SERATA PER NANNI CAGNONE. Comoglio, Ercolani

Roma, 2 ottobre 2026.

Il mio grazie innanzitutto a Benedicta per il suo invito. E poi questa sera vorrei ricordare tre libri di Nanni: due raccolte di sue poesie, Perduta comodità del mondo e Come colui che teme e chiama, e il volume Il naufragio del Deutschland di Hopkins, di cui Nanni ha curato la traduzione e scritto il saggio introduttivo, pubblicandolo prima nella sua Coliseum e poi, in una versione rivista, con Giometti & Antonello nel 2021. Quindi Nanni poeta, traduttore, saggista, editore.

Ma ora mi soffermerei soprattutto sul Nanni poeta, e in particolare sulle poesie di Perduta comodità del mondo: testi che stupiscono per il loro continuo generarsi e rigenerarsi l’uno dall’altro, come se, pur vivendo ciascuno di vita propria, continuamente si attraversassero. E acquistassero, proprio in questa tensione generativa e comunicativa, la capacità di creare uno spazio, un nodo estetico e morale che continuamente si propaga. È un moto senza sosta che si fa poesia dell’esistenza e che, nella mia lettura, si può misurare soltanto in altezza. Perché così vedo disporsi la parola in questa raccolta: nella sua massima altezza di nudità, essenza, identità.

Quando le lessi per la prima volta mi chiesi: queste parole, questi versi, si sarebbero ancora potuti sentire se il tono fosse stato più alto? Sono poesie di una luce piena e asciutta, aggettante, o meglio — per usare le parole di Nanni — di “un’esclamazione / che si direbbe assoluta”. Versi dunque che sembrano dire l’assoluto inteso qui come qualcosa di solenne, capace forse di salvare e redimere. Come quando Nanni scrive: “Lo so, anche quei boschi / han fatto le nostre guerre, / pure li credo salvi, / e redentori…” Accanto a questi versi nella stessa raccolta se ne trovano altri di una bellezza leggera e impalpabile, che ci rivelano l’esistenza di quell’indicibile che Nanni cercava: “Sbocceranno adesso, / macule d’aria stupefatte / nell’impreparazione del clima, / le rose antiche”.

Salvare e redimere, ho detto. E proprio pensando a Nanni saggista, e in particolare al saggio che accompagna Il naufragio del Deutschland, vorrei ricordare una sua frase che mi sembra una delle chiavi più profonde della sua idea di poesia: “La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non finite e ne prosegue il desiderio.” La poesia, dunque, non salva le cose sottraendole al tempo, né fissandole una volta per tutte. Le salva riconoscendo che non sono finite, che rimangono aperte, disponibili a un ulteriore accadere. “Proseguirne il desiderio” significa non chiudere il mondo in una definizione, ma continuare a desiderarlo attraverso le parole. E quell’aggettivo, “erotica”, mi sembra particolarmente importante: indica una forza di relazione, una tensione verso l’altro, verso ciò che ancora non è compiuto.

Questo tema del salvare senza ancorare ritorna, a mio avviso, anche in Come colui che teme e chiama, dove Nanni scrive: “che la lingua letteraria debba esser sincronica e quindi ostaggio del presente è penosa congettura. No: è una lingua eventuale, sottratta all’uso”. Mi sembra un’affermazione fondamentale. La lingua della poesia, per Nanni, non coincide con la lingua che usiamo ogni giorno. Non è obbligata a inseguire il presente, né a farsi riconoscere immediatamente dal presente. È “eventuale”: può accadere in un altro tempo, può persino aprire un tempo che ancora non conosciamo. È in questo modo che la parola poetica può tornare ad essere parola nella sua possibilità originaria.

Accanto a questo concetto ce n’è un altro che mi sembra altrettanto centrale: quello di metastoria. La metastoria è, per Nanni, l’intima natura della poesia. Ma se è vero che la poesia è metastoria, è anche vero che essa sa dirci la trama complessiva del mondo, quei fatti che si danno nel loro insieme. E perché questo è possibile? Perché, ci dice Nanni, la poesia è “azione delle parole sulle parole”. È stando in questa dimensione che la poesia può guardare al tempo e alla storia: non per raccontarli, non per sostituirsi alla storia, ma per attraversarne i nessi profondi. La poesia diventa così uno spazio in cui il tempo non è soltanto successione, ma relazione e in cui passato, presente e ciò che ancora deve accadere possono entrare nella stessa trama.

La parola nella sua possibilità originaria e la metastoria: mi sembra che siano due elementi fondamentali nella visione poetica e nella scrittura di Nanni.

