LA MIA ZATTERA

Vorrei, con la calma che non possiedo, scriverti perché il mondo non mi sfugga dalle dita; lo chiamo mondo ma in realtà vorrei non chiamarlo affatto. Gli oggetti sono sempre stati, per me, qualcosa di indecifrabile e di segreto; mi hanno turbato al punto che li ho rifiutati per un universo di parole, di immagini irreali, che altro non era che un carcere; unica differenza, la materia dei muri. Da una parte muri di pietra; dall’altra pareti ancora più solide, che avevano la minacciosa compattezza delle visioni, la durezza adamantina dei sogni. Poi, un giorno, come disse il poeta: «Ciò che era legato si sciolse e si legò ciò che era sciolto». Strano giorno, che non posso affatto ricordare, intessuto di migliaia di ore vuote, prossime alla follia come tutto ciò che è troppo compatto. Oggetti chiusi, come cuori chiusi, rischiano di impazzire […] Le cose che vedo – come le parole che scrivo – sono zattere a cui mi aggrappo senza affanno, consapevole di non annegare. Mi stringo all’esile, indecifrabile barriera che separa le parole dalle cose: questa barriera, non vista dagli occhi e non definita dai nomi, è la mia zattera.

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Col favore delle tenebre, Coliseum, Milano 1987.

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