IMBIANCARSI L’ANIMA. Serena Olivari

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Ho ritrovato questa breve plaquette di Serena Olivari, Imbiancarsi l’anima, (s.i.p, s.d.), il 15 luglio del 2023 nel risvolto di copertina di un mio antico libro, Il demone accanto (L’Obliquo, 2000), nascosta come un misterioso segnalibro.

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Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le sue mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007) e La furia di quel piccolo niente. Poesie 1991-2007 (I Libri dell’Arca, edizioni Joker, 2013).

MARIO BENEDETTI. Alfonso Guida

Mario lesse una mia poesia su fb. La ricordo bene. Una lirica in settenari sullo sputo di un ragazzo in sede di seggio elettorale. Gli piacque. Mi contattò e mi invitò a scrivere a piacere sulla sua pagina. Ci scrivemmo. Fu un giorno di festa. Andavo matto dei morti di Umana Gloria, che erano esattamente i morti di San Mauro e della mia infanzia. Fui felice. Ma poco dopo seppi che era finito in ospedale e, non riuscendo più a sopportare il suo tempo, morì.
Umana Gloria è il più bel libro di poesia scritto tra il 1990 e il 2023.
C’è il menefreghismo stilistico del vero poeta Mario: né scuole né adepti. Era legato ai suoi mostri, ai suoi morti. Come un bambino. Quei morti che lui, successivamente, per amor di estetica, vide nelle “Pitture nere” di Goya, contemplandovi all’interno lo stesso “inabissabile” che vi ravvisò Baudelaire. E vide i cadaveri di mamma e papà attraverso i cadaveri e gli ossari di Zoran Music. Fino alla depressione. Il terzo e ultimo libro, Tersa morte. Quella morte inevitabile ma “tersa”, senza compiacimenti, né letteratura ne estetismo né usi figurati della lingua che non fossero quelli fabbricati dalle smanie di allucinazione proprie della malinconia depressiva. Il suo libro di brevi prose, Materiali di un’identità, contiene stupende riflessioni su Michelstaedter: pietà, Salvia e l’Eros come dépense in Bataille. Ascoltava il metal, i Rammstein. Come facesse, continuo a chiedermi. Gli voglio bene ma non l’ho mai incontrato. Gli sconosciuti a cui voglio bene superano in quantità parenti e conoscenti. La mia famiglia sono stati i libri che ho letto. Amelia era la matrona, Celan il re, i russi gli amici nomadi, i romani gli amici attraverso le cui opere ho potuto fare chiarezza nel groviglio indistricabile delle mie deviazioni.

Mario è morto di una morte trasparente.

17/07/23, 20:50

Mario Benedetti (fotografia di Dino Ignani)

NULLE PART. Bernard Noël

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Nulle part

quelqu’un n’a pas posé sa main sur ma nuque

aussi le manque n’a-t-il pas de visage

il est là simplement comme un toucher froid

un rappel de la parfaite solitude

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Da nessuna parte

nessuno ha posato la mano sulla mia nuca

così l‘assenza non ha volto

è là, semplice come un tocco freddo

un richiamo alla perfetta solitudine

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I testi sono tratti da: Bernard Noël. Le reste du voyage at autres poèmes, preface d François Bon, Éditions du Seuil,  Paris 2006. (trad. di M.E.)

FLORBELA ESPANCA. Poesie scelte

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Florbela Espança. Poesie scelte, con testo portoghese a fronte, cura e traduzione di Danila Boggiano, Edizioni Oltre, Sestri Levante, 2023

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Ciò che sorprende in Florbela Espanca è non tanto la problematica fragilità che riguarda il rapporto con sé stessa e con il mondo, cosa poco sorprendente, trattandosi di poesia, quanto la potenza delle immagini in cui questa fragilità va a confluire, come un abito sontuoso di colore rosso indossato in occasione di un lutto. Non per negarlo e rovesciarlo convenientemente in festa, ma per mostrarne in contrasto i dolorosi risvolti, contrappunto alla lucida consapevolezza spinta sino al punto dell’esasperazione che è il segno di Florbela donna e poeta. Guarda in sé, Florbela, e lo fa incessantemente e immediatamente, musicalmente, senza nulla concedere alla parte riflessiva e mediatrice della parola che potrebbe appunto flettere nella direzione del pacato aggiustamento il suo sguardo. Fa insomma quello che nessun poeta dovrebbe fare, ma questa è mia opinione, pena il lamentoso narcisismo, l’isterico compiacimento.

