A DUE. Ilaria Federici

L’Art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo

Mille occhi spiralici, allagati,
dimorano dove io non li aspetto.
Corpi brulicanti di occhi,
separati da un impeto e poi ricuciti,
fissano me e qualcosa oltre me.
Pungono e allora anch’io guardo
e sottopelle incontro la mia scissione,
il doppio, l’altro che è in me.
Sfioro l’estranea, la diffidente
E poi finalmente la madre,
specchio che è condanna
e insieme assoluzione.

Alla galleria romana “Sic 12 Artstudio” Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo, dal 26 settembre 2021, hanno allestito la mostra “A DUE, L’art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo”. L’esposizione è esclusivamente dedicata a opere di Art Brut, termine coniato da Jean Dubuffet nel 1945 e che possiamo tradurre in italiano come “arte grezza” o “arte spontanea”. Con questa definizione, Dubuffet voleva porre l’attenzione su una qualità viscerale del processo artistico, frutto di un impulso creativo autentico e libero da qualsiasi condizionamento estetico, culturale e accademico. Si tratta principalmente di artisti non scolarizzati, spesso eccentrici, le cui opere non si inseriscono consapevolmente nel circuito del mercato artistico. I curatori allestiscono uno spazio in cui il concetto del doppio fa da collante tematico e nell’esperirlo è semplice avvertire la necessità di interrogarsi sul significato che gli artisti in mostra attribuiscono all’atto del guardare. Somiglia a un guardarsi attraverso l’altro per fare la conoscenza di un gemello omozigote, oppure del più estremo antipodo, forse e in fondo, combinazione altra di noi stessi. Ed ecco che lo specchio può diventare il restitutore privilegiato di un doppio che si rovescia e a volte si deforma, oppure strumento di indagine e sonda esplorante di un interno che vuole manifestarsi e lo fa su qualsiasi materiale a disposizione. Guardare ed essere guardati e allo stesso tempo non volerlo fare o non esserne in grado.

Aloïse Corbaz

Gli occhi allagati delle figure di Aloïse Corbaz restituiscono la sensazione di annebbiamento che precede il pianto, una difficoltà di messa a fuoco che non sembra turbare i personaggi e l’atmosfera fiabesca che li
ospita. Lo sguardo non segue una traiettoria esterna. È forse rivolto a esplorare una profondità intima?

Friedrich Schröder-Sonnenstern

Friedrich Schröder-Sonnenstern disegna occhi stilizzati in luoghi dei corpi di Adamo ed Eva in cui non ci aspetteremmo di trovarli. In queste figure perturbanti, la rappresentazione del peccato è esplicita eppure
così enigmatica. Perché quegli occhi? Sono quelli di Dio, il cui sguardo provoca la più dirompente delle disapprovazioni, oppure è il corpo osservato che si fa a sua volta sguardo attivo?

Michel Nedjar

Michel Nedjar, invece, con un’operazione violenta strappa a metà la figura, allontanando un occhio dall’altro e poi, in un momento successivo, scongiura lo strabismo ricucendo il tutto con il filo rosso, colore
del sangue. La cucitura è evidente e materica, affatto sublimata, una separazione marcata e una ferita che non vuole cicatrizzare.
Aloïse Corbaz, Friedrich Schröder-Sonnenstern, Michel Nedjar sono solo alcuni degli artisti in mostra che hanno stimolato la mia curiosità.
Fino al 30 gennaio 2022 è possibile fare la loro conoscenza in questo straordinario spazio espositivo che può vantarsi di essere il primo in Italia a proporre un lavoro di ricerca interamente dedicato all’Art Brut e
all’esplorazione dei punti di contatto possibili con l’arte contemporanea.

E COME VIVERE IN QUESTO MONDO DI OMBRE? Camus, Char

E come vivere in questo mondo di ombre?

Albert Camus, René Char

(traduzione di Rossella Maiore Tamponi)

Parigi, 26 ottobre 1951

Mio caro René,

suppongo che ormai abbiate ricevuto L’uomo in rivolta. L’uscita è stata un po’ ritardata da alcuni inconvenienti del tipografo. Naturalmente ho messo da parte per il vostro ritorno un’altra copia, che sarà quella buona. Molto prima che uscisse il libro, le pagine su Lautréamont, apparse sui “Cahiers du Sud”, hanno suscitato una reazione particolarmente infantile e sciocca di Breton, in cui c’era un’intenzione malevola. Non finirà mai di fare il collegiale. Ho risposto con un diverso tono, e soltanto perché le affermazioni gratuite di Breton rischiavano di far passare il libro per ciò che non è. Questo per tenervi al corrente delle vicende parigine, sempre così frivole e noiose come vedete. Io ne risento sempre di più, malauguratamente. Aver partorito questo libro mi ha svuotato, mi ha lasciato uno strano stato di depressione “aerea”. E una certa solitudine.

