GLI STATI DELL’ARIA. Bernard Noël

(traduzione di Lucetta Frisa)

Nicolas De Staël

**

Non abbiamo che la vista

Le pareti di vento

Questo paese è il vuoto

Qui la profondità rovescia

Lo sguardo su di sé

Ci fa saltare dentro gli occhi

Sempre andare e venire

visto e non visto

L’innesto del non è qui

Sopra quello che è là

Tanti passaggi

Dentro di noi si aprono

Passano in noi

E l’occhio di traverso

Si arrotola al soffio d’aria

Ogni cosa si mantiene in ciò che è

Non è più del centro

Ma centrale

Tutto il corpo vede

E il foglio è dietro la vista

Come la schiena è dietro di sé

Una strada d’aria

Cosparsa di sassi d’inchiostro

E dentro la porta

La porta che se ne va

Voi siete specchio

La nostra testa è al di là

Si rientra a casa

Attraverso la pupilla

Questa piccola luna nera

Al cielo di carta

Una parte dell’aria

Pagina per i battiti

Quando il pensiero vola via

Tracce di nebbia

Nebbia attraverso cui

ciascuno ritorna al tutto

Ovunque è la soglia

E lo stesso partire

La sorpresa basta

Nulla ferma l’aperto

Tranne la sua superficie

Ogni limite chiama

Lo sguardo si oltrepassa

La testa è laggiù

Dove lui la raggiunge

Allora nell’occhio andato via

Il corpo si vede venire

Dove il mentale si fa aria

Ma ecco l’ Altro in Voi in Lui

L’affronto dell’incontro

Il raddoppio del mondo

Filtro d’aria

L’in-finito

E questo muro di nulla

Dove la lingua si ostina

Poi annega negli occhi.

I testi sono tratti da Les yeux dans la couleur, P.O.L.. éditeur, Lonrai, 2004.

**

Bernard Noël

Nasce il 19 novembre 1930 a Sainte Geneviève-sur-Argence nell’Aveyron. Gli avvenimenti che lo hanno segnato sono quelli della sua generazione: la bomba atomica, i campi di sterminio nazisti, la guerra del Vietnam, la scoperta dei crimini staliniani, la guerra in Corea, la guerra d’Algeria. Al primo libro, Extraits du corps (trad. ital. Estratti del corpo, Mondadori, 2001) segue un lungo silenzio. Dal 1969 inizia una sterminata attività di scrittura: ricordiamo il romanzo-scandalo Le Château de Cène e i grandi libri di poesia, La chute des temps e L’ombre du double, tradotti in Italia da Guanda e da Joker. Diversi i libri ispirati ad artisti come Géricault, Giacometti, Masson, Michaux, due volumi teorici sull’arte, Roman d’un regard e Les yeux dans la couleur e diverse plaquettes con artisti contemporanei. Studioso di Sade, Bataille e Artaud, scrive un saggio sul rapporto tra Antonin Artaud e Paule Thevenin, Artaud e Paule (I libri dell’Arca, Joker, 2005). Molti i suoi libri significativi in prosa, tra cui la Langue d’Anna, dedicato ad Anna Magnani, Le Syndrome de Gramsci (trad. ital. Manni, 2001), Il poema dei morti (trad. ital. Book, 2020). Nel 2005 è stato candidato al Nobel. Muore a Laon (Aisne) il 13 aprile 2021.

PER “I BLUES”. Michela Gorini

**

Parola-sortilegio, blues: nasce dall’espressione “to have the blue devils” (avere i diavoli blu) e significa essere “agitato, depresso, allucinato”. In questo nuovo volume di versi, I Blues, (Nuova Limina, Anterem edizioni, 2023), Michela Gorini parla proprio di “quei blues con i quali dobbiamo entrare in contatto per sopportare l’arido vero leopardiano” (Stefano Guglielmin). E il libro si sviluppa per onde successive, dove le lingue si mescolano, onde nelle quali vibra una libertà espressiva che rende il libro leggero e tragico, come se venisse da arcipelaghi lontani a sciogliere qui, in queste pagine, il nodo antico di una identità fluttuante. Ne trapela un discorso interrotto, frammentario, ma felice nel suo rivelarsi incompiuto, immerso in sillabe libere (“le corde vocali / celebrare le strettoie // consonanti di un / legamento // legame / lega me / lega me); (“toute seule / d’un seul / absolu // tu va sortir // d’une absence / génératrice, on peut dire); in epigrammi del nulla (“hai fallito ogni giorno, / nuoti verso il nulla verso // ogni giorno un vuoto verso”). Le diverse poesie, come richiami di uccelli, ondeggiano per sequenze musicali, e il lettore non ha tempo di fermare la sua attenzione su un concetto, perché segue la linea ondulatoria del dire poetico, come i versi di Goethe nel lied schubertiano Meeres Stille: “Profonda calma regna nell’acqua, / immoto riposa il mare / e inquieto guarda il navigante / la piatta superficie tutt’intorno”. Il poeta si avvicina alla fine e non sa esattamente cosa ha letto, si sente, lui stesso, letto dalle parole del libro come da improvvisi della lingua, fulmini lievi che gli girano attorno come falene stupite, addolorati blues, tenere allucinazioni (M.E.)

