Marco Ercolani, Vivere non è abbastanza. L’opera di Nanni Cagnone, I libri dell’Arca, Joker, settembre 2026
Premessa
Le molteplicità in cui si diramano la prosa e la poesia di Nanni Cagnone non attendono indagini critiche o interpretazioni simboliche: sono molteplicità percorse da uno slancio onirico, da un assillo non indulgente, in una condizione di sospensione fra veglia e sonno, che potremmo definire un silenzio fitto di parole. Scrive l’autore: «Poesia non è qualunque atto di raccogliere il mondo come un soccorritore del senso o un ammiratore del linguaggio ma persistenza di una fedeltà che vuole trattenere l’indicibile. Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare». Da questo “impensabile” nasce Vivere non è abbastanza: un taccuino poetico-critico in omaggio all’autore scomparso, un libro innamorato delle «cose innegabili» di cui si compone la sua scrittura, esiliata nel viaggio interminabile che fa e disfa il mondo con le proprie e con le altrui parole.
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La prima regola del gioco
«Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto. Allora si finisce di giocare, si studia, si viaggia, si lavora, si fanno affari, si prende moglie: il romanzo della vita adulta». Aggiungere tutto, osserva Nanni Cagnone nella prima pagina del suo romanzo Comuni smarrimenti (Coliseum, 1990). Ma questo tutto è il nulla, il non visibile. Immaginare quello che si vede e quello che non si vede è la virtù del poeta. La mancanza di moderazione è la necessità di sognare anche in stato di veglia. «Dispongo anch’io d’una tradizione onirica: non sogni ricorrenti, bensì vecchi sogni citati con naturalezza entro recenti sogni». Nell’arte la capacità di mescolare senza prudenza i semi delle carte è giocare, senza sapere quale sia la prima regola del gioco. La posta, comunque, sarà sempre il pensiero,nato e pensato nell’aura di un impossibile anelito all’altrove, un pensiero-percezione che guida ai nodi fisici, alla pelle delle parole. Ogni artista si raccorda da sempre con leggi che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin), e con niente di meno. Nessuna nostalgia del già visto e del già percepito ma un voler essere sempre altrove, inventando e reinventando se stessi: «Cose che lacrime rimangono / e porte che si chiusero». Il vero naufragio sarebbe assomigliare a cose prevedibili e già viste. Sprofondare nell’ovvio. O meglio, non sprofondare: giacere morti. Le parole decisive, inutili, segrete, restano: segni bianchi nel bianco del foglio. Opporsi alle regole del vivere comune, ai limiti della ragione: ogni artista rischia il suo equilibrio vitale per proporne un altro, indipendente dal primo: è una questione di azzardo, un cercare la via tra sassi e vetri, un varcare i confini per infrangerli e ricostruirli dentro il proprio nomadismo interiore.
Dépense
«In certezza abbiamo preso tutto il tempo / stranamente non ricordando / eppure abbiamo o siamo avuti / da tempo». In Andatura (Società di Poesia, 1979), Cagnone sceglie già la sua strada. Essere avuto, essere posseduto. Andare altrove, dopo molte metamorfosi. Altrove, ma per quale scelta e dove? Il poeta non si appaga di una sola realtà o di un solo sogno: cerca il “compossibile”.Quello è il suo compito inesauribile, fallibile e infallibile, una dépense nata dall’insolenza di sogni inconciliati con la realtà attuale. La poesia cerca sempre un sapere non conciliante, senza sottrarsi al desiderio di toccare la radice delle cose. Ma non è da un io, che parla. La poesia non è la struttura formale del testo poetico ma quella zona anomala del ‘percepire’ la parola, dove la sillaba rigorosa e la vertigine dell’immagine si incontrano per sovvertire l’ordine del discorso; sfigurare ogni precedente pensiero e conoscenza; «tornare altrove», senza avanzare né indietreggiare: «il suolo non era né orientato né recinto / – soltanto guardato come una rassomiglianza». A partire dai primi anni Sessanta, Cagnone, come Walser, preferisce sparire. Ma non in una clinica per malati di mente bensì nella letteratura stessa, nascondendosi nelle proprie pagine, libro dopo libro, moltiplicando e polverizzando la sua identità di dichterish, perché con un movimento à rebours si possa alla fine sparire «nel groviglio dei morti».
L’insonnia della superficie
«Non c’è alcuna profondità, in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie». Questa insonnia è la grazia non attesa. E la grazia non è una qualche bellezza: non consola, non rende attoniti, non arde vivi, ma ci smuove dentro. La descrive così Giacomo Leopardi: «L’effetto della grazia non è di sublimar l’anima e di riempirla o di renderla attonita come fa la bellezza, ma di scuoterla, come il solletico scuote il corpo, e non già fortemente come fa la scintilla elettrica». Di questo “scuotimento” della percezione parla Cagnone. «Anche se incapaci di visioni, possiamo percepire intensamente, fino a un’esclamazione somatica, benché non ci sia per noi qualcosa di visibile, udibile, tangibile. E spesso l’oggetto di questa percezione senza percepito ha una pretesa di fisicità. D’altronde, si possono immaginare cose di cui non si ha esperienza. Lo provano quei narratori che non ambiscono a raccontare i fatti loro». Chi ha sempre la testa bassa vive da potenziale decapitato. Occorre camminare a testa alta. La polvere non narra: si deposita sui corpi, ne cancella le ultime tracce ma le evidenzia. Cagnone si oppone a ogni cancellazione e tenta di raggiungere il suo, anche minimo, universo. «il fremito è la componente migliore dell’uomo (Johann Wolfgang von Goethe)».
La cura della fine
«Il reale è perduto nel possibile, e il testo è un oggetto opaco, obliquo, da percepire con la coda dell’occhio. Un quasi-oggetto, un quasi-percepito, apparizione che non ottiene». Non corteggiare il reale, suggerisce Cagnone, ma conquistarlo nel suo “possibile”, farne il proprio racconto, la propria arte, così come Werner Herzog trasforma il pianoforte issato sopra le montagne, in Fitzcarraldo: quel segno di visibile “conquista inutile”, nell’estasi possibile che erompe quando si vuole compiere l’impossibile. Chi è nella condizione di raccontare i suoi sogni, non desidera tornare a sognarli. Cerca una forma, e solo azzardando un eccesso di forma ritrova la cosmicità della sua angoscia. «Gli ubriachi, gli psicotici e coloro che sognano, sono allusivi, qualità che altrove perde d’esistere». Esiste una lingua primordiale e barocca, non una lingua referenziale e giuridica, una lingua che traversa molti addii. Chi scrive è voce che dovrà farsi udire in mezzo al rombo di una cascata o nel brusìo di una folla, per mettere fine a ogni vano rumore. Il poeta, se non può fermare la morte, saprà forse precederla. Là dove si resiste senza speranza, inizia l’atto poetico. «La morte che cos’è – un’esagerazione. Ma sono mortale. E non talmente giovane da poter dire: sarò mortale. Mi conviene aver cura ora della fine». Una cura perplessa, stupita, incerta, dubitante. «Sì, è così, dopo morti: non saremo mai quel che siamo, né ci saranno parenti, in avvenire. Solo frammenti, confusione…».


