BARAQ BABOQER. Lea Goldberg

Lea Goldberg Lampo all’alba

di Silvia Comoglio

Lea Goldberg

Di Lea Goldberg (Königsberg 1911 – Gerusalemme 1970), vertice della poesia ebraica moderna, è appena uscito per la casa editrice Giuntina a cura di Paola Messori Baraq baBoqer, Lampo all’alba, impreziosito da una accurata biografia e da un saggio di Giddon Ticotsky scritto appositamente per questa edizione.

Baraq baBoqer, Lampo all’alba, composto tra il 1948 e il 1955, è un libro centrale nella produzione poetica di Lea Goldberg, oltre ad essere, come afferma Giddon Ticotsky, il suo “libro di poesie più italiano” e uno dei libri “più italiani nella letteratura ebraica moderna”.

Questo perché un terzo delle poesie di Baraq baBoqer è composto da sonetti scritti secondo il modello petrarchesco, e perché al centro del libro spiccano i dodici sonetti del ciclo L’amore di Teresa de Meung, in cui si disvela l’amore di Teresa, una nobildonna provenzale del Cinquecento, per il precettore italiano dei suoi figli.

Il legame speciale che la poesia ebraica ha con il sonetto in quanto modello di virtuosismo lirico, nel caso di Lea Goldberg, si fa ancora più forte per la profonda conoscenza del sonetto petrarchesco che Lea ha maturato studiando e traducendo in ebraico parte del Canzoniere di Petrarca.

Il sonetto, dunque. Che nel ciclo L’amore di Teresa de Meung diventa intreccio di amore e forma, una sete di perfezione sul piano formale e semantico da cui l’introspezione trae pieno vantaggio. Una tensione, quella tra ragione e sentimento, che si àncora nella solida cornice del sonetto. Attenzione però a pensare che quella di Lea Goldberg sia qui, in questo ciclo, e più in generale quando questa è la forma in cui Lea sceglie di scrivere, una semplice riproduzione del sonetto nella sua forma classica. Lea Goldberg lo rivive e rinnova, filtrandone forma e contenuto attraverso la sua formazione e acutissima sensibilità, così da elaborare un sonetto asciutto e dirompente al tempo stesso.

Baraq baBoqer e la centralità del sonetto. Ma anche Baraq baBoqer come prima raccolta poetica pubblicata dopo la nascita dello Stato di Israele, ossia in un momento in cui scrittori e artisti, come sottolinea Giddon Ticotsky, “si posero alla ricerca dell’espressione autentica della nuova-antica-cultura e parallelamente continuarono a domandarsi fino a che punto essa fosse una cultura nazionale originale e indipendente”. Da qui, in Baraq baBoqer, la presenza e la contrapposizione tra il sonetto, più aristocratico, e le poesie dai temi folcloristici e popolari, in genere di fonte biblica, riscritti da Lea Goldberg in chiave moderna. La Bibbia ebraica, il Tanach, si è detto, come elemento di ritorno e ispirazione per Lea, e in generale, per i poeti del giovane Stato di Israele. Ma anche nel caso di Lea la presenza nei suoi testi di quel paesaggio e di quella cultura che ha respirato in Lituania e in Germania prima di raggiungere nel 1935 la Palestina-Eretz Yiśrael. Una fusione di paesaggi e culture che si fanno discorso e scrittura multipli e pieni.

Più anime, dunque, in Baraq baBoqer. Sonetto, ricerca di una nuova-antica-cultura nel nascente Stato di Israele, paesaggi e culture che si intrecciano e fondono. Anime incarnate da Lea Goldberg con un suo proprio linguaggio poetico che si fa fioritura complessità e domanda. Fioritura che ha le stesse caratteristiche di quella esposta al sole infuocato del mese di Tammuz di cui Lea ci parla in questi versi:

Fioritura di Tammuz

La pianta spinosa è la poesia, asciutta

fiera e nuda, esposta al sole infuocato.

Oggi rima con ogni genere

di conoscenza che al fasto ha rinunciato.

È questa la nostra stenta maturità?

Questo paesaggio – acceso e immobile,

un altro segreto conosce della bellezza

ben più crudele ma anche più umile.

Nel fiorire della nostra primavera variegata,

nella grazia delle rugiade, nel morbido d’un verde

rigoglioso, chi fra noi avrà presagio della fierezza

del povero che affronta tempesta e vampa?

E, vedi, fu umile despota il suo vigore,

fioritura di Tammuz, sbocciare del meriggio.

Ma alle generazioni porterà la sua fecondità

un’ilare lieve farfalla, meraviglia alata.

Lea Goldberg
Silvia Comoglio

IL SOFFIO DI TUTTI I SOFFI. Fael Marescotti

William Blake

La pianura incantata
che si dilata sul velo del mondo
è un’idea innocente,
si sente la sua risata brillare
tra i varchi celestiali
come un canto che trapassa il taciuto,
un gesto immacolato,
lasciato nel sospeso tra le cose.

