NOTTE NERA E BIANCA. Gérard Labrunie

Parigi, 24 gennaio 1855

Mia buona e cara zia,

dì a tuo figlio che non sa quanto tu sia la migliore delle mamme e delle zie.

Quando avrò trionfato su tutto, avrai il tuo posto nel mio Olimpo come io ho il mio posto nella tua casa.

Non aspettarmi stasera perché la notte sarà nera e bianca.

Gérard de Labrunie

(traduzione di M.E.)

*Il testo è tratto da: Gérard de Nerval, Oeuvres complètes, III, Bibliothèque de la Pléiade, Editions Gallimard, Paris 1993.

SI VADA NEL CHIUNQUE. Nanni Cagnone

Fine. Parola breve

piú di sé stessa,

pensato brivido,

ma si diletta nel dirsi

si dà un contegno

come chiunque

ultimamente precipiti.

Senza contare i passi,

si cerchino germogli

si vada dove rovi

contendono con rovi,

si vada nel chiunque—

sí, nel mormorante

tiepido qualunque.

Il testo è tratto da: Nanni Cagnone, Penombra della lingua, La camera verde, Roma 2012.

Angelo Cagnone

POESIE DEDICATE. Adriano Spatola

***

Un’altra scacchiera

per Franco Beltrametti

L’emozione non si combina con l’apertura

che è claustrofobia organizzata e magnete

di un doppio dualismo orientato a una regola

che si progetta in affabile concentrazione

o scorciatoia per mosse e argomenti finali?

**

Greenwich

a Giulia Nicolai

L’isola è protetta dall’astensione dal vuoto

della stiva negata al carico imponderabile

di una terra che naviga abolendo la rotta

del cargo azzerato dal racconto di un viaggio

intrapreso e interrotto dal sole sul quadrante

della mente smantellata secondo ragione.

**

Una piazza

(Rileggendo una poesia)

per Aldo Palazzeschi

La fontana il suo impegno alla tortura

alla fragile docile soavemente ingegnosa

macchina che mastica inghiotte digerisce

il cavallo sbalordito dall’urto delle grida

tra le palme gli ulivi le logiche trascritte

il peso è puro stagno mercurio escremento

elementi proclivi all’ansia al desiderio

al segmento spezzato irrorato dall’acqua.

**

La vera sapienza

per Amelia Rosselli

Il mare una congelata espiazione

un inferno deprezzato ed impuro

che la siringa inietta nell’addome

dell’oggetto furibono e innocente

che la preda usa per placare i cani.

**

La cornice nel muro

a Giuliano Della Casa

La pietra la generosa mitologia

simulazione di spina e di foglia

stagliata sull’abside della torbiera

degli arredi calcarei arenati

sull’alveolo schiacciato dal polso

che recita con la matita.

**

L’apparizione

a William Xerra

La mummificazione è piuttosto recente

riuscita o non riuscita prende il tendine

lo tormenta con l’archetto lo strappa

colorandolo con l’acquerello sull’osso

che è il reperto meno evidente

della mia personale geneaologia.

*I testi sono tratti da: Adriano Spatola, diversi accorgimenti, nota critica di Luciano Anceschi, geiger “poesia” numero 25, dicembre 1975.

Immagine di Giuliano Della Casa

LE SCULTURE EGIZIANE. Alberto Giacometti

Lettera di Alberto ai genitori e a Bruno, Roma, 4 febbraio 1921

….Dopo le 11 e 30 vado nei musei e faccio sovente degli schizzi e la sera sovente a teatro. Di questi ce n’è moltissimi e una grande scelta. Ora si comincia a guardare le cose più da vicino e con più attenzione, i primi tempi si vuol vedere tutto e si corre in tutte le direzioni senza osservare niente proprio a fondo. Poi facendo degli schizzi si vede meglio. Sino adesso e credo che non cambierà, la più bella statua che trovai non è né greca né romana e ancor meno del Rinascimento ma egiziana. Al Vaticano ce ne sono alcune di una bellezza incredibile, ma quasi nessuno le guarda e sono esposte in modo terribile, una vera vergogna per questi somari di direttori. Le sculture egiziane hanno una grandezza, un ritmo della linea e della forma, una perfetta tecnica come dopo nessuno trovò. Tutto è lavorato e ponderato fino all’ultima conseguenza e non c’è un’ombra un pochettino troppo forte o debole, una linea o forma che distona, non un buco da metterci un dito. E viventi sono quelle teste, sembra che guardino e parlino. Tutta l’arte che venne dopo è più o meno descrittiva… È bello dire che gli Schiavi di Michelangelo sono grandiosi perché non finiti e farci su la filosofia, è buono che vuol liberarsi dalla materia, ma in verità è una mancanza di una grande mancanza di potere e di idea da bel principio. Ma naturalmente per tutti l’arte egiziana ha una importanza più o meno storica e parlare di una statua egiziana con qualcheduno è come parlare degli abitanti della luna….

