

Severamente cammino
Nessuno può farmi né bene né male. Non ho niente da temere e niente da sperare. Sono qui, come su un pianeta estraneo nel quale fossi precipitato dal mio, dove abitavo serenamente. Se intorno a me riconosco qualcosa, sono oggetti straziati, da cui allontano gli occhi. Cammino. Severamente cammino. Consacro i miei ultimi giorni a studiare me stesso e a preparare in anticipo il conto, che non tarderò a rendere a qualche dio, di tutto ciò che sono. Mi dedico interamente alla dolcezza di conversare con la mia anima, la sola cosa che gli uomini non sono in grado di togliermi, neppure se venissero qui armati. Dimenticherò i persecutori e terrò un diario informe delle mie fantasie: di cosa si può occupare un solitario se non di se stesso? Ogni strana idea che troverò passeggiando avrà il suo posto qui, riga dopo riga: il vero pensiero nasce dal sangue che fluisce dai piedi alla testa e dopo entra nella mente e la illumina. La sorgente: il camminare. La foce: il cervello pensante. Fra i piedi e la testa una massa scura, impacciata, che blocca il flusso delle idee e del cammino. Stupido corpo! Dovrei togliermelo di dosso per sempre ma esito perché, se fossi morto, lei, proprio lei, non sentirebbe più il mio odore, che la risveglia alla vita…
L’ultimo controllo
La scrittura: una tela che cuci e che scuci secondo la tua tempesta emotiva, senza perdere l’ultimo controllo. Una lucida vigilanza, dentro il disfacimento, e l’opera è scritta, è dipinta, risuona: come se vedessimo un quadro di Bacon colare colore e disgregarsi (ma anche se stanno disfacendosi dei lineamenti, anche se intravediamo una macchia astratta, sappiamo che tutto deriva da una figura, da un volto). La vigilanza: necessità di mantenere i confini mentre tutto si disgrega. Se la tempesta si cristallizza in delirio, il dolore viene zittito nelle sbarre del sintomo. Ma, se il crogiuolo di immagini fluttua e la forma tiene, scopriamo attimi attoniti dove la poesia trova la sua vera cassa di risonanza. È un mio antico sogno invitare il matto al rigore ostinato dello studio, sapergli insegnare come slacciarsi dai suoi traumi: «vedi, quelle sono corde inservibili che hanno solo il potere di soffocarti…». Ma io, cosa posso insegnare sulla libertà, a parte queste annotazioni teoriche? Nulla: io ho vissuto sempre da prigioniero, in ogni secondo della mia vita, ribellandomi contro ogni dovere ma restandone ostinato custode. In guerra sarei stato medico come in tempo di pace, curando le ferite dei combattenti ma imprecando contro gli orrori bellici che non sapevo evitare. Mai stato homo politicus. Solo un soccorritore, una creatura compassionevole. Tutte le mura intorno, tanti soldati che cercano di sgretolarle con l’esplosivo, tante sentinelle. Tutte racchiuse in me. «Ho in dote una matassa di voci». E la spiaggia e è sempre fitta di esseri neri e minuti, che attendono viaggi ultramarini per vele e per navi sospese in tanti punti dell’aria.