Eppure, nonostante la prepotenza impietosa e impetuosa del sentire e l’evitamento, quasi sconsiderato meccanismo di difesa posto dalla sua tendenza all’autodistruzione, da parte del linguaggio di una qualsivoglia misurata rappresentazione del dolore, questa poesia non sfiora neppure il rischio della leziosaggine e del patetico accoramento che certa letteratura, soprattutto femminile, potrebbe evocare. Al contrario, proprio da questo modo, tutto tratto dalla sensualità dell’accadere in lei delle cose, scaturisce quella danza tra l’alto e il basso che eccede il suo personalismo e si fa condivisione. Ne sono testimonianza i simboli, quasi archetipi, cui ricorre, la torre, il castello, la brughiera, la tempesta, la lotta tra la luce e il buio dei crepuscoli, il vento, l’abisso come tradimento dell’altitudine e l’altitudine come specchio solenne dell’abisso e suo riscatto.

Eros, in Florbela, eterno gioco tra poros e penia, tra desiderio e sua malinconica dissoluzione e desiderio del desiderio ancora, e nessuna possibilità di tregua, neppure a livello di nichilismo che potrebbe essere infine un approdo, non privo dei suoi conforti, dentro il principio di morte. Bipolarità, forse, l’andamento nevrotico che la riguarda? E chi è immune da nevrosi? Ma in quanti hanno gli strumenti espressivi -sì, a volte gli dei possono essere buoni- per trarre l’oro dalla nevrosi? Questa la grazia che Florbela, e persino il suo nome sembra suggerirla, porta con sé ed efficacemente ci svela, la possibilità qui, sulla terra obliqua dell’incompiutezza, della sosta dolorosa e ineludibile all’angolo degli otto cammini, di essere almeno nell’istante della pagina, nella dialettica giocosa e tragica tra il suo deserto e il segno chiamato a smentirlo, il fiore prezioso schiuso, fermo al punto giusto che lo riguarda.

(Danila Boggiano)

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Este livro…

Este livro é de mágoas. Desgraçados

Que no mundo passais, chorai ao lê-lo!

Somente a vossa dor de Torturados

Pode, talvez, senti-lo… e compreendê-lo.

Este livro é para vós. Abençoados

Os que o sentirem, sem ser bom nem belo!

Bíblia de tristes… Ó Desventurados,

Que a vossa imensa dor se acalme ao vê-lo!

Livro de Magoas… Dores… Ansiedade!

Livro de Sombras… Névoas… e Saudades!

Vai pelo mundo… (Trouxe-o no meu seio…)

Irmãos na Dor, os olhos razos de água,

Chorai comigo a minha imensa mágoa,

Lendo o meu livro só de mágoas cheio!…

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Questo libro…

Questo è il libro dei dolori. Infelici

che passate per il mondo, piangete mentre lo leggete!

Soltanto la vostra pena di torturati

può, forse, sentirlo…e comprenderlo.

Questo libro è per voi. Benedetti

quelli che potranno sentirlo, né buono né bello!

Bibbia di chi è triste…O sventurati,

che la vostra infinita pena si faccia lieve nel guardarlo!

Libro di dolori… sofferenze… ansietà!

Libro d’ombre… nuvole… e saudades!

Va per il mondo… (l’ho portato sul mio seno…)

Fratelli nella pena, gli occhi velati di pianto,

con me piangete il mio dolore immenso,

leggendo il mio libro solo di dolori pieno!..