*Il testo è tratto da: Alberto Giacometti, Il tempo passa troppo presto. Lettere alla famiglia, Casagrande, Bellinzona 2024. Il libro raccoglie per la prima volta, nella versione originale italiana, un’ampia scelta di lettere dello scultore alla famiglia.

IL VAGONE FERMO. Angelo Lumelli

Ma da dove arriva questo romanzo, La vecchiaia del bambino Matteo, la fatica più recente del poeta Angelo Lumelli? Non mi inoltro, per ora, nella lettura del volume. Accadrà, ma non ora. Ora resto nel sortilegio di questo vagone fermo che appare a inizio libro, venuto da chissà dove per iniziare il romanzo, formando la prima sezione de La lotta degli specchi. È suggestivo vedere come Lumelli si fa “agitare” dal suo stesso stile, conducendo il lettore fra domande e interrogativi, dipanati per un sentiero riluttante al senso e alla descrizione, dove si agitano mille voci, come in un mercato fiabesco dove l’immobilità instabile del vagone e il molle movimento delle statue inventano fin dall’inizio una festa surreale dell’immagine, oscillante fra mille chiacchiere. Lo “specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive” è già specchio brulicante, ribelle, pronto a raccontarci storie. Vedremo, in futuro, quali di queste storie aleggeranno sulla testa del lettore. La poesia del romanzo già si annuncia al presente, detta a voce prima di essere messa per scritto: vivente, respira, si inceppa, si riprende, perché lo stile di Lumelli è oggetto di folate che ne scompigliano l’instabile fermezza, come se il “vagone fermo” fosse germe-sorgente delle immagini future, dispositivo di una multiforme realtà dell’immaginazione e del reale. (M.E.)

**

La lotta degli specchi

S’è arrabbiata perché? – fuori da sotto le palpebre, furboni! – con chi ce l’ha? con gli occhi? – e giù secchiate di luce, arida, manciate di aghi roventi – io vi sbianco tutti, lavativi! – s’è messa a gridare, bianca senz’ombra, furibonda – altro che lunghe ciglia, come alucce – niente extension, signorine! Effettivamente c’è qualche problema – altrimenti perché si sono inventate le tendine alle finestre, i pizzi traforati, i pesanti tendoni, gli scuri, le persiane, le tapparelle? ci sarà un motivo? per ripararsi dal buio? no! e i cappelli con la tesa larga? quelli con la visiera? e gli occhiali da sole allora? i Rayban, perché tanti Rayban in giro? Chi ha cominciato con questo casino? – chi ha cominciato a fare il furbo? C’è un vagone merci, fermo in mezzo alle risaie, tra acque scintillanti, da solo. Per il momento non si sa altro. Più la luce aumenta più il vagone diventa piccolo e tozzo. A essere precisi non si capisce bene se si stia cancellando, annichilito o se, come un fantasma che respira, stia ampliandosi di volume. Tutti questi fenomeni sono dovuti all’immobilità. Contrariamente all’opinione comune, una cosa ferma è la cosa più insicura e instabile che ci sia. Sottoposta agli sguardi, senza rispondere, senza un cenno – né di no né di sì – perciò ancor più si agitano le pupille, intolleranti, offese – e muoviti porca vacca! – tanto basterebbe per dare un po’ di sollievo, per fare muovere l’occhio, fisso, svergognato, tra un po’ colpe – 6 volte – eh basta con questo guardare! ormai in imbarazzo, lui medesimo – ma responsabile di che? sbotta a un bel momento! di cosa? – muovetevi voi piuttosto, via da davanti! – adesso che lo stesso bulbo oculare comincia ad avere tremiti, come diventato bersaglio – lui! e chi altrimenti? – sempre più agitato – oh cari occhi, voi umidi, molli, negletti, non ricambiati – si fa presto a mettere il dito nella piaga! Il bisogno di movimento può darsi derivi dal ricordo della fuga, primordiale, cioè a gambe levate dal pericolo, dai carnivori o, in ere civili, ancor più, dalle esperienze terribili del proprio nome, immobile, visto da tutti, irrimediabile, fino al giudizio, alle lapidi – per cui non è tutto rose e fiori. Chi ha detto che, non spostandosi, le cose viste sono ferme? – allora perché si muovono i manti delle madonne e, in generale, le statue? Basta che la statua, principalmente se di madonna, pur seduta, abbia un ginocchio leggermente arretrato, l’altro in avanti, realisticamente – sia essa una statua lignea del Maragliano o di altro artista di minor fama, in chiese, chiesette – basta che ci sia, con tale ingenuo pretesto, il motivo, pudico, di allargare di poco la posizione delle gambe, non più parallele, ma a trapezio, appena accennato, e il movimento comincia! a partire dalla veste che, mollemente, s’incurva come un ponte sospeso tra un ginocchio e l’altro, e ormai, come soddisfatta dall’effetto felice, lascia cadere piega su piega, verso le caviglie, i piedi nudi o calzati di raso, per cui si sviluppa l’arte del panneggio – ecco come si contrasta l’impudenza dell’occhio, la sua fame – che infine si perda questo stolto, si distragga! – che non pensi di fare, a fronte dell’immobile, azioni sconsiderate, immaginarie, o peggio ancora, se ne vada, rivolto altrove, insoddisfatto – se è così fottetevi! Molti sono gli esempi di movimento in pittura, sia in affresco che su tela, noto tra tutti, San Michele con la spada che scaccia il maligno. In queste raffigurazioni non si intravvede alcun motivo per agitarsi, in quanto il maligno è già in posizione infima, quasi ai bordi inferiori del dipinto, sconfitto, al massimo lanciando un’occhiata, cattiva, delusa, rivolta in su verso l’arcangelo – leccaculo! venduto! faccia di tolla! – ma San Michele non lo caga nemmeno, non è il maligno il suo obiettivo, bensì la discesa meravigliosa dall’empireo, a volte scendendo da destra, a volte da sinistra, con il vento nelle piume, prendendo al volo l’occasione per avvicinarsi all’abisso, legalmente, ma quando ti capita un’altra volta! – eh certo che si vede, certo che sta guardando il peccato! altrimenti perché un viso così bello, corrucciato! con i riccioli sulla fronte, come pensieri ribelli diventati riccioli, il furbone? Ciò per dire che l’immobilità è un bersaglio, e che tutti i viventi se ne distolgono, con qualunque tipo di movimento, perfino nel sonno, o in macchina, da un posto all’altro, o attraverso i passaggi del danaro e, ben venga, della fortuna – fenomeno da considerare attentamente, in seguito al quale taluni cambiano casa, ne prendono una in campagna, trasformano vecchie cascine in residenze con ogni confort – insomma se ci sono i soldi c’è movimento, se non mi muovo io si muovono gli altri per me, per cui l’effetto dinamico è raggiunto, in alcuni casi ancora meglio, come farselo fare, scusatemi!

