LA FIGURA DEL SANTO

Andrea Mantegna, Martirio di San Cristoforo

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Domina, nell’affresco, il potere del Caso. Il codice enigmatico del pittore coincide con il crollo della parete sotto i bombardamenti. Il danno irrimediabile subito dall’affresco si allea con l’intenzione inconscia di realizzare un’opera senza la grazia degli dèi, tutta intessuta da un gioco sviante di sguardi e di gesti; l’improbabile soffitto d’edera; l’occhio trafitto dalla freccia; l’uomo che l’ha scoccata e che sembra danzare o cantare; la testa affacciata chiusa dalla curva di un ramo; il chiarore cristallino di palazzi lontani e di donne lontanissime, con gli stessi cappelli bianchi a forma di navi fiabesche; l’austera indifferenza di un gesto inatteso, della posizione innaturale di un braccio.

Ma la figura del santo, devastata e irriconoscibile, gigantesca e invisibile, è sparita. Ciò che avrebbe dovuto dominare l’affresco ed esserne il centro non esiste altro che come forma vuota, involucro sbiancato. La sagoma del santo rimane, ma il colore è sparito come le forme del corpo e l’espressione del viso. La sottrazione, però, non mutila l’affresco ma coincide, fatalmente, con la fortuita, segreta intenzione del pittore: spostare lo sguardo dalla rappresentazione sacra al dettaglio enigmatico, inventare storie, spazi, gesti, paesaggi, che contrastino il soggetto come stranianti e indecifrati richiami di confine. Il Sacro – il Centro – non esiste più. Esiste ciò che lo circonda: una misteriosa conversazione di forme.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Détour. Appunti di arte e letteratura, opuscola, Genova, dicembre 1985.

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