LA LEGGEREZZA INELUDIBILE. PIero Zino

Sedici frammenti su Robert Walser

«Lo riconosco che chiacchiero, ma bisogna pur riempire in qualche modo le righe». Walser allude qui alla ferma volontà dello scrittore di scrivere tutto, e su tutto. È ciò che egli stesso definisce come «il processo dello scribacchiare», che può addirittura condurre oltre la soglia del dolore fisico, in una sorta di «crampo alla mano» e che tuttavia non riesce a domare la sua «voglia di scrivere»; che poi si tratti dell’opera della vita o la ricopiatura in perfetta grafia di una lettera commerciale poco importa. In quel «territorio della matita», sotto l’egida degli stili calligrafici più disparati, Walser dà corpo all’ossessione di scrivere senza pause, riempiendo ogni spazio possibile del foglio, percorrendo impervi sentieri con ostacoli ove inciampare e cadere.

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La scrittura come una forma di ascesi non va letta soltanto in chiave di metafora. Quando Walser compie un viaggio in mongolfiera da Berlino al Mar Baltico – viaggio che W.G. Sebald rievoca mirabilmente ne Il passeggiatore solitario – le parole che usa per descrivere il paesaggio visto dall’alto si trovano in molti dei suoi romanzi e racconti: «La bella notte di luna sembra accogliere fra le sue braccia invisibili il meraviglioso pallone. […] Campi curiosamente bianchi, che paiono tirati a lucido, si alternano a giardini e a brevi tratti di boscaglia. Si vedono dall’alto luoghi nei quali non si metterebbe mai e poi mai piede, perché in certe regioni […] non si ha alcun motivo speciale per andarci.». Come non c’è motivo per andare oltre quella leggerezza apparentemente svagata che è il timbro più autentico dei suoi lavori.

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«A nessuno auguro di essere io. / Soltanto io sono in grado di sopportarmi». Le discese negli inferi di una tormentata personalità sono frequenti, così come lo è la pervicacia con la quale lo scrittore dice di volere trovare riparo «nelle pieghe dell’esistenza» e da lì ammiccare al lettore con un sorriso inquieto. Per contro i momenti migliori di Walser sembrano tesi verso ciò che sta in alto: le cime dei monti, la vastità del cielo da assaporare a bordo di una mongolfiera, la neve che «da dove è discesa / non corre, è senza scopo, / e ci sorride, senza suono».

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Sebald fa notare come «le tracce che Robert Walser lasciò sul suo cammino furono così lievi che hanno rischiato di disperdersi». Tracce lasciate sulla neve da un paio di scarpe, che sono migliaia o addirittura milioni, a qualsiasi latitudine, sotto un qualunque cielo invernale, nel pomeriggio di un Natale come tanti, scarpe che hanno permesso a un uomo di camminare per lungo tempo, e che ora giace disteso sulla la neve.

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«Un vasto incendio di vergogna percorre attualmente l’Europa». Se l’«incendio», cui Walser allude, è quello che sta per divampare con il conflitto mondiale, la «vergogna» si è protratta ben oltre quell’immane catastrofe e le sue propaggini hanno raggiunto i nostri tempi.

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Nel saggio Il Narratore Walter Benjamin paragona la struttura del romanzo a quella di una catasta di legna all’interno del camino: «la tensione che percorre il romanzo assomiglia molto alla corrente d’aria che ravviva la fiamma nel camino e ne anima il gioco». Ma Benjamin fa riferimento anche al ruolo del lettore che «si impadronisce della sua trama più gelosamente di chiunque altro. […] egli distrugge, inghiottisce la trama come il fuoco fa con i ceppi del camino». A ciò sembra fare eco Walser, il quale descrive a sua volta un contesto simile, ma riferendosi all’esito ultimo del processo di combustione, vale a dire la cenere. «Si può essere più inconsistenti, più deboli, più inetti della cenere? È davvero difficile. Si può essere più arrendevoli e più pazienti della cenere? Certo che no. […] Metti il piede nella cenere, e quasi non ti accorgerai di aver calcato qualcosa». Non si è probabilmente molto lontani dal vero nell’affermare che queste righe chiudono un cerchio apertosi con i bagliori di un incendio per finire in una quiete che, pur nei toni apparentemente dimessi, nasconde sotto di sé scintille autorevoli.