In ogni caso, per stare ai fatti, già accaduti, la situazione è la seguente, per quel che se ne sa, per sommi capi.

Sulla linea ferroviaria Mortara–Pavia, un po’ prima di Casoni di Sant’Albino, è fermo un vagone merci, in mezzo alla campagna, da solo – come già detto. Si tratta di una linea a binario unico, non elettrificata, sulla quale era ancora in servizio, al momento dei fatti, una locomotiva a vapore, ormai in funzione soltanto per scopi turistici, come la fiera del salame d’oca, l’ultima domenica di settembre. I fatti di cui sopra, noti per molte testimonianze oculari, oltre che attraverso i verbali degli addetti e le numerose proteste per l’interruzione del servizio – un vagone perso? hanno perso un vagone? – avvengono il giorno due di aprile, giorno feriale e qualunque, un martedì, se non fosse che era in corso, ormai avanzato, l’allagamento delle risaie. Tale fenomeno, spettacolare, raggiunge i suoi massimi effetti nei primi, primissimi giorni, quando le acque sono intatte e la superficie delle risaie appare come uno specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive (A.L.)

PER “LA VECCHIAIA DEL BAMBINO MATTEO”. Caterina Galizia

La produzione letteraria di Angelo Lumelli offre sempre viraggi imprevedibili. In questo libro (Angelo Lumelli, La vecchiaia del bambino Matteo, Qed, collana Cosmos, Tortora 2024), il più evidente è la comparsa del “tempo lineare”, quello che in passato nei suoi testi era sostituito da un tempo elastico (Milli Graffi) dove “le cose si intersecavano disinteressandosi ad un loro appartenere ad un determinato momento o ad una precisa realtà”. Qui per la prima volta viene raccontata una vita, con le sue sequenze, dove il bambino supremo di “Oblivion” può permettersi addirittura di lasciarsi osservare mentre invecchia. È proprio dalla costernata presa di coscienza della senilità che piano piano prende spazio l’accorata narrazione del prima, dello stupore dell’inizio, quando tutto si poteva, quando l’indiscutibile evidenza del reale non era sufficiente a svelarne i misteri. Questo è un libro di incantesimi e sortilegi dove non solo gli oggetti ma anche i concetti e perfino i fonemi grammaticali pensano e reagiscono come gli umani: “L’impresa di saltare un giorno di scuola l’ho realizzata… in quinta, senza un motivo apparente… Adesso potevo correre, ovunque! Fu allora, che la libertà… non seppe più cosa fare, guardandosi intorno, interdetta, con una faccia da scema, un’incapace…si sentiva il suo imbarazzo, credo bene, dopo essersi spacciata per chissà chi… come quella che apre le porte! … Che fare adesso senza i muri di casa, di scuola, l’odore di gesso, i cancellini…fu allora che mi venne l’idea di usare la libertà contro sé stessa – vediamo come la prende! – e mi avviai verso la scuola, tornando indietro”. Questo è un testo dove ogni materia, anche appartenente al regno minerale, si converte al vivente e prende parte al gioco degli odori, dei gusti, delle sensazioni tattili: “Come fa il giacinto o la serenella in notti di pioggia primaverile, così nel duro inverno si sente, improvvisamente questo profumo di ossidi e ruggini, segno della fioritura del metallo…Ci sono tratti nei quali le rotaie sembrano arrivare al loro culmine interiore, come decise ad esprimersi. Ciò può avvenire sia su binari abbandonati… sia su tratti più attivi, lucidi e eccitati dallo sfregamento, come nelle linee del centro storico”.

