I LUOGHI, L’ALTROVE. Daniela Bisagno

I luoghi. L’altrove. Lettura di La forma vera delle cose di Antonino Begani

«(…) Oh il carbone

a Di Negro celeste! Oh la sirena

marittima, la notte quando appena

l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena

del futuro s’è aperta col bandone

scosso di soprassalto da un portone».

Giorgio Caproni, Sirena

La forma vera delle cose (Gattomerlino, 2025) non è l‘opera di uno scrittore “laureato”. L’autore, Toni Begani, ingegnere elettronico in pensione, lettore colto e assiduo, musicista, ancorché per diletto, qui alla sua prima prova narrativa, si muove infatti con il piglio fresco ed entusiasta dell’esordiente, pur senza nutrirne le ambizioni né le velleità letterarie. L’intento, all’origine della sua decisione di “affidarsi” alla scrittura, quasi di lasciarsene guidare, invece che utilizzarla semplicemente per i propri obiettivi con la sicumera di certi principianti, è il più semplice e, insieme, il più difficile di tutti. Si tratta di lasciare una traccia, un segno memoriale come testimonianza del proprio passaggio sulla terra, ai figli, ai nipoti, agli amici, e infine (naturalmente) anche a coloro i quali, pur non appartenendo al ristretto entourage domestico, rientrano di diritto, in qualità di lettori, all’interno di una famiglia estesa, ne diventano membri effettivi, con i quali l’io narrante si appresta a condividere le proprie esperienze di una vita, con lo slancio e la fiducia di trovare in essi, prima che dei lettori, delle anime affini.

Il libro presenta tutte le credenziali in regola per essere ascritto al genere autobiografico, se non fosse che l’io – questo “io” che rievoca, con commozione, entusiasmo, ironia mai disgiunti da quella delicatezza che rappresenta una cifra macroscopica del modus narrandi di Begani, alcuni momenti fondamentali della propria vita (l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità), restituendoci, ancora stillanti vita, come se il tempo trascorso non ne avesse alterato la freschezza, le immagini dei familiari, delle persone amate, è comunque un io decentrato. Non è l’io – quest’io – che parla di sé, spesso in terza persona, il centro focale su cui vien fatto convergere lo sguardo dei lettori, ma le esperienze da lui vissute, di cui si fa latore, e, con esse, i luoghi attraversati, quelli in cui ha abitato, le persone incontrate, i familiari, gli amici, i colleghi, gli amori, persino i volti degli sconosciuti incrociati per caso durante i suoi frequenti viaggi di lavoro in treno.

Ciò che importa – l’essenziale – non è tanto l’io che racconta, insomma, sibbene l’”altro”, attraverso il quale l’autore si racconta e rende testimonianza di sé. A questo indebolimento della posizione dell’io, che non si aggira, sulla scena narrativa, con la spigliata sicurezza del padrone di casa, ma con il passo timido e un po’ impacciato dell’ospite, corrisponde un ridimensionamento del ruolo esplicato dalla memoria. Più che a ricostruire nei limiti del possibile, in ordine cronologico, il proprio vissuto, a partire dal “prima” dell’infanzia e dell’adolescenza (i tempi della “promessa”), l’io narrante sembra impegnato, piuttosto, a suggerircelo. E a suggerirlo con quella semplicità, estranea a ogni retorica auto-celebrativa, propria di chi affida alla scrittura i propri ricordi, pur senza nutrire la segreta ambizione di attribuirgli una portata esemplare. Il suo racconto non è l’esito di una “memoria capitalista e fondante”, ma di una memoria che procede quasi in maniera impressionistica, per lampi e subitanee accensioni, riportando al cuore (è questo – non dimentichiamolo – il significato etimologico del latino re-cordari) alcuni momenti significativi, il cui ricordo è innescato spesso, proustianamente, da un elemento minimo, inappariscente: un quasi-nulla, sì, ma in grado di sprigionare la luce.

Come le lucciole che, nella stagione estiva, il fratello maggiore cercava di catturare e di rinchiudere in una gabbietta apposita da lui costruita (l’episodio è narrato nel primo capitolo del libro, Molto prima di partire). Lo sfondo di questa caccia singolare, di rado coronata dal successo, erano i giardinetti della stazione, un belvedere vicino al mare, «con la vista dei treni che vanno e vengono», rimasto, nel presente, pressoché identico al passato. «Il posto è ancora bello e non è cambiato molto» (p. 14), osserva Begani, sempre attento a registrare le mutazioni, ancorché minime, nella maggior parte dei casi deludenti, che il trascorrere del tempo o, più frequentemente, la mano dell’uomo, ha apportato ai luoghi del passato.