**

Antologia

Stretto segreto

se la morte ti ha versata

attraversata tògliti

quell’amore che ti togli

la maschera di un

corpo veste

nero metastasi

cartella clinica

al viso sfaldature

settembre la notte scorsa

la lunga corsa

l’abisso il crollo, agosto

l’abisso il crollo, il morso

rimosso rimorso

rubata

a me ti

lettere

aperte

tu dentro

le lettere

aperta

tu dentro

piccola

stretta

stretto

segreto

*

Sovraesposto

La soluzione più precisa alla equazione della vita è il corpo. Niente più del corpo ti avvicina alla soluzione della vita. Tutto l’immesso, impaginato, sparso intorno alla figura propria, riguarda una esistenza. Non verrai a una specie di conoscenza, dopo. Il sapere guarda l’esistere. Esistere non osserva la regola del corpo. Un corpo senza indizio percettivo può respirare. Vita ha a che vedere con trama di narrazione. Con il corpo muore l’esistenza, esiste segno di una volontà. Il visibile. Volontà intesa come. Non intesa come

Segni che ha lasciato sembrano trama di narrazione, non più intrisi della impronta. Vuoto di lei tra le mani li sposto li chiudo memoriali e rituali, tra le mani.

Il pensiero della voce è pensiero. Da qualche tempo sono senza lei. Senza dolore. Da qualche tempo lei è stata un dolore. Da qualche tempo non so se non vive la vita se non

La soluzione più precisa alla equazione della vita è il corpo senza voce solo suono, temperatura. La sua sveglia che suona ogni mattina alle ore 6. Nel corridoio del fine vita. Piano piano, poi

**

Michela Gorini (Pesaro 1971, psicoanalista). Ha scritto La produzione di amore (Dot.com Press Poesia, 2018), La tua formula invertita femmina (Kolibris, 2020), Diario del sangue e delle ossa (Ladolfi, 2021), I Blues (finalista al Premio Montano 2022, Edizioni Anterem 2023). Suoi testi in lingua italiana e tradotti sono presenti in diversi litblog.

Michela Gorini

BUIO SENZA NOTTE. Alfonso Guida

**

Una sola parola restò, dunque, sulla bocca di Hölderlin, le altre andarono tutte via. Restò “Pallaksch!” che significava “ sì” o “ no” a seconda dei contesti e che poteva comprendere solo il falegname Zimmer, tutore del poeta. L’afasia è qualche suono, balbettio, tronco vocalico, dittongo: le macerie che nel paesaggio di una lingua restano dopo le migrazioni in massa delle parole. Capire se le parole sono uccelli come le rondini…le rondini tornano, le parole, forse, si stabiliscono in un altrove che la conoscenza umana non può toccare…oltre la cortina di buio e ferro, oltre l’apartheid nero tra Stati Uniti e Messico…la stessa disperazione…Tentò Hölderlin di arrampicarsi all’altissimo muro divisorio della notte eterna della parola? O la parola abbandona o si frantuma fino a dissolversi, se la si vuole vedere troppo da vicino e sottoporla alla crudeltà “brucia-tutto” (J. Derrida) dell’occhio, senso spietato. La parola troppo vista da vicino si perde nel suo fading, nel suo ciclone di dissolvenza. Non la si vede più, non la si può più azionare col lume della ragione e del senso. L’ afasia è un delirio a imbuto. La parola troppo riscaldata o troppo raffreddata si scioglie o si spezza, dunque, si sacrifica, si perde, si sparge, si diffonde nella dismisura marina, la si perde. La parola torna all’oceano originario. L’afasia è un viaggio di ritorno, a piedi, nelle acque della madre, con qualche sfiatare sibilante e impercettibile, il ghiaino sonoro della parola morta, il suo vagare ripetitivo di fosforo, nel grande, desolante cimitero delle voci sepolte vive, un luogo da cui, saltuariamente, si sprigiona qualche sparuto mugolio, un vagito interno, catturabile con le sonde. Dunque, Hölderlin esperimentò la trappola definitiva della voce troppo forzata che reagisce chiudendosi a riccio come una testuggine o una lumaca. Se forzata oltre il consentito, la voce, come un animale qualunque, se ne parte, se ne va per le sue ignote vie, abbandona per sempre il suo padrone. La parola finisce, così, nel gorgo, senza più restituzione. Diventa buio, buio allucinato e assoluto, buio spogliato di ogni luce propria o riflessa, un buio tragico e terribile, senza notte.

DITTICI. FILOSOFI TRA PAROLE E IMMAGINI. Giuseppe Zuccarino

Dittici. Filosofi tra parole e immagini, Milano-Udine, Mimesis, 2023.

INDICE

Benjamin e l’Angelus Novus di Klee

Le lacrime del faraone

Dall’incrinatura alla creazione

Macchine letterarie. Kafka riletto da Deleuze e Guattari

Foucault e il grammatico fantastico

Linee, luci, colori

Il luogo ateologico della poesia

Agamben e la Musa della filosofia

Indagini su un poliedro

Danzare con le immagini

**

Dalla quarta di copertina

Il libro comprende cinque dittici, ossia coppie di saggi, relativi ad altrettanti filosofi: Benjamin, Deleuze, Foucault, Agamben, Didi-Huberman. L’indagine verte in particolare sul rapporto che essi hanno instaurato con la letteratura e le arti visive. Per quanto riguarda quest’ultimo campo, vediamo Benjamin ispirato da un quadro di Klee, Foucault affascinato dalle opere di Manet, Didi-Huberman alle prese con una scultura di Giacometti. Ma i testi letterari non sono meno attrattivi per i filosofi: ecco dunque Deleuze che, assieme a Guattari, legge le opere di Kafka, Foucault che indaga su quelle di Brisset, Agamben che interroga gli scritti di Mallarmé. Più in generale, a essere in causa è il nesso tra linguaggio filosofico e immagini (intese sia come opere d’arte visiva, sia come figure evocate solo tramite le parole). Ad accomunare i pensatori in questione, infatti, c’è l’idea che la filosofia non costituisca un ambito separato, chiuso su se stesso, ma sia parte integrante di una cultura e di una storia ben più vaste e multiformi.