È la visione di chi, fin dalle prime esperienze, si è confrontato con elementi in crescita e in movimento, osando i primi passi sulla morbida discontinuità di un prato e non sulla dura omogeneità di una pavimentazione urbana; i suoi primi giocattoli sono stati gli uccellini catturati “per farseli amici per la vita” e messi in una scatola da scarpe con il coperchio opportunamente forato e la sfida preadolescenziale è stata cavalcare l’elasticità di “rami di salice potentissimi con …pertiche che partivano come razzi …capaci di piegarsi e tornare in posizione”. Questo contesto intriso di realismo magico aiuta Matteo e i suoi fidi ad agire la propria indipendenza da molti dei comportamenti che gli adulti vorrebbero imporgli, a sviluppare processi di pensiero alternativi e a creare addirittura un linguaggio alternativo. Geniali i giochi: quello della guerra, ad esempio, o la scommessa. Il primo sembra uscito da un testo di Winnicott: Matteo ed Ernestino, nel corso di effettive incursioni aeree, agiscono come se fossero loro a far cadere la bomba e a pilotarne la parabola mai attraversati dal dubbio: “ma questo disastro l’abbiamo fatto veramente noi o sono stati i tedeschi?” E l’autore gli regge il gioco mantenendo la narrazione magistralmente in bilico tra fantasia e realtà.

Il secondo vale una citazione: “Il massimo impegno Matteo lo metteva nell’arte della scommessa (da fare da solo, in segreto)…Come risolvere gli interrogativi? Scommettendo, non aspettando la risposta chissà da chi – con tutti i bugiardi che ci sono! -…Scommetto sulla pagliuzza fino a venerdì se Rosalba me la toglie” (dal maglione, come Matteo le aveva visto fare adErnestino)” “…Non aveva scritto scommetto che, come si fa di solito, ma scommetto se…con ciò inventando un tipo di scommessa per casi difficili”.

In questo mondo le creature più amate hanno uno spessore mitico. La mamma innanzitutto, con il suoprofumo di terra e di erba e i suoi occhi, grigi come “il ferro che brilla, come le stelle d’inverno”. Il padre della psicoanalisi sarebbe stato fiero di una rappresentazione così poetica e puntuale del primo scambio edipico come quella che troviamo a pag. 20. Non si poteva descrivere meglio la magia dello sguardo di quegli occhi grigi alle prime innocenti manovre sessuali del cucciolo! In quel tentativo di sorriso c’è tutto l’orgoglio e il sollievo per la scoperta di una virilità che si rivela ma c’è anche il rifiuto delle avances (“e allora fu peggio”, infatti, per il suo bambino) senza il quale si bloccherebbe l’apertura della sessualità all’esterno.

L’apertura avviene soprattutto nei confronti dell’altra figura mitica del romanzo: la maestra Concetta. E’ una creatura che si dibatte tra la tentazione di corrispondere all’amore “senza alcuna condizione” (in grado di sopravvivere ad ogni suo rifiuto) che le offrono Matteo e il suo amico Ernestino, e l’insofferenza che le provocano le modalità con le quali questo amore si manifesta. Esse, infatti, proprio per la loro autenticità e la loro libertà nei confronti delle regole sociali, rischiano di minare i suoi rapporti con l’istituzione che prescrive neutralità e conformismo. In perfetta aderenza al doppio dei suoi bisogni ecco quindi che le reazioni di Concetta sono talvolta in linea con l’esigenza di attivare il proprio “vero sé” e talvolta invece si rassegnano alla difesa (anche trasgressiva) delle prescrizioni di ruolo. Sul piano evolutivo la maestra Concetta svolge egregiamente il compito di dare ai bambini quell’esempio di grande umanità che ne modellerà il futuro.