L’incanto dell’infanzia, il fascino della stagione estiva, foriera di sogni e di presagi, senza considerare i fattori emotivi, legati al ricordo commosso dei genitori che l’io narrante bambino vede (o spia) attraverso una siepe, attratto da quell’immagine svelante, quasi proibita, di gioia e giovinezza, e al tempo stesso turbato da un inspiegabile, «incolmabile sgomento di abbandono» (p. 15), sono tutti elementi il concorso dei quali ha contribuito a conferire a questo ricordo quel particolare charme di cui si circonda la bellezza. Ma è probabile che il suo potere suggestivo sia determinato, in buona parte, anche dalle prerogative del posto a cui tale ricordo è legato, e in prossimità del quale si trova lo scenario delle fraterne cacce alle lucciole. Quei giardini, che i profumi estivi, quasi palpabili, il vociare festoso dei bambini, il ”suono speciale” delle musiche da ballo, ricolmavano di grazia sovrabbondante, si trovano nei pressi della stazione, luogo, o piuttosto non-luogo, che per i suoi caratteri di soglia, di spazio interstiziale (Zwischenwelt), aperto all’altro, è destinato a svolgere una funzione decisiva nell’esistenza dell’io narrante. Come se, per quella facoltà divinatrice di cui l’infanzia sarebbe insignita, secondo Cristina Campo («i bambini hanno organi misteriosi di presagio e di corrispondenza», scriveva in Gli imperdonabili), l’infantile attrazione dell’io narrante per quel luogo, celasse in sé l’intuizione oscura, embrionale del ruolo che avrebbe esercitato nella sua vita di adulto, segnata dai frequenti spostamenti in treno per lavoro.

Non per nulla, lo scenario su cui si apre il libro, da cui “si mette in moto” il racconto – come leggiamo in quella specie di prologos dal titolo significativo, Sei e venti – è proprio una stazione, soglia fra questo mondo – noto, domestico, materno e protettivo – e l’altro, che non si sa, ma verso il quale si dirigono ben presto la curiosità e le pulsioni desideranti del protagonista e io narrante («Cercavo questo: fuga e soddisfazione, altrove, dove non ero mai stato, dove il desiderio era nutrito da immagini e sostenuto da emozioni musicali», confessa Begani nella Nota dell’Autore). E questo spazio liminale, così inappariscente da risultare trascurabile, se non semi-invisibile, appare tuttavia dotato di un suo incanto – una sorta di grazia capovolta –, proprio in ragione di quella interstizialità (l’essere un quasi-vuoto fra due interezze) che Goethe, ad esempio, attribuiva alla bellezza, la quale «non è luce e non è notte – crepuscolo, nascita di verità e di non-verità», ma, appunto, «una cosa di mezzo». A questo luogo interstiziale corrisponde un tempo altrettanto interstiziale (tempo di mezzo), che «non è luce e non è notte», ma si definisce piuttosto come una fenditura fra l’una e l’altra: zona limite, orlo o intervallo, in cui è possibile intravvedere, per rari istanti, ciò che, nel tutto il giorno di tutti i giorni, non è dato scorgere in tutta la sua conclamata evidenza, cioè a dire le persone, mentre si recano in stazione, senza aver ancora indossato «i costumi e le corazze delle recite che li attendono sul posto di lavoro».

«Ti imbatti nelle persone che vanno alla stazione e non hanno ancora i costumi e le corazze delle recite che li attendono sul posto di lavoro. Ti appaiono così come sono loro, leggibili e assonnati in una sorta di luce pallida di verità. Non è ancora partito il frastuono dei rumori mediatici, i cellulari tacciono nelle tasche, nessuno sbraita per qualche servizio mancato o qualche diritto leso, le battute dal giornalaio hanno il suono della confidenza. Al bar, che tra poco diventerà una coda compressa dalla fretta e dalla carenza di zuccheri, anche un impiegato delle biglietterie si prende la sua anteprima di caffè scambiando saluti e battute con la ragazza al banco, in tutta familiarità. Dopo non ci sarà più tempo» (p. 10).