E adesso che stiamo tra le cellule
e sentiamo le dita
toccare altre dita, altre dolci mani
di un’altra nostra parte,
non ci preoccupiamo più, il bisogno
si trasforma in anima
e il mattino che stiamo decifrando
esplode nel suo azzurro.

**

Immenso sonno, immenso
sogno puntellato dalle montagne
assolute del Dubbio.

Lì nel mezzo si tace, si sentono
le dita accese, i corpi
tirati fino agli orli, alla musica.

Non è vento, non è aria,
ma sottile Grazia che invade, occupa
la mia fronte stellata.

**

Alberi potrei dire
alberi o il cielo forse potrei dire
le campane dell’aria
o il sole che fischia in una finestra
sogno agapanto bianco
la mente luccicante nel cranio le ossa
di un merlo o la barba
di un vecchiaccio fermo nella stazione.
Oppure soffiare le mareggiate
della voce dismettere l’umana
parola ficcarla
nei parallelepipedi delle ombre
tutto sussurrerei
tutto l’equilibrio tutto potrei
qui in questo pieno giorno
di stelle nell’avanzo
incessante dell’anima in qualcosa
che si potrebbe dire e che sempre ha
riflettuto i nostri occhi.

**

Mille uomini, li vedo,
spalancati nella loro nudità,
cantano filastrocche
d’amore e intorno lasciano le impronte
i bambini curiosi
sui vetri della Grazia, sulle labbra
dei poeti che alzano
versi alla gola e li dimenticano
per poi dire sconvolti
e seri lo stupore che setaccia
la faccia dell’Assenza.

**

Mondo etereo, cadi
leggero come un sasso di piuma
nelle acque più glaciali
e limpide di un reale ora sereno
e i cerchi in superficie
ritmici ingrandiscono nelle forme
di aureole e di versi
che si spandono sino al senso acceso
del mio dettare il buio.

**

Abbiamo il buongiorno in gola e là fuori
ancora alle spallucce
l’alba invade ciò che non fummo stati.

Scordiamo il miracolo,
il sublime da cui siamo partiti,
ce ne saranno molti
altri, più leggeri, sopportabili.

Lasciamolo lontano
il soffio di tutti i soffi, il mistero
che ordina i mille cieli.

Solo da qui possiamo contemplare
il nostro rifletterci,
la lingua che si dimena tra i segni
degli Dei. Né d’istinto

né per dovere, ma per pura gioia,
modesti e innamorati,
ci indicheremo all’uomo nel suo orgoglio.

**


Non credevo fosse così tranquillo
qui all’Entusiasmo, dove
l’estasi dello stare è fratellanza
anche all’ombra più scura.

***

Fael Marescotti é nato il 13 giugno del 2000 a Parigi. Vive tra Milano e Parigi e studia Filosofia e Letteratura Italiana alla Sorbonne Université. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su “Inverso – Giornale di Poesia”, “La bottega di Poesia (Repubblica)”, “Poeti Oggi”. I testi, qui pubblicati per suggerimento di Alessandra Paganardi, sono inediti.

William Blake

COME NOI VA IN POLVERE. Mauro Ferrari

Christian Boltanski

Non è che fuori accada molto, le dico

quasi sentendomi in colpa per una vita

che scorre via di qua e di là dal vetro

che ci separa nello stanzone freddo.

Mi chiede qualche moneta per il tè

– abbiamo ancora soldi? – e un po’ di frutta

scrutando nei miei occhi se anche me

divora il tempo, orgogliosa dei suoi capelli

“ancora tutti neri”.

Che dirle, come dirle

che tutto fuori come noi va in polvere

impercettibilmente, e che una perfezione

mai raggiunta vira al nero,

e il nero si fa grigio e bianco,

e poi sarà una trasparenza

e poi una parola, un’ombra contro un muro,

un’eco.

No, là fuori si sciolgono i ghiacciai,

non oso dirle, la terra si sfarina in polvere,

qualcuno muore ed altri fingono

di vivere, ma io devo scappare,

tu resta qui, al riparo.

Christian Boltanski
Mauro Ferrari

GLI AMORI TERRENI. Anna Cascella Luciani

“nevica a Roma / ed è subito Brueghel”. Talvolta il poeta realizza un sogno: essere contemporaneo restando antico. In Gli amori terreni Anna Cascella Luciani porta a compimento questo sogno e, leggendo i suoi versi di “amor cortese”, si resta sospesi dentro un incantesimo amoroso, dove “la peluria bionda delle braccia” fa deflagrare ogni teoria, dove l’essere umano “ha diritto intero alla ripetuta / vertigine del tempo – mentre / libero – amato – amante – / con forza si sgola al tenue / – primo – calore della luce”. La gioia è mozartiana. Si tratta di “echi / di giochi d’acqua – / un sommesso scalpiccio di orme – / mentre il sole incardina altre impronte”. Dentro lo scherzo, tragico ma dolce, di una vita segnata da orfiche rinascite: “quante parole dette / inutilmente – / per una vita intera – / certamente”.

(M.E.)