E poi ci sono gli amici. È proprio grazie a loro che l’infanzia può sopravvivere alla pubertà. Perché, dice Angelo, “l’infanzia nell’amicizia sembra fuori pericolo, come se avesse ripreso i suoi poteri, pur minacciati da tutte le parti”. Con Ernestino e il narratore, infatti, e con gli altri che si sono aggregati nel tempo, si è strutturata la ricerca su come confrontarsi con i grandi misteri che “avvolgono la vita”. Uno di quelli che per primi ha avuto la fortuna di venire mentalizzato, di affrontare cioè la nebbia del: ma qui, “che cosa c’é da capire?” girava intorno alla spinta pulsionale che si presentava come una chiamata del corpo di cui sfuggiva completamente il significato. Che senso aveva “quel profumo, di donna…come un’incantevole disperazione?” e, più tardi: di che cosa parlava quel ripetente di quinta quando diceva: “quelle già sviluppate sono tre e una ci manca poco?”. Affrontare enigmi di questa portata cementa: i tre rimangono indivisibili. Così, dopo questo splendido inizio, vengono messi a confronto con altri misteri che si presentano puntualmente, come in ogni esistenza. E Lumelli li segue. L’impianto magico ricompare talvolta come delirante ma provvidenziale risorsa nei casi in cui si tratta di dare un senso a fallimenti o perdite altrimenti insostenibili. Quando questa mediazione non può attivarsi, quando la vita nuda e cruda riesce a uccidere la magia, le ferite si aprono fino alla carne viva:

“Mi ero seduto in giardino e guardavo la festa (del paese) che si avviava…Era incominciata, da lontano, la musica. Poi, improvvisamente, s’alzò la sua voce, sbucata come dopo un’attesa di anni, alta, stridula, come un’orazione disumana, un grido -e gridò infatti, chiamando suo padre, sua madre, i nomi dei buoi, dei campi -tanto che rimasi inchiodato, immobile a sentire – io, non nominato- mentre lui, con la voce sempre più alta, eccitata, si rivolgeva a chi non c’era più…Quella notte, tanti anni fa, fino all’ultimo, fino all’ultima sillaba di quel lungo grido, ho atteso il mio nome”.

Arriviamo quindi all’impatto con il mistero più grande: la decadenza, il tempo che porta il corpo e/o la mente a una sorta di declassamento che può prendere molte modalità. Ad esempio:

“C’è chi si disidrata, per togliere la massa, il peso – come per svanire, rendendosi vano praticamente – un’aria secca, vagante”.

Oppure le amnesie:

“ Ci sono cose che non trovano mai il nome giusto-allora bisogna usare dei trucchi e a chi c’indovina gli dicono: bravo!, bravissimo! -ma vai al diavolo!- mentre qualcosa senza nome piange in silenzio come una bambina che ha perso il primo dentino davanti”.

Di qui prende il volo la grande allegoria del “vagone di un treno merci abbandonato su un binario in mezzo alle risaie” costretto ad un “attendere fallimentare” e che non molla, cercando di vivere fino all’ultimo splendidamente, sostenuto dalla “spavalda fantasia” del narratore che gli ricorda “come sia grande l’emozione che afferra un convoglio, quando è agguantato con pugno di ferro dalla locomotiva, con due fari in fronte, simile a un drago che si lancia con il corpo smisurato…sempre più pesante, irresistibile, stordito in quel fragore, fra odori di ruggine, in quella stretta ferrea”: la splendida stretta della vita.

I piccoli esempi in corsivo spero lascino intuire la potenza del linguaggio che ovunque scarta gli abituali punti di riferimento entrando e uscendo da ogni contesto, con ciò spiazzando spesso il lettore e in alcuni passaggi confondendolo. La rilettura diventa allora obbligatoria per potere, come direbbe Marco Ercolani, “viaggiare nella galassia” lumelliana.

Muoversi in un ambiente infantile ha consentito all’autore di estremizzare una ricerca che conduce da sempre, descrivendo la creazione di un nuovo idioma “spettacolare e segretissimo”. Ecco che finalmente può scatenarsi in una combinazione di termini che approdano al testo affiorando dalle polle sotterranee della propria esperienza. Suoni e radicali provenienti dalla sua lingua madre (il dialetto della val Curone) cercano fratellanza e insieme rivitalizzano parole appartenenti ad altri dialetti e lingue arcaiche, quelle che per non essere veramente morte hanno dovuto adattarsi ai capricci della storia.