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Walser aveva avuto in gioventù un legame molto stretto con suo fratello Karl, all’epoca un pittore di buona fama. «Karl era nato un anno prima di me e voleva a tutti i costi portarmi con sé in Giappone. Naturalmente io rifiutai». Walser si riferisce ai disegni di Karl che corredano il suo primo libro intitolato I temi di Fritz Kocher quando allude a «dei bozzetti molto semplici, che tuttavia non mi dispiacquero», salvo aggiungere «nemmeno, però, li consideravo così indispensabili». Ma quando arriva a dare un giudizio ‘tranchant’ come «mio fratello è una persona molto insistente e, quando ci si mette, diventa insopportabile» è chiaro che il suo volontario isolamento in una clinica psichiatrica manifesta già qui i suoi prodromi.

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Il desiderio di Walser era quello di essere «un magnifico zero, rotondo come una palla». Rotondità e leggerezza, proprio come quella che hanno i palloncini delle fiere, fatti di una membrana sottilissima che contiene solo un po’ d’aria la quale, però, è sufficiente a farli salire talmente in alto che alla fine sfuggono agli sguardi di coloro che vivono con i piedi saldamente ancorati a terra.

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A proposito dell’Arlesiana di Van Gogh, Walser sottolinea che quella donna, la cui «vita fu piena di fatica […] non è una modella indifferente; giacché nessuna figura gli risulta indifferente». Non è certo un caso che egli ponga l’accento su questo fondamentale approccio del pittore olandese, dal momento che era anche il suo.

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«L’acquarellista, nel campo della pittura, è forse una sorta di feuilletonista». La frase tratta dalla breve prosa Acquerelli può avere un qualche sapore di rivalsa nei confronti di certa critica che reputava Walser uno scrittore dalla mano indubbiamente felice, ma non in grado di andare oltre la superficie delle cose. Sappiamo del resto quanto sia stata feconda questa tecnica pittorica e quali sublimi livelli abbiano raggiunto, ad esempio, gli acquerelli di Cézanne.

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Pochi sono gli scrittori che, al pari di Walser, hanno trascorso una esistenza tanto appartata e misteriosa. Egli, infatti, ha “preferito sparire” in una clinica per malattie mentali senza preoccuparsi di segnare una linea, pur labile e incerta, di confine con la morte. Marco Ercolani, con il suo libro apocrifo sullo scrittore svizzero, si è assunto il difficile compito di tracciare tale linea e di provare a porvi il sigillo. «Certo, potevo scegliere un convento per chiudermici dentro e pregare, rispettato dalla chiesa e dai potenti. Ma è meglio il manicomio. Ci sono meno idee su Dio qui dentro, meno preghiere incomprensibili, meno riti da accettare. Qui si sopravvive calmi. Qui si è sicuramente malati. Certificazioni, esami, firme, diagnosi. Perché bisogna avere sempre la testa inquieta? Il mondo non è già abbastanza agitato? Almeno opponiamoci al furore. Qui deve esserci la quiete».

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In una lettera risalente al giugno 1927 Walser ci offre la testimonianza di quella che si può definire una autentica palingenesi nella sua scrittura che tuttavia, cosa assai insolita e curiosa, non investe né le tematiche né lo stile, bensì l’oggetto materiale: egli annuncia al suo interlocutore di aver abbandonato la penna in favore della matita. Walser racconta come gli esordi siano stati timidi, casuali e attuati con il solo proposito di «schizzare, folleggiare». Ma il «disgusto della scrittura» con la penna ha finito con il prendere il sopravvento fino al punto di prospettare «una vera rovina della mia mano, una sorta di crampo». Da qui il ricorso alla matita quasi come a un metodo di iniziazione: quello che lo porta a spingersi sempre di più nel fitto di una grafia incredibilmente minuscola, la quale apre le porte al regno dell’illusorio.

