DISTANZIAMENTI, 2. Alina Rizzi

Disegno il perimetro quadrato

del giardino che rinasce

tra siepi scomposte

fiori spontanei

l’erba tenera di marzo.

Misuro i passi nel sole

uno dietro l’altro

quel tesoro inaspettato

che ora sembra invidiabile

dalle finestre più alte.

Non hanno notato

che misuravo già da anni

in tempi non sospetti

il recinto rigoglioso

scavando buche con le unghie.

**

Non verranno a suonare

neppure oggi

neppure domani

preferendo non rischiare.

Ligie al dovere cercano il danno

che sospettano ovunque

anche nel sole e nel vento

in cui le attendo impietrita.

Ma lasciarsi catturare

è ancora un disonore

non cedo non lo accetto

combatto sola e ammutolita

per quel diritto negato

mascherato e furbo

che non sento letale

quanto il deserto dilagante.

**

Ho lavorato anni per un abbraccio

che apparisse spontaneo

anche da parte tua

ed è bastato un comunicato stampa

di un sabato alle diciotto

per dividerci senza appello –

ora puoi mascherare col rispetto

quella prudenza ossequiosa

che non ho mai condiviso

ma che rispetto

non più umiliante

appena accenni il gesto

di ritrarti a testa bassa.

**

Quanto tempo regalato

per osservare le ombre

dietro gli occhi chiusi

per ascoltate il vento

nel sole di aprile

e respirare sdraiata

traboccante di niente –

non fosse per le sirene

che si conficcano d’un tratto

aghi nel petto

trascinando al buio

il tempo di un altro.

**

Resisto alle parole

un canto di sirene

per non scoprirmi

in difetto di vita

per non perdermi

i fatti salienti

quelli che dimentico

vergognandomi

appena riapro il quaderno.

**

Un distanziamento di anni

una piccola morte

ricordando il piacere infinito

all’infinito – regolarmente –

coltivando l’attesa

in un rito scaramantico

quel profilo dietro gli occhi

chiusi – nel respiro sospeso.

**

Benedetto il virus della distanza

che ha giustificato il ritorno

a piedi scalzi e la

pelle sdrucita

adducendo pretesti –

la vita che si sfila dalle dita –

ormai superflui.

Benendetto il virus della pazienza

che falcia a migliaia

ma ci ha trovati ancora eretti

più deboli e persi

più tristi e nervosi

ma senza volti da piangere

oltre i nostri rigati dal tempo

sotto il blu della maschera.

**

Un anno dopo esatto

torna il rosso separazione

ferita ancora fresca

che spurga nuovo sangue.

Vita che si dibatte

che si assembra rabbiosa

per sopravvivere un’altra primavera

e non sentire

non sentire

altre sirene ordini prescrizioni

state a casa! – col megafono

alle due del pomeriggio

paralizzati nel sole

immobili sotto gli alberi

che fioriscono di bianco

a dire basta

a dire resisteremo

ma senza crederci davvero

perché la terza volta

non ci si riesce più

si lascia andare

si annuisce al cielo terso.

***

L’autrice, come attraverso le pagine di un diario interiore, guarda il suo dolore – a cui non è necessario dare un nome preciso – senza ritrarre lo sguardo, con sconsolata e spesso sarcastica amarezza. E se “A volte scrivere / è una maledizione” è proprio l’atto di scrivere (o solo di leggere libri) a mitigare le delusioni, a raccogliere la sfida del vivere, a dare un senso anche provvisorio alle pene sofferte: «…I libri / più del pane quotidiano / desiderava e non venivano / incistati tra la carne e i nervi». Un’osservazione, obliqua ma utile: il tono del libro è musicalmente una mezza voce, un parlato mai troppo lirico, una prosa intonata che non corteggia una lingua sperimentale e si sottrae a strategie linguistiche sofisticate o versificazioni erudite («Meritare l’oblìo / quieto e arreso / senza spigoli acuti / dove lasciarsi accadere»): si limita a trattare con sprezzatura e fermezza la materia ovvia e brutale della sofferenza esistenziale, il “lavorìo incessante della sopravvivenza”. Nel suo trattato di poetica e di retorica, Del sublime (“Perì Ipsous”), Longino parla della “adeguatezza” del mezzo espressivo come della forma necessaria di persuasione del discorso. Alina Rizzi, nella sua poesia minima e sgomenta, brusca e senza appigli, resistente e spezzata («Poi le mani, le lettere interminabili, i libri migranti») trova questa “adeguatezza” nel tono della sua voce, nell’esercizio lucido di una scrittura breve. (M.E.)

Alina Rizzi

ASIMMETRIE & SGHEMBI. Quito Chiantia

Ideali Matricole

di Quito Chiantia

Birdy

Numero di matricola 0002712 – Detenuta: MaryRose F.

Articolo 578 c.p. : Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale

Rimase gravida ancora minorenne dopo aver avuto rapporti con diversi partner occasionali. Si liberò del neonato partorito in estrema solitudine lasciandolo in un cestino dei rifiuti di un bar del centro.

Ho smaltato le unghie di rosso

e ho iniziato a scavare.

Sento con gli occhi della talpa

avverto il precipizio.

Sotto la crosta, il sangue della carne

disvela la radice.

Le mammelle gonfie di latte nutrono il caldo della terra.

Germinerà un qualcuno?

Germoglierà un qualcosa?

Ogni muffa all’azzurro dell’acqua profuma di lievito.

Bacio della buonanotte sulla fronte sudata.

**

Numero di matricola 0003514 – Detenuta: Giuseppina S.

Articolo 411 c.p. : Distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere

Raro caso di “Cannibalismo”. Morsicava ripetutamente i suoi figli e li portava al Pronto Soccorso dicendo che erano stati morsi da un cane. Si tolse la vita in attesa di essere riconosciuta “inferma di mente”.

*

Non a caso

si chiama “bocca di lupo”.

La luce Lei te la offre a morsi

e i raggi aguzzi dei suoi denti penetrano la carne

come lame roventi nel burro.

Un cuore di madre batte irreparabile e mi chiama.

Il sangue lentamente allarga il cerchio di una vita prestata.

Pozza d’argento dai polsi tagliati.

**

Numero di matricola 0000317 – Detenuta: Eveline P.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Casalinga a tempo pieno. Artefice di violente liti coniugali. In paese la chiamavano la strega. Uccise il marito colpendolo con un pezzo del “robot da cucina”. Punita con l’ergastolo.

*

15 marzo 2019

Cambio braccio

non c’entra la robotica.

Bisogna tranciare qui il passato e lasciarlo cadere alla distanza.

La Matta ha per simbolo una stella e aiuta a chiudere.

La scala per il cielo si mischia all’infinito desiderio di nuvole di panna.

