IL MOVIMENTO DELL’ACQUA. Luigi Sasso

Il primo capitolo del Moby Dick descrive, in modo chiaro e intenso, il fascino che il mare, ma in realtà qualsiasi specchio d’acqua, esercita sull’essere umano. L’oceano ci spalanca uno spazio sconfinato, ci fa sognare l’avventura, l’ignoto, la possibilità di raggiungere altre sponde, di provare l’ebbrezza del rischio, di sperimentare, di incontrare noi stessi. E forse qualcosa di più. Il narratore, Ismaele, sogna quel viaggio per mare così come si può sognare di voler sparire, di perdersi nel nulla. Ma il suo, ci dice, non è un caso isolato: «Fissi, come sentinelle silenziose, tutto intorno alla città, stanno migliaia e migliaia di mortali perduti in fantasie oceaniche […] Gente dell’interno tutti, vengono da viottoli e da vicoli, da vie e da corsi, dal nord, dall’est, dal sud, e dall’ovest. E pure qui s’uniscono tutti. Ditemi, forse il potere magnetico degli aghi delle bussole di tutte quelle navi li attira qua?». Qualcosa di simile accade persino quando si è in campagna, perché anche lì, su un altopiano, lungo un sentiero, ciò che ci attrae è la presenza, il presagio dell’acqua. Ogni sorgente, ogni fiume, ogni stagno sembra contenere una promessa, indicare un altrove, portarci nella sostanza oscura del mondo: «C’è del magico in questo», scrive Melville. E a tale magia non si sottrae nemmeno un artista, chi desidera rappresentare il più ombroso, incantevole paesaggio. La sua opera insegue, esige il movimento dell’acqua: «Per quanto la scena giaccia così estatica e il pino scuota giù i suoi sospiri, come foglie, sulla testa del pastore, tutto sarebbe invano, se l’occhio del pastore non fissasse la magica corrente che ha davanti». Ogni sguardo si volge verso luoghi lontani nel tempo: «Perché gli antichi Persiani tenevano il mare per sacro? Perché i Greci gli fissarono un dio a parte, e fratello di Giove?», converge verso un destino, una realtà inquieta, in fuga «Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questo è la chiave di tutto».

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