RICETTE PER L’INVERNO DAL COLLETTIVO. Louise Glück

(Edizioni il Saggiatore 2022, traduzione di Massimo Bacigalupo)

nota di lettura di Danila Boggiano

Tutta calata nella lucida consapevolezza che le è connaturata, in questa raccolta Louise Glück guarda il tempo, lo coglie nella sua quasi risolta estraneità e lo rinomina con il nome di morte, dopo averla distolta qui dal suo ruolo di ansiosa interlocutrice e ineludibile compagna di vita, ma chiamata piuttosto a sovrapporsi al pensiero e alla parola. E allora ecco la necessità di ricorrere alla formulazione, quasi un modo correttivo del sentire, di istruzioni-ricette per sopravvivere. Certo, gli ingredienti sono tutti invernali, l’alto monte di ghiaccio, il buio, le foglie morte, gli scalini di pietra, il vento che non solleva ma trascina via, le perdite, la donna dal capo reclinato nell’indifferenza degli altri ospiti in quella che sembra una prova generale di morte, eppure, tra neve e ghiaccio, nei giorni di dicembre, il tempo è ancora guardato con la stessa tenerezza che passa tra le mani unite del ragazzo e della ragazza incontrati nel primo testo: loro sì, sanno scalare quel monte e si fermano “solo per mangiare dei frutti di bosco in un piattino / dipinto con immagini di uccelli” e, assecondando quell’immagine, volano via. Come il tempo.

Ma, benché a noi queste cose non siano concesse, quasi un’esclusione a priori dalla possibilità di amore, la memoria si concede il gioco tra i suoi stessi fili e va in cerca con casuale levità di qualcosa che ancora brilli, una notte trascorsa nell’aranceto di un albergo, la pioggia di cioccolatini avvolti nella carta stagnola lanciati da una mano amata, un arcobaleno di bambini che sguazzano nel lago, come a riscattare quel diario di viaggio ormai quasi concluso ma che il portiere dell’albergo, sorta di sguardo prospettico, punto di salvezza nel naufragio delle cose, ancora evoca. Perché quelle antiche pagine, ora che lei ha “cessato di creare cose” e questa è prossimità alla morte, vivono nel ricordo di lui che le ha ascoltate e smentiscono il senso convenzionale dell’orologio tenuto nella mano, dato piuttosto dal mutare della mano stessa.

E allora eccolo, il tempo, trascurato nella sua banalità, entrare in quel punto – o dallo stesso uscire – dove ancora deve accadere, dove le parole ancora devono essere dette, dove i vecchi sanno sconfiggere l’inverno andando in cerca, con tenacia e fatica, di muschio e, dopo averlo fatto fermentare e opportunamente trattato, rendono possibile quel “panino invernale rinvigorente” che non è buono ma che tutti noi mangiamo per non morire, come il pane del dolore nel deserto. A ogni popolo, a ogni individuo, è dato il suo deserto, la sua epica più o meno dolorosa. Così, per quel pane riempito di muschio grazie alla pazienza e alla fantasia di uomini e donne che si susseguono di epoca in epoca – credo sia questo il senso del”collettivo” – al tempo è reso il Buono che lo riguarda, del tempo è messo in evidenza il filo d’oro che lo attraversa e che incessantemente confluisce sul piccolo albero del futuro, le nuove forme che richiedono cura, vita che ancora e sempre è proclamata, essa stessa di sé nutrimento.

Certo è faticoso curare gli alberelli, occorre scegliere il vaso che li contenga – Louise sceglie una coppa di porcellana ereditata dalla nonna – e fare i conti con l’impeto del vento e l’esubero della luce e la stessa natura mortale dell’albero e la provvisorietà dei suoi contorni. L’amica che dovrebbe definirli ha infatti posato le cesoie: è morta? ha interrotto l’amicizia? o in lei è raffigurato il gesto della divinità che ci ha scagliati nella vita e ci ha lasciati alla nostra libertà, come nell’“Iris selvatico” i fiori? Ma, in qualche modo, sotto l’aspetto di una qualche forma, il piccolo pino nutrito dal muschio, protetto dalla coppa, brilla e cresce, vivo nel suo destino di morte, dal momento che “tutto alla fine muore” e “una morte in miniatura non c’è”. “Come l’uomo nell’universo”, benché a chi quel piccolo pino tiene tra le mani non sia concessa la potatura: solo dall’altro – amica, amore, dio – può essere tratto il senso della sua definizione.

Ed è con questa consapevolezza di necessità di relazione che il viaggio nella memoria prosegue attraverso ambienti e figure che riguardano antichi affetti, una panca, stanze, un’auto, l’amica delle cesoie, forse, la sorella, la madre, la zia, come una nuova possibilità di riscrivere la vita, visto che nessuno vive più che possa ricordare Louise bambina, così nei testi Viaggio invernale e Pensieri notturni. Ma chi mai potrà riscrivere una storia sino alla fine, o dall’inizio, chi mai “potrà sapere / se abbiamo già avuto esperienza della fine”, si domanda una “lei” caduta improvvisamente sulle pagine di Una storia non finita mentre sta raccontando una favola su una ragazza che ha subìto la metamorfosi in uccello, in una sorta di spirale in cui sembra impigliarsi il tempo e il racconto-viaggio, e in cui vedo rispecchiarsi il volo del primo testo e dei ragazzi, sul versante dell’amore, e degli uccelli disegnati-costretti sul piattino, sul versante della morte. “Non sapremo mai / se la storia doveva essere / un avvertimento o magari una storia d’amore / in quanto è stata interrotta”. Si resta nel vortice del naufragio, mentre il sole va calando e gli olmi allungano le loro ombre sull’erba e nell’aria vaga il desiderio di conoscere la storia sino alla fine, con la speranza che sia “una storia d’amore vera / se per amore intendiamo come eravamo da giovani / come se il tempo proprio non esistesse”.

