

Camera marea
Noi dobbiamo essere coloro che resistono.
Albert Camus
- Camera marea
Guarda verso di noi,
non si accontenta di illuminare,
ci possiede.
Grida nell’aria,
di animale o fantasma,
lui cambia forma: inenarrabili
magie del sole nel corso lungo
del giorno.
Nulla accade che non diventi, dopo,
parola, anche
se straziata da lutti
muti.
Camera marea,
dentro lo scoglio, fra onda e onda:
nel tempo del sonno, fuori dal mondo,
sprofondiamo.
La nebbia siamo noi, il modo come vediamo,
mai unico.
Di cosa siamo custodi?
Del corpo mai identico, delle menti addolorate:
è come essere davanti al muro crivellato,
bisogna andar via, lo sappiamo, le vittime
non ci sono più, perché restare?
Ma nasce una qualche paura
a lasciare quel muro solo,
è con le sue cicatrici
che vogliamo il nostro sguardo,
lo possiamo ancora
lenire, non si sa da cosa,
tutto è già accaduto;
ma non si va ancora via,
si guardano le schegge, i buchi, le crepe
(perché non chiamarle ferite?),
si pensa a scene di battaglia, con bambini uccisi,
a scene di festa dove furono felici,
vivendo metamorfosi e mascheramenti,
come a leggere i libri di una biblioteca
bandita da ogni legge.
I simboli della nostra nebbia:
gli strumenti per dissiparla.
Camera marea:
vorrei scrivere, invece
leggo parole
giovani anche nel dolore.
Pronunciarle è inoltrarsi,
ammutolire stremati:
buio agli occhi, vertigine, ronzio,
respiro che manca.
Torna segreto il sole dei confini.
Si piange nelle frasi ritrovate in lettere
sepolte, mai spedite.
Ora aprono i cancelli: che almeno l’aria salga.
Ma del vento no, nessuna traccia.
Lo avremmo desiderato ma i giorni erano gelidi.
Meglio non soffi.
Prima, spiegava le cose segrete il sole:
ora le radici notturne sono tornate
ed è questa la nuova musica, bisbigliata
da un cielo che smette di capirci.
Il buio dell’andare.
Dove arriveremo,
senza mentire?
Chi resiste, cerca una calma vera.
Le mani restano
nell’aria che modelliamo correndo,
sospinti sull’orlo come onde.
Le vertigini smuovono teste.
Il non detto è
sole acuto,
luce già scintillata.
freccia protetta dall’aria che attende.
Qualcosa di futuro
risponda.
Una parola rapita dalla gioia. Il dono.
I lunghi cerchi d’acqua; i capelli,
le carezze.
Si scrive nella gioia, dopo il sonno. La luce
trasfigura le nuvole. Non più,
perché non sarà più buio.
Qui c’è un maestoso sole dicembrino.
Io mi sveglio spesso in queste notti,
ho un sonno inquieto.
Su un albero dalle foglie leggere
una comincia a vibrare,
come ci fosse un altro vento.
Rimbombano le cascate che non vedo.
Si tace, le mani abbandonate: gli occhi,
sono domande nel buio, lavorano
un segreto.
Pericoloso il mare, la neve sulla spiaggia.
Risalgo gli scalini ghiacciati.
Vedremo burrasche ma i miei occhi
sono te.
La torre è alta. Partiamo.
Il bianco che le onde lasciano alla notte
non è deserto:
se ci avvolge l’ipnosi
servono ancòra le fitte d’ombra dei versi?
serve ancora deporre segni
come nere teste su lenzuoli bianchi?
Torre camera marea.
Parliamo da qui. Insperabile,
la voce ha qualcosa di terrestre,
ancòra.
**
2. Un ago esatto
Che sia un ago esatto il morire
in questo nero.
Nessuna notte complichi
il passaggio:
il mondo sia cavo senza di noi,
paradiso e buio, e in quella cavità
passino risonanze che, a udirle,
la vita tornerebbe
scheggia,
come al primo respiro.
Anche se il corpo è impacciato
la grazia lenta resiste
nel sorriso presente nei piedi snelli
nelle mani sottili sei
immortale: nel nostro
paesaggio piccolo
sospendo il gesto dell’addio
la gioia di non essere più io
perché fino a quando sono io
vedrò
te.
Sul bordo del sonno abiti.
Se dormi
subisci il mio sguardo,
la carezza priva di mani,
irreparabilmente luminosa.
Non ci guardiamo più?
Ci guardiamo,
tu alta sopra di me
gridando di gioia come mai nessuna
colmando tutta l’aria fra di noi
e colma sei di me
dopo decenni non sa
sparire il tuo grido
resta dentro l’aria
che respiravo e respirerò.
Ma oggi
chiudo la terra dove fui scrittore.
Sono la punta esatta dell’ago.
Quel vento che nessuno dimentica
è fra alberi e correnti e
osiamo chiamarlo,
senza di lui saremmo
figure staccate dall’affresco
smorfie di santi
guerrieri addormentati,
senza il vento che libera
dalle tombe del pensiero
noi non saremmo,
e chi dimentica che lui fu con noi?
Morti lo sogniamo
ancora, ma quando la vita
è già donata
e opere e persone
sono segnate dal dono,
perché respirare?
Sopravvivere troppo
è cancellare la vita buona
sostituirla
con l’assurda terapia:
rianimare il quasi morto
fingendolo immagine di noi.
Se verso l’alto, almeno,
muovessimo le braccia…
Ma annaspiamo non sapendo
se scendere o salire,
molti soli attorno a noi
e una sola luna…
In un sonno segreto
sei guardata, contemplando
la notte a occhi chiusi,
sasso piuma terraferma,
e l’odore del mare
essendo lontano il mare.
Respirare in cima alle onde,
dicevi,
esserne accarezzati,
pensare
alla pianta degli abissi,
solo a quella, mentre affiora.
Impara, dicevi,
a strappare tutte le poesie.
Ha senso solo quella calma di vento,
quella nuda, muta di scritture,
sapienza.
Impara, dicevi,
ma non sapevi cosa.
(M.E.)
*Disegni di Marco Locci
