SONATA OPERA POSTUMA

Sonata opera postuma

Lettera di Arturo Benedetti Michelangeli a un amico ignoto (1980).

Capisco la tua obiezione, carissimo. Mi chiedi perché non ho mai suonato in pubblico l’Adagio della Sonata postuma D959 di Schubert. Mi scrivi che nessuno potrebbe eseguirlo come me, che suono Brahms e Debussy come se il mondo iniziasse e finisse con le loro note. Ebbene, ti dirò che non è del tutto vero. Un mio eccellente allievo, Ludovico Lessona, ne sarebbe stato capace, se il suo aereo non si fosse sfracellato e con lui la sua testa, le sue mani, a poco più di quarant’anni.

Comunque, hai ragione. Nessuno eseguirebbe l’Adagio come me.

Per questo non lo suono mai, specialmente in pubblico.

Solo due o tre volte l’ho suonato per me. Se in quei momenti mi avessi visto, ti saresti stupito. Ho sentito le dita della destra tremare a quella nota ribattuta, nella ripresa del primo tema. Io, Arturo Benedetti Michelangeli, non riuscivo a controllare l’emozione del ‘pianissimo’. In quell’attimo ho deciso che non avrei mai esposto quel pezzo in pubblico (e raramente a me stesso). Se riascolti la mia esecuzione di Pas sur la neige, il preludio di Debussy, che nella musica pianistica è la cosa più vicina all’Adagio di Schubert, noterai che faccio vibrare le note a un volume più alto del consueto. Per non soggiacere, come avrei potuto, all’emozione di quello sconvolgente pianissimo (Gieseking non sarebbe d’accordo con me, ma lui era un santo della tastiera, uno senza ombre). È intollerabile che l’equilibrio delle dita possa essere sopraffatto dall’incantesimo. Talvolta suono l’intermezzo tempestoso dell’Adagio ma non arrivo mai alle note che riprendono il tema. Non le sfioro neppure. Non posso. Se sono sconvolto, non dirò mai che sono sconvolto. Lo tacerò.

Con amicizia

Tuo Arturo

(M.E.)

PER ANGELO

Angelo Lumelli, Le poesie (Il Verri edizioni, 2020)

Note di lettura di Caterina Galizia e Marco Ercolani

Lumelli bisogna inseguirlo nel suo divenire, canto dell’eterno ritorno, unica strada aperta per chi vuole coincidere con tutti i propri sé. Bisogna anche accettare il sacrificio di tanta parte del “già stato” per evidenziare l’”adesso” con i suoi splendidi lampi e le sue ricostruzioni” (perché anche la memoria va aggiornata). Il difficile arriva quando si parla di “atto finale di onorata carriera”: in una visione in cui “quando finisce il lontano finisce anche il viaggio” o “quando arrivo non arrivo più io” la data di pubblicazione di un’opera omnia deve dare un bel po’ di problemi. E’ quanto viene magistralmente descritto ne “La porta girevole dell’Hotel Excelsior” dove si parla di un banchetto che celebra un “evento portato al suo culmine”e dove il momento illuminante circa il significato dell’incontro stesso è il “discorso”. Tutto trabocca di falsità, di futile chiacchiericcio con qualche fantasma di rimorso serpeggiante sotto le frasi che, per apparire memorabili, devono spaventare e scacciare la vita (vedi le cameriere che, inchiodate a un passo dalla cucina, “non riescono a svignarsela” dall’esternazione dell’oratore e vengono percepite dagli astanti come una “sconveniente e maldestra ingerenza, esseri viventi in casa del concetto.”) Il convivio inoltre prevede vittime sacrificali. Splendida l’allegoria del macellaio che “accarezza la testa della bestia ravviando i corti riccioli del pelo biondo” e infine “appoggiando una mano sulla fronte con parole di persuasione, fa partire il colpo di stordimento.” Ma il colpo, prima di raggiungere la vittima, trafigge “la pelle tesa tra il pollice e l’indice della mano consolatrice.” E qui ecco arrivare un tipico salto lumelliano inaspettatamente chiarificatore: “il macellaio estrasse il fazzoletto e lo avvolse attorno alla mano sanguinante…COME SE COSI’ DOVESSE FUNZIONARE LA POETICA.” La poesia come il grande, innocente bovino che bisogna accompagnare nell’immane caduta coinvolgendo nel contempo il suo autore. Perché questo dire perennemente in itinere, sempre sottratto al fare, in bilico tra il sé e l’altro, che può realizzarsi in un unico modo: “essere là guardando da qua”, soccombe se diventa stanziale e definitivo.

