

«Ma il silenzio è vero. Per questo scrivo. Sono sola e scrivo. No, non sono sola. C’è qualcuno qui che trema»: queste parole di Alejandra Pizarnik affiorano dal libro di Giorgio Maria Cornelio, La pelle d’oca (Vallecchi, 2026). Libro di poesia, che si snoda per capitoli in prosa, dominato da una lingua certa ma tremante, dove si annida il disaccordo, il non-scritto, spazio impercosso, luogo dei possibili: lingua della “pelle d’oca”: «…ciò che qui si trattiene lo si trattiene per dileguare, per dare tregua». Il talento barocco e iperbolico di Cornelio, il suo spaziare tra mondi remoti e presenti, dicibili e indicibili, tra la sfera del sacro e quella della moda, tra Celan e S. Agostino, ritrova le vie ibride e molteplici del trattatello, del saggio à la Montaigne, costruendo un palcoscenico di quadri suggestivi, incantati, irrazionali, deragliati, in una sceneggiatura da film alla Anderson, tutti congelati in un loro inferno/paradiso, matrice del libro stesso, forma chiusa che alimenta se stessa come un vortice di danza, dai bagliori lividi e bianchi, angelici e sulfurei, dove il lettore non può essere solo lettore ma anche e soprattutto lo spettatore incantato di una Wunderkammer montata nel gioco di una Ruota infinita, innamorata della distruzione salvifica, “tramutando la pietra in immagine di danza”, insieme libro in essere e libro a venire. «Invece che il riparo della sosta, Celan ha deciso di salvare la pratica del transito: un passare attraverso l’inferno del linguaggio – la sua catastrofe – per riuscire alla “luce”». (M.E.)