Ma non è a voi che posso insegnarlo. Ho pensato molto alla nostra ultima conversazione, a voi, al mio desiderio di vedervi. Ma in voi c’è di che sollevare il mondo. Semplicemente voi cercate, noi cerchiamo, un punto d’appoggio. Voi sapete almeno che non siete solo in questa ricerca. Ciò che forse non sapete bene è a qual punto voi rappresentiate un bisogno per coloro che vi vogliono bene e che, senza di voi, non sarebbero gran ché. Io parlo anzitutto per me, che non mi sono mai rassegnato a vedere la vita perdere il suo senso, e il suo sangue. A dire il vero il solo volto che io abbia mai conosciuto è il dolore, Parlo del dolore di vivere. Eppure non è vero, bisogna dire il dolore di non* vivere.

E come vivere in questo mondo di ombre? Senza di voi, senza le due o tre persone che rispetto e che amo, tutte le cose mancherebbero definitivamente di importanza. Forse non ve l’ho detto abbastanza, ma non è nel momento in cui vi sento un po’ smarrito che voglio mancare di dirvelo. Oggi ci sono così poche occasioni di vera amicizia che gli uomini a volte se ne vergognano. E poi ciascuno considera l’altro più forte di quanto non sia, mentre la nostra forza è altrove, nella fedeltà. Vale a dire che essa è anche nei nostri amici, e che in parte ci manca se ci vengono a mancare. E’ anche per questo, mio caro René, che voi non dovete dubitare di voi, né della vostra incomparabile opera: questo significherebbe dubitare anche di noi, e di tutto ciò che ci innalza.

Questo lutto senza fine, questo equilibrio spossante (e a qual punto io ne sento a volte lo sfinimento!) oggi ci unisce. La cosa peggiore dopo tutto sarebbe morire soli, e colmi di disprezzo. Tutto ciò che siete, o che fate, si trova al di là del disprezzo.

Tornate al più presto, in ogni caso. Vi invidio l’autunno di Lagnes, e la Sorgue, e la terra degli Atridi. L’inverno è imminente, e il cielo di Parigi ha già le sue fauci di cancro.

Fate provvista di sole, e dividetela con noi.

Con molto affetto,

A. C.

* Il corsivo è mio

**

L’Isle, 3 novembre 51

Mio caro Albert,

non avrei voluto tardare a rispondere alla vostra lettera, il cui cuore ha battuto in tutti questi giorni con il mio, ma i detestabili impegni di famiglia, e la successione** che mi tengono occupato in questo momento, aggiunti alla mancanza di salute un po’ troppo prolungata, mi rendevano indolente al momento di scrivervi, in una segreta contentezza del pensiero, le braccia incollate al corpo, e lo sguardo rivolto a voi.

Ho letto le strombazzate di Breton nel cortile della caserma dove è stato trascinato come disertore e mi sono detto che questi tempi da baraccone non metterebbero insieme il mondo e gli innocenti di una volta. Triste Breton! Ricordo di avervi confidato che non era uomo dal dialogo e dallo scambio leale. Lo vedete voi stesso. La vostra risposta era l’unica da dargli. Breton non ha capito né capirà mai che gli antenati che ha scelto avevano vissuto, loro sì, un’avventura solitaria e unica, quando noi, noi oggi viviamo, poeta, un’avventura che non è più avventura poiché noi rischiamo di provocare, a ogni parola, la creazione di un nuovo peccato originale.

La torre più alta, la più illuminata, in questa notte di cui voi siete la sentinella, caro Albert, la torre più alta del vostro Uomo in rivolta chiarisce in modo giusto questa preoccupazione, e senza dubbio ci mette in guardia. Sì, sono pochi gli scrittori che si sentono responsabili. E allora! Siamo d’accordo – e lo dico per non infierire – che sono infantili, o meglio dei collegiali, per riprendere la vostra espressione su Breton, che rappresenterebbe abbastanza bene un Ubu-Charlot arrogante presidente dei predestinati alla creazione politica e poetica del suo mezzo secolo, con la stessa competenza che Chaplin mostrava in Tempi Moderni quando lavorava alla catena di montaggio. Ma insisto per niente. Dissipo il mio inchiostro. Charlot era il contrario della figura di Breton.