Afferrami nel nido del tuo abbraccio

Prendimi il ventre tra le mani

Sono una donna senza pelle dall’anima infuocata.

Ho caviglie da stambecco e un ramo d’ulivo tra le labbra.

**

Numero di matricola 0006813 – Detenuto: Sergio M.

Articoli 588- 583 c.p. : Rissa con circostanze aggravanti

Di carattere irascibile e violento. Tatuato in ogni parte del corpo. Costanti le risse anche all’interno del carcere. Punito spesso con l’isolamento.

*

Comune di Opera.

Nel cuore della risaia oggi il carcere sguazza.

D’improvviso, da un ignoto altrove,

l’ eco del canto delle mondine e il battere la sbarra.

E’ il levante delle mie sirene d’ Ulissse dalla sezione femminile…

Ho appeso uno straccio rosso al finestrino, forse l’orlo di una gonna.

Maria del 4 bis,

voglio che m’ingombri le lenzuola.

Numero di matricola 0007715 – Detenuto: Javier M.

Articolo 270 sexies c.p. : Condotte con finalità di terrorismo

Trovato in possesso di un ordigno artigianale ad alto potenziale nei pressi di uno scalo aeroportuale. Arrestato in flagranza di reato. Recluso in regime di 41 bis (carcere duro)

*

Da oggi non sono più solo.

Un piccolo ragno è entrato in cella

con passo felino nella notte.

Senza valigia, con grazia tesse e allieta il suo digiuno.

Ha zampe rosa e un sacco color seta colmo di uova,

presto avrò il mio bel da fare.

Ho allungato una briciola di pelle.

Non conosco cosa sia la poesia,

ma penso di averla incontrata.

**

Numero di matricola 0002312 – Detenuto: Ambrogio C.

Articolo 718 c.p. : Esercizio di giochi d’azzardo

Giocatore incallito. Ludopatico. Biscazziere. Organizzava partite di Poker sia in circoli privati che in luoghi pubblici quali piscine e teatri. Durante una perquisizione è stata rinvenuta una collezione di centinaia di dadi da gioco.

*

La Giustizia?

Una bilancia truccata.

Parto con le tasche piombate e un sorriso sdentato per orizzonte.

Arianna ha colorato il suo filo di un verde speranza.

L’equilibrio è nella pancia e il piede risponde della mano.

Ogni estensione ha la sua contrazione.

I dadi da gioco presentano più facce e vivono di opposti.

La verità consiste nel dubbio.

Con la benedizione dell’ ombra,

mi condanno e mi assolvo.

**

Numero di matricola 0009712 – Detenuto: Danladi P.

Articoli 609bis c.p. e 609quater c.p. : Violenza sessuale – Atti sessuali con minorenne

Nigeriano. Cocainomane. Condannato per violenza sessuale ai danni di tre donne di cui due minori, figlie di conoscenti. Gli atti di libidine violenta venivano perpetrati in proprietà private ricorrendo a sostanze inalanti psicotrope.

*

Hanno reciso l’erba e gli alberi del pane aperti in due.

Il vento ha portato alle nari il gelsomino

Olfatto: senso eletto

Dove siete boschi di cannella, garofano e vaniglia?

Lupo recluso in tana zuccherata.

Fame di carni giovani e di latte

viene voglia di vendemmia nella luna delle cose impossibili.

Hanno fatto il caffè nella cella accanto.

Profuma, la solitudine che ho meritato.

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Numero di matricola 00001187 – Detenuta: Sofia F.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Donna affascinante e bellissima. Madre di quattro figli. Di casato nobile. Sposata per volere della famiglia ad un uomo che la sminuiva, denigrava e maltrattava pesantemente. Lo ha ucciso all’ arma bianca mentre dormiva al suo fianco.

*

Basta alla vita un paio di scarpe da ginnastica e una tuta

Il rossetto lo condividiamo in tre, pane fresco alle labbra

Più della comunione è la confessione che accorpa ed unisce

nel mistero femmineo senza fine di essere donna

La coperta è per chi ha più freddo, l’ epilatore è per tutte

Femmine fiere, fiere femmine, orgogliose di averci provato

Scimmie evolute ci scambiamo i vestiti e spulciamo tra pari

Io istrice marsupiale perennemente feconda

Ho ucciso solo per Amore.

Venerdì ci laviamo i capelli, oltre allo shampoo e al sapone

portami uno sgrassante per l’anima.

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Numero di matricola 00000459 – Detenuta: Barbara F.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Cresciuta in un ambiente degradato. Deprivata delle cure materne in tenera età. Fin da bambina ha svolto i lavori più umili per riuscire a sopravvivere. Per vendetta ha assassinato l’ anziana madre con overdose di barbiturici.

*

Ho aggiunto più detersivo per fare bolle giganti di sapone

Poter giocare… finalmente.

Il prato è un soffice bianco cotonoso dei pioppi

Seme disperso dai tetti ai marciapiedi

Anche tu almeno una volta nella vita hai sfiatato sul soffione del tarassaco

Si attacca ovunque la bianca cipria che disfà

Del paese ricordo solo la banda e il suono grave dei fiati

Da bambina rubavo le chiavi, i trucchi, il denaro

e tutta mia madre…pezzo per pezzo.

Il puzzle è ricomposto

Posso appenderlo in testa al mio letto.

**

Numero di matricola 0005674- Detenuto: Walter B.

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Panettiere geloso e possessivo in modo patologico. Precedenti penali per stalking ai danni della donna che diverrà la sua vittima. Uccise l’ex giovane fidanzata neo sposa di un suo conoscente. Condannato per femminicidio. Nessun cenno di pentimento.

*

Han tinteggiato le celle di fresco, sentore di calce

L’ora d’aria profuma di latte

Il pitosforo ha spalancato i calici e richiama.

Sacchi e sacchi di farina tutti per me

Lei aveva in sé l’intensità di tutti i colori

Snello e allungato il corpo del mio Ermellino, oggetto di caccia spietata

Il cielo? Una nuvola di panna

Ostuni, gli oleandri, i tulipani, le calle, la bara…

Tutto è irrimediabilmente bianco.

**

Numero di matricola 0006723 – Detenuto: Antonino S.

Articolo 572 c.p. : Maltrattamenti contro familiari o conviventi

Tossicodipendente. Reiterati comportamenti violenti e vessatori nei confronti della madre volti a procurarsi oggetti preziosi e denaro.

*

La incontrava nei sogni,

quando aveva un bottone da attaccare o un rialzo febbrile

Lei sempre più china ma comunque bella

attaccava al nulla i suoi quadri, sbollentava i fagioli, ripuliva la cella

Gli diceva: hai mangiato Ninì

Cambio turno al terminale, ora la guardia è una donna

Batte la sbarra e i tappeti

Una mamma in divisa è pur sempre una mamma

Glielo leggi negli occhi

puoi ugualmente condividerla e raccoglierne i frutti.