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Divino instante

Ser urna pobre morta inerte e fria,

Hierática, deitada sob a terra,

Sem saber se no mundo há paz ou guerra,

Sem ver nascer, sem ver morrer o dia,

Luz apagada ao alto e que alumia,

Boca fechada à fala que não erra,

Urna de bronze que a Verdade encerra,

Ah! Ser Eu essa morta inerte e fria!

Ah, fixar o efémero! Esse instante

Em que o teu beijo sôfrego de amante

Queima o meu corpo frágil de âmbar loiro;

Ah, fixar o momento em que, dolente,

Tuas pálpebras descem, lentamente,

Sobre a vertigem dos teus olhos de oiro!

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Eterno istante

Essere una povera morta inerte e fredda,

ieratica, distesa sottoterra,

senza sapere se nel mondo c’è pace o guerra,

senza vedere nascere, senza vedere morire il giorno.

Lume spento in alto e che riluce,

bocca chiusa alla parola che non sbaglia,

urna di bronzo che racchiude infine il vero,

ah! Essere io quella morta inerte e fredda!

Ah, rendere eterno ciò che sfugge!

Quell’istante in cui il tuo bacio avido di amante

brucia il mio corpo delicato di ambra bionda;

ah, rendere eterno quel momento

in cui, dolente, le tue palpebre scendono, lentamente,

sulla vertigine dorata dei tuoi occhi

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Florbela Espança nasce a Villa Vicosa l’8 dicembre 1894 e muore suicida, nello stesso giorno, trentasei anni dopo. Si sposa tre volte ma non ha figli. Contemporanea di Pessoa, la sua vita letteraria oscilla fra apprezzamenti parziali e mancati riconoscimenti. In vita, pubblica due antologie di testi poetici, Il Libro dei dolori e Il Libro di sorella saudade. L’intera opera poetica è raccolta in Sonetti completi, nel 1934. da Guido Borrelli, un professore italiano innamorato della sua poesia.

Florbela Espança

TRADURRE VOCI. Angela da Foligno, Frate A.

Angela da Foligno

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Foligno, 5 giugno 1284

Al cardinale Giacomo Colonna

Una volta fu innalzata l’anima e vedevo Dio con tale chiarezza e in tale pienezza come non l’avevo mai visto così in modo tanto pieno. Lì non vedevo amore. E anch’io persi l’amore che avevo dentro di me: fui fatta non-amore. Poi lo vidi in una tenebra – dico in tenebra, perché lui è il maggior bene che si possa pensare e capire. In quel bene che si vede nella tenebra io mi rannicchiai tutta quanta. Sono diventata così sicura di Dio, che mai potrei dubitare di lui o di non possederlo sicuramente. In quel bene tanto efficace che appare dentro la tenebra sta ora la mia speranza, tutta concentrata e sicura.

Così la fedele cristiana Angela da Foligno a me, frate trascrittore. Ecco le sue prime parole, che traduco come posso nell’arido latino della Chiesa, fedele al compito che mi avete affidato. Voi sapete chi è Angela, Monsignore, perché mi avete comandato di riferirmi il suo messaggio; ma nessuno ve l’avrà descritta, neppure sommariamente, perché nessuno lo potrebbe. Vi accennerò qualcosa io.

Dicono che Angela sia di carnagione molto scura, che non abbia decoro né grazia; si sa di certo che ignora il latino e il volgare; vive chiusa nella sua cella, acquattata nel buio, invisibile agli sguardi, in attesa che l’estasi le cambi la voce. Strana voce la sua, cavernosa, un po’ sorda. Mi sono abituato a udirla nei miei lunghi giorni di trascrittore, l’orecchio appoggiato alle grate della cella, le ginocchia indolenzite, il foglio fra le dita. A Foligno, lo sapete, è diventata più famosa della più famosa delle sante; ed è per i suoni che la sua bocca fa scaturire dal buio quando è posseduta che io, povero frate, sono stato chiamato da Voi a farle domande sulla creazione del mondo e degli uomini, sulla Verità di Dio e sulla Santità della Chiesa.