“Fu così che” Marco ed Ernestino “cominciarono a prendere sillabe, una qua e una là, colte al volo…da dialetti di paesi vicini, da forestieri che venivano da Bergamo, impagliatori di sedie, magnani…mediatori del piacentino…altre da quei suoni oscuri in latino, soprattutto le U, vestite di lunghe mantelle nere, svolazzanti per la chiesa già fumosa di incenso”.

Questo è il primo passaggio che Lumelli compie per allontanarsi dalla lingua convenzionale diretto ad una posizione liminale (utopica) dove la parola “accade”. Alla sintesi di più linguaggi segue l’uso della onomatopea, spesso presente ne La vecchiaia del bambino Matteo con la sua riproduzione di suoni e rumori, a modo loro ancora parole, ma “sparlate”. Fino a giungere al silenzio che non esclude lo scambio ma, in un certo senso, lo sublima. Un testo come questo, che sembra inneggiare all’epopea della parola, con la gentile strafottenza e l’ironia tipiche dei “curoniti”, termina con uno scambio di missive iconiche (cartoline): “un modo di parlare senza discutere”, (“Le figure sono meglio” aveva detto Matteo, “se vogliamo conversare”) e periodici incontri al ristorante dove: “mettiamo le mani sulla tovaglia e ci guardiamo, come figure di un ex voto, come quelle che si trovano nel santuario della Madonna della Guardia”.

Lumelli sembra ancora una volta “capovolgere il rovescio” (che resta sempre una “bella mossa”). Risponde così alla domanda che lo insegue da sempre: “Il limite del linguaggio è l’esistenza?”

.

QUADERNI. Simone Weil

*Il testo è tratto da: IN FORMA DI PAROLE, Soglie della musica, a cura di Gianfranco Pernaiachi, anno sedicesimo la quarta serie, numero primo gennaio-marzo 1996.

**

Musica – tempo che non si vuole né arrestare né affrettare.

*

Musica. Suoni che rifletotno lo stato senza suoni. Parole e suoni equivalenti al silenzio.

*

Armonia: cogliere d’un colpo cose differenti.

*

Si ascolta la musica perfetta con un’attenzione priva di desiderio, eccetto il desiderio incuso nell’attenzione.

*

La musica, svolgendosi nel tempo, cattura l’attenzione e la sottrae al tempo volgendola a ogni istante su ciò che è. L’attesa è attesa a vuoto e attesa dell’immediato. Non si desidera che una nota, che un silenzio, cessi, benché sia insopportabile che duri.

*

Nella musica, i passaggi leti, discendenti, piano, naturalmente associati a un’impressione di tristezza, svolgono tuttavia la funzione della gioia, la dlcezza più forte della violenza. Unione raddoppiata dei contrari. È ciò che rende sublime la musica. Gioia intellettuale.

*

L’impressione prootta dalla musica, di un’attesa che la nota seguente colma e soddisfa pienamente, pur essendo una piena sorpresa, è semplicemente un riflesso della pienezza dell’attenzione orientata interamente sull’immediato. L’arte del musicista ha come unica funzione quella di rendere possibile questo orientamento dell’attenzione.

**

Simone Weil

DI PURO NULLA. Guilhelm de Peitieu

Guglielmo IX, Duca di Acquitania e conte di Poitiers, in una miniatura del XIII secolo.

**

Una poesia farò di puro nulla:

non sopra me né sopra gli altri,

neppur d’amore e di gioventù,

e di null’altro,

ch’anzi fu scritta mentre dormivo

sopra un cavallo.

Non so in che ora io sono nato,

non sono allegro, non sono afflitto,

non son scontroso né amico stretto,

e non poss’altro,

perché di notte così fui stregato

su alto poggio.

Io non so quando mi prende il sonno

né quando veglio, se non mi è detto;

non mi si spezza per poco il cuore

d’intima pena,

e non m’importa proprio un bel nulla,

per San Marziale!

Sono malato, mi par di morire,

e so soltanto quant’odo dire.

Vorrò un medico come mi pare,

ma non lo trovo;

sarà buon medico, se sa guarirmi,

ma non se scado.

Io ho un’amica, non so chi sia:

non l‘ho mai vista, in fede mia;

non fece nulla che m’urti o piaccia,

e non importa:

perché normanno né francese mai

io li ospitai.

Non l’ho mai vista e l’amo tanto,

e mai ne ebbi ingiuria o premio;

se non la vedo, poco ci bado:

niente m’importa,

ché ne so una più bella e gentile

e che più vale.

Non so il luogo nel quale vive,

se collina oppure pianura;

non oso dire che torto mi fa,

e anzi taccio:

mi spiace molto che qui rimanga,

perciò io vado.