Tuttavia il tempo ha una sua esistenza, un qualche principio lo incarna, si muove a una banale festa del presidente, “simpaticamente” nel sole sulla neve, e torna nuvola e minaccia, va incontro all’autunno, si accende e si spegne nella fiaccola che passa tra il corpo e la mente, lasciandoci alla speranza del suo tremolio, della sua reversibilità, ed è simile al rocchetto di filo che il bambino allontana e avvicina mentre la madre è lontana nel “fort/da, fort/da” di Freud, come nel testo Autunno.

Con lo stesso andamento il vento va e viene tra i pensieri, fa scaturire suggestioni dalle cose, mescola le foglie cadute e richiama antichi personaggi incontrati in raccolte precedenti, come il pittore di Notte fedele e virtuosa, si addensa agli angoli scuri delle tele e sembra eludere il soggetto disegnato al centro, tutto teso, come il pittore maestro e Louise l’allieva, alle sfumature. Perché il sole sta tramontando e le cose sembrano galleggiare tra la luce e il buio. “Non c’è abbastanza notte” – dice lei – “Nella notte posso vedere la mia anima”, benché la consapevolezza che tutto è già finito in quanto presto finirà (così nel testo Una frase), sembri rendere inutile anche la possibilità di questo sguardo. Resta il candore apparentemente gioioso di Una storia per bambini, dove re e regina e piccole principesse fanno ritorno in città dalla campagna cantando nell’auto la coniugazione del verbo “essere” mentre fuori la giornata va facendosi triste nelle immagini perdute di pascoli e mucche.

Quanti modi del lutto sa inventare Louise, quante ferite ancora sanguinano sotto la sua apparente rassegnazione, e quanti nascosti impervi sentieri svela il suo stravagante procedere… Ma anche quanti sorprendenti espedienti trova per dirci che, certo, è inverno, che dovremo accontentarci del pane del dolore, ma che c’è anche un certo Leo Cruz – il personaggio di una serie televisiva? – e le sta insegnando i nomi delle erbe del deserto e proprio nel deserto ha allestito un forno dove cuoce splendide porcellane. Come resistere alla tentazione di utilizzare quelle erbe per prepararci nuove ricette per l’inverno e quelle coppe bianche che lui va cuocendo come vasi per i bonsai? Un sogno?

Eppure noi con lei, siamo contenti di sognare che il fuoco è ancora vivo.

Louise Elisabeth Glück (fotografia di Katherine Wolkoff)

Louise Elisabeth Glück, poeta (Nobel per la letteratura, 2020). I suoi libri tradotti in italiano sono: L’iris selvatico (Giano, 2003), Averno (Dante & Descartes, 2019, Il Saggiatore, 2020), Ararat (Il Saggiatore, 2020), Notte fedele e virtuosa (ivi, 2021), Ricette per l’inverno dal collettivo (ivi, 2022). Con l’eccezione di Ararat, tradotto da Bianca Tarozzi, tutti i volumi sono a cura di Massimo Bacigalupo.

Danila Boggiano è nata e vive a Sestri Levante. Si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. Pubblica Piccole foglie e sparse (San Marco dei Giustiniani 1997); La pazienza del tempo, (Sabatelli 1999); La tessitrice di vento (Le mani 2004); Amorosi sentieri (Bastogi 2008); Inconsapevole musa (San Marco dei Giustiniani 2010); Sibille (Oltre edizioni, 2020); In tenerezza declina il vento (San Marco dei Giustiniani, 2021).

OBIETTIVO ONU. Gianfranco Uber

Putin si era dimenticato di salutare Il Segretario Generale dell’ ONU Gutierrez che il giorno prima si era recato  a Mosca per sollecitare se non proprio un accordo almeno una sospensione del conflitto. Lo ha fatto ieri inviandogli un avvertimento, certamente non indirizzato a lui personalmente ma ad un’Istituzione che, con le attuali regole, non ha nemmeno la possibilità di reagire.

A GRANDEZZA NATURALE. Raffaella Fazio

Raffaela Fazio

Le poesie qui raccolte sono state scelte essenzialmente per un motivo: si tratta di quelle che, a mio parere, hanno mantenuto l’urgenza iniziale camminando sulla corda tesa, dal passato fino ad oggi. Alcune sono arrivate pressoché immutate, altre hanno attraversato una riscrittura, soprattutto sul piano formale, raramente a livello d’intenzione. Diverse erano state pubblicate in libri ormai introvabili. Ho desiderato riproporle adesso, leggendole in maniera unitaria, dopo aver scoperto con una certa sorpresa i tratti nei quali è affiorato, a distanza di anni, un disegno complessivo, che è insieme memoria e apertura, rilancio. (R.F.)

La scelta di una parola poetica intessuta dentro un lessico semplice non è una scelta minimale. La lingua, scarna e minimale, di Raffaela Fazio è il contrario di una lingua “barocca” che procede per accumuli e analogie. Il poeta vuole consapevolmente elevare il minimo di maschere fra il suo io e l’espressione dell’io in versi: la presenza evidente e perturbante è quella del corpo umano, come sorgente affettiva. “Le tenebre plurali” e la “notte unica” sono l’essenza del pensiero poetico, sostanzialmente illuminista. La “notte unica” è la psicosi dell’uomo. Le “tenebre plurali” la libertà dell’uomo che germina da quella notte, il venire a patti con i soprassalti delle sue verità. Proprio nell’illuminare la sua notte Raffaela Fazio cerca la pluralità delle tenebre, la volontà molteplice di fare luce leggendo la propria noche obscura. “E poi leggere le cose / a voce alta, vedi / perché si alzino in piedi / in punta di piedi”. (M.E.)