Tornerò a Parigi nel corso di questo mese e la prospettiva di trovarvi lì mi è di grande conforto. Credo che la nostra amicizia fraterna – su ogni piano – vada ancora più lontano di quanto sentiamo, e immaginiamo. Sempre di più metteremmo in imbarazzo la futilità degli sfruttatori, dei fini dicitori di tutti i fronti della nostra epoca. Tanto meglio. Comincia la nostra nuova lotta e la nostra ragione di esistere. Nonostante tutto, ne sono persuaso, lo presagisco e lo sento. Affettuosamente stretto a voi.

René Char

**La madre di Char era morta di recente.

Non resurrezione

Abbiamo goduto

nella tua anima,

antico sonno della putrefazione.

Di luna in luna

di giorno in giorno

di morte in morte

aspettiamo.

L’Isle, novembre 1951)

I testi sono tratti da: Albert Camus, René Char, Correspondance 1946-1959, Gallimard, Paris, 2007.

ESTATE. Marco Furia

Nel 1893, Gunnar Berndtson dipinse Estate.

Seduta su un ligneo pontile, con le gambe sospese sopra un limpido e tranquillo specchio d’acqua, una giovane donna, tenendo un libro in grembo, si volta verso una barca su cui si trova un ragazzino.

Lo sguardo dell’osservatore, oltre che sulla giovane, cade su una grossa pietra posta in primo piano.

L’imbarcadero, costituito da tavole appoggiate su robuste travi, è sostenuto da sassi posti l’uno sull’altro.

Sotto il cielo sereno, si scorgono, in lontananza, prati e alberi.

La donna, accanto alla quale si notano uno sgargiante scialle e un’ampia borsa, indossa una lunga gonna, un’elegante camicia e un cappello dalle ampie falde.

La scena è improntata alla serenità.

Il masso aspro e tagliente, tuttavia, presenta un aspetto non rassicurante.

Anche il pontile, retto da semplici pile di pietre, non pare molto stabile.

La profondità del lago, nei pressi dell’imbarcadero, è minima e, in generale, pare pressoché nullo il rischio di un moto ondoso.

La torsione del busto della giovane, che mostra il volto di profilo, non pare provocare sforzo, mentre il libro, trattenuto in grembo con la mano sinistra, induce a pensare alla momentanea interruzione di una serena lettura.

Gli alti alberi che s’innalzano sui prati sembrano quasi osservare la scena, godendo, anch’essi, i tepori dell’estate finlandese.

Più lontano, però, si erge, vera e propria impenetrabile barriera, la fitta vegetazione di una fosca foresta.

Laggiù, presumibilmente, la natura è incontaminata e selvaggia: quella selva, di cui si scorge appena una minima parte, conserva il suo fascino ma anche la sua pericolosità.

Non incombe, tuttavia è visibile.

Le condizioni della vita umana non sono mai univoche: un aspetto può prevalere, anche di molto, su altri che, pure, non sono assenti.

Quel tagliente masso e quel precario pontile non sono irrilevanti: nell’immagine dipinta da Berndtson il pericolo, sebbene remoto, non manca del tutto.

La stessa protagonista, d’altronde, è probabilmente una giovane madre che ha interrotto la sua lettura per sorvegliare il figlio seduto, solo, all’interno di una (robusta) barca poco distante da lei.

Insomma più di un elemento d’inquietudine è presente in un dipinto che ha per oggetto una pacata scena dell’estate nordica.

L’umana esistenza è in ogni modo esposta a rischi di ogni genere, ma non per questo ogni consapevole tranquillità è esclusa.

Non è per nulla privo di senso, perciò, godere appieno un’assolata giornata estiva anche se si è seduti su un pontile di legno costruito non proprio a regola d’arte, se un figlio giovinetto, solo su un’imbarcazione che galleggia, sicura, sopra placide acque, desta pure qualche preoccupazione e se la natura, sotto forma di un aspro masso o di una lontana, fosca, foresta, può far riflettere su certi suoi aspetti poco rassicuranti.

“Serenità” non è un’entità ideale assoluta, ma un non univoco, complesso lineamento dell’esperienza comune: gli uomini possono essere sereni soltanto così.

Presto, non ne dubito, la coscienziosa madre riprenderà a leggere.