Ho fatto il canto, non so su chi.

Lo manderò a quella persona

che, tramite altri, lo spedirà

verso il Poitou,

perché mi mandi la controchiave

del proprio astuccio.

***

*Il testo è tratto da: IN FORMA DI PAROLE, Soglie della musica, a cura di Gianfranco Pernaiachi, anno sedicesimo la quarta serie, numero primo gennaio-marzo 1996.

**Guilhelm de Peitiou è Guglielmo IX d’Aquitania, Guglielmo il giovane (in occitano Guilhèm de Peitieus detto il Trovatore, 1071-1127), il primo poeta lirico trovadorico in lingua occitana. Di lui restano dieci o undici poesie, attribuite dalle antiche rubriche a un Coms de Peitieus.

LA FINE DEL MONDO. Sylvie Durbec


Je ne suis pas d’ici

**

LA FIN DU MONDE N’ARRIVE PAS

après la peur la radio dit la vie c’est un flux continu ça n’arrête jamais
alors on lit dans le journal
qu’avant la fin du monde les gens font des provisions de robinsons
les vieilles dames et les jeunes
et aussi ceux qui ont des sourires éclatants
et sont intelligents
mon fils me dit  qu’il a des angoisses de plus en plus fréquentes
nous les partageons un moment comme on boit ensemble
tous vivants
tous à dire la vie
tous à parler de tout de ce que nous ne savons pas
si difficile de parler de ce que nous savons de nous-mêmes
si peu pour résister quand la mort tombe du ciel ou des radios
ou des médecins
au loin corbeaux et voix radiophoniques
dehors et dedans
on se demande le monde
oublierait-il sa propre fin du monde

Sylvie Durbec

LA LETTURA DEL GIORNALE. Robert Walser

I giornali sono come un grande e folto stormo di uccelli che una o due volte al giorno gira intorno al mondo. Questi uccelli cinguettano in tutte le lingue civilizzate e volano nei luoghi più lontani e nascosti: nelle pianure, nelle strette e alte valli, sulle montagne, fin dove ci sono ancora degli uomini, e poi nei villaggi e nelle città, quasi in ogni casa. Il loro piumaggio è bianco con innumerevoli puntini neri, ma questi puntini vivono, si muovono e, non appena li si osserva più da vicino e con maggiore attenzione, si trasformano in azioni e in eventi.

Robert Walser

**

Già, è proprio vero: i giornali bisogna leggerli con attenzione, perché in caso contrario si trascurano le cose più interessanti senza esserne venuti a conoscenza. Quanta autentica cultura può essere contenuta in un unico giornale! E con che voce parla! Quanti punti di vista può aprire! Può capitare che un bel giorno uno si ritrovi casualmente tra le mani un giornale che qualcun altro ha perduto. Lo apre, lo legge, e si stupisce della quantità di cose che bisogna sapere e che però sono rimaste per terra, in un angolo, già mangiucchiate dai giorni e dalle settimane. Quante volte, nella convinzione di non potervi trovare nulla per lo spirito o per i sentimenti, si gettano via questi fogli fruscianti dopo averli letti a metà oppure senza averli letti per niente! Eppure in questi fogli sono nascoste le cose più belle e più profonde!

Ma al giorno d’oggi la cosa meravigliosa è questa: ogni nuovo giorno e ogni nuova sera lanciano al nostro indirizzo nuove notizie, nuove opinioni, nuova cultura. Ciò che oggi ci è sfuggito, speriamo di poterlo ritrovare domani, in una nuova e in parte simile forma. E in effetti i pensieri, le cose e gli eventi sono gli stessi attraverso i secoli e, di più, attraverso le settimane. Ma questa consapevolezza deve forse condurci alla disattenzione o alla superficialità? Con quale interesse e con quale attenzione si legge nei villaggi! Lì il giornale è, insieme alla Bibbia, la fonte quasi esclusiva di cultura e di intrattenimento. Il giornale viene letteralmente sillabato, in particolare dagli anziani, perché è soprattutto la vecchiaia, e non la frettolosa e precipitosa gioventù, che si immerge nella lettura.

Ecco ad esempio un’anziana signora, con gli occhiali davanti agli occhi che quasi non vedono più, vicino ad una finestra ornata da una tendina. Eccola che legge. Può trascorrere intere ore e intere mezze giornate così immersa nella lettura. Tutte le esperienze e tutti i ricordi della sua lunga vita la aiutano a decifrare le parole e le frasi, e si fissano pensierosi nei suoi occhi attenti.