…e i più amari son dolci.

Numero di matricola 0008321 – Detenuto: Maurizio S.

Articolo 423 c.p. : Incendio (doloso)

Di famiglia benestante. Amante del gioco d’azzardo. Ha dilapidato il suo ingente patrimonio nel casinò di Montecarlo. Arrestato in flagranza di reato con tre taniche di benzina dopo aver dato fuoco al parco macchine di un noto ristorante della costa azzurra.

*

Brucio. Hai da accendere?

Ti ricordi Giovanni? Davamo fuoco ai formicai e ai soldatini di plastica

Era guerra vera, la nostra Guernica

La benzina profuma di vita e ristora la sete

Cenere e braci il castello di carte

La trave maestra è nell’occhio, Polifemo accecato dispera

I fiori da sempre anticipano le picche

e sopra ogni quadri ardono cuori rossi.

Sette: numero magico delle facce opposte

Sette calle bianche sulla mia corona di spine.

**

Numeri di matricola 0008821-2 – Detenuti: Michele B. (padre) e Salvatore B. (figlio)

Articoli 575 – 577 c.p. : Omicidio con altre circostanze aggravanti

Padre e figlio. Siciliani. Appartenenti a famiglia mafiosa. Detenuti nello stesso carcere in due celle affiancate. Hanno premeditato e ucciso padre e figlio appartenenti a clan rivale freddandoli al tavolo del bar della piazza con un fucile a canne mozze.

*

Si può esser famiglia anche qui.

Legati dal vincolo del sangue nello stesso abitare.

Nel nome del padre e del figlio di un solo cognome,

in salute e malattia, in fortuna e in disgrazia, nel peccato della verità.

La tua testa sulla mia spalla a dividerne il peso dei pensieri.

Io e te, senza nessuna Angelica da rincorrere

Sbocciami nel cuore di questo cortile polveroso,

portami la magia del teatro e una scala di libri.

Mio orizzonte di mare oltre le mura di ogni tempo pregresso.

LE STELLE SOPRA RABBAH. Isabella Bignozzi

di Isabella Bignozzi

Trasparenze

Notte di enigmi lucenti

alla finestra crateri

aria di pietra, sabbia rossa, maschere d’oro

tempo che traspare

connubio di vetro, il respiro trattenuto dalle costellazioni

qui

l’odore di un buio d’edera.

Sul pianoforte un metronomo addormentato.

*

La fermata

Alla fermata del 982, il catrame scioglie in petrolio.

Un vecchio di carta crespa non riesce a salire.

Al casello gli animali vivi affacciano alle grate, assetati.

Eppure altrove piove sull’erba.

*

Ninive

Questo sconosciuto poeta silenzioso,

che sente il gorgogliare del fiume sotterraneo, cammina solo, verso le torri.

Anche se butta l’immondizia o compra il pane, negli occhi

ha le mura di Ninive, e il suo petto risuona come un salterio.

*

Notturno

Il poeta del secolo non ha antologia

è un pazzo che biascica seduto all’angolo

sotto un lampione di nebbia al neon

che crede un ventre gravido di luna.

*

Angeli

Nella prospettiva angolare di un’assenza

costretta al riflesso

ridefinisco i margini.

Faccio l’appello

mi riconosco per negazione

in tutto ciò che non riesco ad essere.

*

Alba

Ancora ciechi di buio

noi

alba afferra – come fionda –

tende l’elastico

scaglia – inermi – nel giorno

di frastuono

bianco.

Isabella Bignozzi

Queste poesie sono piene di rimbombi e di voci, di sentieri selvaggi e tersi, di visioni che ci fanno chiedere dove sia veramente la realtà e in ogni caso come fare a preservarla. Le ceneri possono anche proteggere ma non basta definirne il viaggio sulle rotte planetarie, le stesse percorse da agenti patogeni o ambizioni scriteriate. Un poeta come Bignozzi insegna a definirne l’origine e la direzione, l’enigma della loro presenza. In certi componimenti più estesi si avvertono canti antichi e sciolti in un mantra dedicato alla “comunità degli animi”, la cui impronta viene riportata chiudendo un cerchio di segni protettivi.

(Dalla postfazione di Elio Grasso)

RUDIMENTI DI SQUILIBRIO. Giuseppe Pellegrino

di Giuseppe Pellegrino

Equilibrismi (china su carta)

03.

Questa pelle è niente. Questo niente è una pelle. Una pelle di tamburo dove suona la pioggia.

04.

Pronunciare ad alta voce il nome dell’individuo per invitarlo ad uscire dall’Albero Tamburo.

05.

Un colpo di dadi non abolirà l’azzardo di un ordine e connessione fra le cose come ordine e connessione fra le idee.

06.

Il pensiero non si forma, non si delinea se non attraverso percorsi nascosti. Il pensiero si muove come sott’acqua. E per avere un pensiero pertinente a qualcosa, bisogna pazientare ore. Ore di veglia sottratte al riposo, ci si stanca a rimanere sempre vigili sperando nell’abboccamento di un pensiero in un momento di distrazione. Per avere un pensiero pensato da tutto il mare del pensare, per lo meno averne uno in un giorno se si è fortunati, ogni tanto se tutto sommato è un buon periodo, non basta avere il tempo per pensare. Occorre anche lo spazio. E cambiando spazio cambia anche il pensiero.

07.

Decidere di cambiare strada solo dopo averla sbagliata: il fieno improvvisamente profuma dai campi al cielo. Sembra troppo poco il tempo per poter dire qualcosa. Ma lo stesso tempo è sufficiente quando si inciampa.

Muffe (biro nera su pagina di libro)

83.

Scrivere è come seppellire. Le parole che scriviamo vengono chiuse in un testo, dove rimangono giacendo nel silenzio e nell’ombra, fino a quando qualcuno accedendovi le riscopre. Decifrare (decriptare) è un’operazione che si compie quotidianamente. Sembra veloce, immediata. Eppure ha una parte seppellita, nascosta in stratificazioni sempre più antiche, incrostate di fossili, dopo modificazioni telluriche, con molte perdite di memoria simili a caduti sul campo, come la capacità delle lettere non solo di servire a comporre le parole, ma anche di parlare da sole. E ponendo quindi che questa capacità sia stata perduta, le lettere ora sarebbero rimaste ammutolite. Nondimeno, scrivere per chi lo fa somiglia al disseppellire, al portare alla luce. Piuttosto che un vestire corpi morti di lettere, sembra una ricerca in cui è difficile prevedere cosa si scoprirà durante il proprio scrivere, poiché lo si potrà sapere solo alla fine, quando cesserà il bisogno di scriverlo.

