Non ricordo niente della mia vera vita se non dal momento in cui mi ammalai e feci un sogno. Era il mese di aprile. Mi trovavo a Venezia, una città che conoscevo solo dalle descrizioni dei libri. Mi aggiravo fra le calli, cercando un amico che avevo perduto, ma non trovavo nessuno ed ero continuamente ingoiato da angoli di palazzi, sale oblique, androni scuri. Ogni tanto, sbucava l’ala di una rondine tra gli spigoli dei tetti. Quando aprii gli occhi, sentii di essermi svegliato da un sonno eterno. Avevo dimenticato che il mondo esisteva.
Nel mese di giugno, sognai un vaso in mezzo alle nuvole, fissato alla volta del cielo con una fune sottile, intrecciato di mille fibre come un canestro. Nel mese di luglio sognai un stella a otto punte chiusa in un anello da cui originava una stella a sette punte a sua volta chiusa da un cerchio a sedici punte da cui prendeva forma di nuovo una stella dalle otto punte, acuminate come spade. Nel mese di agosto sognai una Vergine col bambino in grembo, tristemente seduta per terra. A settembre, persi l’uso della mano destra. Resta così otto mesi, con nella mente la donna accucciata, la rondine di Venezia, le spade, il vaso e la mano paralizzata.
Oggi, tre mesi dopo, le dita si muovono. Si muovono perfettamente come non si sono mai mosse prima e tracciano questo disegno su pergamena, alto novantasette centimetri e largo cinquanta. Questo disegno grande.
Ve lo descriverò. È un mare con tre isole. Ma delle prime due isole e delle onde e della sostanza del mare non so dire nulla. Vi parlerò invece della terza isola. Intorno a questa ho tracciato quaranta cerchi concentrici, ognuno dei quali racchiude un anno della mia vita e reca, all’interno del cerchio, tutte le lettere che ho ricevuto quell’anno da persone care. Le lettere sono più di novantanove ma la scrittura è così piccola da riprodurre tutti i caratteri, uno per uno, in modo da non perdere il conforto di nessuna parola. Nel cerchio centrale il giorno di Pasqua è evidenziato con chiarezza dal segno di un’Arca e il giorno di Natale dal segno di una falce. Nei quattro cerchi esteri ho raffigurato i miei quattro evangelisti: il primo un cervo, il secondo, un serpente, il terzo un leone, il quarto un orso. Dentro l’orso ho disegnato due esseri umani molto piccoli; si stanno abbracciando e dal loro abbraccio nascono dei triangoli, con stelle sparse tutte intorno. I triangoli terminano con un piccolo pavone bianco, con due code cariche di occhi scuri. Al centro di uno di quegli occhi ho disegnato la Vergine: immensa e morbida, con un mantello fatto di piccole, sfere e una testa a forma di coppa; e dentro il corpo della Vergine, dentro la mia Santissima Madre, ci sono io: ho un cerchio davanti al corpo, come uno scudo, e solo i piedi risultano visibili. Sono perfettamente immobile; dentro di me c’è un altro essere umano che non riconosco; e dentro a quello ancora un altro. A ogni linea del corpo corrisponde un certo numero di punti; e dentro ogni punto è racchiuso ancora un punto…
Se guardate ancora meglio vedrete sempre di più. Sposta elo sguardo verso il centro del primo punto; non ci sono spigoli, nessun vuoto, nulla di irregolare. Tutto è e non smette di essere, tutto ingoia e contiene tutto. I coltelli, i rovi, le spine, appartengono alla sciocca violenza del mondo, come le stagioni, gli anni, le passioni. Non esiste morte: la morte è un pullulare di rami, frutti, pensieri. È ingiusto che qualcosa recida qualcosa. Ogni strappo è un’offesa. Il mondo, il disegno, io che scrivo, siamo solo una sfera immensa, una stella fitta di poetali, fitta fino all’ultimo strato, che va ancora più a fondo, che non conosce limiti. E così, lo vedete, il mio disegno è sempre più profondo, si inabissa giù giù, fino al centro del segreto, fino a quando, nell’ultimo punto, di cui non sento la fine, vedo me stesso a sette anni, che guardo una mela e arrossisco e vorrei essere quel frutto, nudo fino al torsolo, che non esiste più perché è solo una cosa soffice e io ne godo fino alla pienezza, fino al centro del disegno grande e sinuoso che sto ultimando, dove niente strappa e offende, e le tenerezze alleviano le ombre, cancellano le ferite, colmano i vuoti, fino al centro dell’opera di Dio, che in me, Opicino de Canistris, si sta compiendo in tutta la sua passione, per la prima volta – segno di suprema eresia contro le forme mondane -. raffigurando la terza isola di questo mio muto Mediterraneo, dove le onde portano scritte le mie sventure e i miei pensieri blasfemi.
*Il racconto è tratto da: Marco Ercolani, Lezioni di eresia,Graphos editore, Genova 1996.
**Opicino de Canistris (Lomello, dicembre 1296 – Avignone, post 1352) è stato uno scrittore, miniatore e calligrafo italiano che ha lavorato anche alla corte papale di Avignone.