Gunnar Berndtson, Estate, 1893, olio su tela, Turku Art Museum, Finlandia
Gunnar Berndtson

TOUJOURS CHASSE’. Giacinto Scelsi

Toujours chassé, inedito di Giacinto Scelsi, fa parte di un manoscritto di ventiquattro poesie risalente agli anni ’40. E’ indicata con il numero 11 nella prima sequenza, ma non è prevista nella raccolta Sommet du feu che raggruppa tutte e altre. Quattordici di queste poesie risultano pubblicate nel volume Le poids net, ed. Guy Levis Mano, Paris, 1949.

**

Sempre cacciato

nel clamore

illimitato

appesantito l’occhio bianco

dalla sconvolta attesa

atroce di dolore

annientarsi

*

Riflesso di memoria

felice assenza

dell’antico sogno

attraverso tutti i nomi

del peccato e del sonno

nell’impossibile abisso

in un grido solo

far tremare

il silenzio dei cieli

Giacinto Scelsi

*Il testo è presente nella rivista ‘A Camàsce, Anno III, numero 3, 2003, insieme a scritti di Nino de Vita, Adriano Napoli, Franco Loi, Vitaniello Bonito, Domenico Brancale, Francis Ponge, Hervé Bordas, e una conversazione con Castor Seibel.

SHITAO E CEZANNE. Charles Juliet

Shitao

Io recepisco. È la percettività che precede, la conoscenza viene dopo.

Oggi, il pittore Gu Kaizhi raggiuge, si dice, la tripla perfezione. Quanto a me, io raggiungo la triplice follia: folle io stesso, folle il mio linguaggio, folle la mia pittura. Nonostante questo io cerco la strada: accedere, infine, alla pura follia.

Ora, i Monti e i Fiumi mi dicono di parlare per loro: essi sono nati in me e io in loro.

La più importante emozione per l’uomo è saper venerare.

Colui che è incapace di venerare i doni delle sue percezioni spreca se stesso in pura perdita.

Io voglio essere semplice. I sapienti sono semplici.

La pittura sprigiona dal cuore.

L’artista opera in se stesso incessantemente.

Shitao (1642-1707) è uno dei più celebri pittori individualisti del primo periodo Qing. La sua arte fu rivoluzionaria, apertamente trasgressiva rispetto allo stile dominante al tempo, teso alla riproposta degli stilemi classici. Pur riprendendo lo stile di alcuni predecessori, in primis Ni Zan e Li Yong, la sua pittura è contraddistinta da una freschezza inedita nella tradizione cinese. In accordo con la visione taoista dell’Universo, il pittore diviene catalizzatore di forze che convoglia sulla carta con il metodo denominato “una pennellata da Shitao”. Nelle sue opere si nota l’angoscia che caratterizza la sua personalità, in conflitto fra ascetismo monastico e vita mondana. È inoltre autore di testi teorici tra i più significativi di tutta la ricca tradizione cinese.

**

Cézanne

Penetrare ciò che si ha davanti a sé.

Il paesaggio si pensa in me: io sono la sua coscienza.

Bisogna lavorare, bisogna lavorare.

L’arte è una rellgione. Il suo scopo è l’elevazione del pensiero.

Se il pittore è giusto, penserà giusto.

Vedere come chi è appena nato.

Paul Cézanne (1839-1906). Tra i suoi capolavori: Natura morta con brocca d’acqua, L’Estaque, I giocatori di carte, La signora in blu, La Montagna Sainte-Victoire, Le grandi bagnanti.

*Le frasi qui raccolte sono tratte dal saggio: Charles Juliet, Shitao e Cezanne. Una stessa esperienza spirituale, Tusson, Editions l’Echoppe, 2003. Il saggio raccoglie il testo di una conferenza, tenuta a Aiix-en-Provence il 10 e l’11 luglio del 2002 in occasione del centesimo anniversario della costruzione dell’atelier di Cézanne.

LUCE E NUVOLA

di Marco Ercolani

John Constable

Un breve carteggio intorno al tema della luce fra Joseph Turner e John Constable (1828).

Joseph Turner

All’inizio, Constable, avevo cercato di non perdere mai il contatto con le cose viste. Valli, città, giardini, tramonti. Tratteggiavo attentamente ogni dettaglio che il mio occhio coglieva nella natura. Ma, già da allora, studiavo il modo con cui la luce penetra, isola, sommerge, confonde le cose, mutando il loro aspetto più di quanto non faccia talvolta la forza del vento.

Volli capire le analogie tra vento e luce.

