scritta dalla zona grigia tra la vita e la morte; una poesia che è il borbottio residuale di chi è già stato seppellito e tuttavia insiste a parlare…Michele è morto in estrema solitudine. La condizione postuma è anche, in maniera che non si può ignorare, una condizione biografica. E non è un dettaglio trascurabile: appartiene anzi alla sostanza di questa poesia, come apparteneva a quella dei poeti che Michele amava di più – Majakovskij, Esenin, Lorca, Pound – poeti che avevano scontato fino in fondo la propria diversità, che nei fatti si erano dimostrati irriducibili alle norme della vita sociale e letteraria, e che erano stati, insieme, eroi e vittime di quella irriducibilità. L’annichilimento progressivo che si legge nei Canti catacombali – non solo della poesia, ma del corpo stesso – non è, alla fine, soltanto una metafora».
In un vero poeta i versi non saranno mai soltanto una metafora, ma carne, sangue, lacrime, del suo “essere nel mondo”. In un libro che spero Michele abbia conosciuto e letto, Necropoli di Ladislav Chodasevic, si parla di un poeta di nome Muni, attivo in Russia negli anni Dieci del Novecento e oggi del tutto sconosciuto, che per sé avrebbe voluto questa epigrafe: “Gli altri sono fumo, e io ombra del fumo,/ per tutti quelli che sono fumo io provo invidia”. L’ombra di Muni, nella sua poetica e leggendaria invisibilità, non è lontana dall’ineluttabile catastrofe umana e letteraria mostrata dai versi apocalittici di Michele Truglia, creatura rivoltosa e gentile, immune dalle vanitas del mondo, rinchiusa nell’eremo volontario della sua casa milanese. Di lui scrive così Marco Dotti: “La poesia… non è il residuo della realtà, il suo esacerbarsi e il suo imbellettamento. È il punto esatto in cui la realtà, stanca di apparenza, si lascia tenere per mano e, semplicemente come la vita, accade” (“Alias”, 29/8/2026). Autore di un solo libro, Venenum (2000), in collaborazione con Simone Giorgino e Luciano Pagano, Truglia, con i suoi Canti catacombali, sceglie la lontananza assoluta dai canoni poetici e compone con pazienza il suo clandestino, disperato samizdat, che affiderà all’amica Ilaria Seclì pochi mesi prima di morire: «Hai mai provato a scrivere due righe?/ Hai mai provato a essere diverso?/ Solo due righe oppure solo un verso/Tanto per parlare. io mi sono perso/ Vocali e consonanti è tutto uguale/ Non sono io che parlo ma è il volto/ Dell’Angelo che ascolta. Forse capita /A tutti. Ma io non ero preparato/ Tu lo sei? Perché è normale per me/Però purtroppo non ho più parole//Tu ci leggi tra le righe? È il bianco». Leggendo i versi di Michele, i sonetti imperfetti, gli inquieti calligrammi, le vampate in lingua cirillica, le invettive e le elegie («Ed solo la luna che mi canta/la famosa nenia di esenin»), la sintassi sospesa e spezzata, si resta travolti da questo dialogo ineluttabile con se stesso, estremo nel suo proporsi ribelle e trasognato («Accadde in cielo al fuoco delle palpebre/ Non più due mondi ma nemmeno uno»). Evocando la morte di Majakovskij scrive: «Come due colpi di pistola/Sopra/Il capezzolo/ Sinistro/ Due centimetri/ Sopra/ il capezzolo sinistro/ Così che esploda il cuore/E puoi sentirlo». Leggendo, si percepisce l’atto rituale di chi vorrebbe morire suicida per non arrendersi alla vita ipocrita di tutti, perché desidera l’inizio di un mondo nuovo che capovolga quello vecchio, annienti il suo orrore e diventi puro fiore. Truglia è l’ultimo superstite di una “generazione che ha dissipato i suoi poeti”, come scrive Jakobson nel suo necrologio per Majakovskij: lui, traghettato oltre le generazioni, solo, irridente, incantato, vivo nonostante tutto, perdendosi non si è perso.
«I fiori devono solo fiorire/Come gli uccelli volano nel cielo/ E il cavallo scalpita in campo aperto/ i fiori devono solo fiorire// Niente doveri niente più d’altro/ che esser ciò che sono: voi cosa siete? E allora fare finta simulare/ per estrema soluzione: un padre//Una madre con il figlio dottore/L’impiegato alle poste/ il carrettiere// il “padrone del vapore” in attesa/ di finanziamento ministeriale//Il gran maestro professore d’arte/Drammatica per strada con un whiskey/Torbato e un libro di Camus in mano// ….//La farsa della varia umanità!!// Tutto si può essere e si può dire/ Non si può giocare contro i bari/E quindi impara amore mio bambino.//Il problema è//A voi cosa vi tocca fare?// I fiori devono solo fiorire»
(M.E.)