Truciverba (pennarello su settimanale)

**

Se tu provassi a scrivere dal basso verso l’alto, noteresti che nonostante la tua intenzione di rimanere leggibile, chiaro, le lettere tenderebbero inevitabilmente ad oscurarsi come schiacciandosi una sull’altra, a consumarsi come per un silenzioso attrito.

Vedresti che il testo ha conservato comunque una sua linearità e che la pagina non si è trasformata completamente in uno spazio ideografico, dove si prevedono ricerche di senso secondo più e vari percorsi; piuttosto, il tuo procedere avrebbe solo un senso, quello contrario.

La scrittura ti potrebbe sembrare come in equilibrio, diventata spessa, fatta di un inchiostro chitinoso, mutata in un qualcosa dentro un suo mondo fisico, terreno, sottoposto alla forza di gravità, alle condizioni di un corpo costantemente costretto a bilanciarsi perché costantemente in condizioni di cadere.

Verificheresti che questo scrivere necessita di un certo esercizio muscolare, e che sarebbe molto più faticoso se in ogni foglio venissero formulate molte frasi. Poche, invece, per favorire la concentrazione; e di solito una soltanto.

Se provassi a scrivere a lungo una stessa frase (cosa che a scuola un tempo curiosamente si chiamava “penso”), saresti portato a rilevare che il suo significato tende a svuotarsi, a perdere la sua ovvietà, diventando diverso, poi problematico, poi più nulla. Cosa avresti scritto?

Rimarresti come sospeso al filo del tuo pensiero: avendo appena vergato di una frase la versione giusta, di senso finalmente compiuto in un trionfale qui ed ora, solo un momento dopo avresti il dubbio che di quella versione sia più precisa un’altra, e muovendoti leggermente potresti constatare di doverla modificare in un’altra ancora. Di continuo. Entreresti in un movimento ricorsivo, in cicli che si susseguono senza mai stabilmente coincidere; e probabilmente ti chiederesti anche da dove viene tutta questa tua pazienza. Per non dire accanimento.

Dunque scriveresti dal basso verso l’alto e nel contempo la frase avanzerebbe come ruotando. Tutti quei tentativi di giungere alla sua formulazione esatta verrebbero registrati uno di seguito all’altro, senza sovrapporre correzioni, in modo che la frase stessa si espanda, si allunghi sempre di più, con un effetto di sprofondamento, di eco, facendosi sempre più strada fino a quella presunta versione conclusiva, estenuata, simile a un ipotetico avversario messo a terra e lasciato lì, insieme a te.

Ma se provassi a guardarla, la tua pagina appena compiuta, potresti anche non avere l’impressione di averla costruita dal basso; al contrario, invece, dall’alto, per caduta, come le guglie di sabbia sulla riva. Per un motivo non ancora chiaro, innalzare somiglierebbe a cadere. E la cosa ti suonerebbe vagamente sinistra

Volume (pennarello su carta)

Giuseppe Pellegrino, nato nel 1960, vive e lavora a Genova. Il suo interesse per la scrittura lo ha portato ad indagarne anche i suoi aspetti visuali e concreti; “materia (s)vista in parola, immanenza che (mi) morde il dito”, annota in una sua opera. E’ stato molto attivo nel campo del libro inteso nella sua dimensione oggettuale e scultorea. Ha cominciato ad esporre nel 1999, grazie all’interesse della Galleria IL Gabbiano – La Spezia. Da allora ha continuato ad esporre sia in mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali. Sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche. Fra queste il Museo della Carale di Ivrea, La Biblioteca Casanatense di Roma, il Museo Civico di Matino (Lecce).

UN SOGNO. Albrecht Durer

Un sogno di Albrecht Dürer



Edmund de Waal ha visitato ripetutamente le collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna per osservare un gran numero di oggetti sia nelle sale aperte al pubblico sia nei depositi del museo. La selezione dell’artista, sotto il titolo di During the night, prende come punto di partenza un acquarello di Albrecht Dürer raffigurante un incubo. Quasi cinquecento anni fa, nel 1525, Dürer fu svegliato da un sogno. Durante la notte tra mercoledì e giovedì dopo Pentecoste, aveva avuto nel sonno la visione riprodotta nel suo acquarello.
Così Edmund de Waal descrive questa vibrante raffigurazione: “La massa d’acqua fa tremare la terra. Il vento, il suono e la lentezza del diluvio – l’inevitabilità di questa apocalisse è terrificante. Seguo Dürer, la sua linea di pensiero. È la sua solitudine che mi parla. Egli non può controllare ciò che sta accadendo, ma solo registrare ciò che si ricorda, quello che vede, quello che sente. Questa esattezza non è auto-protezione. È un modo di affrontare ciò che sta accadendo quando il mondo è instabile. Durante la notte siamo soli e vulnerabili, le certezze scompaiono. Dürer dipinge e scrive per vedere cosa accadrà, per cogliere i confini del suo controllo”.

QUANDO L’ALTRO MANCA. SIA QUESTO LA SUA OMBRA BUGIARDA. Angelo Lumelli

Trascrizione di un’autointervista per Marco Ercolani (giugno 2021).

Mi scusi se comincio io. Non so quale fosse la Sua domanda ed è un sacrificio, per me, mi creda, rinunciare a qualcosa che poteva anche sembrare un regalo.

Lei voleva farmi un regalo, vero? Magari Lei stava per chiedermi come la poesia cambia la vita? Ci sono bassezze peggiori, devo dire.

Lei, in ogni caso, dovrebbe farmi la cortesia di non chiedermi risposte che prevedano l’applicazione del verbo essere, per esempio cos’è la poesia, così che io sia indotto a rispondere: la poesia è.

Lei ha presente il dogma dell’eucaristia? Lei ha presente cosa fa il verbo essere quando è applicato tra due termini che nemmeno se lo sognavano? – quando questi termini vengono indotti a una identità che li lascia interdetti – non solo attoniti come vorrebbe il significato popolare, sbalorditi, esterrefatti, rintronati – ma giuridicamente impediti ad essere se stessi, con divieto esplicito, dovendo essere ben altro, per dogma?

Perché – penso che Lei mi dirà, tra poco – tiro in ballo l’eucaristia dovendo, per stare in tema, parlare di poesia? Adesso ci arrivo, con un po’ di pazienza, eccomi. Tiro in ballo l’eucaristia perché la poesia tenta di assomigliarle – per alcune pretese, alcuni colpi di mano, primo fra tutti quel suo tentare vari tipi di estasi, o di eclissi – come sottraendosi al linguaggio, al suo impero, alla sua diplomazia o indolenza, al suo rimediare – quello che l’aveva portata in spalla – come una bambina timida, quello che l’ha trasferita sull’altra riva, come San Cristoforo.

Il linguaggio che diventa essere? L’essere che diventa gioia o soddisfazione, tema in classe, oltre che dovere, compito e così via? – eh diamine! Sulla follia del verbo essere si sono cimentati in molti.