Paul Klee, Frutti sul rosso

Campo spietrato

questo silenzio

in cui dissiparmi

senza alcuno spreco.

*

Sono piccole le parole

di difficile incastro.

Intente a farsi perdonare

il loro altrove

e di aver finto (senza pudore)

di essere le nostre.

*

Piantato contro i loquaci 

mi piace  

l’albero che non prende forma

ma segue il respiro del cielo

e del cielo culla

instancabile 

l’orma. 

*

Scartare

nel fruscio delle ore

fino al dettaglio che in disparte

coglie la luce in punta al dolore

come nel nastro logoro, sbiadito

il ricciolo perfetto, fatto

col più maldestro tagliacarte.

*

A metà tragitto, gli oggetti

sono più piccoli:

lasciano il mondo intatto, in attesa.

Hanno la bellezza dell’arresa

alle esili cadenze dei fatti

e all’inessenziale forza

delle circostanze.

*

Sillabare.

Quando si crede che la linea è finita

bisogna ricominciare.

Imparare di nuovo

a lasciarsi cadere

sulle labbra il suono.

E poi leggere le cose

a voce alta, vedi

perché si alzino in piedi.

In punta di piedi.

*

Che strana forza il sonno

che ti rapisce al mondo.

Che strana forza il pianto

che ti rapisce al sonno.

Che strana forza la forza

che mi concedi

quando né al mondo né al sonno

cedi

ma sul mio petto.

D’un tratto mi riconosci

e di me ti avvolgi.

Mentre ti cullo cresci

oltre i recinti e le siepi bugiarde.

In spazi di istinti

dove non ho ricordi.

(per Juliette, 2008)

*

E poi mi toglie il fiato

sentirmi

un ciottolo sbiancato sulla riva

del tempo che hai davanti

inespugnato.

(per Juliette, 2008)

*

Vedere la tua mano che cresce

l’attaccatura dei capelli che si sposta

il rimbalzo che di colpo ha una parola

e poi sentirti nelle braccia più pesante

e sentire che è leggero eternamente

il mio non sapere

finalmente.

(per Juliette, 2008)

*

La vita non si vede a occhio nudo.

Perché si mostri chiede

che il fascio dei desideri passi

da una sottile lente, placenta

del dolore.

*

Vertigine, tranello

della mente:

ho creduto che il tuo occhio

potesse contenermi interamente.

Ma niente è mai possesso

comprensione, piuttosto

la caduta

di un angelo ribelle

che muove la pupilla.

E entrambi ci denuda.

L’intuito è questo schianto,

no,

è il vuoto che precede.

*

Forse per te

sono l’alone al muro

lasciato dalla cosa quando è tolta.

Ma forse tra visione e forzatura

a volte sono il limite risolto.

*

Indifesa, boscosa la notte

confonde le tracce.

Sulle labbra scatta

la tagliola di un affronto.

E tutto il corpo è preso

in quella morsa:

da sola la ferita si fa sangue.

Ma poi riemergono 

le forme, gli alti fusti.

Smettiamo di parlare. 

È un allungarsi di ombre nella luce.

Le accuse, la paura

non valgono più niente.

Ci basta il desiderio

a renderci innocenti.

*

Un niente

ci separa, un momento

in anticipo o in ritardo

su se stesso.

Non so il sapore

che il pane oppure l’aria

ti lascia sul palato.

Non so su quale mare

avviene

il raro avvistamento.

Per quanto io ti guardi

non so come seguirti

ora che muori.

*

Non abiterai il mio destino.

Ma quando sarò forte

non spierò più il gesto e l’ora.

Ti dirò soltanto: la chiave

è sotto lo zerbino.

*

Credo.

Credo che il giorno già viene.

Ma non lo vedo.

Né credo

sarà un profilarsi di ordito.

Piuttosto credo

in un rado, stupito

disfarsi di nodi.

**

I testi sono tratti da: Raffaela Fazio, A grandezza naturale (poesie 2008-2018), Arcipelago Itaca, 2020.

Paul Klee, Giardino di rose

Raffaela Fazio (Arezzo 1971) ha trascorso dieci anni in vari paesi europei prima di stabilirsi a Roma, dove lavora come traduttrice. I campi di cui si occupa, oltre alle lingue, sono la poesia e l’iconografia cristiana. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni. Tra le ultime raccolte di poesia: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015); Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017); L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018); Midbar (Raffaelli Editore, 2019); Tropaion (puntoacapo Editrice, 2020); A grandezza naturale 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020); Meccanica dei solidi. Solid Mechanics (puntoacapo Editrice, 2021); Un’ossatura per il volo (Raffaelli Editore, 2021). Ha tradotto dal tedesco Rainer Maria Rilke (Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore, Marco Saya Edizioni, 2020), e dall’inglese Edgar Allan Poe (Nevermore. Poesie di un Altrove, Marco Saya Edizioni, 2021). 

