GLI INSONNI. Carlotta Cicci

«In fondo la poesia cos’altro è se non questo custodire ciò che dimentichiamo mentre viviamo? E ciò che dimentichiamo mentre viviamo chi lo salva? L’insonne che ci abita, con orrore e dolcezza, e che immancabilmente perdona tutti noi».

Inizio a leggere Gli insonni, di Carlotta Cicci (puntoacapo edizioni, collana Ancilia, 2026) citando le parole con cui l’autrice chiude il libro. Gli insonni è scandito in quattro parti: Cuori, Il confine dei prati, Le notti diverse, Noi siamo rimasti, e Giancarlo Pontiggia, in quarta di copertina, evidenzia, di questo libro, “la libertà dello spirito e la disciplina della forma”. Ma è “l’insonne che ci abita”, il “demonico” di un’agitazione non placata, a possedere queste pagine: «tra le radici/ che tremano atti scuri/ deponi noi e ci risparmi/ lì dove giri/ e intoni meraviglia». Il lettore intravede, ovunque posi lo sguardo, una inquietudine stupefatta e disperata, che nessuna parola potrebbe colmare. La parola poetica non colma ma svuota: ci getta nell’abisso e toccherà a noi ricucirne il bordo soltanto dopo, con i sigilli degli aggettivi e dei nomi, con la rete sospesa della sintassi. Carlotta si ritaglia uno spazio visionario, che evoca poeti metafisici o mistici: l’evocazione è il fuoco secco di versi veloci, allucinati ma semplici, innervati da bagliori verbali che sgretolano il discorso e lo ricompongono in frammenti: «noi eredi dei giorni/ scaviamo il risveglio/ delle foreste vive//bambini liberati/ con spalle rosa/ e acqua ostinata/ nella bocca/ urtano gli insonni/ finalmente addormentati». Qualcosa di resistente, di verticale, di instancabile, pervade questo “poema”. Scrive Wallace Stevens: «La poesia è una rivendicazione di parole espressa in parole». Qui, il poeta mette in rilievo la “danza insonne” di una lingua che non trova pace ma scava spazi. Come già scrivevo: «Leggere la poesia di Carlotta è come camminare in un mondo capovolto e ridurre la lingua poetica all’essenziale – cosa che mi sembra naturale per un artista che non proviene dagli stretti antri del linguaggio poetico ma dalla limpidezza visionaria del suo essere “artista di immagini”. I veri poeti sono sonnambuli che guardano insieme i tetti d’oro di una Praga sognata, infittendo quaderni con ciò che non esiste». Ma ciò che non esiste – sogno, illusione, follia – cerca perdono, compassione. L’arte della compassione non ha, come oggetto, solo gli esseri umani: si tratta di “pensare il percepire” e di costruire un dialogo paradossale tra corpo e mente, senza i veti, i veli della logica: «splende la casa/ fiera e segreta/ esatti battiamo/ il suono calmo/ proteggiamo/ l’uscio della volpe/ abbandonata e impazzita// si capovolge la luce/ che lava la supplica/ sospesa/ in una piccola grazia/ nel delirio di ore/ che si rincorrono/ e sovrastano/ giovani e solitarie/ nude e serrate>/ come vipere nascoste». Ogni frase poetica è una sequenza che non si ferma alla singola poesia ma la prolunga in inno o preghiera, come se quel battuto, quel soprassalto, non fossero risolti dall’armonia dei versi: brevi, secchi, chiari, i versi sferzano il lettore, obbligato a seguirne le tracce: «al culmine del mondo/ i vivi fanno per alzarsi// fuori dalle case stanche / incerti servono dio/ abbandonano la guerra/ e il mondo//bambini smarriti/ nell’inverno/ fanno la ronda// d’improvviso pazzi di gioia/ rompono l’ordine/ senza toccarsi// cercano l’acqua/ con colpi secchi/ senza dire una parola». Se, come scrive il poeta «i miei insonni sono come sentinelle fra i mondi e no, non riposano mai», questo libro mostra che è l’insonnia lo stato poetico irriducibile di chi non smette di vegliare. «Quanto a me, / non saper nulla / di chi / si slega dal sonno»: queste parole di Nanni Cagnone sembrano ancora risuonare, quel “non sapere nulla” è la condizione primaria dell’invasamento. La scrittura poetica appartiene a chi, temporaneamente, si sveglia e con la sua lingua riferisce, per restare avvinto più a lungo dentro quel sonno, dentro le sue visioni: «mormoro il grido di tutti/ sorveglio la porta chiusa/ capovolta su un letto bianco/coperto di sassi».

Carlotta Cicci. Poeta, counselor psicobiologico, videomaker, fotografa, nasce a Roma nel 1984. Dal 2016 vive e lavora a Bologna. In poesia ha pubblicato Sul banco dei pesci (L’Arcolaio editore, 2022) e Grado Zero (MC edizioni, 2023). Attualmente cura e realizza con Stefano Massari il format di video-poesia zona disforme (www.disforme.net).

Mario Giacomelli, Passato

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