**

Dal saggio Dall’incrinatura alla creazione

…Si può dire pertanto che aver subìto una certa incrinatura a livello psichico, o comunque l’aver fatto esperienza di qualcosa che destabilizza il soggetto percipiente, sottoponendolo a un eccesso di dolore (o magari di gioia), se può in certi casi indebolirne le difese, così da indurle a cedere a pulsioni mortifere, in altri e più fortunati casi può conferirgli delle capacità di pensiero e di creazione che in precedenza erano per lui inaccessibili….

[…]

Occorre dunque saper trasformare l’incrinatura iniziale in una creativa linea di fuga, ma occorre anche, mentre si è impegnati a tracciare tale linea, imparare a conoscere “i pericoli che vi si corrono, la pazienza e le precauzioni che bisogna impiegare, le correzioni che bisogna apportare di continuo”1. Solo così, secondo Deleuze, l’atto di creazione giungerà a buon fine, e il pensatore o lo scrittore potranno dire di essere riusciti ad esprimere la potenza, nel contempo terribile ed esaltante, della vita.

1Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, 1980.

**

Giuseppe Zuccarino è critico e traduttore. Ha pubblicato numerosi volumi saggistici, i più recenti dei quali, editi da Mimesis, sono: Il farsi della scrittura (2012), Prospezioni. Foucault e Derrida (2016), Immagini sfuggenti. Saggi su Blanchot (2018), Interscambi. Filosofia, letteratura, pittura (2019), Sacrifici e simulacri. Bataille, Klossowski (2021), Forme della singolarità. Da Michaux a Quignard (2022). Ha tradotto tra l’altro opere di Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.

PER “RAREFAZIONI”. Gisella Genna

**

Un libro come Rarefazioni (Italic PeQuod, 2023) di Gisella Genna, induce a una riflessione che già Elio Grasso propone nelle pagine introduttive. Questa “rarefazione” non è un simbolo di fragilità o di dissolvimento: è una via che esige il suo senso. «Ogni lettera si trasforma in figura che vale la pena offrire al lettore, l’oggettività è ancora presente, tanto che “rarefazione” non è un tragitto verso l’inconsistenza, ma il farsi largo fra l’inutilità imperante» (Elio Grasso). La voce del poeta è precisa come uno stacco musicale che si imprime nella memoria del lettore: «È linea di confine il larice – / il contorno cade, nell’estate / singolare, declina il suono / in rovescio di laghi. / Accade nel bosco la pazienza, / pietas nel pensare / cosa sono dunque gli uomini». Ogni poeta ha la precisa sensazione di abitare in una comunità dove ogni abitante rappresenta il dolore della caducità terrena nella sua versione, cercando parole che vivranno oltre la sua morte, trascrivendole su fogli di carta, su terreni sabbiosi, dentro lo schermo del computer. Siamo di fronte a un “atto di resistenza”, come suggerisce Gilles Deleuze. La resistenza è l’atto in cui la vita si oppone al “destino della vita”, che è quello di perire, e racconta l’insopportabile assenza della morte con parole che non vogliono mancare ma restare eterne. È un’eternità che non assume mai il valore del monumento egoico o della fede ultraterrena ma celebra, laicamente, lo sparire dell’uomo da questo pianeta, una sparizione fatta di segnali che ne parlano, un morire composto di segni che restano – uniche, sole, determinanti consolazioni. Il dolore della fine viene evocato da parole che, descrivendolo, lottano contro qualsiasi idea di fine, creando e ricreando l’illusione della presenza. «Mi tieni nella direzione / – frontiera alta della negazione – / all’alba nei campi vagante, / dominio dell’assente». Ogni poeta condivide lo stesso destino: circoscrivere la sua illusione di esistenza dentro uno schema di parole, opponendo alla disillusione del dissolvimento le tracce inequivocabili di quella presenza, il suo lavorare con ostinazione ossessiva a questo tema. Come osserva Danilo Kiš: «E tutto ciò che sopravvive al nulla è una piccola, vana vittoria sull’eternità del nulla». Ma il poeta, augurandosi una precaria immortalità, è sempre insoddisfatto di quello che fa, travolto dal costante lavorìo sotterraneo dell’”essere” delle parole contro il “divenire” della vita che muore. Se ogni poeta cerca la sua voce, per individuarsi dal nulla, la sua voce, necessariamente, deve sottrarsi alla cifra dell’individuazione perché “tormentata dall’infinito”, come Il Bardamu celiniano del Viaggio al termine della notte: «L’affondo del reale, il nostro freddo / – la parola si fa marginale, / sfioramento senza peso dei corpi. / Resa del tronco spezzato / nell’aria di gennaio – / se solo riuscissimo a credere». L’intimità di questa poesia è un felice slancio ascensionale che convive con una vertiginosa familiarità, dove anche l’incontro amoroso, rifranto nello specchio, è una tenue scena onirica: «Ti aspetto sul ponte mentre la gente avanza / freneticamente nei boulevard. Torno sempre / nello stesso albergo – le stanze occupate / insieme a un tu diverso. / Nello specchio del museo Rodin / eravamo in due».