Alla fine, i più ragionevoli, costretti a fare i salti mortali, hanno attribuito, per esempio, a est il valore di significat, come il buon Huldreich Zwingli nel XV secolo, ma anche Sant’Ambrogio, con saggezza, tanti secoli prima, per cui: hoc est corpus meum avrebbe il valore di hoc significat corpus meum – vale a dire: non scalmanatevi, miei fedeli, non fatemi dire una cosa per un’altra – non fatemi fare di queste figure! – per piacere.

Hölderlin l’ha detto chiaro più di chiunque altro – ha detto che “Io sono io” (Ich bin Ich) non è una dichiarazione di identità, bensì una disgiunzione (Trennung, Urtheilung): l’io del soggetto non è più quello del complemento oggetto – quindi occhio! – sono gli stessi, ma non più!

Lei saprà cosa fa Hölderlin nel brevissimo saggio, una paginetta, un gioiello, intitolato Urtheil und Seyn|Giudizio ed essere? Fa innanzitutto una sceneggiatura. Chi tra i due entrerà in scienza per primo? Non sarà Seyn|essere, al quale è riservato il colpo di scena finale, bensì Urtheil|giudizio, che ha il compito di essere linguaggio, parlante, sfoggiando la sua coccarda giacobina, aprendo la ferita.

Il fatto che Hölderlin metta la separazione prima dell’unificazione o della conciliazione o del desiderio di ciò, la dice lunga su come egli intendesse la vita, grandiosamente sempre di là da venire, e tuttavia dolcissima, obbligando senza requie a vivere, senza interruzione o riposo, senza dimenticanza. Che la poesia fosse una proroga oltre il giudizio? – un Seyn che, da specchio a specchio, si lancia davanti a noi, nostra aspirazione, invece di doverci sempre voltare, riconoscere la perdita, l’impoverimento – era quella la poesia adatta ai tempi di adesso, un tempo ulteriore, fuori tempo, riacciuffato a sua volta, ridotto nuovamente a dibattito, a dimostrazione e a giustificazione, come un’ombra che ha assunto vita propria, lontana dal corpo che la reggeva, per quanto lunga, nel tramonto?

Mentre Seyn non concede distrazioni o proroghe, Urtheil può ripassare più volte sul posto, può stare con noi, come una fuga di ombre. Non mi venga a dire che sono in ritardo di due secoli! – che mi sono attardato nella poesia del dolore, dell’entusiasmo – eh l’idealismo, briccone!

Era il lontano 1795, ma è appena ieri, oggi. Se la poesia ha fatto progressi? – se la grammatica ha ancora spiragli sorprendenti, qualche colpo di gioia, di scena? È ancora vero e legittimo che basta esagerare per mettersi in pari? Se così fosse, ciò significa che i viventi stanno mettendo ancora in pegno la loro vita, dopo millenni, da capo e come al solito.

Per dirla tra di noi, per farla corta, Seyn equivalga ai viventi, dal primo all’ultimo – per cui c’è poco da gongolare, ben poco da fregarsi le mani – mica tanto da frohlocken, pietisticamente – a fronte della dittatura dell’esistere, della sua inclemenza.

Urtheil, colui che divide, è la nostra rivendicazione, il nostro risarcimento? La poesia è l’Urtheil che si svuota fino a ritornare Seyn? – rinunciando alla coscienza eretta, chiuse le palpebre, arrischiando? Bah, non saprei, può essere, anzi – sia questa la posta in gioco!

La piena affermazione non è soltanto un’utopia – è una stupidaggine. L’ombra, tenga presente, non è un accessorio dei corpi illuminati, bensì una pulce nell’orecchio, un preavviso, un monito insomma.

Lei mi dirà che sto divagando a bella posta, che mi sto aggrovigliando in concetti senza scampo, frutto di quello shock, remoto, per cui uno cosa fa, cosa gli rimane?

L’ho già scritto da qualche parte, ma io ho visto un cavallo, una volta, davanti a un macello, in un corridoio di transenne, in fila, aspettando il turno – ho visto che ingigantiva, in purezza, che diventava sempre più cavallo, nella più grande tensione, con fremiti leggeri sottopelle, composti, defecando, urinando, come esprimendosi – ho pensato alla poesia, alla rappresentazione dei vivi, un fermo immagine, un sonetto, con il corpo che imita la figura – suprema umiliazione, fasulla, un dolore specifico, letterale.

In ogni caso vorrei sostenere la proprietà disgiuntiva della poesia, illustrando fermamente ciò che essa separa, quindi consapevole che si tratta di esequie, di commemorazione accanita. Allora il linguaggio deve essere cerimoniale, ma ridotto all’osso, o la cerimonia è soltanto noiosa.

Intendo, forse, che la poesia è l’attesa del linguaggio? Quando il linguaggio arriva, potremmo dire che l’attesa è rovinata? – che un sopruso è stato consumato? – che il fedele è diventato un praticante? All’erta, all’erta!

Cosa fa il fedele che riceve l’eucaristia? Oltre ad allungare, pudicamente, la lingua – egli, ella, loro, i fedeli – evitano di pensare, se ne guardano, ma chiudono, generalmente, gli occhi, si abbuiano la mente, in modo da predisporsi, a quel colpo d’essere, al suo assalto, dolcissimo, che lascia uno svenimento interiore, come fosse questa la prova del nove – sofistica o cosa vogliamo pretendere?

Dunque la poesia è mormorare, a bocca chiusa?

Mi accadde, talvolta, di pensare a mia madre, una contadina, che ascolta le mie poesie. Nel più grande imbarazzo, le dico una parola per volta, distanziate, come se fossero le ostie della comunione, mascherando l’insieme. Evito le metafore del genitivo, scelgo solo parole primarie, pulite.

Se Lei può intenderla come una dichiarazione di poetica? – La prego! Come se la poesia fosse la femmina del pensiero – proprio femmina, carnale! Sapesse quanto si impara dal trucco delle vere signore! – quante mosse tremende, magnifiche.

Comunque: chi manda avanti il linguaggio come uno scudo è uno stronzo! Peggio ancora se lo scudo è istoriato, con i fatti dipinti – non ancora cancellati con il perdono. Il vero arcangelo copre sempre il proprio apparire – con le proprie ali.

Se si tratta di togliere lo scudo? Non si tratta di fare gli spacconi in battaglia: in poesia ci sono soltanto scudi finti, figuriamoci.

Tutto lo sforzo per dire niente. Per mantenere il linguaggio in posizione. Affinché, dietro le sue spalle, si possa vivere, quindi parlare. Lo dica pure: affinché ci possiamo distrarre. Dopo l’anestesia, almeno speriamo, se tutto va bene.

