
Ogni libro autentico è processo di rigenerazione e di catastrofe, atto di onnipotenza demiurgica e suo necessario fallimento. Nella mia vivente conversazione con Schulz, sperimento entrambi i momenti: la ricostruzione di un processo creativo e la consapevolezza del suo dissolvimento. So di stare scrivendo un sogno, una fantasia che non corrisponderà a niente di vero, anche se lo evoca. Quindi, alla fine, fallirò – ma dopo l’esplosione e la fioritura di molte metafore che fanno pensare a una felice onnipotenza, a una magica ri-costruzione dei testi perduti. Ogni libro autentico è un compromesso fra l’intenzione dell’autore e l’interpretazione del lettore, che crea il libro leggendolo: nel mio caso ho aggiunto una complessità in più. Il lettore di Schulz – io – diventa a sua volta autore, interprete che decide di rimettere in movimento un processo creativo, di dare forma al suo sogno, e così riscrivere a frammenti il “Messia”, identificarsi con Schulz che scrive, mostrare la scrittura di questo sogno. Ogni lingua cerca da sempre i suoi auctores, non è mai proprietà di un solo scrittore, ma di chi l’ha preceduto e di chi lo seguirà. Nessuna lingua è proprietà di un autore solo, ma dei lettori che la attraversano. Io mi sono impossessato di un sogno intorno alla figura e alle opere di Schulz. Ho parlato di questa «figura-Schulz», terra di confine attraversata da due autori, Ercolani e Schulz, entrambi reali e irreali abitanti della terra del «come se». Il «come se» è quella terra di confine, quella zona borderline, in cui le nostre identità si guardano, si rispecchiano, si frantumano, si parlano. Il «come se» del mio libro, Il mese dopo l’ultimo, è un colloquio critico, partecipe, empatico, con le anime dei morti. In questo caso l’anima è quella di Bruno Schulz. Un’anima vitale e letteraria, in cui le parole vivono nel gioco delle loro rifrazioni e metamorfosi, e le strategie verbali dell’inganno e della favola – mattoni e non ornamenti del narrare secondo la felice definizione di Jerzy Pomianowski – sono le sole attraverso le quali si può raggiungere una certa verità umana, quella amata da William Blake quando sosteneva che «solo l’immaginazione è fonte di verità».
Voglio credere che ci siano dei morti pacificati, che chiedono soltanto il silenzio, dopo una vita regolare e tranquilla, e dei morti mai pacificati, maltrattati, che invece vogliono tornare, per un attimo, sul palcoscenico della vita a dire come sono andati veramente i fatti. Il mio tipo di scrittura sostiene la resurrezione fantastica di questa altra parte. Schulz, «profeta sommerso», non è un morto mite, silenzioso, pacificato: continua a parlarci con i suoi libri – «meteore» sì ma anche «semi di vita» – e a stimolare un dialogo ininterrotto. Ho voluto dare forma di libro a questo mio personale dialogo con lui – a questo accordo con una vita andata storta nella «bancarotta della realtà», vita piena di lacune e di buchi che, nel favoloso riparlare del Libro perduto, desidero riportare alla luce, combinando e ri-combinando il mio io con quello di Bruno.
(M.E.)