**

Antologia

Ripetere infinitamente il lancio

adagio, adagio

su dune di un paesaggio anteriore

– posare sguardi d’agata nel sole

bianco d’Itria.

*

Siamo corpo nell’ascolto,

una sola eco.

Scenda come divinazione,

scorra fluviale luce. Luce.

*

Linee dello sguardo –

cantando l’eco dei ricordi

essere più in là, lievemente,

in adamantino esserci.

*

Dalle alture scarne in Ladakh

spogliarsi è l’ultimo cammino, I

Ishvara nome divino,

sole che governa la mente.

*

Continuo a vedere le finestre in cortile riflesse nella mia, le tende scolorite dal sole e qualche

pianta di aromi sui davanzali. In viaggio verso casa sfilavano le abitazioni dei paesi di

provincia. Gli indumenti messi ad asciugare, svuotati della presenza. Mi sono stesa dall’altro

lato del letto e ho guardato quello che vedevi tu. Ho guardato con i tuoi occhi.

*

Ti aspetto sul ponte mentre la gente avanza freneticamente nei boulevard. Torno sempre

nello stesso albergo – le stanze occupate insieme a un tu diverso. Nello specchio del museo Rodin

eravamo in due.

*

Gli anni addensati. Una porzione di sfera che pare scivolata via nel cosmo antico. Non abito

più qui, dove il ricordo sfugge ed era luce da un solo lato, né bianco né oscuro: lontano.

**

Gisella Genna è nata nel 1973 a Milano, dove vive e lavora. Giornalista e docente, si occupa di moda. A marzo 2020 è uscita per “Interno Poesia” la sua prima raccolta in versi Quarta stella. Si sono occupati della sua poesia blog letterari e riviste cartacee e online tra cui: “La Lettura – Corriere della Sera”, “Repubblica”, “Atelier”, “La dimora del tempo sospeso”, “Carteggi Letterari”, “Il Rifugio dell’Ircocervo”, “Rai Poesia”, “Inverso”, e altri.

Gisella Genna

PER UNA MOSTRA FUTURA. Gustavo Giacosa

Léon Ferrari

Maurizio Fontanelli

Pascal Leyder

Riccardo Sevieri

**

Scritture erranti è un nuovo tassello del progetto di ricerca dedicato a indagare gli aspetti plastici della scrittura nel mondo dell’arte, iniziato da Gustavo Giacosa nel 2010. Questa ricerca, portata avanti con la complicità del compositore Fausto Ferraiuolo, ha dato vita a diverse mostre: “Noi quelli della parola che sempre cammina” a Genova nel 2010, “Paroles en marche” a Tolone nel 2016 e “Parole in cammino” a Roma nel 2022.

Nel tempo, questo vasto argomento è diventato uno dei temi che strutturano la collezione di art brut e arte contemporanea di Giacosa e Ferraiuolo. Questa collezione è vissuta come uno spazio di riflessione e di esplorazione, che ispira le creazioni di SIC 12, la piattaforma multidisciplinare che hanno creato a Aix-en-Provence nel 2012. Scritture erranti presenta una selezione di opere della loro collezione insieme a “Il libro delle domande”, un’installazione audiovisiva realizzata presso La Maison de Gardanne con la partecipazione di pazienti, famiglie e di tutto l’équipe di questo centro di cure palliative.

Le parole in libertà evocate nel titolo danno origine a una forma di scrittura che sfugge alle leggi predefinite dell’ortografia. Artisti di epoche diverse sono stati affascinati da questi dirottamenti dei codici della scrittura.

In Scritture erranti troviamo autori dell’Art Brut per i quali scrivere disegnando è una necessità imperiosa. Senza gerarchie o preoccupazioni di categorie estetiche, le loro opere si affiancano a lavori di artisti contemporanei, incisioni e vecchi documenti in un gioioso flusso di scrittura. Nel corso dei secoli, la scrittura che libera il disegno o il disegno che libera la scrittura è stata una preoccupazione ricorrente. Proclamata sui muri delle città o chiusa nelle pagine di un quaderno, l’urgenza di liberare la parola da ogni ingiunzione è intimamente legata ai percorsi di vita di questi autori. Come afferma Michel Thévoz nel suo libro Les écrits bruts. Le langage de la rupture: “Non scriviamo solo per formulare idee (…) a volte scriviamo anche, e in un senso completamente diverso, per liberarci, per avventurarci al di fuori della sfera personale in uno spazio immaginario dove i poli del mittente e del destinatario dei messaggi si confondono”.

*

Perché scrivere è riscrivere,

Perché fare una domanda è già trovare una risposta…

Concepito come un libro immaginario di domande, Il libro delle domande è stato costruito a partire degli incontri con pazienti, medici, famiglie, membri dell’équipe e volontari de La Maison de Gardanne e della Villa Izoï. Il progetto fa parte del programma “Riaprire il Mondo” sostenuto in Francia nel 2021dalla Direzione Regionale degli Affari Culturali della Regione Sud. Durante la loro residenza, Giacosa e Ferraiuolo si sono impegnati nella raccolta di domande e nell’organizzazione di laboratori di scrittura disegnata destinati ai pazienti dell’ospedale diurno. Una domanda porta ad un’altra. Dalle domande semplici della vita di ogni giorno a quelle più profonde che ognuno si rivolge nel corso della sua vita: un lavoro incentrato sull’ascolto dell’altro.