**

essere – fare – amare –

tre verbi dell’infinito

“provare”

*

le aspetto – amate

ospiti del cielo –

è solo il 20 marzo –

un poco presto – ma

lo scruto – lo guardo

di mattina presto –

perché è sicuro

arriveranno – forti

– anche se stremate

dal viaggio – e simili

a eros nelle scure

frecce – incanteranno

il cielo

*

nevica a Roma

ed è subito Breughel –

il traffico si allenta –

sull’asfalto le impronte –

il colombo che cerca

riparo quasi una candida

pernice nello stupore

romano -. le giovani

donne del negozio

di argenti gridano

d’allegria – escono

col cappuccio – lanciano

palle di neve – i gabbiani

– bianco nel bianco –

continuano a volare

*

(affettuosamente ad un poeta ammalato)

fuggi quel tuo nord –

amico caro – quei tuoi

giorni ricolmi

di bronchite -elusi –

dove non brilla

scintilla – di pirite – torna

in Provenza – tra ricordi

di storie e di campi

di lavanda – tra Char

e Sereni – van Gogh –

Gauguin – Saintes Maries

de la Mer e i fenicotteri

in piume rosa – o arriva

a Roma dove – in primavera –

le vite possono avere

tali nuvole larghe –

in maratone -che sembra

stia cadendo in terra

un tempio per intero –

un volante un divino

Partenone – cerca

una lettera che ti presenti

a Catullo – a Orazio –

gli anni se ne vanno

di corsa – amico caro –

come le nuvole sopra di noi

in cielo – rallegra

di più le tue giornate –

falle più amate – ornale

di un calice di vino –

di gioie portate

con la grazia di un mantello

fino all’estate – afferralo

l’umbratile demone

del mese – ora che aprile

svela il quadro della luce –

A Marco Vitale

*

(divagando)

è ormai così nota

la notizia da non avere

più eco – più attenzione

e si disfa nella sua lieta

eremita delizia che ne fa

miele serrato – o anfora

claustrale al cui interno

sorgono arance della specie

che fu storicamente chiamata

amor cortese –

*I testi sono tratti da: Anna Cascella Luciani, Gli amori terreni (2009-2012), Edizioni L’Obliquo, 2016.

Anna Cascella Luciani

SONETTO 155

Se non sopravviverai ai nostri giorni dolenti

io, già vecchio, imprigionato dalle geometrie del mondo,

ti invito a cedere ai rigori dell’ignoto inverno

per essere, fra le mille nature che avresti voluto,

la tua, senza disastro, che prodigiosa, disadorna

e fulgida nascerà in altre carni e altre doti,

perché ogni frammento di pelle, ogni scheggia d’osso,

ogni goccia d’acqua che regge la tua sostanza ora,

si trasfonda in altri vasi e là risuoni, inspiegabile.

Tu spera, ragazzo, in quelle vibrazioni migliori

e non patirai più la sorda eredità del mondo –

l’anonimo ronzio delle api nei tronchi putrefatti.

Viventi rimarremo, per legge dei nostri cuori,

contro la fissità delle pietre non arse dal fuoco.

**

*Questo apocrifo shakespeariano è tratto dal mio volume Vite dettate (Liber, 1994). Nasceva, allora, dal desiderio di ricordare Giovanni Maiello, mio paziente degli anni ottanta, tossicodipendente, magrissimo, i capelli ricciuti, che morì a 27 anni di Aids senza riconoscere più nessuno ma con cui avevamo parlato spesso di scrittura, soprattutto di Shakespeare, che amava più di ogni altro autore. Oggi, a oltre trent’anni di distanza dalla sua fine terrena, mi piace ricordarlo direttamente, come allora lo ricordai obliquamente sotto la maschera del suo amato William.

MICA PAZZO, MALLARME’. Jude Stefan

Mica pazzo, Mallarmé
di Jude Stefan

La “follia” (nessuna etimologia per la parola “folle”, un sacco che si gonfia e si sgonfia) mi ha attirato: le poesie dette “della follia” di Hölderlin, le più semplici, i testi di Artaud, considerato come “fuori-letteratura” – il solo ad avere scritto nella follia – ma per guardarmi da essa (la poesia, “un salvapazzia”) e d’altronde come non “cadere folle” di vita? La ragione è una follia addomesticata, regolata sui costumi dei nostri simili da imitare, un esercizio mentale destinato a “tenere” fino alla morte. E sarà dunque un’altra la “follia” di scrivere, particolarmente sensata benché vana: il poeta sa quello che fa.

Non può trattarsi, in questo rapporto, che di un malinteso o di una metafora: Hugo era un folle letterario, ovvero la poesia senza rime è prosa impazzita, diceva Kant, forse libera, sconvolta – le immagini surrealiste – o ancora la poesia attuale postmoderna ha capovolto il substrato pensiero/linguaggio rovesciandolo come un guanto: un “in-senso”, per nulla insensato. «Non vuole, no, dire nulla». La poesia si aggira a vuoto, si arriva alla fine del senso, (allora ci si ferma), non possono che restare delle frasi.