NE’ MAESTRI NE’ LINEE

Nella collana Sguardi. Saggi usciva, nel giugno del 2008, il mio Vertigine e misura. Appunti sulla poesia contemporanea, con una nota critica di Gabriela Fantato. Questo post, il numero 300 di Scritture, è dedicato a Gabriela.

Zamanstvo

Se Vladimir Nabokov chiamava zamanstvo la capacità della lingua di persuadere e incantare grazie alle sue raffinate strategie, è vero che ogni testo autentico, in quanto frammento, cancella ogni zamanstvo, distrugge tutte le strategie e tutti gli inganni, si disinteressa della tecnica e del risultato, oltrepassando gli strumenti; come quella scena, nel cinema, che il regista non voleva e che, per caso, è stata creata da un movimento di gru, da un’intuizione dell’attrezzista, dalla smorfia di un’attrice, da un fondale falso. È perfetta, ma per caso, e nasce nel caos. Ma, se non lavoriamo ostinatamente a qualche soluzione che cerchi di sconfiggere quel caos, se non fingiamo di essere buoni demiurghi strumentando in modo accorto le nostre idee, rinunciamo a priori all’efficacia di un testo. Maestria tecnica, vibrazioni musicali, ingegneria sintattica o lessicale, sono i nostri mezzi di “ri-creazione” e “ri-lettura” del mondo. Da questi sentieri noti, soltanto dopo, possiamo intravedere foreste nuove, abitate dai sussulti di percezioni ulteriori. È un esercizio di ad-versione, di combattimento metaforico, contro l’esistenza antimetaforica e letterale che vorrebbe definirci con lapidi e sigle.

Chi è poeta vive solo con tutte “le sue domande” – fatte di verbi, nomi, pronomi, aggettivi, sintassi, frammenti, visioni, racconti – ma sostanzialmente libero. Vive con il suo stile, che è la perseveranza del suo esserci. Secondo Friedrich Dürrenmatt: «Arte è […] perseveranza che non lascia la presa, slancio primordiale che vede nel mondo qualcosa da riscoprire e riconquistare ogni volta da capo. Perché solo la possibilità di guadagnare o perdere il mondo in ogni momento fa della vita una grazia o una maledizione e non un’esistenza puramente necessaria».

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Una fragile onniscienza

Nei suoi Decreti sui pianeti Velemir Chlebnikov scrive: «Il sole obbedisce alla mia sintassi». Non esistono limiti, in una certa fase del percorso creativo, alla forza plasmante che immaginiamo nelle parole. Ogni poeta vuole chiedersi, con Novalis: «Cos’è il mondo? A quale scopo lo produciamo con i nostri punti di vista? […] Il vero poeta è onnisciente – è un mondo reale in piccolo». Questa fragile onniscienza è il contrario della presuntuosa attività del poeta faber: è la consapevolezza di un segreto intrinseco alla parola, di una “cripta” psichica (Mario Perniola) che protegge l’atto creativo rendendolo felicemente invisibile.

«Se si osserva con pari attenzione questa assenza di scopi e di leggi della poesia moderna nella sua totalità e la rilevante eccellenza delle singole parti, il suo insieme appare come un mare di forze contrastanti dove si agitano confusamente in una torbida mescolanza, le particelle della bellezza disfatta, i frammenti dell’arte distrutta» scriveva Wilhelm Schlegel alla fine del XVIII secolo, negli anni in cui Hölderlin concepiva i suoi inni e Samuel Taylor Coleridge abbozzava la sua Rime of the ancient mariner. Non sembra siano passati più di due secoli da quelle parole se ancora oggi ci interroghiamo su questa “torbida mescolanza”, su questi “frammenti dell’arte distrutta”. Mentre Maurice Blanchot commenta: «Sembra ridicolo e miserabile che l’angoscia di un uomo abbia bisogno, per mostrarsi, dell’attività di un uomo che, seduto allo scrittoio, traccia lettere su un foglio di carta».

“Ridicolo” e “miserabile” indicano una necessità interiore tanto penosa quanto ineluttabile. L’esperienza oggettiva dell’opera, come testo concluso, corrisponde alla morte dell’io che si confessa a quello scrittoio. Così come l’interminabile monologo dell’io è la morte di ogni opera leggibile. Dallo scacco dell’una e dell’altro nasce l’esperienza fulminea della poesia. L’oggettività dell’opera fallisce, e ritorna l’impulso. L’impulso fallisce, e riappare l’opera. Non c’è scampo. Inconscio e coscienza vivono all’interno di questo campo gravitazionale, di questo scambio incessante in cui l’io è mediatore e medium, sospeso tra il caos della follia e il discorso della ragione.

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Questa esitazione

«Per occhi due grumi, e due/ cicatrici, anch’esse qui,/ di sbieco attraverso/ il volto,// una luce, invocata dai tuoi/ primi ardori, estraniata/ da lungo tempo,/ s’insinua/ nella visione insorta». Nella poesia di Celan gli occhi sono due grumi che traversano obliqui la faccia, privi della vista. La luce è straniata, irraggiungibile. Rimane una visione interna, insorta. «CAMBIANO LUOGO le sostanze:/ và a te stesso, aggrégati,/ in dileguata/ luce terrestre,// sento dire che fummo/ progenie del cielo,/ questo resta da dimostrare, a partire/ da in cima, lungo/ tutte le nostre radici,// due i Soli esistenti, capisci,/ due, non uno – beh, e allora?»

L’uomo è “progenie del cielo”, sente dire il poeta. Ma sembra solo una sarcastica ipotesi. Però Celan ha una fede: assicura che due soli esistono. Nessuna logica convincerà il poeta del contrario. Anche se “il parlare vero è fatto d’ombra”, anche se la scrittura è porosa, trapassata, inservibile, e assomiglia un tragico relitto, è altrettanto vero che dei buoni relitti esistano ancora, dispersi fra i libri meno visibili, nascosti negli archivi meno sospetti.

La necessità di tacere e la possibilità di dire sono due misteri speculari e analoghi, dove la complicità del silenzio non esclude le complicazioni della parola. Forse il dire appartiene al regno dell’insonnia e il tacere a quello del sonno, ma chi scrive esita sempre fra risveglio e riaddormentamento. La scrittura è la traccia di questa esitazione. È coraggio parziale, complice del silenzio. Scrive Giuseppe Zuccarino: «Lo scrittore sa che, per dover resistere, deve lottare contro il silenzio, ma sa che non potrà mai vincerlo del tutto perché “il silenzio è nella parola come una parola da leggere” (Jabès)».