NODI DEL CUORE

di Marco Ercolani e Lucetta Frisa


NODI DEL CUORE

Jonathan Swift e Esther Johnson

Londra, maggio 1713

Intingo la penna in un inchiostro che, quando sarà visto dai tuoi occhi, avrà già mutato colore. E i caratteri delle mie parole saranno pollini dispersi nella carta, che attendono l’arrivo delle api. Hai mai osservato come le api succhiano il loro nettare proprio dai libri che le giovinette lasciano spalancati nell’ora del tramonto, quando, docili all’autorità severa del padre, restano a leggere frasi interminabili sull’educazione domestica e sul decoro familiare? È allora che le parole cominciano a giocare dentro le frasi, a sciamare dagli occhi alla carta, rapite da un vento turbinoso e profumato; e così, dalla grandi vetrate aperte, entrano le api e cominciano a volare sui libri. Allora nasce il sogno e tutto diventa bizzarro: la casa enorme si fa piccola come un’arnia, i sogni appena pensati grandi come giganti, e passa, per incanto, il male che stringe le tempie. È da giorni che mi reggo la testa e desidero che un’ape curiosa me la svuoti dalla vertigine e poi, come una zucca di cartapesta, la faccia rotolare nel mondo.

Jonathan

***

Oh mio caro, mi piace

l’immagine dell’ape

è regale e feconda

ma non solo di sogni:

l’ape punge e fa male.

Mi piace

rovesciare il gioco:

fra tante api c’è un fuco

così pasciuto

che nel piacere condisce il dispiacere.

Per lui il miele è fiele.

Così questi nostri giochi

di sfrenate parole

sono piccoli fuochi

fatui di cimitero.

Stella

***

C’è un regno, Stella, in cui le persone si chiamano Messaggeri e vestono di rosso o di giallo, quando devono annunciare eventi lieti come nozze o battesimi, e di grigio e di nero, quando devono portare notizie luttuose o messaggi d’addio.

È singolare, in questo regno di cui Missiva è la capitale, il modo con cui i Messaggeri rossi o gialli si comportano durante il cammino: si schiaffeggiano, si azzuffano, rotolano nelle pozzanghere, e quando arrivano a destinazione il messaggio è irrimediabilmente sporco e confuso, come se nozze o battesimi fossero eventi insensati.

Noto, al contrario, con quanta naturalezza i Messaggeri grigi o neri percorrano la strada con andamento diritto e maestoso, senza lasciarsi distrarre da nulla, e arrivino a destinazione con puntualità straordinaria, senza ritardare un minuto.

Il lutto si addice a chi lo riceve, Stella: forse i vivi, che non sanno perché vivono, vogliono essere consolati da un dolore reale, per non piangere dei propri fantasmi.

J.

***

La ragione, mio caro,

è che nel regno di Missiva

non nasce la bella oliva

perché l’aria sa di bara.

C’era una volta un ragazzo

che credendosi a Children Road

si perse nella sabbia

della rabbia.

Tu sai mio dolce amico

come nel regno del Senso

tutto è tetro e melenso.

Nel Nonsenso invece

ciò che non penso dico

ciò che non dico penso:

e la pece

si muta in pace

la pena

in pane

il deserto

in dessert

la rabbia in Arabia

e la bara in birra da bere.

S.

***

Oh Stella piccolina, sappi che, se lo vogliamo, c’è sempre un’isola sospesa in un nembo di cirri, appena poche miglia sopra la crosta della terra, è una macchina asciutta, aguzza, ventosa, che assorbe le passioni umane, prosciuga i sentimenti appiccicosi: è una bocca fresca, una cavità oscura a cui salgono tutte le passioni in eccesso, i fumi di tutte le emozioni e i camini e le cloache della città; e, dall’altra parte, ne escono, purificati, i raggi silenziosi, i freddi raggi lunari. Oh fossimo insieme su quell’isola, Estrella – l’isola che ci toglie dal dolore degli incontri e degli addii, dalle parole inutili, dagli squallidi malintesi – l’oasi in cui il mondo si svuota del mondo e anche la fangosa Londra diventa un’isola senza frastuoni e senza fetori, una felice radura, un’oasi placida e chiara che mi guarisce dalla vertigine…

J.

***

L’isola scioglie i nodi

dalla terra si staccano chiodi:

obblighi regole modi

maniere malanni e sudore.

Caro, perché non snodi

il tuo aggrovigliato cuore

di lilliput col mal di testa?

Gira gira la luna

l’ago non ha più cruna

giro giro tondo

nella mano il mondo:

Gulliver lo frantuma.

Gira gira la terra

ogni nodo è guerra

gira gira la testa

e ago e terra e cruna

danzano in festa.

E volerai sulla tua isola bella

dove tutto è grande e lieve,

ma resta qui

il tuo nodo

a Stella.

S.

***

Sì, Stella, le proporzioni possono cambiare e un bicchiere di quattro centimetri eccolo grande come un lago e la carta con cui ti scrivo eccola prato e questo piatto di roastbeef fumante cratere di vulcano. Se solo, mia cara, fossi alta un metro di più e io uno in meno, si parlerebbe di Jonathan il nano e della gigantessa Stella, che si esibiscono nello strampalato teatro di qualche Isola Volante.

E’ il nodo della questione o una questione di nodi? Quanti legano la terra al cielo! Nelle stelle gli astronomi leggono nodi, come nelle orbite dei pianeti e nel moto degli astri. E i matematici dicono che nodo è il punto della curva in cui le tangenti sono reali e distinte (come le nostre vite, mia cara?). E non è forse vero che i nodi dei tessuti e dei nervi attaccano le ossa alla pelle, perché l’illusione della vita resista, e lo stesso cervello è il primo nodo di un labirinto che, nel tempo del suo dipanarsi, chiameremo destino?

