Ilaria Palomba, Lettera ad Alejandra Pizarnik. Tu volevi solo ardere, Les Flâneurs edizioni, 2026.

Hai vissuto nell’eterno ritorno nietzschiano: il peso più grande – quando ogni cosa vissuta sai che dovrai riviverla infinitamente, evolvere dal così fu al così volli che fosse. Tutta una trama di architetture orientali. La mente l’avresti sgretolata. Il corpo risuonava negli acuti accordi incoscienti. La tua anima stava andando verso l’allineamento con la tua ombra. Le pareti dei manicomi avevano i tuoi occhi. I muri dove batteva lo sguardo erano portali. Stavi per entrare nella dissolvenza, nella tua ombra.
Agli inizio degli anni Sessanta abitavi a Parigi e passeggiavi per Boulevard Saint-Germain con Julio Cortàzar. Venivate dalle sponde del Rio de la Plata, l’Argentina era in voi presenza e nostalgia. Nelle vostre passeggiate, nel vivo cuore di una città straniera, sentendovi stranieri, gettati nell’eterno, risa fameliche, vino bevuto fortissimamente, l’abbraccio nella pioggia torrenziale, i consigli di lettura alle due di notte. Julio era distante, ti sembrava forte, gli scorgevi addosso una corazza dall’odore del legno. Ti sentivi colpita a morte, e cercavi una protezione.
Quando gli capitava di allontanarsi da te ti scriveva affinché non accadesse quanto temeva. Scrivere una poesia era riparare una ferita originaria, lo strappo. Ti dicevi di non mancare di andare a trovare Julio. Non mancare di dirgli che le tue lacrime fossero la consistenza della tua vita, e che la sua esistenza fosse l’unica ragione valida per non buttarti dalla finestra.
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Nel 1971 torni in Argentina sotto l’egida del fallimento di tutte le aspettative professionali e mondane. La poesia è per te questo traboccare e sparire, la via maestra, o il sentiero secondario? L’assenza. Vieni salvata in extremis da un tentativo di suicidio. Trascorsi diversi giorni in ospedale. Scrivi a Julio di essere arrivata così in fondo, ma non c’è un fondo.
Non sopporto le cagne parole!
Morte e Follia, le sovrane, ti stanno addosso con la delicatezza degli incendi. Odi Antonin Artaud perché ti somigli e lo comprendi fin troppo bene. Immagini gli eroi, come Don Chisciotte, privi di volontà propria, loro non scrivono. Sono scritti. Perché la follia dovrà venire a devastarti? Perché la follia distrugge le menti migliori? Hai esagerato, e hai perso. Julio capirà. Sarà l’unico. No, nessuno capirà, nessuno può mai capire quanto le sovrane ti chiamino, e t’invochino. E io, la tua Ombra, ti chiamo, e t’invoco nel sepolcro. Esistono persone la cui esistenza è solo l’incanto di una fonte, e non hanno diritto a nulla, se non a eseguire la partitura dell’abisso, ordinarla con strumenti musicali perfetti. Loro vengono qui, come te, con l’illusione di possedere una vita, sono le più vicine all’Origine. Perciò noi le lasciano solo per poco danzare sulla superficie delle cose. E dopo le riportiamo nell’eternità. In ospedale impari a convivere con i derelitti, con gli ultimi. La tua migliore amica è una domestica di diciotto anni che ha ucciso suo figlio. Oppure farnetica.
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Per Ilaria Palomba
L’ombra è nero, è origine, parole
insonni ripetono buio, luce
non arriva dal fuoco
che la notte, con un grido,
saprebbe dissolvere. Ma
nel nero resta, resta
il fuoco.
Tu volevi solo ardere.
(M.E.)