Il folle va di traverso

l’ombra cominciava soltanto dopo

Firenze verrà

*Il testo è tratto da “Poésie 1 le magazin de la poésie”. In Dossier: “Les poètes et la folie”, trimestriel, n. 15, septembre 1998, p. 64.

LE PIETRE PARLANO. Claude Esteban

(a cura di Lucetta Frisa)

Le pietre parlano

a Eduardo Chillida

Claude Esteban
Eduardo Chillida
Eduardo Chillida

Nella sabbia,

nell’interno della sabbia,

in qualche granello di sabbia,

scavare

scolpire il respiro.

**

Tutto un piovere d’atomi

poi

il lampo sull’evidenza

dell’alabastro,

i corridoi.

**

Domani non ha luogo domani

disegna

sopra un muro, cancella

con gesti

folli,

la strada.

**

In una scatola

nulla e in questo nulla

il sapore della terra antica, un’altra

vita, la cenere

divenuta sole e come

un sogno,

questa lampada che attraversa i muri,

scacciando la paura.

**

E grandi alberi

sulla soglia

dicevano il fremito dell’aria, il mondo

semplice.

**

L’occhio non conosce

l’occhio, è

al centro ed ogni cosa davanti a lui

è giusta e si conferma, l’occhio

non guarda, sa

subito e appena sa, vede

oscilla, là

accanto,

sull’invisibile.

**

Voi che non amate più niente, amate

il bianco, lì

può finire qualcosa

che vi fa male, il bianco

non calma, è dentro di voi come

una spina schietta,

lacera i vecchi saperi, voi

che non vi amate più,

toccate con gli occhi

il bianco,

questa bruciatura.

**

Ciò che dura

già scompare,ciò che cade

ritrova la sua postura,

ciò che non pesa

quasi più

gravita nel cielo dei segni.

**

Sulla pietra

che non soffre, decifra

lentamente

le tue cicatrici.

**

Minerale addormentato, ascolta

meglio,

tutto il rumore

del mare

trema nelle tue conchiglie.

**

C’era la parete, le linee nere

sulla parete, lo sforzo

degli uomini, uno dopo l’altro, per salvare

lo spazio,

e questa mano che non aveva il tempo

di credere che il tempo incalzava,

che era notte.

**

La morte ha la sua casa, ma i morti

non la abitano,

sono troppo lontani, respirano

un’aria più grande, la morte

prepara la sua casa

per coloro che dubitano, che diventano piccoli,

che dicono no.

**

E’ ancora

il primo mattino, le pietre

parlano,

ci sono certezze

nel suolo, camminate, non cercate più

-e che un profumo da nessun luogo vi conduca.

***

Eduardo Chillida

Le pierres parlent

Per Eduardo Chillida

Dans le sable,

dans le dedans du sable, dans

chaque grain,

creuser,

sculpter le souffle

**

Toute une pluie d’atômes

puis

l’éclair sur l’évidence

de l’albâtre,

les couloirs.

**

Demain n’a pas lieu,demain

dessine

contre un mur, afface

avec des gestes

fous,

la route.

**

Dans une boîte

rien et dans ce rien

la saveur de la terre ancienne, une autre

vie, la cendre

devenue soleil et comme

un rêve,

cette lampe traversant les murs,

chassant la peur.

**

Et de grand arbres

sur le seuil

disaient le froissement de l’air, le monde

simple.

**

L’oeil ne connaît pas

l’oeil, il est

au centre et chaque chose devant lui

est juste et se confirme,l’oeil

ne regarde pas,il sait

d’abord et comme il sait, il voit

il trébuche, tout

près,

sur l’invisible.

**

Vous qui n’aimez plus rien,aimez

le blanc, là

quelque chose peut finir

qui vous fait mal,le blanc

n’apaise pas,il est en vous comme

une épine franche,

il déchire les vieux savoirs,vous

qui ne vous aimez plus,

touchez des yeux

le blanc,

cette brûlure.

**

Ce qui dure

disparaît déjà,ce qui tombe

retrouve son assise,

ce qui ne pèse

presque plus

gravite au firmament des signes.

**

Sur la pierre

qui ne souffre pas,déchiffre

lentement

tes cicatrices.

**

Minéral endormi,écoute

mieux,

tout le bruit

de la mer

tremble dans tes coquilles.

**

Il y avait la paroi,les lignes noires

sur la paroi,l’effort

des homes,l’un après l’autre, pour sauver

l’espace,

et cette main qui n’avait pas le temps

de croire que le temps passait,

qu’il faisait nuit.

**

La mort a sa maison,mais les morts

ne l’habitent pas,

ils sont trop loin, ils respirent

un air plus vaste,la mort

prépare sa maison

pour ceux qui doutent,qui deviennent

petits,

qui disent non.

**

C’est encore

le premier matin, les pierres

parlent,

il y a des certitudes

dans le sol, marchez, ne cerche plus

-et qu’un parfum de nulle part vous guide.

Eduardo Chillida

*I testi sono tratti da: Claude Esteban, Qualcuno nella stanza comincia a parlare (trad. it. di Lucetta Frisa), I Libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2015.

