DA UNA RIGA ALL’ALTRA. Frisa, Ercolani

intervista di Lucetta Frisa a Marco Ercolani

D.

Hai scritto Vivere non è abbastanza. L’opera di Nanni Cagnone (I libri dell’Arca, Joker 2026): di che tipo di libro si tratta?

R.

Un libro che si sviluppa per sequenze, come un lungo dialogo fra due amici che non vuole finire. A lettura ultimata non si ha la sensazione di avere letto un saggio ma l’impressione di avere nuotato da una riga all’altra, varcato un precipizio, esplorato i dintorni di un sogno, i limiti e le visioni. Il sapere complesso che domina queste pagine è un sapere instabile, ramificato. Chi legge le prose e le poesie di Nanni è sorpreso dal gusto instancabile per l’immagine scomoda, fuori tono, fuori fuoco.

D.

Che cos’è il rigore, nell’opera di Nanni Cagnone?

R.

Il rigore è tanto più necessario quanto più la materia poetica ha la necessità di sfuggire a classificazioni che la tradiscano. Cagnone mostra, senza dimostrare. Tutto l’attraversamento delle lingue, tutto l’infinito gioco della scrittura e il suono delle parole, esistono per riuscire a toccare il loro margine, la loro fine – cioè la musica, in cui il linguaggio alla fine si annulla e muta.

D.

Parliamo di musica, allora. Nanni Cagnone, oltre che editor e scrittore, è stato un batterista jazz e amava l’improvvisazione.

R.

L’improvvisazione è l’estetica imperfetta dell’arte jazz. Improvvisare, come scrive Paul Desmond, è «strisciare lungo un ramo, mettere una fila di note una contro l’altra e cercare di farle andare d’accordo, di avvicinarle». Thelonius Monk sviluppa il suo ’Round of midnight in tre minuti, con spigolosa secchezza, disarticolando il tema. Bud Powell lo sprofonda, per oltre nove minuti, in variazioni ipnotiche, osservando lo spettatore con occhio mite e folle. Le stesse variazioni, come Moon River interpretata da Brad Meldhau, sono una musica centripeta e diabolica, nel suo costante andare e venire dal tema che esplora e abbandona. In modi non dissimili Cagnone vaga dalla prosa alla poesia, come se traversasse, da scrittore sonnambulo, uno spartito non ancora decifrabile. Il musicista è sempre folle. Lo scrittore, legato al senso, può non esserlo. Ma si avvicina. La “ripresa” della melodia, dopo molte zone d’ombra, è uno shock emotivo che presenta un paradiso irreparabilmente incrinato dal pianto: questa è la sensazione di chi legge le ultime poesie di Cagnone. Sotto la melodia udibile si nasconde una risonanza che l’orecchio umano chiama silenzio. Nuages gris, di Franz Liszt, anticipa Debussy con un adagio funereo. La musica porta con sé un «desiderio di cose inesistenti». L’opera di Nanni è questo desiderio. In Vivere non è abbastanza ho la sensazione che le pagine si cerchino o si inseguano per restare insieme nell’unica forma possibile: il colloquio segreto tra me e lui. L’aria ha dei suoni che solo certe musiche possono improvvisare e non catturare.

D.

Nanni Cagnone come affrontava la lettura dei classici?

R.

Come se li leggesse e li traducesse per la prima volta: così accade per Eschilo e per Gerard Manley Hopkins nel suo Naufragio del Deutschland. Amava Dickinson, Rosselli, un certo Emilio Villa. Ma disprezzava i poeti virtuosistici e impeccabili: come li definisce Lev Lunc «poeti tout court, la razza peggiore». Niente più niente fa inesorabilmente niente: un gruppo prevedibile di parole che ripete banali litanie. Contro questo conformismo poetico Nanni non ha mai smesso di lottare, contro il silenzio, con le parole. La sua esistenza, mai stretta in mode o teorie, è l’allegoria di questo combattimento. Vivere non è abbastanza vigila il pensiero necessario del poeta: la poesia, rigorosa e nuda, è la scommessa, riuscita, della leggerezza. Kleist dice dell’arte: «Come gettare un dado. Altro non esiste». Senza sortilegi, nudi davanti al fatto poetico. Andare oltre la prima riga non è lecito, per ogni scrittore. Ma a lui tocca trovarla, quella prima riga: poi la nasconderà, se avrà il talento e la fortuna di farlo.

D.

Ma allora, da dove viene un libro come Vivere non è abbastanza? Forse dalla necessità dell’amicizia?

R.

Una vera amicizia condivide l’indicibile: conversare con un poeta autentico, refrattario a comode teorie letterarie, è un ricordo prezioso, che nel tempo genera energia. Invecchiare senza diventare adulti è opporsi alla fine dell’immaginazione. Vivere è attendere un “non-finale”, nutrire qualche impossibile speranza, come accade in certi monologhi di Cechov. Ma è di quell’impossibile che è inopportuno e indispensabile parlare. Scrive Henri Michaux: «Di colpo e totalmente staccarsi dall’umanità e non dovere niente a nessuno». Questo è Nanni. Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore accade di anticipare se stesso senza conoscersi ancora. Quella che il pittore Nicolas de Staël definì “folgorazione dell’indecisione”, in Nanni Cagnone è “lampo della determinazione”. Da una riga all’altra, l’opera di Cagnone non cambia tono, solo forme.

D.

Come avvicinarsi, oggi, al poeta e scrittore Nanni Cagnone?

R.

Anteponendo a ogni realtà concreta l’autorità vana del sogno. Studiando ciò che non sarebbe né pensabile né possibile: «Penso al linguaggio come all’autore d’un gran numero di false descrizioni e sogni incompleti. Sua necessità, una disperazione, l’impossibilità d’essere nelle cose».

(19 ottobre 2026)

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