J.

***

A chi basta

di sole parole scritte

una missiva?

C’è chi vuole

le labbra sulle labbra

e la voce viva.

S.

***

Stellina mia, non temere, non ti lascerò più sola troppo a lungo. Mi snodo da un mondo troppo greve senza di te. Londra certo non brulica di uomini-uccello: sono rari come arabe fenici. Ma esistono, sai?, e io sono uno di loro. Domani – sta’ sicura – volerò da te. Sarò aquila o moscerino? Nano o gigante? E tu, sarai cattiva o buona con me?

A domani, dunque.

Tuo J.

***

Domani, domani,

parole o mani

il tuo corpo o i sogni?

Domani,

terra o luna

il cuore senza bisogni?

Sarò cattiva o buona

sarai nano o gigante

quante parole quante.

Domani

ti parlerò di figli

e mi risponderai fogli

ti chiederò mi sposi?

mi parlerai offeso

del peso

del tuo naso.

Ma mi dirai che m’ami

e ti dirò che menti

e devi darmi un segno:

fra nodi e snodi

mi ami o mi odi?

Mi vuoi o non mi vuoi?

Non mi odi ma…

non mi odi.

E dammi questo segno!

Domani?

Sorry, proprio domani

domani ho un impegno.

Esther Johnson

**

Fra il 1710 e il 1713, dieci anni prima della stesura dei Viaggi di Gulliver, Jonathan Swift scrive un Journal a Stella, famoso per i suoi appunti di vita londinese e l’uso di un linguaggio infantile, composto di calembours e di nonsense. «Stella» è Esther Johnson, conosciuta da Swift quando lavorava a Londra come segretario di un noto politico inglese. Stella amò Swift per tutta la vita, nonostante l’equivoca e tormentosa relazione che lo scrittore intratteneva con un”altra Esther: Esther Vanhomrigh, detta “Vanessa”.

Jonathan Swift
Esther Johnson

Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Nodi del cuore, con postfazione di Franco Rella, Greco & Greco, Milano 2000.


UN SOLITARIO OMBROSO. Campana, Novaro

[Torino, 10 marzo 1915]

Egregio Signore,

perdoni se non ottenendo risposta e dovendo partire io mi permetto ancora d’annoiarla; vorrei chiederle se lei è disposto ad accettare la mia collaborazione alla sua pregiata rivista, e quale sorte ha avuto quella breve poesia che le inviai. È un pezzo che è in viaggio quella sciocchezza. La diedi prima a Sbarbaro che mi scrisse di avergliela già inviata e raccomandata. Poi Sbarbaro mi scrisse un’altra lettera scusandosi di avermi ingannato, dicendomi che non aveva inviato nulla ed esortandomi a inviarla io stesso. Questa maniera di agire da parte di chi mi si dichiarava amico mi ha stupito oltremodo. Perdono quindi: io sono un solitario ombroso e davanti al suo silenzio temo di essere vittima dei gretti intriganti che ho imparato a conoscere a Firenze e altrove. Ho qualche amico, qui a Torino (signor Orlandi, signor Francini – Gazzetta del Popolo – Torino) che sarebbero felici di rendermi servizio smentendo le solite canaglie. Quanto alla capacità, giacché mi sembra necessario, mi permetterà di citarle La Tribuna 13 febbraio (Emilio Cecchi) La Voce 1 dicembre 1914 (Giuseppe de Robertis) Il Giornale del Mattino 25 dicembre 1914 (Bino Binazzi) che parlano di me. Mi perdoni egregio signore se mi sono ingannato e se si tratta di una cestinazione pura e semplice, davanti al quale caso io non avrei che da inchinarmi e tentare la sorte con altro componimento.

Mi creda dev.mo

Dino Campana

Torino – fermo posta

*Il testo è tratto da: Lettere a “La Riviera ligure”, volume V 1914-1915, a cura di Stefano Giordanelli e Veronica Pesce, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2021.

Dino Campana
Mario Novaro

I-IX. Gian Paolo Guerini

2022. Le edizioni Diaforia pubblicano la prima parte del romanzo di Gian Paolo Guerini I-X dal primo al senza numero, con presentazione di Daniele Poletti e divagazione di Raffaele Perrotta. Il romanzo, negli anni Ottanta, era stato letto da Nanni Cagnone per le edizioni Coliseum. Un frammento è apparso per la rivista “La foce e la sorgente” (numero 1, seconda serie, gennaio-giugno 2019), con il titolo I-X (le prime le ultime sette pagine).

Da una lettera di Nanni Cagnone: “Quanto a te, sei come sempre prodigioso. Sono contento che tu sia, nel tempo presente, un così raro e meritato eretico”.

Gian Paolo Guerini (foto degli anni Settanta)

PERCEZIONE E PENSIERO. Angelo Lumelli

La poesia corre pericoli diversi e terribili, primo fra tutti le sue mani mozze, senza il linguaggio che porta il linguaggio a parlare.

Non è strano: la poesia è senza parole. Le poche che trova, la catturano interamente, senza lasciarle nemmeno una sillaba per farsi sentire.

**

3.9

Tutte le percezioni vanno a finire in niente. Vera sostanza di ogni corpo si inabissavano con lui. All’esterno, appena fuori dalla pelle, non possono sopravvivere.

Ci sono alleanze specifiche per trasmettere le percezioni, le quali mai arrivano tal quali in un altro essere, ma ne generano di nuove, in forma di risposta. Meglio che niente.