CORRISPONDENZA DA UN ANGOLO ALL’ALTRO. Ivanov, Gers’enzon

Corrispondenza da un angolo all’altro

di V.I. Ivanov e M.O. Gers’enzon

Titolo originale: Perepiska iz dvuch oglov, Alkonost, Peterburg, 1921

V.I. Ivanov e M.O. Gers’enzon, Corrispondenza da un angolo all’altro, a cura di Nilo Pucci, Aktis editrice, Piombino, 1991.

M.O. Gers’enzon
Vjaceslav Ivanov

**

Dal 17 giugno al 19 luglio 1920, in una camera del Sanatorio per lavoratori dell’intelletto debilitati, al numero 3 del vicolo Neopalimovskij, a Mosca, si svolse una delle più celebri corrispondenze del nostro secolo: due intellettuali, un famoso poeta e uno storico della letteratura, si scambiano, nella diagonale della medesima stanza, da un angolo all’altro, dodici lettere, di cui qui offriamo uno stralcio.

***

IV

A V.I. Ivanov

La nostra corrispondenza, cominciata per caso, da un angolo all’altro, comincia ad interessarmi. Mi avete scritto la prima lettera, ricordate, mentre ero assente e, uscendo, l’avete lasciata sul mio tavolo, Ho scritto la risposta quando non eravate a casa. Ora scrivo davanti a voi, mentre in quieta meditazione tentate di spianare le ruvide pieghe secolari delle terzine dantesche, per adattarne l’immagine al verso russo. Scrivo perché il pensiero si organizza così più pienamente e si fa più nitido, come un suono nel silenzio. Dopo pranzo ci stenderemo ciascuno nel proprio letto, voi con un foglio, io con un libriccino rilegato in pelle, mi leggerete la vostra traduzione del Purgatorio, frutto del lavoro mattutino, io farò confronti e obiezioni, e di nuovo, come nei giorni passati, sarò inebriato del miele denso dei vostri versi, ma farò nuovamente anche la prova di quel senso di oppressione. Amico mio, cigno di Apollo! Perché nel quattordicesimo secolo il sentimento era così luminoso, il pensiero così fresco, la parola così essenziale, e perché mai i nostri sentimenti e pensieri sono così sbiaditi, il discorso come tramato di ragnatele? Voi avete definito esattamente la metafisica come un sistema di coazioni appena percepibili, ma io sto parlando d’altro, della nostra cultura nel suo insieme e dei più sottili vapori di cui essa ha impregnato l’intero tessuto dell’esistenza, non delle coazioni, ma delle tentazioni che corrompono, indeboliscono, deformano il nostro spirito….

Io non faccio il processo alla cultura, testimonio soltanto che essa mi soffoca. Mi balena dinanzi, come a Rousseau, uno stato beato, di piena libertà e leggerezza dello spirito, di paradisiaca noncuranza. Il troppo che so mi pesa, né ho acquisito questa conoscenza attraverso l‘esperienza della vita; essa è generale e estranea, proviene dagli avi più lontani; col fascino di una dimostrazione è penetrata nel mio intelletto e lo ha colmato. E proprio perché generale, impersonalmente provata, la sua evidenza mi gela l’anima. Le innumerevoli conoscenze, come milioni di fili indissolubili, mi hanno avviluppato in un cerchio; tutte senza volto, irrefutabili, inesorabili fino all’orrore. A cosa mi servono? La stragrande maggioranza di esse non mi serve affatto. Nell’amore e nella sofferenza non ne ho bisogno, né è per esse che arrivo a comprendere il mio destino negli errori fatali e nei progressi inattesi, e nell’ora della morte non mi ricorderò certo di loro. Come macerie, piuttosto, esse ingombrano il mio intelletto, in ogni momento della mia via pendono come una cortina polverosa fra me e la mia gioia, il mio dolore, ogni mio disegno […]

**

V

a M.O. Gers’enzon

Mio caro amico, ci troviamo nello stesso ambiente culturale. Come conviviamo nella medesima stanza, nella quale ciascuno occupa il suo angolo, ma una sola è l’ampia finestra e una la porta. Oltre a ciò ognuno di noi ha una propria casa, che entrambi volentieri cambieremmo con un’altra, sotto altro cielo. Il soggiorno nel medesimo ambiente non è lo stesso per tuti gli abitanti e per tutti gli ospiti. Nello stesso elemento nuotano una sostanza solubile e l’olio, crescono le alghe, i coralli e le perle, si muovono i pesci, la balena e il pesce volante, il delfino e l’anfibio, il pescatore di perle e il palombaro. Mi sembra – o dovrei dire anch’io è colpa dei miei occhi – che non concepiate l’appartenenza ad una cultura senza l’intima adesione ad essa. Penso invece che la coscienza possa essere interamente immanente alla cultura, ma possa esserlo anche in parte e in parte trascenderla […]