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Né maestri né linee

La poesia contemporanea non ha né maestri né linee da seguire. Può però proporre una sfida: non appagarsi della sua autonomia linguistica, facilmente raggiungibile grazie alla comune tekné poetica, e rivelarsi come modo – imperfetto ma rigoroso – di “intelligere” il mondo attraverso il linguaggio. Il poeta dovrebbe indicare i modi in cui la materia delle proprie parole – toni, i ritmi, le phonai del linguaggio – convive con la materia del proprio “sentire” – emozioni, pensieri, significati. La parola poetica, attraverso la discontinua e tormentosa necessità della sua fisiologia linguistica, vive la necessità, altrettanto discontinua e tormentosa, delle passioni che la modellano. Il poeta è chiamato a un gesto, a una visione in cui, fuori dalla parola ma vincolato alle sue leggi, riviva il cortocircuito fra suono e senso come atto di ri-trasformazione e ri-nominazione del mondo.

La bellezza non ha più sede nelle formule estatiche della sua affermazione, nella sua orgogliosa e prevedibile perfezione, ma in uno stato di permanente rifiuto di quella “melodiosità” che, secondo Celan, «ancora andava risuonando, più o meno imperturbata, assieme o accanto agli eventi più orrendi». Il poeta di Czernovicz ci suggerisce che il linguaggio poetico «non trasfigura, non ‘poetizza’, esso nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato. […] All’opera qui non è mai la lingua stessa, la lingua in sé e per sé; bensì sempre e soltanto un io che parla dal particolare angolo d’incidenza della propria vita e che cerca una delimitazione, un orientamento. La realtà non è, la realtà va cercata e conquistata». È nel campo di questa nominazione e delimitazione che l’avventura può ancora continuare: ma il tessuto su cui le parole possono ancora tessere i loro scambi semantici è un’esperienza che nasce dentro la naturale follia delle parole. Quasi che il poeta, oggi, dovesse con pudore disserrare la porta su questo crogiuolo di parole che si cercano, si incrociano, lottano fra di loro, frantumate e disperse, ormai orfane d’autore, e suo compito fosse tener fermo il filo col quale cucirle, come il veggente organizza il materiale delle sue visioni: questo filo è la prospettiva da cui intravede il proprio paesaggio, la propria impronta, la propria irripetibile deformità. Una parola nata casualmente porta con sé un destino infinito, richiede gli strumenti di una frase, e poi quella frase ne chiama un’altra e un’altra ancora, fino al silenzio.

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Il silenzio dell’arrivo

Il silenzio è l’approdo a cui tende la parola ma non può essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio dell’arrivo, costruito dall’esperienza delle proprie parole. Nessun silenzio è innocente, come nessuna armonia è priva di colpe. Bisogna trovare, con il proprio linguaggio, il proprio silenzio. Parafrasando Shakespeare, Auden afferma: «Tutto il resto è silenzio/ dall’altra parte del muro:/ e il silenzio è maturità/ e la maturità è tutto».

Esiste nella poesia, da sempre, la meraviglia per quanto non è dicibile, l’esperienza dell’impensato. La magia del dire si intesse al sortilegio dell’indicibile. Ma hanno ancora diritto di esistenza, nel linguaggio poetico, stregonerie foniche, manierismi linguistici, incantesimi lessicali? Celan scrive: «Dovetti dunque anche dedurre che su quanto lotta da tempo immemorabile per trovare espressione si è deposta la cenere di significati antichi, ormai morti, e altra ancora! In che modo allora il nuovo dovrebbe scaturire con la sua purezza? Ben vengano, dai più remoti distretti dello spirito, parole e immagini e gesti, velati come nel sogno e in sogno svelati». Jabès aggiunge, parlando della sua poesia: «Celan ha quasi inventato una nuova lingua tedesca perché ha messo insieme delle parole, come se le parole potessero in quel momento salvarlo. […] Ha voluto fare l’impossibile con il linguaggio, ma questo impossibile non significava per lui solo desiderio di dire, ma anzi desiderio di tacere». La poesia si scopre porosa, lacunosa, esitante, e raggiunge, attraverso circuiti diversi di parole, la sua intima natura di silenzio – resistenza al linguaggio in imminenza di parola.

MAL DI FUOCO, 2. Jonny Costantino

Mal di fuoco di Jonny Costantino

Immagine dii Nicola Samorì

Jonny Costantino, Mal di fuoco, con immagini di Nicola Samorì, Effigie Il Primo Amore, Milano, 2016.

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Scrivendo e cadendo e danzando per non morre di gelo e di arsura, ho appreso che la parola dice la verità soltanto sotto tortura.

*

Punto al nervo. La verità è un nervo coperto. Ramificato nel muscolo della vita. Scrivendo lo avvisto, lo incido, lo spremo. È amaro. Di verità m’imbevo e a furia di rilasciarla mi snervo. Nel grumo della vita squarciata m’innervo.

*

La verità è una e non è una. C’è la verità della vita. Ci sono le verità delle vite. Scrivendo cerco la mia. Le mie. Le trovo, le perdo. Le sviscero. Mi eviscero. Esausta svengo. Disperata rinvengo. Non c’è tregua, né traguardo. Scrivendo mi avvero. Davvero.

*

Scrivo perché lui è morto e io sono viva. Scrivo perché la su verità è ora una parte della mia verità. Scrivo perché la sua verità è la mia verità, sprovate dal fuoco dei corpi e delle menti, sono diventate la nostra verità. Scrivo perché lui non c’ più ma quello che lui è stato e noi siamo stati vive e si modifica in me e con chi entra in contatto con me. Scrivo perché lui è morto e con lui una parte di me.

*

Scrivo per arrivare a te che mi leggi in un altro sistema o in un’altra galassia, ammesso che tu riesca a decifrare questi segni chiamati scrittura. Scrivo per te a condizione che in te ci sia qualcosa di compatibile con l’umano o l’inumano che fibrilla in me. Scrivo per te a condizione che tu possa assimilare o rigettare quello che scrivo. Qualunque cosa cosa sia. Ovunque tu bruci.

Jonny Costantino

DIRE TUTTO ALLE CASE. Thierry Metz

Traduzione e cura di Mia Lecomte

Questo volume di Thierry Metz, Dire tutto alle case (Interno Poesia 2021) è tratto da Poésies 1978-1997, Pierre Mainard, 2017. Tradotto e curato da Mia Lecomte, il poeta è già noto in Italia per almeno tre volumi di prosa e poesia: L’homme qui penche, Bordeaux, Opales/Pleine Page, 1997 (poi 2008; e Nice, Editions Unes, 2017. In italiano L’uomo che pende, Pistoia, Edizioni
Via del Vento, 2001, traduzione di M. Rouan e L. Gonfiantini); Sulla tavola inventata, Milano, Edizioni degli animali, 2018, traduzione di R. Corsi; Manuel d’un manœuvre, Paris, Gallimard, 1990 (in italiano Diario di un manovale, Milano, Edizioni degli Animali, 2020, traduzione di A. Ponso).