L’ascolto dell’eco è una professione vera e propria, una tecnica per studiare le distorsioni, talvolta voci sublimi. L’amore è il luogo depurato per queste migrazioni sensibili, cassa armonica che trasforma il tatto in suono. Il rapporto delle percezioni con il pensiero passa dalla collaborazione al conflitto.

Il pensiero è arrivato tardi, quando il più era fatto. Il pensiero è arrivato a scombinare, altri dicono a risolvere il tutto pieno del percepire; è piombato su quella comunità senza scampo e ha generato il primo vero vuoto.

La creazione del vuoto è il suo grande merito, tanto che per questo lo onoriamo, portando infiniti doni di vita a colui che l’ha ridotta entro confini dicibili, con l’assenza in agguato. La vita sembra avere bisogno di questo limite, dal quale sfuggire brevemente, con scene memorabili, come una strega che cavalca la sua scopa, verso cieli obliqui. Ogni percezione, da allora, fu una percezione monitorata con il cronometro, come l’arrivo di un lontano profumo di focaccia durante l’interrogazione di matematica.

La percezione, con la sua dovizia di particolari, con le improvvisazioni continue, fa di tutto per diventare sospetta a fronte dell’ordine misurato, il quale tollera malamente questi arrivi imprevisti, ricordo di un tempo magnifico e oscuro, sovrabbondante, seminatore a piene mani di semi caduchi.

Per gli uomini la percezione giusta e conforme all’umano consiste nel suo immediato ricordo, un modo per lasciarla alle spalle con mezzi incruenti. Questo è l’allenamento di base per affrontare ogni altro distacco.

Il pensiero sorride compiaciuto. Non potendo comunicare direttamente le percezioni e non tutti avendo tempo di ascoltare l’eco che si allontana, sprofondando nell’altra persona, come un nulla di fatto, si producono, fra i corpi, distanze insanabili, alla pari di offese, risolte talvolta in contatti furiosi, come per rinnegare l’unico inconveniente.

Qualcosa di geniale è stato comunque escogitato per limitare i danni: le percezioni vengono trasformate in segni attraverso una mimica molto buffa o second l’are strabiliante delle metafore, come quelle che troviamo nelle descrizioni dei vini, le quali si rivolgono ai profumi di cuoio, alla buccia di mela renetta dalla parte che ha preso il sole, a un lontano sudore di cavalli mitigato da sottobosco di lamponi.

Paul Cézanne

[Qui si assiste a una circolazione analogica del senso, e a sue inusitate proporzioni. Qui, la scaltrezza d’una nudità senza ornato, d’un rivoltoso acume, che rovescia le parole. Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è un’errabonda fermezza (Dall’introduzione di Nanni Cagnone)].

*Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, Bianco è l’istante, Edizioni del Verri, (collana rossa – scrittura e invenzioni – a cura di Milli Graffi), con una introduzione di Nanni Cagnone, Milano 2015.

Angelo Lumelli

(DI UNA VITA NON RIMANE QUASI NIENTE). Giuliano Mesa

di Giuliano Mesa

2

[Invece non c’è parola o suono

che si salvi dalla vanità, è tutto

un fumo di varianti, di ripetizioni.

Invece le cose accadono e,

a pensarlo con una certa disperazione,

scovata in una pausa di peristalsi,

in un attimo di sordità,

la vita da vivere, poi, si fa più breve]

3

(di una vita non rimane quasi niente

e quello che rimane, spesso, non è vero)

(prendi a misura, adesso, cos’è il rumore,

fuori, della notte).

(di più falso non c’è nulla

che il voler dire il vero)

(è vero questo approssimarsi,

è vero che a qualcosa, sempre,

noi ci approssimiamo

-anzi, ci avvciniamo,

che suona meglio,

ed è meglio di niente)

12

[quando non si può restare

e passa, passa ancora un giorno,

e un altro che passa come se restasse,

e va, invece,

e come va

è il suo far vece, il suo restarci]

13

prova, se scalda,

a non lasciare tempo

pr l’attesa,

prova un oblìo

che gela fuori del pensiero,

si raggela

(è sera e poi è notte, pensa)

14

è come se andarsene non fosse che questo,

questo restare, e fare ancora un gesto

(è come se dirlo fosse soltanto vero,

e non più vero, ancora, del non dirlo)

e poi quello che manca mancherà

e ciò che è è ciò che ormai è stato

(e parlane, mio amore, dinne ancora,

fa che sia vero ancora)

(pensa ad un giorno, pensando ancora

a chiuderti gli occhi, finché c’è luce,

a premere ancora, sulla tempia, il nervo che pulsa

(e pensa, se vuoi pensare,

fino a quel buio,

fino alla luce, infine, che scompare)

*I testi sono tratti da: Primo quaderno, in Quattro Quaderni. Improvvisi 1995-1998, con un saggio di Guido Caserza, Edizioni Zona, Lavagna, 2000.