Ma in effetti, Monsignore, io stesso non sono sicuro di quello che la mia mano ha trascritto e sottoposto al Vostro giudizio. Mi sembra di essere stato stupido, lacunoso, infedele. E se mi sforzo di ricordare, ricordo meno di nulla: solo alcune parole tronche, bisbigliate in una lingua molto simile al dialetto umbro. Io traduco come posso. Ma nel dialetto di Angela ci sono consonanti aspre, che non formano sillabe, vocali cupe, a cui non so dare un senso, suoni che si mescolano nel buio come colpi sordi.

A me sembra che Angela abbia detto quello che ho riportato qui sopra, all’inizio della lettera, ma c’è anche il rischio che noi – io, come umile servitore, e Voi, come rappresentante della Chiesa – stiamo trattando non con una donna ispirata da Dio, con una santa analfabeta e innocente, ma – oso appena dirlo – con una strega posseduta da una lingua eretica e nuova, che ci parla di un nulla sconosciuto. È il problema che sottopongo alla Vostra attenzione. Io credo di non poter più capire. Io non voglio più capire. So che, comunque, continuando a trascrivere queste visioni, io tradisco chi quelle visioni soffre nell’anima e nel corpo, e non voglio più che questo accada.

Io vi chiedo, Eminenza, di esonerarmi dal mio penosissimo compito, che malamente cerco di assolvere. Preferisco non fare più nulla, essere rimosso dall’incarico, espulso dalla stessa Chiesa se sarà necessario. Se volete sapere qualcosa di più, se le mie parole Vi sembrano quelle di un malato o di un folle, venite in questa cella, dove Angela parla la lingua tronca e tenebrosa di cui Vi mando relazioni, e appoggiate l’orecchio, come faccio io da giorni, a queste grate, calde della sua voce. Allora saprete in quali mari io navigo da solo, e quanto la mia navigazione abbia qualcosa di simile a un annaspare che mai verrà a capo di nulla.

Venite e cercate di capire. Io ho smesso di farlo oggi.Angela è corpo troppo straordinariamente invaso dalla lingua delle sue visioni perché possa tradire con la mia voce la sua insostituibile estasi. Le povere parole che Vi mando oggi con diffidenza – eco della sua lingua notturna – non sono lodi o preghiere. Angela espone il nulla che abita sotto l’immagine rassicurante di Dio: niente ci assicura che un Essere supremo e assoluto le detti quanto noi trascriviamo, a onore della fede cristiana – ma quanto ci detta è certo segno di un inferno che non si sa quanto appartenga al corpo e quanto allo spirito. Ciò che mi pare le crocefigga la carne e le innalzi l’anima è solo un buio ostinato, da vegliare in tutta la sua fierissima tenebra, dentro il quale stare e tacere, e casualmente emettere suoni, singulti, lacrime di parole.

Perciò, prima di perdere la mia fede, prima di vergognarmi della mia impotenza a trattare con un fuoco che non comprendo, che mi occupa le orecchie come voce diabolica, io resto muto.

Vostro frate A.

Lo scrittore Georges Bataille, su un treno affollato di soldati in partenza per la seconda guerra mondiale, legge in traduzione francese Le livre des visions di Angela da Foligno e ne resta conquistato: riporterà notizia di quest’incontro folgorante nel capitolo «La nuit» di Somme athéologique. Alla visionaria di Foligno, vissuta alla fine del XIII secolo, si attribuiscono scritti di diversa natura, oggi conservati nella Biblioteca Comunale di Assisi con il nome di Libro Lelle. Nessuno dei testi è scritto da lei: le sue visioni, dettate in dialetto umbro, sono trascritte in latino ecclesiastico. Diversi i trascrittori e i redattori: dell’ultimo non si conosce nulla, mentre il primo sarebbe un frate minore, celato sotto la sigla A. Riascoltando le proprie parole fissate nella scrittura dei frati, Angela le avrebbe definite da un lato verità e dall’altro truffa e bestemmia.