Il vento cambia il reale, ma solo in superficie; lo piega e lo spezza, lasciando dietro di sé carri abbattuti e foglie travolte. La luce- caso straordinario- rispetta l’apparente integrità del reale, ma ne sconvolge le parti profonde. Vedevo colline nerissime, cieli di un blu intenso; oppure colline rosee contro un cielo nitido e nero, alberi bianchi soltanto nelle cime. Come te, Constable, amavo la morbidezza e la precisione della luce: la chiamavo calore, pienezza, magia; avevo con lei un’affettuosa familiarità, non stancandomi mai di esserne sedotto.

Ma poi, come per tutte le cose perfette, provai un senso di sazietà. I contorni erano troppo nitidi, gli alberi troppo belli, i paesaggi vanamente rassicuranti. In questa pittura così armoniosa il vento era assente. Mi parve arbitrario separarlo dalla luce.

Decisi allora di trascurare le forme perfette. Scelsi di gettarle in una luce vorticosa,senza pause. Lasciai che gli oggetti fossero,come sempre avrebbero dovuto essere,veicoli di luce e non forme differenziate dalla logica di uno sguardo.

Non so se puoi capirmi, Constable – tu e la tua minuziosa, alacre, splendida tenerezza nel vedere. Io non l’ho mai posseduta.

Joseph Turner

Fin da bambino ho sempre detestato che i corpi fossero opachi e proiettassero ombra. Mi sembravano, le ombre, macigni, che un servo è costretto a trascinare come inutili catene,come punizioni inesplicabili.

Decisi inconsapevolmente o per solitudine di dipingere come se,con me, il mondo tornasse alle origini e io fossi il primo testimone della sua nascita confusa, del primitivo plasmarsi delle forme attraverso la luce – con tutto ciò che di torbido e impuro la luce porta con sé.

La mia pittura entrò nel regno delle sfumature impalpabili, dei riflessi iridescenti, dei colori arbitrari – così mi dettava l’oscura violenza con cui volevo cogliere il centro di me nelle cose.

Cominciai ad amare i racconti dei viaggiatori, le grandi esplorazioni artiche, i ghiacciai millenari, le aurore boreali, le cacce alla balena, gli incendi di migliaia di navi riflessi al tramonto sull’oceano già nero.

Riverberi, trasparenze, pulviscoli, chiarori – conobbi tutti i ritmi della luce, dal lento mesto all’allegro con fuoco. I grandi spettacoli mi stregavano. Quando celebri critici mi irrisero come pittore del caos, io mi limitai a mormorare la frase misteriosa con cui gli indigeni di un’isola tropicale salutano il tramonto del sole.

Mi basta non essere come te e come Friedrich, un testimone attento e impassibile, sostanzialmente tranquillo. Non fraintendermi. Io ti stimo e ti amo ma c’è qualcosa in te che devo respingere. Non posso farne a meno, sono chiamato ad altro. Cerco sempre, nell’acqua inquieta di qualche naufragio, il centro accecante, il punto luminoso dove l’inizio e la fine si affrontano.

Ho viaggiato molto, Constable, e molto ho guardato.

Ma ogni volta che riprendevo a dipingere, delle cose viste non mi restava che un alone, un riverbero: tutto il resto era polverizzato e dissolto, un evanescente ricordo. La luce no. Il suo canto durava nell’udito come l’eco di una cascata.

Joseph Turner

Io lavoravo con la luce. Questo diede alla mia vita un’impronta errabonda, un amaro disordine. Non mi sposai. Non mi ancorai a nessun luogo, non ebbi figli. Giunsi, vecchio, a fuggire me stesso; ma era stupido scappare da un’identità in cui non mi riconoscevo.

Continuai a dipingere e a viaggiare, incurante dei giudizi degli uomini. Il loro disprezzo contava meno di un riflesso di uno specchio e io odiavo gli specchi, come qualsiasi diaframma tra me e la luce. Che i corpi fossero destinati a sparire,dissolti dallo splendore dell’aria, era la certezza che ripetevo ogni giorno a me stesso, con un brivido d’orgoglio.

Mi affascinò, un mattino d’autunno, sapere che una nave di negrieri, aveva gettato nell’oceano corpi moribondi e morenti di schiavi: eccitato dalla notizia, dipinsi con mano tremante, un quadro dai colori fantastici. Quei corpi gettati giù nella stiva e rotolati in mare erano la morte di ciò che aborrivo – la psicologia dei gesti, la plasticità delle mani, l’espressività dei volti, affidati ai movimenti del mare, al flusso delle correnti, erano più simili a toni di luce che a esserei umani. Solo così, fra i rossi cupi del veliero e i gialli del mare, il bruno opaco e annaspante delle mani aveva un senso.

Il mio senso.

Varcare la soglia. Polverizzare i confini.