Giuliano Mesa

Giuliano Mesa nasce nel 1957 a Salvaterra, in provincia di Reggio Emilia. Nel 1978 pubblica Schedario, che raccoglie poesie composte a partire dal 1973. Nel 1985 termina la sua seconda opera, Poesie per un romanzo d’avventura, destinata a rimanere inedita sino al 2010. Nel 1992 esce I loro scritti, prima parte del libro omonimo. Nel 1996 scrive il poema Da recitare nei giorni di festa. Nel 1997 Improvviso e dopo, seconda parte de I loro scritti (che comparirà raccolta in volume solo nel 2010). Nel 2000 escono I Quattro quaderni e pubblica il saggio Frasi dal finimondo. Nel gennaio del 2001 termina il testo del poema Tiresia, che negli anni successivi reciterà in molti teatri italiani ed europei, con le musiche del compositore Agostino Di Scipio. Nel 2002 comincia a lavorare alla sua ultima opera, nun, destinata a restare incompiuta. Nel 2008 tiene a Roma un ciclo di conferenze su Leopardi, Baudelaire, Celan, Rosselli, Beckett: ne escono alcune pubblicazioni, tra cui Domande. Da Samuel Beckett e il saggio Al giorno d’oggi. Sulla rassegnazione. Nel 2008 si ammala. Nel 2010 pubblica Poesie 1973-2008, che raccoglie tutte le opere poetiche e comprende le sezioni ultimate di nun. Nel 2011 vede la luce il saggio Biografie perdute. intorno alla necessità di un fondamento etico per la scrittura. Muore nell’agosto dello stesso anno. Notizie e testi dell’autore sono accessibili consultando il sito web Archivio Giuliano Mesa.

**

L’influenza di Beckett sulla mia scrittura l’ho accolta senza particolare angoscia. Da quel grado zero era impossibile prescindere. Beckett riportò la lingua, le lingue, dopo le tragedie della seconda guerra mondiale, alla loro elementarità preculturale, preletteraria. (G.M.)

VERITE’, NULLE CONSISTANCE. Michela Gorini

Nenad Bacanovic

E NON E’ APPARTENENZA

dialetto universale

ne siamo nutriti e

abbigliati in quel corpo e

non è appartenenza

e si fa mio solo se mi tocca

all’inverso e sono scelta

in tale istante e come

parlata in forma incompiuta

riesce a soffocarmi l’estro

ma mi congedo

*

NON TOCCARE

non voglio informare

è un innesto e te lo lascio

un privilegio e non lo ascolterai, dopo

saremo sempre parte di un noi in dotazione,

è il reiterarsi dell’amore

*

Nenad Bacanovic

IL SUO ODORE VELOCE

mi riduco, se decido

posso usarmi, se decido

consumo i miei peccati

mi riduco di un posto

sono l’oggetto che non sono

a qualcuno piace

a qualcuno non piace

l’uso del tempo in parole povere

l’uso distante in parole potenziali

sorridi,

ti lascio dire

ti lascio fare

so, dove voglio

sa dove arrivare

lui

perdo la testa

il sentimento del corpo

la lucidità

guida il gioco lui

mi porta in quel posto, decide

senza guardarmi

gli sarà necessario

consumare quel posto che non so recitare

si gioca la notte

il seguito è solo

destino appiccicato alla schiena

poi smette di vedermi e inizio a sentire

il dolore lento del mio esistere fuori

palpebre serrate la massa del suo corpo

appesa una appendice e mi pensa luogo e

si muove veloce si spande mi brucia

la carne mi parla non sono più cristallo

mi sposta a terra nella materia calcarea

ci posa il suo odore, carne spessa e muta

fuori dei suoi occhi / dentro nei suoi occhi

filastrocca non sogna mi annienta

dove mi schiaccia dove getta la carta

del santo protettore deciso irreprensibile

dove non arrivo a dire poi mi lascia

sola col mio nome, amaro linguaggio

*

SENZA VENTRE LA NOSTRA DENSITA’

dentro un cuore è solo

un cuore senza pace

senza ventre senza scarpe

il bordo della nostra densità

si affaccia sulla strada maestra

e mi tocca e non

mi insegna a evitare l’ustione

*

Nenad Bacanovic

VERITE’, NULLE CONSISTANCE

ti chiedo di sposare una ipotesi
di tua esistenza
la tua esistenza domata e attesa
resta una ipotesi per quanto
necessiti un abito che ti ricopra
di integrità e verità indimostrabili
accetto l’inabile nell’esistenza
accetto l’inabile consacrato ad amarsi
correre fuori di sé giurare abbandono
alla stabilità alle proprie pareti
tu, struttura
non esisti
tu
resto per forza
di gravità e attrito
ecco.
la mia fisica è la mia fisicità,
ne vuoi?

*I testi sono tratti da e non è appartenenza, inedito, 2019.

Michela Gorini (Pesaro 1971, psicoanalista). Pubblicazioni: Diario del sangue delle ossa, Giuliano Ladolfi 2021; La tua formula invertita femmina, Kolibris 2020; La produzione di amore, Dot.com Press 2018. Vince il Premio Bologna in Lettere 2022 sez. Opere edite e il Premio R. Giorgi 2020, sez. Cantiere. Finalista al Premio Montano, riceve il Premio speciale Presidente delle Giurie di Bologna in Lettere. È presente nell’Antologia plurilingue a cura di Enzo Campi, “Babel Stati di alterazione” e nella rivista “Le Voci della Luna 78”. Testi e videoletture su litblog e canali letterari, note critiche a cura di E. Campi, S. Caporossi, C. De Luca, M. Famularo, G. Frene, G. Maffii, A. F. Perozzi, J. Simonini.