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*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie tra uomini e donne nella storia e nell’arte, Greco & Greco, Milano, 2018.

NON IMPARARE PIU’. Giuliano Mesa

*I testi sono tratti da: Giuliano Mesa, I loro scritti. Poesie 1985-1991, Quasar Editrice, Roma 1992.

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Didascalie, II

vedi come si muove, vedi

la poiana – sfreccia

come da fama, vedi

per fame

*

senti come s’inoltra, senti

nella terra – talpa

come da sempre, scava

per fame

*

guarda come s’immerge, guarda

nel liquame – biscia

come da fama, striscia

per fame

*

ascolta come cinguetta, ascolta

il passerino – frulla

come da sempre, ascolta

per fame

*

vedi come si muore, guarda

nella vita – vivi

come da fama, morti

per fame

agosto 1989

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Per la racchiusa

6

conosci l’inverno nero

che ci avvolge, fibra rugosa e livida.

Come un inverno nero, intorno alle ossa,

nitidi i pochi pensieri,

non sapere, temere, e ancora

qualcosa per chiedere, come la fretta del buio,

un bel riposo. Non imparare più.

marzo-aprile 1989

Giuliano Mesa

ACCOSTO ASSEMBLO L’IMPOSSIBILE. Ilaria Seclì

Fotografia di Ilaria Seclì

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Rifanno il mondo senza mondo

tue parole a setaccio

le salvo nella scatola dei gioielli

ne cullo i suoni

tengo in serbo sul filo imperlo

parola dopo parola

araucaria balestruccio esuvia

ginepri marini cordolo acetosella.

Accosto assemblo l’impossibile

ricordo voci di fantasma

riscaldo voci morte

tra suoni adamitici

di pioggia che invera e svela

ghirigori di fumo su luci fioche

Paul ritorna da meridiani scuri:

piccolo sorriso amaro

dice il pegno che si paga

la parola fatta eterna

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Ilaria Seclì

PER “CANTAMI O DIVA DEGLI EROI LE OMBRE”. Isabella Bignozzi

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Da dove iniziare a leggere questo romanzo poematico sulle “figure del mito”, Cantami o diva degli eroi le ombre, di Isabella Bignozzi (Edizioni la Lepre, 2023)? In modo rapsodico e diacronico dall’inizio di un capitolo, Itaca:

«Ad alcuni marinai appare un’isola, navigando verso il tramonto. Altri l’hanno cercata a lungo, seguendo le stesse rotte, guardando le costellazioni di notte e orientandomi con i racconti di chi vi era approdato, ma non l’hanno trovata. Eppure non è lontana dalla terraferma. Salendo in alto, sulle pendici del Nerito, si può vedere il continente, oltre un canale di mare. Itaca, si dice, è avvolta da un gioco di correnti, da un ruotare capriccioso di brezze e flussi di vento, che fanno perdere la via. Solo i pescatori e qualche vecchio marinaio sanno come orientare il timone e la vela per tornarvi. Capita di confondersi con le tante isole che, vicine l’una all’altra e chiare di sole fin dal primo albeggiare, ammiccano ai naviganti: Dulichio, Same, Zacinto. Itaca invece ritarda il mattino, rimane nascosta, in ombra. Bassa, ancora bagnata di notte, fugge l’aurora, laggiù in fondo al mare. Poco importa. Non è un’isola importante, ricca di oro o mercanzie. Non è uno scalo necessario. Non vi sono grandi porti in cui comprare ceramiche tinte o gioielli luminosi, né stoffe screziate o tappeti d’oriente. Non vi sono potenti monarchi, né strategiche alleanze, o ricchi fidanzamenti. L’approdo è difficile, ventoso, frastagliato».