Nel 2022, i due artisti hanno continuato la loro residenza grazie al sostegno della Regione Sud, della D.R.A.C e dell’Agence Régionale de Santé Provence-Alpes-Côte d’Azur nell’ambito del programma Culture Santé Handicap et Dépendances. In nuovi incontri individuali, hanno registrato le voci di pazienti, operatori e familiari leggendo le domande che essi stessi avevano formulato in maniera anonima.

A partire da questo materiale, hanno creato un’installazione immersiva con la composizione di poesie sonore basate sulle registrazioni vocali, la cattura d’immagini silenziose come nuvole e paesaggi, e le musiche scritte da Ferraiuolo che rafforzano una sensazione di serenità. L’installazione è presentata in una stanza buia, dove le immagini sono proiettate su tre schermi a circondare lo spettatore.

**

Écritures en errance est le nouveau volet d’un projet de recherche commencé en 2010 par Gustavo Giacosa autour des aspects plastiques de l’écriture dans le monde de l’art. Cette recherche poursuivie avec la complicité du compositeur Fausto Ferraiuolo a donné lieu à plusieurs expositions : Nous ceux de la parole toujours en marche à Gênes en 2010, Paroles en marche à Toulon en 2016 ou Parole in cammino à Rome en 2022.

Ce vaste sujet est devenu au fil du temps un des thèmes qui structure la collection d’art brut et d’art contemporain de Giacosa et Ferraiuolo. Celle-ci est vécue comme espace de réflexion et d’exploration inspirant les créations de SIC 12, la plateforme multidisciplinaire qu’ils ont créé à Aix-en-Provence en 2012. Écritures en errance présente une sélection d’œuvres de leur collection ainsi que « Le livre des questions », installation audiovisuelleréalisée à La Maison de Gardanneavec la participation des patients, des familles et de toute l’équipe de ce centre de soins palliatifs.

Ces paroles en liberté évoquées dans le titre donnent lieu à une écriture qui échappe aux lois prédéfinies de l’orthographe. Ces détournements des codes de l’écriture ont fasciné les artistes de différentes époques. Dans cette exposition nous retrouvons des auteurs d’Art Brut pour lesquels écrire en dessinant est une nécessité impérieuse. Sans hiérarchie ou souci des catégories, leurs œuvres côtoient celles d’artistes contemporains, des gravures et des documents anciens dans un joyeux flux scriptural. À travers des époques différentes l’écriture libérant le dessin ou le dessin libérant l’écriture est ainsi une préoccupation récurrente. Proclamés sur les murs des villes ou enfermés dans les pages d’un cahier, l’urgence de libérer la parole de toute injonction est intimement liée aux parcours de vie de ces auteurs. Car comme le formule Michel Thévoz dans son livre Les écrits bruts. Le langage de la rupture : “On n’écrit pas seulement pour formuler des idées (…) on écrit aussi parfois, et dans tout autre sens, pour s’affranchir de soi, pour s’aventurer hors de la sphère personnelle dans un espace imaginaire où se défont les pôles d’émetteur et de destinataires de messages“.

*

Parce qu’écrire c’est réécrire,

Parce que poser la question, c’est y répondre…

Conçu comme un livre imaginaire de questions, Le livre des questions s’est constitué au fil des rencontres avec les patients, soignants, familles, membres de l’équipe et les bénévoles de La Maison de Gardanne et de la Villa Izoï.

Ce projet s’inscrit dans le cadre du dispositif “Rouvrir le Monde” soutenu par la DRAC Paca en 2021. Durant cette résidence Giacosa et Ferraiuolo ont engagé un travail de collecte de questions ainsi que des ateliers collectifs autour de l’écriture dessinée destinés aux patients fréquentant l’hôpital de jour. Des questions en déclenchaient de nouvelles. Questions anodines du quotidien ou celles plus profondes que chaque être humain se pose au cours de sa vie : un travail centré sur l’écoute de l’autre.

En 2022 les deux artistes ont poursuivi cette résidence grâce au soutien reçu par la Région, la DRAC et l’Agence Régionale de Santé Provence-Alpes-Côte d’Azur dans le cadre du programme Culture Santé Handicap et Dépendances. 

Lors de nouveaux rendez-vous individuels ils ont enregistré les voix des patients, soignants et familles lisant les questions que de manière anonyme eux-mêmes avaient formulé.

À partir de ce matériel ils ont réalisé une installation immersive : ils ont composé des poèmes sonores à partir des enregistrements de voix, ils ont capté des images silencieuses tels des nuages et des paysages, Ferraiuolo a composé une musique qui renforce la sensation d’apaisement. L’installation est présentée dans une salle obscure dont les images sont projetées sur trois écrans entourant le spectateur.

Scritture erranti. Écritures en errance

19/1/24-16/3/24, La Manufacture Aix-en-Provence

4/4/24-4/5/24, MLAC, museo laboratorio arte contemporanea, Università La Sapienza, Roma

Fausto Ferraiuolo e Gustavo Giacosa

PER “ANNI SOLARI”. Giovanni Stefano Savino

**

Giovanni Stefano Savino

Anni solari XI

(Gazebo 2014)

*

«Cammino più vicino al pavimento

Della casa di ieri. Non ho forza.