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«Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa». Così inizia uno dei racconti più noti di Walser, La passeggiata. Coloro che hanno la stessa abitudine dello scrittore di Bienne conoscono la regola che soprassiede tale esercizio, cioè quella di non avere una meta precisa. Una volta varcata la soglia di casa, lo spazio e il tempo diventano un tutt’uno inscindibile, come opportunamente fa notare Luigi Sasso: «camminare significa sì muoversi nello spazio, ma anche spostarsi nel tempo». Mentre si cammina, più che le gambe che si muovono è la mente che lavora e che, in casi meno rari di quanto si possa credere, se ne va per conto proprio come quella di Walser, il quale si vede proiettato ad un tratto negli «anni intorno al 1400, no, un po’ dopo, al tempo delle campagne di Lombardia»; soldato di ventura la cui «fama sarebbe corsa per tutta Europa». Su una strada o lungo un sentiero il camminatore è sospinto da una forza ignota e persistente: «una cosa che non si può sentire e che corre verso la fine? Ma è questa, in fondo, la vita?».

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Kotzebue e Hölderlin: ovvero il punto più basso e quello più alto della poesia tedesca secondo Walser. Le opere del primo sono modellate sul suo fisico: «il viso era totalmente rincagnato; il collo non ce l’aveva. Aveva un lungo naso e, quanto agli occhi, uno sguardo un po’ bovino». Il secondo, spirito libero «nato per vagare tra sogni e fantasie, per vivere in uno stretto abbraccio con la natura», è costretto invece nelle maglie della società borghese che gli impongono un dovere inaccettabile, quello «di comportarsi perbene, con giudizio e con educazione». Mentre l’altro scrive a getto continuo commedie che crede siano «qualcosa di importante», Hölderlin non regge alla pressione che le convenzioni esercitano su di lui divenendo preda di «un pietoso dissesto mentale» ma, per effetto di un mirabile contrasto, «la sua poesia si faceva sempre più incantevole». E, allora, la rinuncia al mondo che fu di Hölderlin nel trovare rifugio presso la casa di un falegname è la stessa di Walser che visse per oltre vent’anni in una casa di cura, dove il suo agire e i suoi pensieri si mantennero intatti. Inutile aggiungere che di quel tale Kotzebue si sono perse le tracce.

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Sottovoce e quasi di sfuggita Walser ha scritto alcune pagine su di sé. «Al signor Walser, scrittore!»: questo inizio roboante accentua, per contrasto, il tono scherzoso su cui è improntata tutta quanta la prosa. Chi scrive e chi dipinge troppo secondo lui è destinato al fallimento: le pause sono più importanti della vena creativa. La vita attiva viene prima di quella intellettiva, e allora «Walser passeggia ogni giorno almeno un’oretta, anziché scrivere fino alla saturazione» e, giunto in una locanda, si offre con piacere a «dare una mano alle cameriere che apparecchiano la tavola». Forse è da qui che nasce il suo Assistente. Allo scrittore fa bene dormire, così nel frattempo l’uomo avrà modo di fare esperienze utili quando lo scrittore si sarà ridestato. Perché, come ad un certo punto si legge, «l’attività letteraria deriva infatti dalla sfera dell’umano».

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Carl Seelig fu amico e tutore di Walser. La sua vita è caratterizzata da una lunga attività umanitaria, a beneficio tanto di artisti, scienziati e scrittori quanto di semplici persone in difficoltà economica. La maggior parte delle sue azioni avveniva nell’ambito dell’anonimato ed è presumibile che la sua generosa riservatezza fosse particolarmente apprezzata da Walser. Dal canto suo, Seelig si dimostrò sempre rispettoso della pervicace volontà dell’amico di vivere in povertà, al fianco di coloro che più di lui erano toccati da sofferenza e dolore. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1962, sono stati rinvenuti numerosi manoscritti, buona parte dei quali riguardano i suoi rapporti con Walser. In uno di questi si fa riferimento a una gita sulle rive del lago di Costanza, a pochi passi dal confine con l’Austria durante la guerra. «Mentre ammiravamo il frontale della chiesa di Arbon il rombo assordante di una squadriglia di aerei da bombardamento gettò nel panico le persone nella piazza e io afferrai per un braccio Robert con l’intento di coricarlo a terra. Ma lui, imperturbabile, resistette ai miei strattoni e, con tutta la calma del mondo, disse: “lo sa che il giallo del sole mi fa tornare in mente una squisita crema che mi fu servita per dessert nella trattoria proprio qui all’angolo della piazza?”».

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