Nella sua prefazione Lecomte scrive: «In 76 clochards célestes ou presque Thomas Vinau assembla una galleria di mini-ritratti di scrittori, poeti, artisti, musicisti décalés – Charles Bukowski, Billy Holiday, Blaise Cendrars, Albert Cossery, Nicolas Bouvier, Francis Bacon… – esistenze “estranee” e marginali, spesso di malattia e sofferenza, dotati del potere taumaturgico di guarire il mondo con i loro distillati di bellezza. Avventurieri “del minuscolo”, “feriti fedeli alle proprie ferite”, “inconsolati che consolano”, della cui famiglia fa parte anche Thierry Metz: “La sofferenza ha escluso Thierry Metz dalla vita. Non era uno debole. Prima di tutto era poeta. No, manovale. No, poeta. No, manovale. Prima di tutto era poeta e manovale.era poeta e manovale. Scriveva con il piccone. Una volta evaporato il sudore, l’inchiostro diceva la pietra. E la mano. E il respiro. L’inchiostro diceva il niente. La bottiglia e la fatica. Il tempo che scava i lombi. Il collega. Il capo. Il muro. In altre parole, l’inchiostro diceva il tutto. Tutto di una vita piena. Il suo piccolo cielo. L’acqua e il cemento. Ad altezza d’uomo. E poi la tragedia ha fatto il suo lavoro. Una tragedia famigliare, come si suole dire. La peggiore”».

Un poeta suicida. Uno dei molti che affollano la letteratura poetica, da Remo Pagnanelli a Marco Amendolara, da Edouard Levé a Nadia Campana. I loro profili vitali sono tutti diversi. Ma un legame accomuna questi poeti estremi: da un lato il coraggio di mettere il punto finale al flusso della vita, dall’altro la capacità di avvertire, nelle cose esterne e interne, non le armonie di un tempo quotidiano ma una vibrazione di magica intensità e anche di intollerabile angoscia. La follia è questa risonanza di cui non si riesce a controllare l’eco. Ascoltiamo la voce di Metz:

«Una radura non può dirsi / che il mattino presto prima della favola / quando il gallo ancora / può separare chicchi e ami».

«Nell’angolo improvvisato / irrompe il coltello. / Raccogliamo l’orrore al centro del pavimento / potiamo la casa. / Uomo disalberato / tra le ruote e le antenne: / il suo viso ci trascina a terra».

«Nella voce tua che sorvolavi / qualcuno rimestava sabbia / impastava vita e morte. / Qualcuno scherzava. // Solo il bambino prossimo alla morte / sapeva che dal coro delle parole / sarebbe sorto il giardino, / un’erba sola: irriducibile».

Scrive Mia: «I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge edita da
Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere
uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico; quella che potremmo definire come una parabola, appunto, della sparizione, fabbricata “corporalmente”, giorno dopo giorno, lungo vent’anni di scrittura. E in questo consiste soprattutto la difficoltà di una traduzione che deve rendere conto di tale progressivo e inesorabile smottamento nel bianco. Un registro volutamente basso, sussurrato con esattezza, proteso sul precipizio
dell’essere. «Solo il verbo esprime, il resto non conta», nelle parole del poeta a Thierry Courcaud, che lo racconta nel ricordo in apertura dell’edizione Mainard. Ed è infatti il verbo il cardine dell’edificio di luce che le mani-inchiostro di Metz affidano all’inesorabile, la scansione ovattata del metronomo su cui la traduzione deve adattare l’incedere lungo la voragine. Agire onesto e implacabile del verbo, chiarezza abbacinante della sua
direzione».

Mia Lecomte individua la progressiva sparizione del poeta. Il poeta-manovale, che lavora col piccone, nel suo “dire tutto alle case” alla fine sgretola il suo stesso gesto, per ritrovarsi in un al di là del linguaggio sempre altrove da qui.

«Anzitutto leggere / passare da una prossimità all’altra, / ritrovarsi nel linguaggio / solo per essere qui / con i propri altrove – forse / con tali altrove partire, / forse non essendo il punto d’incontro / di ciò che forse è noi / senza di noi /che non incontriamo mai / altrove da qui». Quuando il dramma entra clamorosamente in scena nella vita di Thierry Metz, quando Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto, il poeta crolla nella depressione e nell’alcolismo. Dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri nell’ospedale di Cadillac, “padiglione Chardot”, il 16 aprile 1997 si toglierà la vita.

Riesco a seguirlo / ma solo in un’altra lingua / che tutto attraversa continuamente / merlo foresta / l’ombra con / la persona /
che non è nulla / senza il ramo / ciò che è l’uomo irraggiungibile».

Uomo irraggiungibile. Uomo raggiunto.

Uomo in piedi. Uomo che pende.

Thierry Metz.

(M.E.)

Mia Lecomte



MAL DI FUOCO, 1. Jonny Costantino

Mal di fuoco di Jonny Costantino

Jonny Costantino, Mal di fuoco, con immagini di Nicola Samorì, Effigie il Primo Amore, Milano, 2016 .

fr. 212

Empedocle stabilì che all’interno dell’organo della vista c’è il fuoco e che, tra le innumerevoli coppie di occhi, c’è più fuoco negli occhi che vedono meglio nella notte.

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C’è più fuoco negli occhi

che vedono meglio nella notte

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Immagine di Nicola Samorì

fr. 214

Ci sono due fuochi nella natura.

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Un fuoco esterno,

che brucia fuori di noi,

contaminato da altri elementi,

sovente sotto mentite spoglie.

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Un fuoco interno,

che riluce puro dentro di noi.

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Due fuochi fratelli.

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Il visibile è pervaso dal fuoco.

La luce del giorno è fatta di fuoco.

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La massima concentrazione di fuoco interno è negli occhi.

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Immagine di Nicola Samorì

fr. 215

Non è solo il più infuocto tra glli organi sensibii.

L’occhio è anche il più elioforme.

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fr. 220

La vista salva la vista dal buio che assidera.

La vista che nel disastro desidera.

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fr. 224

Ippocrate di Cos parla di un calore innato che alberga nell’essere umano.

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Ippocrate fu lo scienziato grafomane che divise la mediina e la filosofia, nate gemelle e siamesi, maneggiando un bisturi i cui barbagli fecero faville nella mente di Socrate e nelle penne dei suoi discepoli.

*

Ci sfreddiamo, rileva Ippocrate:

col tempo il nostro calore va a scemare.

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Lo rileva sulla siia di Parmenide il cilentano:

la vecchiaia è il venir meno del caldo.

*

Aggiunge Parrmenide:

dormire equivale a raffreddarsi

Immagine di Nicola Samorì

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fr. 250

Il fuoco sa mimetizzarsi.

[…]

Né del resto, il fuoco se lo aspetta da tutti.

Che lo attraversino per rinvenire al mondo.

Per divenire mondo.

Jonny Costantino