Ancora un giorno alla finestra, e scrivo,

e misuro le sillabe nel rigo

come da bimbo le prime parole,

e vivo in spazi chiusi, e faccio festa,

e sillaba battuta sulla coscia,

e col domani fantasia s’accorda

15 ottobre 2014»

«Posso ancora contare undici sillabe

e sulla carta, ad una ora del giorno

qualsiasi, collocarla e dire a bocca

chiusa:, è aperta la mente all’avventura

di un insieme di segni, scrivo e vivo.

Mi toglie il tempo i piedi, ma mi lascia

Le mani, e nella gabbia delle mani

Il mio sentire d’oggi tengo e serro.

15 ottobre 2014»

**

Il journal intimo, il diario quotidiano di Giovanni Stefano Savino, giunge qui alla sua undicesima stazione. Lo scrittore si descrive nella sua casa sull’Arno, evoca ricordi, enumera dettagli dell’esistenza passata e presente. Usa come strumento un linguaggio piano e semplice, uno scorrevole endecasillabo dove ogni artificio è ridotto al minimo. Questa poesia lieve e feconda non insegue nessuna altra poetica se non quella di un limpido registrare cose ed emozioni di ogni giorno. Vuole tenere lontana la morte datando minuziosamente le sensazioni. Ne scaturisce il ritratto di un uomo che possiede sempre una sorprendente e sorgiva freschezza nel dire, che pratica la scrittura come un esercizio di interminabile giovinezza. Tutto quello che accade all’uomo Savino viene detto dal Savino poeta, ora dopo ora, scandendo un quotidiano che, nelle singole poesie, fa di ogni giorno un pacato ma potente atto vitale.

Fin qui, parla l’apparenza del testo. Ma, nella sostanza, leggere un diario “interminabile” (ogni volume è fra le settanta e le cento pagine circa), che sappiamo non chiudersi con la parola fine, è un’impresa chimerica, e dunque essenzialmente poetica, anche per il lettore. Non contano le singole poesie ma il disegno degli altri libri qui evocati e convocati, al punto che il poeta è sempre al centro del suo labirinto mentre scrive e scriverà ancora, come gli auguriamo, molti altri libri simili a questo, mentre noi ricordiamo quelli che lui ha scritto finora, infaticabilmente. Come afferma Nietzsche: «Ma questo non è un libro: che sarà mai / un libro! Bara e sudario! / Questa è una volontà, una promessa, / un ultimo tagliare i ponti, / Un vento dal mare, un levare l’àncora…».

Tutti i libri di Savino non sono né sudari né bare, né vogliono tagliare i ponti o levare l’ancora. Sono delle case. Delle stanze familiari. Dei terrazzi notturni. Sono la sua vista quotidiana alle cose. Il registro di una esperienza vitale dove la penna che scrive, giorno per giorno, scandisce la vita fisica del poeta che scrive e ricorda, che scriverà e ricorderà, fino all’ultimo respiro, lasciando che i versi scandiscano i suoi “anni solari”.

Nel volume che sfoglio a nota conclusa (Versi a bassa voce. Anni solari XII, Gazebo, 2015) colgo alcuni frammenti che voglio ancora annotare: «Parlo con le ombre, che mi sento accanto; / ed è un ricordare che mi lascia / dentro più solo, accerchiato al muro, // su cui è vano scrivere col gesso». Savino non può fermarsi, non può che annotare ogni attimo, perché ogni attimo è immortale nell’annunciare il silenzio futuro: «…ancora vivo, ancora scrivo. Mi raserà il tempo / e nulla rimarrà di me. Oggi sono, // oggi batto parole come chiodi». L’artigiano continuerà fino all’istante conclusivo, quando sarà il silenzio a rubargli la voce: «…Al non scritto verso lascio // l’ultimo grido, l’ultima battuta». (M.E.)

**

Giovanni Stefano Savino (Firenze, 1920-2018). Per le edizioni Gazebo pubblica Anni solari (2002), Anni solari II (2004), Trialogo, con Gabriella Maleti e Mariella Bettarini (2006), Anni solari III (2007), Canto ad occhi chiusi, Anni solari V (2008), Versi col vento. Anni solari VI (2009), Lascito. Anni solari VII (2009), Le liquide ore. Anni solari VIII (2012). Versi d’attesa. Anni solari IX (2013), I gomiti sul tavolo. Anni solari X (2014), Versi col tempo. Anni solari XI (2016), Versi a bassa voce. Anni solari XII (2016).

LA CURA DEL SOFFIO. Alfonso Guida

Giovanbattista Piranesi, Carceri

**

Non è un caso che si sia chiamato Libro dell’esperienza il libro di una donna, Angela da Foligno, che ha vissuto per tutta la sua vita in cella. Un memoriale tremendo che con i libri di viaggio non ha niente in comune perché il viaggio avviene tra le mura costrette a mutare continuamente in specchi per dare alimento alla mente, alla sua capacità immaginativa di saziare l’esigenza tutta terrena di un amore comune fatto di spasmi e di carne. Un amore che nasce e finisce nel cerchio di pochi metri quadri. L’esperienza del corpo assoggettato all’anima, capricciosa e desiderante; il corpo, rigido, quasi plasmabile, come il giorno della creazione, una carcassa d’argilla. Perciò ben venga la cura del soffio.