Ciò che “appare”– petit miracle – in questa fenditura, davanti agli occhi ancora assonnati dell’io narrante, sono gli esseri nella loro nudità, i loro volti veri, indifesi, non ancora oscurati delle maschere protettive (“corazze”), di cui si rivestiranno una volta giunti sul posto di lavoro. Quasi a voler significare che l’autenticità (il “vero”), consiste proprio in tale inermità, in cui riaffiora, per rara grazia, quell’umanità che si traduce in confidenza, in un andare dolcemente, senza protezione, incontro all’altro e dialogare con lui in quel linguaggio familiare, la cui portata veritativa, inversamente proporzionale al contenuto stricto sensu (qualche battuta, dei semplici saluti), sembra consistere piuttosto nella forma, nella confidenzialità, appunto, di una parola che non comunica semplicemente, ma si comunica con l’altro, non importa se conosciuto o ignoto egli sia. Dopo, una volta ricomposta tale scissura, «non ci sarà più tempo», cioè a dire: all’eclissi di questo (breve) tempo incantato, ancora intriso degli umori del sonno, corrisponderà il subentrare di un altro tempo, quello dettato dai ritmi della quotidianità e della produzione, dove le persone riassumeranno, tristemente, «i costumi e le corazze delle recite che li attendono sul posto di lavoro».

Si tratta di un passaggio traumatico: l’ingresso in fabbrica, persino il tragitto che vi conduce, suscitano sentimenti di «schifo profondo», di «ripugnanza», determinati, più che dal rifiuto del lavoro in sé e per sé, dalla volontà dell’io narrante di «andare in senso (spaziale e temporale) contrario rispetto a qualsiasi cosa sapesse di pianificato» (capitolo VII, Al lavoro, p. 54). Tant’è che egli non esita a escogitare piccole, innocue strategie per ritardare il più possibile l’impatto con questa dimensione angosciante. Eccolo, allora, appena sbarcato dal pullman aziendale che lo ha condotto a destinazione, operare «(da sonnambulo) un demi-tour rispetto al flusso generale» e rifugiarsi «al baruccio», per “consolarsi” con quelle che uno psicoanalista definirebbe gratificazioni di carattere orale: «un caffè e una Gauloise senza filtro». Senza dimenticare, poi, che anche «il baruccio» è uno di quei luoghi semi-invisibili («angoli, punti dove posare lo sguardo e fare un piccolissimo pensiero di fantasia e contemplazione», p. 68), in grado di ispirare «vita e accoglienza», in cui è lecito delibare le delizie di quel tempo di mezzo, sospeso fra il sonno e la veglia conclamata, che si definisce come dimensione creativa, se non poetica, il cui incanto resiste ancora alle pressioni di una quotidianità, priva di affacci sulla bellezza.

La ripugnanza dell’io narrante, dunque, non prende di mira il lavoro tout court, ma il lavoro programmato (“pianificato”) che non lascia spazio all’irruzione salvifica dell’elemento creativo: quello charme capace di immettere, all’interno della grigia ferialità, del “tutto il giorno di tutti i giorni”, come lo definiva Jankélévitch, le spore di una festa intima, di una gioia colma e segreta. Non è certo un caso se il capitolo settimo del libro, in cui si racconta l’apprendistato al lavoro in fabbrica dell’io narrante, il suo graduale entrare in confidenza con le regole di quel mondo dominato da una logica non sempre limpida, spesso bizzarra, le difficoltà, ma anche le conoscenze acquisite, quel bagaglio prezioso di esperienze umane, di insegnamenti trasmessi dai colleghi più anziani e smaliziati – “il pragmatismo”, le cose utili «per capire il mondo (quel mondo) e restarci» (p. 58) –, sia il più lungo (ben ventiquattro pagine) e il più ricco di tutti.

Positivo non potrà che essere, dunque, il bilancio di quegli anni di lavoro in fabbrica, nelle retrovie inadorne di un Piemonte senza bellezza, avvolte da una nebbia spesso “fetida” e sporca. Torino, la città degli studi universitari, dove l’io narrante può finalmente adoperarsi a concretizzare, con l’entusiasmo del giovane smanioso di bruciare le tappe, i suoi progetti di affermazione e di successo, le lande desolate «in cui tutto era grigio, vuoto, squadrato» (p. 64) dove sorgevano gli insediamenti industriali da lui frequentati durante la sua vita lavorativa, sono tutti luoghi contrassegnati dalla nebbia, dallo smog, relegati in un “altrove” su cui non aleggia il soffio della bellezza.