La vita in Dio è la vita reale, movimento cioè, accrescimento spirituale, scala celeste, strada montana. Basta mettersi in cammino, trovare il sentiero; il resto verrà da sé. Ciò che ci circonda si sposterà da solo, le voci si faranno lontane, si apriranno nuovi orizzonti. La porta verso la libertà è la stessa per tutti coloro che sono chiusi nel medesimo spazio ed è sempre aperta. Uno esce, un altro seguirà; tutti, forse, sfileranno fuori di essa. Senza la fede in Dio l’umanità non ritroverà la freschezza perduta […]

VI

Mio caro vicino, inutilmente tentate con allettanti esortazioni di farmi abbandonare il mio angolo per il vostro. Anche il vostro è un angolo, chiuso da pareti e senza libertà. Voi dite – basta solo che l’uomo di cultura si consegni alla fede e sarà sostanzialmente libero. Vi rispondo: in parte oberato dall’identità culturale egli è incapace di innalzarsi all’assoluto, ed anche se avesse la fede subirebbe la sorte di tutte le sue condizioni spirituali, sarebbe contaminata dalle riflessioni, deformata e infiacchita. Ripeto ciò che vi ho scritto l’ultima volta: la nostra coerenza non può trascendere la cultura se non in casi rari ed eccezionali. […]

Cosa voglio allora? Libertà di coscienza e di ricerca, la freschezza originaria dello spirito, per andare dove voglio, per strade non battute, sentieri non calpestati, prima di tutto perché ciò mi renderebbe allegro, e poi perché – chissà – potremmo trovare di più su nuove vie. Ma no! In realtà qui ci si annoia, come nel nostro sanatorio. Si desiderano prati e boschi. Io non desidero soltanto, credo fermamente, che sia così, diversamente da dove mi verrebbe questo sentimento? L’autenticità e la forza che lo connotano ne sono la garanzia. Gli uccelli sono derivati dai rettili come sapete; il mio sentimento è, come un tempo, il bruciore e il prurito sulle spalle degli anfibi al primo nascere delle ali. […]

Forse è stato necessario che l’uomo dalla libertà primordiale attraversasse un lungo periodo di disciplina, dogmi e leggi, per riuscire diverso a libertà nuova: forse è così. Ma guai alle generazioni alle quali è toccato in sorte quest’ultimo stadio: la strada della cultura. Essa si corrompe di dentro – lo si vede chiaramente – e pende a brandelli dallo spirito estenuato. Ignoro se la liberazione si compirà in tal modo, o proromperà come catastrofe, so per certo che non entrerò nella terra promessa, ma mi pare di trovarmi sul Monte Nebo, dal quale la vide Mosé. Né sono il solo a intravederla in una cortina di nebbia.

M. O. G.

**

Michail Osipovic’ Gers’enzon. Filosofo e critico della letteratura russa (Kišinëv 1869 – Mosca1925), autore di studî su P. C̆aadev, gli slavofili, la “Mosca di Griboedov”, A. Pus̆kin, I. Turgenev, N. Ogarëv e gli idealisti russi. La sua particolare concezione della libera religione si evince dalla Perepiska iz dvuch uglov (“Corrispondenza da un angolo all’altro”, 1921), discussione filosofica che tocca tutti i problemi dell’intelligencija su un piano di umanità universale, scritta in collaborazione con V. J. Ivanov.

Vjačeslav Ivanovič Ivanov, Poeta e filosofo russo, nato a Mosca (1866-1949). Dopo avere studiato alle università di Mosca e di Berlino filologia e filosofia, visita quasi tutta l’Europa e soggiorna a lungo in Italia. Stabilitosi nel 1905 a Pietroburgo, raccolse intorno a sé buona parte del movimento simbolista, di cui divenne il più ascoltato teorico, collaborando alle riviste: Zolotoe runo (Il vello d’oro), Vesy (La bilancia), Apollon, Novyj put′ (La nuova via), ecc. Durante la rivoluzione russa prese parte attiva alla ricostruzione culturale del paese. È stato autore di saggi e di poesie.

LABIRINTO. Lucetta Frisa

In una biblioteca pubblica giapponese viene trovato un grande foglio arrotolato dimenticato lì da parecchio tempo. Contiene il disegno di un immenso labirinto. Sembra la mappa di un cervello ciclopico o di una megalopoli. Si viene a sapere (è il figlio del suo autore a informarci) che il padre, custode della biblioteca, ha impiegato 7 anni per eseguirlo; ovviamente la soluzione o il centro non esistono perché le sue linee si ripiegano su se stesse in snodi come di autostrade e proseguono il loro tracciato ad libitum, cioè fino al bordo del foglio. Il formato del foglio (A 1) ha accidentalmente impedito il proseguimento del disegno fuori dal disegno… Oppure l’autore, più semplicemente, ha interrotto per noia, malattia o morte, dato che poteva procurarsi un altro foglio e continuare su quello la sua opera di “interminabilità”. Solo il formato del foglio fisico gli ha imposto necessariamente un Alt, come il limite naturale della vita umana impone un alt a tutti i mortali.