Io non distinguo tanto tra realtà e realismo e ritengo che il realismo sia tutto ciò che mi commuove come l’emozione. Amo Rembrandt accanto a Van Gogh e credo che l’oscuro sia solo un falso storico perché ogni oscuro è un fenomeno, un’apparizione che si interpone. Dico questo perché per me Rosselli e Celan, i due falsamente oscuri della storia poetica europea, sono oscuro solo perché il limite imposto all’uomo cioè al critico lo ha deciso. Ma io, nei dieci anni di malattia, ne ho varcato e penetrato l’opera come muri di fumo. Era la mia lingua, una lingua, sì, piena di angiporti e di vicoli ciechi, più uscita fuori da una fiaba dei Grimm o da una mente piranesiana che da una lineare opera letteraria, di quelle che trovi all’autogrill o che partecipano ai premi letterari risaputi. Amelia è dedalo, Celan è buio. Ma ci vuole tempo. Perché si possa imparare a orientarsi nel dedalo e a trovare un faro nel buio. Vai avanti e arrivi lontano. Perciò stamattina chiudevo quel racconto breve dicendo che sono uguale a quei bambini che vengono alla luce in mezzo ai naufragi. Nei monasteri certosini il monaco amanuense, addetto alla trascrizione meticolosa e fedelissima delle opere antiche, sui termini oscuri, che non pervenivano al limite della loro sapienza, ci facevano un segno nero che era un uncino capovolto e lo chiamavano “crifie” (dal latino medioevale cryphia, derivato dal greco κρύϕιος «oscuro, nascosto»). Io sono un laboratorio di esperimenti. Avviene quasi tutto in silenzio. Dovevo imparare questo dal manicomio: num silenzio vero, cioè ordinato, dove niente scodinzola e niente sbuffa. Avrò visto questa calma in sogno molto tempo fa quando. prima di addormentarmi, guardavo le rose di Santa Teresa e aspettavo il pifferaio magico.

(Settembre 2023)

FELICITA’

Una lettera apocrifa di Madame de Sevigné (1689).

Jan Vermeer, Donna che scrive una lettera

**

Ecco, vedi, io lo rivendico tutto, il nostro essere noi, anche così, come è stato, come sarà o non sarà più, a strappi, a singulti, tra dolori stremanti e gioie brevissime, come un temporale di marzo, lo rivendico e lo difendo, minuto dopo minuto, anno dopo anno, è una follia, naturalmente, certi tuoi amici, il Cavaliere di Clérambault o il visconte di Dorcennes non saranno d’accordo con le mie opinioni, ma io lo tengo stretto dentro di me, il nostro essere noi, anche se è poco di quello che speravamo e non si avvicina all’idea che sognavamo, esiste, è sangue nostro, è qui e ora, è questa la nostra realtà, non possiamo farne a meno, oppure potremmo, ma a prezzo di una linfa vitale ridotta a zero, di baci freddi nel marmo o nell’aria, di sangue che stagna, potremmo sopravvivere al nostro desiderio come a un macigno da cui escono immagini da paradiso, e morire in vita. Potremmo anche fingere di non ricordare e dire che niente ha avuto valore, ma che vantaggio avrebbe? Conquistare maggiore dignità? Acquistare una bella austerità? Ottenere una buona pulizia della mente e lenire il dolore? Ma, se il legno è secco e non brucia più, non serve a nessuno, in questo autunno. Se non dà più nessuna scintilla è innocuo, non fa male, non devasta e non distrugge, ma è un rifiuto privo di senso, una cosa da buttare, qualcosa dove i nostri occhi e le nostre mani non sono mai esistiti.

E invece siamo esistiti, Henri. La felicità è inalienabile, anche se dura un battito di ciglia.

Il resto della vita, può esserci come non esserci. Pazienza.

Tua M.

CREATURALE. Cristiana Panella

« ogni volo/è un pazzo in fiamme ». una nota per « Non è mai notte non è mai giorno » di Francesca Serragnoli

inizio dalla fine, dall’ « ospedale dei guardati », « gli intubati di Dio ». « Lavare la bocca e uscire con in mano la sacchetta. Il carrello di notte. La pausa. Le ruote. Il neon. Li vedi sbirciando dai corridoi, alzare il collo come oche ». chi guarda e chi vede : chi spoglia cercando e chi riveste e non si cura di alcun ottenimento, scrive Isabella Bignozzi nell’introduzione. una torcia che affonda gentile nella vita che non si guarda. e succede che un miracolo per svista sia lasciato lì, a irrompere per inopportunità, nella grazia ruvida che accende i corridoi di linoleum e dissipa gli afrori fossili di cloroformio. ché un malato è un matto per scavo di incomunicazione. meglio il sonno. Francesca Serragnoli non conta ma scrive presente e tutto presente, creaturale. tutto esposto, « campanellini, conchigliette, bicchieri », un’epifania di soli nascosti che lei riconosce Dio. così onora il terriccio che orla le scarpe, chiamato a un incarico di eternità non ancora annunciato. così scorge i rivoli di lana che annodano gli aneliti sommessi da una bocca all’altra. Maria Lai l’avrebbe chiamata Tu, sorella, invitandola al desco del pane inciso d’oro dei poveri. al trono dei guardati Francesca Serragnoli arriva abbigliata dello sguardo da basso, dopo aver spurgato un amore suo in altre stanze di malattia, che è sempre per parola differita, parlando al Dio che pone « l’astro in terra » e fa carne del suo mistero. e alle pendici del salto restano i diamanti negletti, quel montarozzo di bene rovesciato ai piedi di chi non può contenerlo : « non essere niente/e del niente/essere il tronco cavo/del tuo splendore ». lo scialo regale di Cristina Campo. diluirsi, alla fine, nel « calice dell’aria »e dire « Io non so mai cosa dire. Scriverò questo sul muro del bagno », vicina a quell’Angela da Foligno che dice « Allora l’anima mia non poté capire se stessa ». le braccia ingombrate del nulla dell’amore increato, che non trova senso in un destinatario terrestre, che non opera azione situata, ma, nell’arsura sua, vive in opera, inattiva. « ogni volo/è un pazzo in fiamme/è la corsa nuda di una donna/inseguita dal fuoco ». la fiamma d’amor viva di Giovanni della Croce che chiede di rompere la trama mortale per compiere la divina unione. in sé, la radice sanscrita ‘div’, lo splendore, la stessa di ‘dio’. l’ineffabile martello. e allora, in tanto eccesso, da basso si incarica qualcuno : un amato, una madre, sconosciuti figli, mentre le acque del dono di chiarore sono già rotte. da qui, il passaggio all’amore degli umani è ineluttabilmente un monologo che investe il suo oggetto di un ruolo insostenibile, e più la parola scorre, più l’oggetto d’amore scompare, ucciso a giorno nel bianco di un habitus pacato di senzienza. al termine di una inesauribile onninominanza. in questa continua cucitura delle piaghe al cielo Francesca Serragnoli è guardiana della soglia. una mano racchiude le dita screpolate degli ultimi, l’altra, lei ultima, tesa verso quella lente concava di Dio in cui corpo e anima si baciano senza ombra.