Con un deciso ribaltamento di valori simbolici, la nebbia, deposti quei caratteri regressivo-materni che una lunga tradizione poetico-letteraria le aveva attribuito, si converte in segno denotativo dei luoghi consacrati all’industriosità umana. È, insieme allo smog, allo sporco, una specie di aura alla rovescia che ne certifica la prerogativa di spazi santificati dal lavoro, dalla vita operosa, in tutte le sue forme, sotto i benevoli auspici della Fata speranza: quell’”altro dove”, promessa di una umana, concreta felicità (L’America), di cui Torino appare all’io narrante, sin dai suoi primi approcci giovanili, immagine ideale e reale, al tempo stesso. Potremmo dire: nel capoluogo piemontese, con «i panorami aperti e vuoti dei grandi corsi senza luce anche di giorno dove tutte le cose erano come da sempre intrise e patinate di sporco», con «le auto parcheggiate, ricoperte di una coltre di fuliggine», «il brulichio dei tram, le grandi insegne, i palazzi, i teatri, i concerti» (p. 38) sembra realizzarsi la coincidenza perfetta di civitas Dei e civitas hominis.

In questo “dove”, così diverso dai luoghi d’origine dell’io narrante – quello spicchio di Riviera ligure, la cui bellezza un po’ oleografica, “da cartolina”, non recava le stimmate del brutto (la fuliggine, la nebbia, lo smog), cioè i requisiti dell’operosità umana, così carica di promesse agli occhi del giovane “beniamino della vita”, la realtà non ha semplicemente rimpiazzato, ma ha inglobato l’utopia. L’immanente, nella sua umana concretezza, non ha rimosso, ma ha incorporato l’”oltre”, la trascendenza, assumendone prerogative e funzioni. Per un altro, drastico, rivolgimento nella scala dei valori simbolici, il “qui” ha assunto le spoglie dell’altrove, finendo per acquisire, in concretezza, ciò che ha perduto in vaghezza e genericità. Così, la speranza, da mera pulsione desiderante, slancio vitale teso verso una meta dai contorni altrettanto sfumati e generici, muta i suoi connotati trasformandosi in virtù attiva, dinamica disposta a venire a patti con i piccoli e grandi disagi del contesto cittadino, pur di realizzare i propri obiettivi.

La città, questa città, non è più, quel “labirinto senza confini”, corrispettivo della selva medievale, luogo dello smarrimento e dello spaesamento, come viene recepita in età moderna, né lo spazio in cui occorrerebbe apprendere l’arte di smarrirsi, in cui, addirittura, ci si deve smarrire, come vuole Walter Benjamin, sibbene il luogo in cui ci si deve orientare (e ritrovare). Tant’è che la nebbia, il freddo, il grigiore, l’aria così puzzolente di smog, da prendere alla gola si rivelano ostacoli inefficaci a scoraggiare il giovane studente, al suo arrivo, scortato dalla madre, in quella che diventerà la città dei suoi studi universitari, prima, e la sua residenza definitiva, poi, come si narra nel capitolo quinto, L’America!

«Queste cose venivano comunque accettate e metabolizzate in quel voler essere in città, adulti liberi e concentrati sul farsi, come diceva mio nonno, la loro strada. E poi anche le temperature esterne siberiane erano occasione di battute al termometro della piola, dove tra questi neo-adulti immigrati si tenevano piccoli dolcissimi convivi consolatori. Insomma, la speranza valeva ben la pena di sopportare gelo e smog, e poi queste cose nuove non erano così dure. Sarà pure stato tutto grigio e sporco, ma quelli erano i panorami della città e impastati dentro c’erano il brulichio dei tram, le grandi insegne, i palazzi, i teatri, i concerti, i posti che cercavo. Non potevo mica far distinzioni. Non ci pensavo neanche» (p. 39).