L’ossessione di questo disegno assomiglia a quella dello scrittore-psichiatra Marco Ercolani che per tutta la vita ha scritto ininterrottamente e altrettanto ininterrottamente è stato a contatto col cervello umano, con la psiche dei suoi pazienti folli: (a proposito dove si nasconde la psiche nel cervello umano? è il viaggiatore dentro al suo labirinto che può impazzire non ritrovando il modo per uscirne se non con la morte fisica?).

”Io abito il mio cervello / come un tranquillo possidente le sue terre” – scrive Valerio Magrelli nel celebre incipit del suo primo libro. Ercolani sa dominare il suo caotico labirinto, sa tesserne il filo, controllarne le imprevedibili svolte, gli incontri, i probabili intoppi. E i grovigli. La sua opera di totale e ininterrotta scrittura è simile al dna della vita, alla sua spirale che si carica di volta in volta di complessità sempre più complesse e che, disegnata su foglio, riflette un labirinto senza principio né fine: la metafora più semplice che ci ispira è quella della mappa genetica dell’umanità di cui noi, singolarmente, facciamo tutti parte. Il centro non c’è, esiste solo “la magnifica ossessione” di chi vuole arrivarci (la missione di Teseo era quella di uccidere il mostro, cioè il vuoto assoluto, pronto a divorarlo), pur sapendo che il suo viaggio è troppo lontano dalla meta e, anzi, la meta stessa non esiste se non nel proprio sogno, non esiste l’acme del viaggio, punto assoluto in cui convergere per sprofondare in alto o in basso (a seconda delle nostre immaginazioni religiose). Il centro, in quanto inizio e fine è l’illusione del tempo mortale affidato alla singola creatura, è il nostro ripiegarci “a specchio” e dietro lo specchio c’è solo chi mette fine al nostro viaggio insieme all’opera. Dunque, solo la morte fisica impedirà a Ercolani di continuare la sua scrittura che, prima di lui e con la stessa tenacia, hanno perseguito forse Fernando Pessoa e Thomas Bernhard (con gli artisti visivi il discorso è diverso, a cominciare da Antoni Gaudì la cui Sagrada Familia è ancora un progetto incompiuto e interminabile). Tutti artisti vissuti grazie e per la loro scrittura e il loro segno, vissuti per inseguire se stessi e l’incedere irreversibile della propria vita attraverso l’arte con opere che si arrestano solo quando i loro autori concludono il proprio viaggio terreno.
Scrive un giovanissimo Ercolani: “Vorrei edificare uno stupendo labirinto in cui le parole e la vita si fondessero in un incendio possibile…”: coerenza ossessiva di un percorso fin troppo lucido di scrittore. L’estrema tenacia di perseguire questo progetto non è espressione di onnipotenza, ma una sorta d’imperativo etico che impone l’esibizione della nostra finitezza umana indissolubilmente legata all’opera che lasceremo dopo di noi, finitezza che si nientificherà o si mescolerà all’infinito con tutte le altre opere interrotte. L’idea appartiene a chi, romanticamente, identifica la propria scrittura con la vita stessa. Se la nostra vita è imperfetta (“l’imperfezione è la cima” scrive Yves Bonnefoy), nell’opera si intensificherà il tentativo di esserlo meno. Ma dopo, se l’opera “lasciata sola” (Cesare Viviani) vivrà ancora di vita propria, non dipenderà più da noi: forse nel labirinto del web sarà possibile, dopo la fine del proprio tempo mortale, che la raggiunga un lettore, curioso e casuale.

(febbraio 2012)

BREVIARIO DELLE ROVINE. Pasquale Di Palmo

Breviario delle rovine

di Pasquale di Palmo

Breviario delle rovine di Pasquale di Palmo (Medusa, Milano, 2021) è un’antologia dalle sue precedenti opere poetiche, ma come ogni antologia è un libro che appare nuovo all’interno del corpus poetico di oltre 35 anni di lavoro. Perché nuovo? Perché la necessaria sintesi di un’antologia personale propone direzioni diverse, e una spoliazione costante dei temi prediletti. Già, in questo caso, è indicativo il titolo che, nella sua perfetta icasticità, viene rafforzato dall’aura di sospensione scaturita dalla copertina stessa, con la fotografia del 1959 di Willy Ronis, Fondamenta nuove. Venezia.

Il libro è una selezione di poesie tratte da Horror lucis (Edizioni dell’erba, 1997), Ritorno a Sovana (Edizioni dell’Obliquo, 2002), Marine e sortilegi (Il Ponte del sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015), La carità (ivi, 2018) e Vertebrae (Edizioni dell’Obliquo, 2020, con illustrazioni di Giorgio Bertelli).