*

Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo gli studi universitari a Roma e a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali. Parallelamente alla ricerca scientifica ha collaborato per alcuni anni come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note e traduzioni di poesia inedita francofona contemporanea figurano in diverse riviste italiane on-line. Già finalista al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano nelle edizioni 2019 e 2021, ha vinto l’edizione 2022 per la sezione « prosa inedita » con un testo ispirato e dedicato a Dino Campana, « dalle segrete, canto », pubblicato per Anterem Edizioni (Piccola Biblioteca Anterem 2023).

**

*

La poesia per sua natura “espone”, ma è necessario un equilibrio tra intensità del portato e grado di esposizione nella parola. Nei versi di Francesca Serragnoli c’è quel pudore che è sintomo di vera libertà morale di fronte agli spaventi del vivere. Che sia sortilegio erotico o arida sua mancanza, che sia il vetro del corpo che soffre in una corsia d’ospedale, tutto è immenso e puntiforme, acuminato di presenza. Modello di statura, di toccante umana semplicità, la parola di Francesca osa una bontà insolente, avventata nello splendore: con dura disciplina della gioia, la poetessa percorre la Fede sorridendo al temporale, e si staglia fragile d’immensità, libera di smisurata dolcezza.

(Dalla prefazione di Isabella Bignozzi)

*

NON E’ MAI NOTTE NON E’ MAI GIORNO

Camera 1

Quegli occhi giustiziati prima di morire, occhi di Gioconda sola, esposta a nessuno, in bagno, dopo il dipinto, guarda l’assolata fronte accartocciare una lamiera.

L’angelo nano le fa le boccacce al petto, arriva lì, batte le mani, fa giravolte. Ma nel petto la bomba afferra la bambina nuda, scioglie la corsa. Essa è sale.

Pietà di Santa Maria della Vita. Si guardano: riposano l’una sulla schiena dell’altra.

Bocche aperte nei letti. Un nido vuoto, rumore di bacchetti. Dio mio. L’aria posa sui petti una zia argentata.

Consolami, consolami, allunga le braccia l’unico clochard che è la parola.

Le gambe tremano. Ho paura. Vorrei essere figlia di me, figlia. Avere intorno le manovre della culla, le manovre della fiaba. Occhi ridenti e fuggitivi.

Le gambe scendono dal letto, fingono di correre sui prati.

Camera 2

Nella stanza il tempo è quello dei disegni dei bambini, tutto è a matita.

L’aria è quella degli oggetti depositati su un foglio, quelli. Si parla di poco, i capelli lavati, le calze elastiche, a che ora si è digiunato, qualcuno apre e chiude sportelli semivuoti. Il tempo solitamente sosta in melanconici ragionamenti. Ora è radunato in piazza, come domenica mattina, come le mosche, in campagna, alle due. È un cantiere, non riesce a guardarlo fischiando.

Nello pesa 60 kg, a volte 62. Viene portato con ruote nuove di zecca, oliate. Il peso è tutto lì, nella cesta. Con il pedale bloccano il letto. Non sa dov’è. Corridoio 1, corridoio 2. Un fagotto, il camice, nudo.

Si aprono perfettamente le porte di ogni ascensore, si vergogna. Mi guardano. Nessuno saluta. Buongiorno come va? Non è un paese.

In un fiocco di silenzio entra nella prima stanza, fermato contro il muro. La gola è il nido dove tiene la vita. Di tutta la cucciolata, è rimasta solo lei.

L’uomo di fianco ha i baffi, lo sguardo rintanato, una larva opaca. Il chiacchiericcio, si ferma, gli zoccoli sembrano battere nella stessa mattonella, battono pentole, ma non è una cucina. Si guarda i piedi, la coperta, tiene le mani sotto la testa, poi le enormi lampade di gelido bianco. Il braccio spalancato, guardano la vena.

La preghiera è la carezza a un cane. Non capisce più dove stia la coda o la testa