Perché ritengo questo “inizio” così esemplare come indicazione di lettura per il romanzo? Perché Isabella Bignozzi ci mostra qui un’Itaca dimessa, sottotono – un semplice e arido pezzo di roccia libero dai miti di Odisseo e dalla poesia di Kavafis. Su questa misura volutamente lieve, rinforzata dallo stile trasparente e neoclassico, Isabella ripercorre i miti e ci riporta le storie, a noi note, di dèi e di eroi, con una leggerezza incantata che le re-illumina. Sta al nostro sguardo seguire questo romanzo-non-romanzo nell’intreccio di storie-miti che ritornano, prime fra tutte l’Iliade e l’Odissea. Leggiamo, dal risvolto di copertina: «La spedizione immensa, basata su un inganno. La guerra infinita, incantesimo che mangia il tempo. Questo romanzo è una rapsodia moderna, che fa rivivere alcuni personaggi omerici e del mito troiano con narrazione obliqua; nel libro respirano miti e leggende eterni, e gli archetipi della vittima e dell’eroe, secondo una prospettiva vicina al Poema della Forza di Simone Weil». Riscrivere storie già scritte, in questi anni estremi della letteratura, è fondamentale: la reinterpretazione del “già detto” è nello sguardo postumo dell’artista che ritrova, oltre la trama antica delle storie, una prospettiva altra, una musica nuova, in questo caso una “musique de chambre” che riconduce dee ed eroi nelle nostre stanze, perché noi possiamo ri-parlare con loro al di là delle parole già lette. L’ìntuito dell’autrice è quello di non affidare l’ultima parola agli eroi, agli dèi e ai loro già noti destini, ma a Simone Weil, evocata in “Perché il forte uccide l’inerme? Simone Weil sulla guerra”, il saggio che conclude il volume. Scrive Isabella, riecheggiando il pensiero di Weil: «L’amore implicito di Dio nella sua forma di amore per il prossimo, è scandalo e insurrezione perché va contro la necessità meccanica che regola l’universo secondo la legge, stabilita dalle stesse soprannaturali sfere, dal prevalere di una creatura sull’altra mediante l’uso della forza».

Nell’epilogo del libro Isabella si identifica con Elena di Sparta e così scrive, come in un racconto apocrifo ma reale: «Non so come ma, a volte, vedo. Attraverso il tempo: foro l’aria, solco lo spazio. Intuisco un’altra me, identica. Come se lei mi lasciasse guardare dai suoi occhi. Ma sono istanti. Allora ecco mura candide, di marmo. Ecco Menelao, il suo dolore, l’accampamento. C’è l’odore dell’esercito, delle latrine. C’è sangue secco nella sabbia, e del legno che brucia, nei roghi, la carne dei morti. In quei momenti mi capita di muovermi su terrazze altissime. So che sono gli spalti di Troia. Sono velata in viso, poco più che un’ombra. Come posso essere tra quelle mura?»

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Isabella Bignozzi ha pubblicato racconti, prose artistiche, testi poetici, saggi e contributi critici su varie riviste letterarie, fra cui “Pangea” e “La foce e la sorgente”. In poesia ha pubblicato Le stelle sopra Rabbah (Transeropa, 2021), e Memorie fluviali (MC edizioni, collana “Gli insetti”, a cura di Pasquale di Palmo); in prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate e Cantami o diva degli eroi le ombre (entrambi per La lepre edizioni).

Isabella Bignozzi

CANZONI DI CORTESE VILLANIA. Mirko Servetti

In memoria di Mirko Servetti (1953-2023)

*I testi sono tratti da Canzoni di cortese villania. Amori Concetti Ri(dis)cordanze, Format Puntoacapo, Novi Ligure, 2008.

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Che io non veda sul tuo volto

quei lenti fragori di luce è ormai decretato

dagli anni trascorsi al gusto forzato

dell’arte sonora tinta dai venti.

Sperduta e stanca andavi tra le genti

con passo insicuro ed ora è scemato

l’agito orgoglioso il mondo è isolato

al tempo in cui complici eran le menti.