Da qui a proporre quell’equazione così azzardata di speranza e smog (p. 37), come non esita a fare l’io narrante, il passo è davvero breve, anche se, a una riflessione più scrupolosa, l’accostamento, in odore di ossimoro, non è poi così bizzarro come potrebbe apparire. Si direbbe anzi che la speranza – questa speranza – abbia la grazia impura dell’Eros di cui, nel Simposio di Platone, ci parla Diotima come di un essere scarmigliato e un po’ sporchino, per il quale – osserva Jankélévitch – l’impurità, la mescolanza, non è promiscuità, ma “arricchimento e intensificazione”. È apertura sull’alterità, come la bellezza di quell’«altrove, affascinante per definizione, ricco di tutte le cose della vita» (p. 40), compreso il grigio e lo sporco, di cui Torino si impone subito, agli occhi dell’io narrante, come perfetta incarnazione. Persino l’incontrovertibile squallore delle campagne nei pressi delle quali sorgevano gli stabilimenti, e che avevano pagato un prezzo altissimo, sul piano della bellezza, al processo di industrializzazione in cui il nostro paese fu coinvolto nel periodo fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, aveva, nel suo rovescio meraviglioso, una necessità in grado di giustificare, quasi di santificare, quel “brutto”, di redimere, purificandola, quell’indiscutibile impurezza.

«Densità di persone e luoghi. Faccende sempre mischiate con fatica e sporco e nebbia.
 Ma quelle erano le vie del mondo, del lavoro. L’immagine stessa di quei campi si giustificava solo con la risoluta soddisfazione di chi li stava abbandonando o relegando a un’agricoltura domenicale, dopo la settimana in fabbrica. Allora campi sofferenti per una causa e per un sacrificio, oggi semplicemente ripuliti, esanimi, neutralizzati. Nulla più dell’epica che avevano le campagne brutte ma vive, in quella mitologia oggi avvizzita delle folle cittadine alle ore del cambio turno, delle autostrade, dei viaggi delle ferie al sud» (p. 73).

Ciò che quei luoghi avevano perduto, per così dire, in termini di idillio, lo avevano acquisito, su un altro fronte, in termini di epica (l’epica del lavoro). Come se il genio del progresso, scuotendoli con la sua ferula, li avesse costretti, magari con modi un po’ troppo bruschi e maldestri, a uscire dal loro torpore bucolico, da un’operosità dignitosa ma povera, scandita dai ritmi lenti della natura, per partecipare alla corsa dello sviluppo. Non si trattava solo di un passaggio decisivo, ma di un cambiamento epocale, in grado di garantire una più equa ridistribuzione della ricchezza, che si sarebbe tradotta in un sensibile innalzamento del tenore di vita delle persone, realizzando finalmente l’utopia di una felicità concreta, non più privilegio di pochi, ma destino reale di tutti. È naturale perciò che, rivedendo, a tanti anni di distanza, dal finestrino del treno, quelle campagne «brutte ma vive», quei campi «sofferenti per una causa e per un sacrificio», «oggi semplicemente ripuliti, esanimi e neutralizzati», l’io narrante provi un sentimento di malinconia.

Nel raffronto inevitabile fra il “prima” e il “dopo”, è il “prima” ad avere la meglio. È il “brutto”, ma “vivo”, dotato di una sua intrinseca bellezza (una bellezza “criptica”), che non teme il contatto con la sporcizia, come la purezza impura descritta da Jankélévitch, e che, all’opposto dell’ordine “esanime”, pressoché indistinguibile dall’inesistenza di quei campi ripuliti, è sempre «appesantita o turbata dall’alterità» (Vladimir Jankélévitch, Il puro e l’impuro, Einaudi, 2014, p. 202). Così, anche la Di Negro cantata da Caproni in Sirena, non potrebbe assurgere alle alte quote del “celeste” a cui la innalza il poeta, con un ossimoro che richiama fin troppo scopertamente la «purezza impura» descritta da Jankélévitch, se non fosse sfiorata da quel carbone che, come il vento dello spirito, la rende feconda, sì, ma solo a patto di… sporcarla.