Breviario delle rovine disegna una figura eccentrica di poeta che, se volessimo citare un libro di Artaud, potrebbe assomigliare a un “poeta nero”, sprofondato nel “vuoto spaventoso” dei suoi giorni. Ma questa è una verità solo parziale. Il realismo sensibile e tragico di Di Palmo sposta la sua attenzione oltre il referto dell’angoscia, verso i corpi e le vite degli altri. «Ho l’età del vento e delle nuvole. / Ma è corteccia di platano / quest’emblema d’amore / che vecchia linfa ringiovanisce. / Ho colore di rami / intrecciati la mia chioma / se i giorni non rovesciano / contro il velo del cielo / radici acuminate di memoria» (L’età del vento). Queste “radici acuminate” sono il sismografo del suo “sentire” poetico, del suo commosso “vedere”. «Camminiamo in quel pulviscolo / attoniti tra geroglifici / scarabocchi prescrizioni, / nell’eco di un sonno da psicofarmaci, / ora bisbiglio d’aghi mentre fuori / non nevica non piove non annotta» (Visitando una mostra all’ex manicomio di Granzette). Essere testimone del mondo dei “sommersi” è caratteristica della pietas di Di Palmo: anche se restare “attoniti fra geroglifici” non significa rinunciare a capire quei segni misteriosi ma provare stupore nel tentare di farlo. Nella sezione La carità e altri motivi di ordinario funambolismo sfila un microcosmo di reietti e di disperati che turba e commuove per l’intensità reale e visionaria dei dettagli: «Se ti avesse incrociato Giacometti / in qualche fondamenta / in qualche calle / nel limbo degli anni Cinquanta / prima che io nascessi / ancora mi chiedo / (solo lui poteva vederti così) / deformando la tua immagine / in quella Femme / de Venise / che ha piedi smisurati e braccia / abbandonate lungo i fianchi (Giacometti).

Alberto Giacometti

Di Palmo, sia che descriva la morte del padre sia che dipinga in punta di penna ritratti di alienati o di malati, ci presenta la morte al “lavoro” proprio in certi accadimenti atroci e quotidiani. «L’avvocato non è in grado di precisarmi se i corpi / furono recuperati o se furono / apprestati inutili soccorsi. / Ricorda che in quei giorni l’acqua / scorreva come un cielo capovolto» (I giovani annegati del Tevere). Così il poeta compone il suo “breviario di rovine” con poesie-evocazioni, fotografie di esseri o paesaggi colti nella curva del loro sparire. La musica ferma e sommessa del suo linguaggio è la ferma volontà di descrivere una sofferenza indescrivibile: «non essere che spina / nella mutilazione del paesaggio». Il realismo di Di Palmo non è il surrealismo straziato e disarticolato dell’amato Artaud: è un dolore concentrato, composto, insanabile, che non cerca invettive furiose o aperture metafisiche ma struggenti, malinconiche descrizioni di esseri e di paesaggi, fissati nel suo “breviario di rovine” come in un eterno taccuino di dolore. «Parlare ai sassi, alle rovine. Parlare del degrado, della vita che diventa semrpe più invivibile. Una vita che non è più la nostra vita. Con gente che non si capisce, che si guarda in tralice,. Come se fossero tutti nemici. Come se non esistessero più alberi, nuvole. Come se tutto fosse appiattito, appianato, spaiato Schiacciato come quei fili d’erba sotto impalcature crollate. Polvere spazzatura detriti. Si cammina come sonnambuli sotto cieli di cartavelina. Parlando ai sassi, alle rovine». Da tutto il libro, forse da tutta la sua opera poetica, traspare in Di Palmo lo sguardo del bambino ferito, dell’innocente tradito dal penoso spettacolo della fine terrena «Ma ti erano sconosciuti / la saggezza e gli dèi. / Eri inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere» (Centro Alzheimer).

Giorgio Bertelli

Testi

Sotto le grandi nuvole di maggio

I

Ma questo camminare deve intendersi

come esercizio scaramantico

rivolto contro il paesaggio

incontro al paesaggio

silenzio che divora il suo silenzio.

II

Ruota di un vasto ingranaggio,

tu stesso devi perderti

sotto le grandi nuvole di maggio,

dissolverti in quel mutilo paesaggio.

III

Gioia e rovina

gli arti che mulinano

– unico tuo bene –

contro il vento della barena.

IV

Unico tuo bene

il volto rivolto

al vento che cancella un mondo aspro.

Niente esiste oltre al sole di diaspro.

V

Manuale del malessere

crolla il castello

delle vertebre.

Cammini con le scarpe di un morto.

VI

Tacita preghiera

rivolta alle erbe

alla polvere dei campi,

ai sentieri che riportano a casa.

Pasquale Di Palmo

La firma di Proust

Della sua seconda visita a Venezia

non si sa quasi niente.

Rimane solo una firma

nel registro degli avventori

dell’Isola degli Armeni.

Venne solo, senza la madre

che lo aveva accompagnato qualche mese prima.

Desiderava quel viaggio

sin da bambino,

quando la nonna gli regalò alcune

cartoline che riproducevano

i chiaroscuri del Tiziano, la Processione di Gentile Bellini.

Non tornò più in quel “cimitero di gioia”.

Resta un’immmagine

sfocata, in cui lo si vede

di profilo, bombetta in testa, simile a Charlot.

Sullo sfondo le bricole,

un cielo ottuso, un’emicrania da merlot.