I vortici della mia luce hanno, talvolta, l’apparenza di una frana o di una valanga, dove i resti del vecchio mondo sono difficilmente visibili e quelli del nuovo ancora confusi, velati dal liquido amniotico.

Joseph Turner

Tu, Constable, sei un vedutista meraviglioso: ma la tua tranquillità appartiene a un essere nel mondo che per me è troppo terrestre: non lo amo. Sei così intelligente da sentire, se vedi i miei quadri, ciò che sentono anche le mie orecchie: un boato sordo e lontano come di qualcosa che esploda. Con quel rombo nella testa, obbedendo a un sogno interiore, dipinsi la Sera del Diluvio e la Mattina del Diluvio. La luce, per me, ha un’essenza minacciosa, come se un tifone…Ho sempre amato i grandi esploratori e i cacciatori di balene, se non fossi stato pittore avrei voluto essere fiociniere nella nebbia di un mattino d’inverno e lanciare l’arpione verso la cosa enorme che affiora dall’acqua con uno spruzzo altissimo e bianco. Ho sempre amato la nebbia quando da sotto la sua coltre filtra la luce: l’effetto che ne deriva è quello di un evento soprannaturale, ineluttabile. Ricordi, anche se non appartiene alla tua esperienza di pittore, come in certe limpide giornate di dicembre, il sole si versi sul mare come una lastra di bronzo fuso, e attorno a questo chiarore, i colori delle onde sono di un blu livido, con guizzi bianchi; sopra le onde il cielo non è altro che un’immensità grigia e chiara, che ignora le gamme degli azzurri. Da nubi quasi nere, i raggi del sole filtrano come frecce isolate, facendo luccicare gli scogli. Soffia il vento e le cime dei pini sono bianche come se le avesse coperte una stranissima, impalpabile neve.

Joseph Turner

La luce non si domina mai. È lei che polverizza e sorprende. Disgrega un confine, frattura un cancello. Ti si offre allo sguardo come un’abbacinante risposta alla consueta domanda del viaggiatore Dove andremo? Penetri nei meandri di un oceano ignoto. In lei volano uccelli di una specie nuova. Brillano, nel suo chiarore, astri che non conosco. Come se il pianeta noto agli uomini fosse sprofondato per sempre, lasciandoci soli in un vasto pianeta luminoso.

Ricordo l’amore di Hölderlin per Empedocle. Ma io non precipiterò nel vulcano. Non impazzirò, anche se vivendo come te, Constable, e come quella schiera di mediocri pittori che ti imitano, potrei provare il desiderio di smarrirmi, di perdere ciò che ancora possiedo della tua logica.

Da sempre, come intuisce la tua percezione, la luce ha, per me, le stesse caratteristiche di un’esplosione. Mi stupisce non dipingere,nei vortici del chiarore, frammenti di oggetti risucchiati via, divelti dalle loro radici, persi nel cosmo.

Come tu sai, amo poco la notte. Dormo un sonno di piombo per cogliere, all’alba, l’attimo in cui colline limpide e nere si oppongono a un blu sfavillante, ancora notturno ma più luminoso del sole che sorgerà.

Non resisto più, amico mio.

I confini delle cose reali mi ossessionano e non vorrei precipitare nella fantasticheria, nel delirio di questa luce che mi invade da dentro. Ti confesso che sono stanco di essere uomo. Vorrei che tutto cambiasse. Mi devasta l’angoscia di non appartenere alla luce di un astro. Vorrei non pensare più, deporre la ragione come un’ascia inservibile. Dipingere è diventata una cosa vecchia, il solitario esercizio della consueta follia.

Viaggiare ancora? Non risolverebbe nulla.

Chissà cosa desidero: forse non avere niente che mi ricordi a me stesso, vivere senza il peso della mente, senza il dolore. Non guardare più il sole, perché chi lo guarda appartiene alla notte, ma essere noi la luce del sole, la sorgente che illumina il paesaggio nero, il mare ignoto.

Quando questo accadrà, Constable, ci congederemo senza rimpianto dalla nostra arte e non dipingeremo più.

Tuo Turner

**

John Constable

Non meritavo, Turner, la tua lettera.

E’ inutile che ostenti il tuo annullarti in una luce rovinosa e cataclismica. Vedi, l’uomo è uomo sempre: in quello che dice e in quello che tace, in ciò che fa e non fa. Anche tu che parli di marosi,di naufragi e di vortici, sei lì, davanti alla tela, col tuo bravo pennello, attento alle sfumature esatte del cielo, infaticabile demiurgo dell’opera da realizzare. All’atto pratico, ciò che resta di noi sono le tele migliori. Bellezza e memoria: senza memoria, la bellezza è vana, senza bellezza, la memoria è ingiusta.