Donna scavata con troppa premura

mobile ampolla di vino scorrente

sorta dal buio del sonno irrisolto.

Distante imperfetta instilli calura

fra me dio d’un tempo e il corpo al presente

tu dio che manca di fede e di volto.

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Sembra l’ultima parte del viaggio

un cielo sereno dopo la guerra

che sperse il mio corpo nella tempesta

le nostre allegrie rinacquero a maggio.

Trovammo memoria e insieme coraggio

pazzi di gioia tormammo alla terra

folli d’amore e di vino alla testa

del sole arraffammo l’ultimo raggio.

E poi a nuotare nel fiume più terso

spremendo sidro dai frutti più ghiotti

ché si cospargon di me le acqueforti

e tu che perduta apri all’universo

labbra di carta e amorevoli motti

m’investi ariosa di piccole morti

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Mirko Servetti (1953-2023). In poesia,ha pubblicato: Frammenti in fuga , con Teresio Zaninetti (Lalli Editore, 1981); Quasi sicuramente un’ombra (Forum/Quinta Generazione, 1984); il poema Canti tolemaici (Tracce, in due volumi, 1989 e 1993); L’amor fluido (Bastogi Editrice, 1997); Quotidiane seduzioni (Edizioni del Leone, 2004); Canzoni di cortese villania (Puntoacapo Editrice, 2008); Terra bruciata di mezzo – fra Vespero e Lucifero (Matisklo Edizioni, 2013, e-book); Indefinito canone (Matisklo Edizioni, 2016); Uomini in fiamme, con Carlo Di Francescantonio (Ensemble, 2018).

Mirko Servetti

LÁ-BAS. Dario Capello

Nota su Galassie parallele di Marco Ercolani, Il Canneto edizioni, Genova, 2019.

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Galassie parallele sono quelle che costellano opere di artisti “outsiders”, quindi eccentrici, discordanti. Tutti riuniti nel segno della vertigine. Vertigine dell’origine, del ritorno di un senso che è costretto a passare per il sotterraneo, per il sole nero dell’insonnia. Figure agitate da colpi e contraccolpi, serbatoi di un’energia esplosiva, sempre a contatto col fantastico e con la sua febbre. Una sfilata di identità vacillanti, colte al centro del loro turbinio, quando i corpi si flettono sotto al peso.

Davvero enciclopedico in questo libro è il dispiegamento dei saperi che spaziano per ogni dove. Marco Ercolani scava con la sua scrittura acuminata nell’intreccio tra destino e opera, in prospettiva fenomenologica e, nello stesso tempo, dialoga con amici lontani, lunari quanto basta per aver sperimentato le raffiche della “tempesta emotiva” e dell’invasione dell’ombra.

Ne escono “frammenti di un discorso amoroso”: pensieri , schegge di biografie, luoghi, occasioni, figure snervate e inquiete. Impossibile nominarle tutte. Cervantes, Micheaux, Giacometti, Hugo Wolf, Glenn Gould, Lorenzo Calogero, Dino Campana, tanto per citare alcuni estremi della catena. Una cavalcata, quella di Ercolani, che travalica i canoni della saggistica. Una rapsodia delle svariate forme dell’arte o meglio, un più libero “ricercare”.

Marco Ercolani vuol rompere quel cerchio di solitudine che racchiude ogni opera d’arte Vuole entrare, varcare la soglia del “mistero senza enigma”, risuonare empaticamente, a specchio. A specchio della sua propria esistenza. Tutto palpita e si corrisponde in queste GALASSIE PARALLELE. E’ sempre un incontro sotterraneo, da anima a anima, quel che muove e sollecita la scrittura, la ricerca della parola-pensiero. Tutto quello che Marco annota nella prosa di Leopardi, la “mobilità nervosa delle parole”, la “germinazione naturale del pensiero”, il “cammino all’aperto” è lo stesso segno, la cifra e il carattere della sua propria scrittura vibrante.

Di sotto, là-bas, c’è un poeta.