A questo punto, verrebbe spontaneo concludere che, come l’impurità, stando ancora a Jankélévitch, è «una purezza messa provvisoriamente in vacanza», così il brutto di questi paesaggi, della Torino grigia di smog ma industriosa, dei luoghi d’origine dell’io narrante, prima che l’opera di restauro e ripulitura conferisse loro un look, «turisticamente gradevole», cancellando lo sporco, gli odori, cioè i contrassegni vitali dell’operosità umana («Tutto era più sporco e scorticato. La via non era quella di oggi. Non era bella come adesso. Non era decorata», p. 80), è una bellezza – una “verità” – “transitoriamente eclissata”.

Se questo è vero, allora non è irragionevole azzardare che, forse, la forma vera delle cose, quella che – scrive Begani – «si vede in volo con tempo limpido sulla rotta Roma – Torino, con un solo colpo d’occhio dal finestrino. Le montagne, lo stagno specchiato, Capo e Giraglia e dall’altra la Liguria, con la linea della costa a festoni, tanti capi e una lineetta nel mare che sporge da Capo Berta» (p. 19) è l’improvvisa limpidezza, che, auspice l’opera di un vento provvidenziale, ha provvisoriamente azzerato il brutto e la nebbia, in cui Torino appare all’io narrante, ormai anziano, come in una visione.

«Stasera ancora ritorno alla città.
Torino è bella da morire, senza foschia, più bella del mio mare di oggi.
La luce è indaco acquamarina oro del finale solenne sospeso.
È giorno è notte, è inverno è estate. La limpidezza finalmente di tutte le cose, nulla è brutto. Il vento di oggi ha fatto il capolavoro. Tutti i palazzi le fabbriche di oggi di ieri, nulla è più fatiscente o sporco o rotto. Tutto è vero come Dio l’ha voluto, tutto inondato della Sua luce. In alto il cielo sembra vuoto e purificato, non c’è più materia tra gli astri nitidi e fissi. Il cielo si è spalmato sulle cose sulla città sulle montagne. È entrato nei palazzi e splende dalle loro facciate. In terra, davanti, intorno, fili e rotaie portano luce, la conducono riflessa come un liquido nelle vene dei pali, recinti, segnali e massicciata e delle sagome di tutte le cose insieme» (p. 100).

E tale limpieza in cui si svela la città, evocata con un linguaggio impregnato di lieviti poetici, non equivale alla trasparenza incolore, indistinguibile dall’inesistenza, della purezza sterilmente beata, ma per il valore veritativo ad essa intrinseco, si direbbe piuttosto l’esito maturo «delle esperienze accumulate, delle immagini attratte e fissate nel primissimo ricordo del loro gusto al momento del vento» (p. 105) e delibate sino alla sazietà – di cui accenna l’autore nell’epilogo del suo libro. E forse non è un caso se, nel fantasticare la fine della propria vita, egli lasci balenare davanti ai nostri occhi niente meno che l’immagine del Paradeisos.

«Finirà così, accanto a un muro del Parasio, in un pomeriggio sereno di vento, intento a guardare i raggi del sole declinare e a percepirne il caldo dolce. Con questo sentimento già immaginato come sorpresa, in un abbandono convenuto e quieto, senza più volere altre intenzioni, arrivato» (p. 105).

Il Parasio, la rocca medievale di Porto Maurizio, luogo di nascita dell’io narrante, da cui, come egli specifica nelle note al testo «si vede tanto mare», deriva il suo nome dal ligure Paraxiu, che discende, a sua volta, dal latino palatium, il cui (trasparente) significato è palazzo, fortezza. Nondimeno, la suggestione sonora esercitata dal toponimo è tale, da suscitare immediatamente l’idea del paradiso, anche in assenza di un solido fondamento etimologico che la giustifichi. Si tratta di un paradiso laico, privo di ogni connotazione religiosa, la cui prerogativa paradisiaca si direbbe dovuta unicamente, più ancora che alla bellezza del posto, alla sua qualità di vetta, luogo apicale in grado di garantire allo sguardo dello spettatore l’accesso alla vista di un’ampiezza senza pari – la vastità del mare.

Il ritorno ai luoghi d’origine non avviene, dunque, sotto la spinta sentimentale del rimpianto e della nostalgia, sibbene nel segno di un “vedere” che è quasi sinonimo di conoscenza. Più esattamente, di quella conoscenza “senza confusione” il cui oggetto è, appunto, la “forma vera delle cose” e il cui prototipo ideale (e inattingibile) non è forse lontano quella cognizione adulta (perfetta), di cui parlava san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (13,8-12):

«Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto».

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