Rileggendo la tua lettera, ho intuito che avevi bisogno di una maschera da contrapporre alla tua: io, vedutista, contro te, visionario.

Dialetticamente era lecito. Ma sostanzialmente crudele.

Tu sai che, al di là delle apparenze, noi siamo simili. Neppure in te, amico mio, nonostante l’incredibile libertà dello sguardo, la forma esplode completamente: è colta nell’imminenza dello sgretolamento oppure, un attimo dopo, come rovina.

Sono i due momenti in cui può essere vista. In questo, poiché come pittori siamo servi dell’occhio, siamo tutti vedutisti. Non possiamo fare a meno di rappresentare, salvandoci così dalla follia.

Sono realmente diversi, i miei studi di nuvole, dai tuoi rutilanti naufragi? Guardali attentamente. E la mia tela sui monoliti di Stonehenge, che ho dipinto sparpagliati sulla pianura erbosa sotto un cielo cupo e bluastro, magicamente sottratti a un equilibrio che durava da secoli, è così diversa dalle vele che ti compiaci di annegare nella luce rosso dorata della laguna veneziana?

John Constable

C’è, fra di noi, una sola differenza: io non voglio, come te, la presenza ininterrotta dell’apocalisse. La tua luce odora di catastrofi, galassie e valanghe. Mi stanca immensamente. È macrocosmo, Turner: sinfonia colossale dalle sonorità rimbombanti e insidiose; gigantesca rappresentazione dove la luce può essere talvolta, il mastice che salda le lacune dei dettagli.

Io, pittore di nuvole e rami e cieli, prediligo il microcosmo.

La mia scala è minima. Concentro la perentoria avventura dello spirito in un unico punto. Modello nel lungo bordo della nuvola la vertigine dei crepacci. Se per un attimo distogli l’orecchio dal fragore che ti assorda, non mi paragonerai più a Friedrich, che fece della Natura un referto di superfici assolute. Ma Friedrich, invasato dall’allegoria, non sapeva vedere. Per timore del paesaggio, dipingeva archetipi remoti. Per orrore dell’aria, colorava simboli inerti.

Io non sono come lui né come te.

Io conosco i silenzi della notte, benché sia indifferente ai fragori del giorno.

Con stima

John Constable

John Constable

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vite dettate, Liber Internazionale, Pavia, 1994.

DAVIDE MANSUETO RAGGIO. Claudio Costa

Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio
Le Furie di D.M. Raggio

Furie e Pinocchi

Davide Mansueto Raggio nasce nel 1926 a Celesia di San Colombano
Certenoli. La sua gioventù è molto travagliata: la guerra al fronte e i sei mesi in un campo di prigionia sono eventi che lo segneranno profondamente. Probabilmente sono la causa dei primi squilibri psichici, che in seguito, dopo varie vicissitudini ed il definitivo rimpatrio dall’Argentina nel 1956, lo porteranno ad essere ricoverato all’ospedale psichiatrico di Quarto a Genova dove rimarrà per 46 anni. Terminerà la sua vita nel 2002.
Scrive di lui Carlo Romano: «Egli pensa come uno di quei creatori – come
se ne legge in certa fantascienza e nei testi gnostici – che della creazione non padroneggiano completamente il mistero. Questo mistero, tuttavia, Raggio lo interroga». E Raggio è, a tutti gli effetti, un ingenuo, sprovveduto creatore, che cerca di scongiurare l’incubo prodotto dalle sue visioni.
Claudio Costa lo evoca così:
“Se nel nome è celato un destino, dirò che un mansueto raggio d’ombra
in periferia può indicare la via più di cento dardi assolati. Se nel nome il fato ci appare sornione, dirò che Davide ha scagliato quel sasso, con la sua piccola fionda di vitalba intrecciata, costruita di getto in quelle candide ore che escono piano dal buio…”
Lo schizofrenico Davide Raggio si chiede ancora, in una domanda senza
una risposta e senza una fine: «Il sole, il sole… hanno sempre detto che è venticinquemila anni che brucia sempre, e non è ancora bruciato, adesso, com’è?». E continua a temere le sue Furie, stecchiti personaggi di legno che, come osserva Sandro Ricaldone, sono «la personalizzazione dell’anima del bosco, danzante e paurosa; del bosco dei contadini, per i quali il tronco è trave, il ramo è riparo, la castagna nutrimento, la fascina calore; del bosco, del mito e della fiaba abitato da Pan e dalle ninfe, popolato da orchi ed elfi; del bosco degli incubi “selva oscura” di angosce e smarrimenti».
Raggio lavora su cartoni da imballo, supporti di pittura; lavora con l’ocra,
che prende dall’argilla; il nero e il giallo, da carbone e cenere; il rosso da
scaglie di mattoni tritati. Molti dipinti, quasi tutti eseguiti su cartoncino o
cartone, hanno un tratto infantile che evoca i disegni dei bambini ma raffigurano scene che sicuramente non appartengono al loro mondo. Le sculture, realizzate recuperando pezzi di legno, radici, rami e poi assemblate con il fil di ferro, sembrano indietreggiare impaurite in precario equilibrio e sul punto di cadere. Le scene e le figure dei bassorilievi, intagliati su tavolette di legno, nascono da un segno, un colpo, un’incisione, un nodo già presente, e si sviluppano intorno ad esso, indicando una grande fantasia e un occhio attento a come trasformare in arte qualunque oggetto. Altre opere sono ricavate lacerando e strappando la superficie del cartone. Benché fosse capace di riflessioni anche folgoranti, Raggio sa essere creativo manipolando materiali elementari: il legno, le foglie, l’argilla, il fil di ferro, che aveva conosciuto nella sua infanzia contadina in una famiglia di mezzadri. Lo conobbe e lo apprezzò in modo speciale il pittore Claudio Costa, che all’Ospedale Psichiatrico di Genova-Quarto aveva inventato il suo atelier di arte-terapia, da cui sarebbe nato il Museo ora dedicato alla sua memoria.

