Salgemma (Book editore, 2026)

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Il salgemma, leggo da Wikipedia, è un “minerale che si presenta in cristalli cubici, più raramente ottaedrici, scheletrici e geminati, aggregati granulari o fibrosi, in croste e stalattiti. Caratteristiche sono le forme a tramoggia di alcuni cristalli cubici, in cui gli spigoli sono cresciuti più in fretta del centro delle facce”. Penso che questa breve descrizione, per quanto molto tecnica, spieghi bene il titolo della raccolta, che infatti, di parola in parola, di verso in verso, sembra procedere per iterazioni, continui rimandi aggiunte smottamenti rotture e risalite della voce. Ne deriva un andamento prismatico emotivo e concettuale insieme, spiazzante ma solo in quanto teso a un costante riposizionamento di una dimensione del senso che sembra negarsi per intero e darsi invece in sempre diverse, molteplici prospettive, di cui sono traccia i molti “ma, e poi, e ancora, ma infine, e dunque” che costellano come punti di “rammendo” il succedersi dei versi.
La raccolta è organizzata in tre sezioni – “L’allodola”, l’eponima “Salgemma” e “A fior di labbra” – ciascuna preceduta da citazioni di testi sacri, sempre pertinenti, e seguita da un’appendice, le une e le altre prologo ed epilogo a incipit e sintesi del dire poetico, e quindi parti integranti dello stesso. Già nei primissimi versi in corsivo è possibile rinvenire quel modo di procedere per aggiunte e rimandi sopra descritto, che costituisce il paradigma continuamente declinato della silloge e, in particolare, della prima sezione:
“la luna, che ora, ora dorme –
è oracolo di ombra –
dove la geminazione, qui della parola/sillabe “ora”, è evidentissima, così come, subito dopo, il suffisso nella serie “gola spigolo oracolo parola”. In questa sezione, centrale è la figura dell’allodola, simbolo di spiritualità e unione fra terra e cielo, che è “ombra di terra” con la sua ala che “urta la tua terra”, ma anche “oracolo che trilla, a nome di parola,/dentro, dentro la tua gola”. Nelle vicissitudini che la investono, infatti, nel distacco fra terra e cielo che occorre ricomporre, l’allodola è sia pietra, piantata “in terre, di ombre,/a meraviglia”, ma anche tempo e fuoco, e poi ala che “rammendi le giunture, l’eterna/ala eterna sfuggita sulla terra/ad ala di – giuntura”: allodola finalmente còlta nel compiersi del gesto come “allodola a ritroso/dalla, dalla terra fino –/fino al cielo”, versi che chiudono la sezione e, come passando attraverso una serie richiami che sembrano avere il valore cogente di un sillogismo, ne confermano la funzione simbolica di tramite spirituale.
In coerenza con questo procedere per continue aggiunte e riposizionamenti, il tema del distacco (e quindi della frattura) è posto ad incipit della sezione successiva, “Salgemma”, il cui compito è quello di indagarne la morfologia per acquisire maggiore consapevolezza del suo ricomporsi: “cadere, al di fuori, come –/terra di frattura-”
Qui è il processo stesso a dare risposta, il “farsi”, perché la frattura altro non è che l’evento all’origine dell’abisso, “l’incavo –/ che buca di pietra fioche stelle di sale”, ma anche, programmaticamente, “porta uscita splendente da dentro”: che infatti, nell’incedere poliedrico che, come l’allodola di prima, tende ostinatamente verso l’alto, al “bacio, duro, di cielo -” “l’infranto bacio di dio”, diventa presto altura, guglia, colle e forse, come in un’anabasi dantesca, paradiso: “oltremare – il colle – è paradiso? Eterna – guglia – della terra?” E, ancora una volta, è l’appendice a qualificare “sillogisticamente” questo processo di risalita, con la presa di coscienza che l’abisso da cui si è partiti è assenza, e la risalita stessa memoria: “(ma): è innocente, dite, l’eternità?/la veglia, ubiqua, di memoria e il suo – correre da dove, sempre, fa leggenda/l’ombra della casa?”.
Così, questa “coscienza di memoria” diventa proemio da cui ripartire nella terza sezione, come in una preghiera detta “A fior di labbra”: “– prega, prega perché sia – accordo di memoria/l’albero che nasce,/ da dentro, tutta un’ombra/(… il cedro, inciso nello specchio,/a coscienza – di memoria”. Appunto. Il tema centrale di quest’ultima parte del libro, infatti, è quello della fioritura, dell’albero dalla terra/giardino, come dell’alba dalla notte; rispettivamente: “sarebbe bacio già perfetto/questo solo dirci in questo solo giorno,/nel semplice più chiaro al-bero del mondo?”; e “perfetto giorno di memoria/questa sola luce a notte già battuta…”// “…e tu, sottratto a questa notte,/ sei tempo sempre vago:”
Ma la rinascita va intesa attraverso quella coscienza di memoria che è acquisizione del percorso fatto fin qui, e che ora è consapevolezza che la memoria, sia essa personale o universale, ci dice, pur nella forma umanissima del dubbio, non solo da dove veniamo, ma con ciò stesso anche a chi apparteniamo, con chi condividiamo il senso, precario e definitivo insieme, della nostra esistenza, il dio-bacio della sezione che precede e che ora è “fischio, del dio” che ci chiama e ci salva: “inizio è dove io ti vedo/oltre il desiderio, facendomi respiro/nella tua coscienza?”//“ma, lo vedi? È un solo lungo lume,/ le labbra, sfatte nella brina”. E proprio al binomio labbra/brina (id est: respiro/manna), che pervade la sezione, è affidato il compito di esprimere con la forza propria del simbolo, che dice sempre più di quello che sembra, il significato ultimo di questa “coscienza di memoria”, che è appartenenza, speranza e nutrimento, luogo più profondo su cui veglia l’angelo-tramite di un’umanità finalmente riconsegnata alla sua origine, che l’autrice descrive qui con dolcezza inaspettata in tanto aspro incedere:
“a guardia, lo sai, fu posto un cherubino…
… che flette la sua fronte quando tu sogni
un tempo a paradiso…”
(…)
“…a guardia, tu lo sai, fu posto un cherubino…”
Francesco Scaramozzino, Melzo, 1 settembre 2026