E ora, prima di chiudere con un verso di Nanni, vorrei fare un mio ringraziamento e condividere un ricordo personale. Il ringraziamento è per l’immensa generosità con cui Nanni ha sempre accolto la mia scrittura. Il ricordo invece è questo. In modo del tutto casuale scoprii che Nanni amava i glicini in fiore. Lo scoprii mandandogli una volta una fotografia dei glicini del mio giardino. Poi gliene mandai altre e lui cominciò a chiamarmi, con affetto, “Signora dei glicini”. È una cosa che porto nel cuore, perché dice tutta l’ umanità e la sensibilità di Nanni

E infine vorrei chiudere con un suo verso, da Perduta comodità del mondo: “Lascia agire l’addio.” Un verso che, a me sembra, custodisca tutto e il Tutto e in cui il senso del vivere e del morire si ricompongono. È un verso straordinario, in cui c’è tutta quell’altezza di cui dicevo all’inizio. Se solo questo verso fosse stato di un tono più alto, si sarebbe probabilmente fatto Oltre e sarebbe diventato non udibile. Fortunatamente lo udiamo. E credo che qui, adesso, stia succedendo proprio questo: lasciamo agire l’addio. Che significa essere ancora con Nanni, tenerlo con noi e custodire la sua parola, la sua grandezza di poeta e di uomo.

(Silvia Comoglio)

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Conversare con Nanni oggi è impossibile: non avremmo mai voluto che accadesse e anche lui non lo avrebbe voluto, preferendo continuare a scrivere, interminabilmente. Ricordarlo, però, sì, perché la sua memoria non aggiunge fatti ma produce eresie: io lo ricordo con questo libro, Vivere non è abbastanza (I libri dell’Arca, Joker, 2026), il primo che appaia in Italia integralmente dedicato a lui e alla sua opera, costellato da voci di amici, vivi e morti. Il libro è suddiviso in brevi capitoli, che riuniscono alcuni dei suoi temi più cari. Ma non è un libro critico, non classifica Nanni, lo mostra. Tutti i capitoli si nutrono della sua voce e dei suoi pensieri. Ne scaturisce un autore sempre contemporaneo e sempre arcaico, un essere umano e poetico fuori da ogni schema, che ribadisce a ogni istante, in prose, versi, racconti, aforismi, la sua estraneità ai logori conformismi del mondo. Orson Welles suggeriva ai registi di cercare il punto più scomodo e da lì girare il loro film. Questo ha fatto Nanni. Filologi e critici di mestiere tenteranno di classificarlo, ma non sarà mai possibile farlo del tutto. Ogni volta lo schema sarà spezzato. Nanni è, da scrittore, il re di un sogno diurno, dove tutto potrebbe nascere e morire, come testimoniano gli appunti e i frammenti, da Discorde a Sans-Gêne. Nanni sarà ricordato per la sua fedeltà all’indicibile. Per lui Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare. Il sogno ci restituisce al nostro fuoco interiore. Il sogno, non le sue interpretazioni. Per tornare al mio libro, aggiungo, con le parole di Silvia Comoglio: “questo è un libro scritto attraverso Nanni, dentro la sua atmosfera mentale e linguistica”.

Cito dal primo capitolo: «Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto. Allora si finisce di giocare, si studia, si viaggia, si lavora, si fanno affari, si prende moglie: il romanzo della vita adulta». Aggiungere tutto, osserva Nanni Cagnone nella prima pagina del suo romanzo Comuni smarrimenti (Coliseum, 1990). Ma questo tutto è il nulla, il non visibile. Immaginare quello che si vede e quello che non si vede è la virtù del poeta, la sua spericolata e incontenibile infanzia. La mancanza di moderazione è la necessità di sognare anche in stato di veglia. «Dispongo anch’io d’una tradizione onirica: non sogni ricorrenti, bensì vecchi sogni citati con naturalezza entro recenti sogni». Nell’arte, mescolare senza prudenza i semi delle carte è giocare senza sapere quale sia la prima regola del gioco. La posta, comunque, sarà sempre il pensiero, nato e pensato nell’aura di un impossibile anelito all’altrove, un pensiero-percezione che guida ai nodi fisici delle parole, alla poesia. Ogni artista si raccorda da sempre con leggi che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin)».

Nessuna nostalgia del già visto e del già percepito ma un voler essere altrove, ne servitore né complice di ordini o scopi, ma uomo libero, che inventa e reinventa se stesso nel desiderio: «Cose che lacrime rimangono / e porte che si chiusero». Il vero naufragio sarebbe assomigliare a cose già viste, sprofondare nell’ovvio. O meglio, non sprofondare: giacere morti. Le parole decisive, inutili, segrete, quelle restano: segni bianchi nel bianco del foglio, degne di un amoroso dell’astrazione, come lui. Opporsi alle regole del vivere comune, ai limiti della ragione, significa rischiare il proprio equilibrio vitale per proporne un altro, indipendente dal primo: è una questione di azzardo, una scommessa esistenziale, un cercare la via tra sassi e vetri, un varcare i confini per infrangerli e ricostruirli dentro il proprio nomadismo interiore.

Ricordo l’ultima volta che vidi Nanni, ad Alassio. Stavamo vicini alla spiaggia, senza dire nulla. Gli chiesi se volesse parlare. Mi rispose che preferiva tacere, insieme a me.

(Marco Ercolani)

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