L’attività artistica di Raggio, iniziata negli anni ‘70 con delle pitture
a olio, grazie al sostegno di Costa diventa irrefrenabile. Nascono i suoi altri
mondi: il ciclo delle Furie, realizzate con radici d’albero rovesciate, “esseri
da boscaglia in combattimento col vento e con le acque”, la serie dei Pinocchi di legno e bambù innestati su molle di ferro, le silhouettes dipinte su cartone con l’argilla (il suo “sassomatto”) e la cenere di sigaretta. La sua utopia è, e resta, semplice: «Morire al mondo sensibile per rinascere col Corpo dell’Arcobaleno». Ogni persona, per Davide Raggio, ha “i suoi consonanti, i suoi risvolti, disinvolti”. Ed è lui, ancora, che afferma, senza più dubbi: «Andare con l’immaginazione, di non poter più andare… e allora va la corriera, va lo stesso, anche senza autista!».

In Galassie parallele di Marco Ercolani, Il Canneto, 2019

Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio

ISOLE. Brunetto De Batté

A BDB

Delicate intricate sospese

isole di sensi immersi

per immortali e leggere finzioni

limpidi segni nel teatro del foglio

corpi assenti seminano isole nuove

nuove case per amici inquieti

(M.E.)

13 novembre 2021

Isole delle visioni e/o isole delle eutopie
Isole delle visioni e/o acquari
Isole della visione e/o isole volanti
Brunetto De Batté

LA LUNGA MARCIA. Alberto Giacometti

Penso di avanzare tutti i giorni. Ah! A questo credo davvero, anche se è appena visibile E sempre di più penso: penso di non avanzare tutti i giorni, ma di avanzare esattamente ora dopo ora. E’ questo che mi fa trottare sempre di più, ed è per questo che lavoro più che mai. Sono certo di fare quel che non ho ancora mai fatto e che renderà sorpassato quel che ho fatto per esempio nella scultura sino a ieri sera o anche a questa mattina. A questa scultura ho lavorato sino alle 8 di stamattina, ci lavoro adesso, anche se per me non è ancora proprio nulla, è andata avanti rispetto a ciò che era, e una volta per tutte. Non ritorna mai indietro; mai più farò quel che ho fatto ieri sera. E’ la lunga marcia. Allora tutto diventa una specie di delirio esaltante per me. Esattamente come l’avventura più straordinaria: partissi su una nave in paesi mai visti e incontrassi isole e abitanti sempre più inattesi, beh mi farebbe esattamente questo effetto.

Dettaglio dello studio di Alberto Giacometti con i graffiti della moglie Annette, 1958.

Proseguire, proseguire: bisogna! Per sempre andrò da questo lato, e mai da un altro! (Roger Laporte)

*I testi sono tratti da: Roger Laporte, Giacometti o la rassomiglianza assoluta, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2002.