Sì, gli anziani sono proprio capaci di leggere! Fuori, per strada, la vita continua a brulicare e procede senza posa, forse il sole brilla un po’ sul vetro e sulla tenda, dietro la quale siede la vecchia signora tenendo il giornale nella mano tremolante. Pensare a una cosa del genere è consolante, perché per la giovane vita, che talvolta dispera di se stessa, deve essere consolante sapere che da qualche parte, nel silenzio e nella quiete di un’esistenza appartata, ci sono due cari vecchi occhi, un vecchio cuore e una fronte segnata dal tempo, che prendono ancora parte a ciò che accade di giorno in giorno. La gioventù, sapendo che il resoconto delle sue azioni viene seguito con curiosità e con attenzione dalla vecchiaia, deve sentirsi stimolata ad agire.

In passato ho conosciuto una signora, una cucitrice. Ho vissuto presso di lei in una cosiddetta camera ammobiliata. L’unica figlia di questa signora era stata sepolta viva, nel senso che si trovava in un manicomio. La signora aveva due soli amici: la sofferenza e il giornale. Senza il conforto di queste amicizie, sarebbe forse morta di miseria. La sofferenza le ordinava seccamente di lavorare, mentre il giornale dispensava un poco di oblio sulle sue ore di ozio. La signora nutriva un tale interesse per i fatti del giorno, che non riuscivo quasi a capacitarmene. Poco a poco, però, la capii, e adesso me ne vergogno un po’, perché allora ero tanto giovane e vigoroso nelle membra quanto ero apatico nei riguardi delle vicende della vita. Ricordo bene la grande invidia che ho provato per la mia padrona di casa a motivo della sua vivacità, la quale non era altro che il prodotto di un impegno e di uno sforzo di attenzione. Trovava che l’attenzione la consolasse, si sforzò e ne ricavò molto.

Per i disoccupati, i giornali sono un gioiello, una vera e propria fonte di ristoro. Per gli uomini che lavorano, i giornali rappresentano un lieve, luccicante e naturale piacere del quale godere al termine della giornata di lavoro. Per il malato costretto a letto rappresentano la segreta speranza di guarire, per l’infelice rappresentano una consolazione e una distrazione da tutto ciò che penetra nell’anima e la fa soffrire. Per la gioventù, sono uno sprone quotidiano e sempre nuovo all’adempimento dei doveri. L’uomo virtuoso vede confermata dal giornale la reputazione che si è forse conquistato con sforzi straordinari. Il giornale spinge il ricco ad essere caritatevole, e il povero, quando legge i giornali, può sperare che qua e là ci siano ancora cuori generosi. Per il commerciante di larghe vedute e di alte aspirazioni, la lettura del giornale è indispensabile, e lo stesso discorso vale per il politico gravato di preoccupazioni. L’artista, infine, trova tra le strette colonne la critica del suo più recente lavoro. Tutti trovano nel giornale un riflesso e un riverbero di tutto. L’unione di centinaia di interessi diversi dà vita ad un unico bisogno, al quale corrisponde un’unica generale risposta. Molti uomini, soprattutto nelle grandi città, dove i ritmi sono veloci e le pause brevi, leggono non già stando seduti quanto piuttosto stando in piedi e camminando. Con una sigaretta o un sigaro in bocca, accompagnato da una sorsata di caffè, si legge magnificamente. In viaggio, negli alberghi, negli scompartimenti ferroviari, nella sala d’aspetto del medico, negli appartamenti, al tavolo di famiglia, d’estate sulle panchine nei parchi pubblici, sulla barca dondolante sull’acqua di un lago illuminato forse dal sole del mattino, nelle sale di lettura (questo è ovvio), nell’ombroso margine boschivo di un grazioso luogo di villeggiatura, in tram…: si legge dappertutto, ovunque ci siano degli esseri umani.

La regolarità con la quale la stampa lavora è il risultato di un così perfetto incastro che si può ben dire che rappresenta un vivente esempio di solerzia. E poi non vogliamo parlare dell’importanza che il giornale assume nei periodi nei quali dominano i disordini e l’agitazione, come ad esempio durante una rivoluzione? E negli anni di guerra? In simili casi, anche gli uomini più pacati e meno curiosi leggono avidamente il giornale. Ci sono avvenimenti ai quali un po’ tutti si interessano nella stessa maniera, e nei periodi in cui simili avvenimenti trovano eco sui giornali, si ha la possibilità di vedere come siamo curiosi e assetati di eccitazione, e come sia necessario placare questa sete per dare al mondo un po’ di quiete. Si dice che il giornale sia una “potenza”. Certo che lo è, ed è una potenza anche molto combattiva e bene armata.

(Traduzione di Mattia Mantovani – da Neue Freie Presse, 6 ottobre 1907, ristampato in Feuer, di Robert Walser, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003. Apparso come e-book in Con Robert Walser, a cura di Enrico De Vivo, collana ZiBook Ricordanze, 2013, numero 4.