LA VITA IMPRESSA. Ranieri Teti

Scrivendo alcune parole La vita impressa, di Ranieri Teti (Book, 2022), la sensazione dominante è quella di ondeggiare dentro un gorgo lieve di parole, in apparenza disperse fra senso e suono, ma legate in sequenze visivo-musicali geometricamente impresse sul foglio. Come scrive Laura Caccia: «Ranieri Teti imprime sulla pagina un mareggiare ebbro e insieme placato, dove la materia tellurica, che muove in piena il sentire, trova la sua magnitudo lenita in inchiostro e pellicola. Dove le ossa si fanno musica. Dove bastano i nomi a fare la vita». Si imprime una traccia sulla sabbia, un segno su carta o tela, un’immagine su lastra, una scena su pellicola. La vita impressa ci riguarda sempre, è un “essere a portata di voce per dire e per udire quando è terra la prova del volo”. Queste prose, scandite con misura nelle pagine, sono l’atlante di una percezione sonnambula, sconfinante: “tutti ritratti in maschere, cercando in ogni figura una scomparsa, mentre il rimasto è solo cenere intorno alle ore, frammento di mèta, confine dopo confine”. Il poeta cerca la propria terra ma non la trova: frequenta arcipelaghi da cui ogni volta riprende il viaggio, con “i versi dei gabbiani nelle piene degli inverni”, e si perde “tra il resistere dell’àncora e un movimento, quello dell’onda sulla murata, a dilatata spinta, con l’ombra della cresta sullo scafo, quella della barca sull’acqua”; si addentra fra “parole che traducono il silenzio, mute come un alfabeto rovesciato foce di lingua”. Non hanno neppure bisogno, le sue parole, di un accento, di una metrica, della scansione del verso, ma si ripiegano nella pagina come insonni superfici verbali, testimoni di quel lavoro sotterraneo e implacabile della lingua che le sospinge dall’invisibile al visibile “con una parte dei passi persa nella camera oscura, nell’altro lato del positivo, possedendo un’idea fino a dimenticarla, cercando ancora il fondo”. Poesia, questa di Ranieri, sprofondata a descrivere uno smarrimento che arriva “da un racconto dall’interno del buio, con l’anfratto farsi nel suo scuro, a frasi e crittografie del sentire, scorrendo veloce con la piena degli invasi fin dove l’acqua non è più fiume”, e allora non resta all’uomo, al poeta, che restare vivo nella sua ipnosi, “in zone di tracce cancellate, dove il vero si ritira nel suo punto segreto, dove ignora un confine il passo con la sua ombra impressa”. La vita impressa, l’ombra impressa. E la sensazione che una macchia d’inchiostro sia come quei disegni sgorbiati da Victor Hugo con macchie di caffè, che ancora rendono palpabile l’incubo dominante dell’uomo: la paura. E accanto alla paura le tracce che la leniscono.

(M.E.)

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Victor Hugo
Victor Hugo

Le parole

con lo stesso sguardo, senza misura fra luce e

oscurità, con uguale distanza tra loro, nel tempo

che corre tra l’una e l’altra quando passano in fila

fino alla fine, fino alla fine della frase nemmeno

fossero preludio e termine, quando raccontano

precipizi dai pori e nel terreno bianco di una

pagina, dove sempre in nero vestono le parole,

quelle dopo le nominazioni, nemmeno fossero

vertigine e baratro, distacco e vicinanza, quelle

con la vita dentro un’orfanità, quelle per cui non

c’è cosa, nemmeno arrivassero da lontano, quelle

che definiscono e insieme negano nell’adunata a

una a una, che nascono nel fondo dove origina la

ferita e le sue due rime, quelle nella cui pienezza è

radicata l’erranza, tra vastità e confini nella sostanza

di questo viaggio, nel loro confondersi la finitezza

e l’apertura

Onde d’inchiostro

alla fine tutto è ritornato inchiostro e pellicola,

nuovo inverno, rifugio del nero nell’assedio del

bianco, nel gelo dei significati con un senso

caldissimo, a furia di spettri, quelli che vivono in

fondo a un silenzio che è solo un vecchio indirizzo,

tra i passi del selciato come solo nel sonoro di un

film, la portiera rimasta aperta e più in là il mare,

dove tornano a inabissarsi i viaggi notturni, gli

inchiostri nella vita delle cose mute, il loro porsi

accanto con il gesto dei passi sospesi, delle onde che

si allungano nelle vertebre come ombre sotterranee

Ranieri Teti

Ranieri Teti (Merano, 1958), cofondatore e responsabile del Premio Montano, ne promuove il periodico “Carte nel vento”. Ha pubblicato: La dimensione del freddo, prefazione di Alberto Cappi, Verona 1987; Figurazione d’erranza, prefazione di Ida Travi, Verona 1993; Il senso scritto, prefazione di Tiziano Salari, Verona 2001; Controcanto (dalla città infondata), immagini di Pino Pinelli, nel volume collettivo Pura eco di niente, prefazione di Massimo Donà, Morterone 2008; Entrata nel nero, prefazione di Chiara De Luca, Ferrara  2011. È presente nelle antologie: Istmi. Tracce di vita letteraria, a cura di Eugenio De Signoribus, Urbania, Biblioteca Comunale di Urbania, 1996; Ante Rem. Scritture di fine novecento, a cura di Flavio Ermini, con premessa di Maria Corti, Verona 1998; Akusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa, Fossombrone 2000; Verso l’inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, con premessa di Edoardo Sanguineti, Verona 2000, La radice dell’inchiostro, a cura di Giorgiomaria Cornelio, BAU, 2000; Dizionario critico della poesia italiana 1945–2020, a cura di Mario Fresa. Dal 1985 al 2020 è redattore della rivista “Anterem”. Collabora a riviste, cartacee e on-line, italiane e straniere. Per conto delle Edizioni Anterem cura la collana “La ricerca letteraria”. Figura nella direzione artistica del festival annuale VeronaPoesia. Vive a Verona.

Ranieri Teti e Flavio Ermini