Quindi? Quindi questo lavoro deve essere considerato una “prima Opera Omnia”. Inevitabilmente al più presto nasceranno altri versi e innumerevoli chiose-satelliti coroneranno quelli già scritti così che futuri poeti possano usare le loro lune come Lumelli ha usato il “bianco è l’istante” del suo amato Hölderlin.

(C.G.)

**

Angelo Lumelli raccoglie in Le poesie (Il Verri edizioni, 2020) la riscrittura della sua opera poetica ri-pronunciando in un nuovo inizio la sua voce e lasciando intatti solo i titoli delle raccolte: oblivion, vocalises, seelenboulevard, bambina teoria, trattatello incostante, cosa bella cosa, la porta girevole dell’Hotel Excelsior. In sostanza, ri-comincia tutto da capo e con i materiali dei volumi già scritti ritrova un libro inedito, come un bambino ripercorre la squinternata avventura del suo essere al mondo. Il suo lavoro non è il risultato di una memoria capitalista e fondante ma di una memoria stracciona e lacunosa, che riempie di buchi i tessuti del senso, traforando la lingua, o meglio beccandola, reinventando una visione arcaica di potente inflessibilità teoretica. «Nobili pirati conoscono il mestiere – hanno in testa fazzoletti a quadretti / nel tempo ci vanno a cavallo – gli passano sopra con grandi velieri/ non vengono presi sul fatto – raccontano che dappertutto è lontano / che qui è più lontano di tutto // per questo la verità gli va dietro – cammina svelta / con la gonna con lo spacco / li rincorre traballando sui tacchi di vetro». Angelo Lumelli appare ora un tipo estatico che rincorre immagini mistiche nel cervello, ora un ragazzo che getta biglie nell’aia di qualche rustico cortile, ora un essere confuso che insegue “pensieri per conto loro”. Leggere Lumelli non è un’esperienza facile e circoscritta: un libro come Le poesie, che si definirebbe un’opera omnia con qualche pretesa di completezza, non è affatto un libro concluso: è il tracciato di uno spirito balzano che usa il linguaggio in modo impertinente e improvvisato, saltando spesso di palo in frasca. La sensazione di smarrimento, leggendo, si affianca a una impressione di libera freschezza, di incongrua felicità. Angelo scrive come se inventasse vertigini leggere, ma il loro fondo tragico è sempre lì e resiste, come una fiaba tremenda: «allora direi a un mio bambino / preserva il vuoto con le azioni / così che il mondo / volando nel vuoto / volando da te / tu prendilo al volo / con in tasca un sacchetto / di lacrime d’oro». La “bambina teoria” delle sue affabulazioni è una teoria che mostra, da lontano, l’holderliniana torre di Tubinga: è la follia stessa, che lo spirito del poeta preserva come tesoro di libertà, immune dalle offese di un mondo arido, inaccettabile, sensato. «La poesia come finitezza non tollera la parola vagabonda, che arriva all’ultimo, sovrappensiero, quella che si pone tra i versi, letteralmente, tra una riga e l’altra. Il problema non è la variante, divertimento per i filologi, bensì la presenza, nel testo, di questa parola pellegrina, attesa da sempre, arrivata davanti all’espressione già chiusa». E Angelo, nelle pagine teoriche che chiudono il libro, ci sorprende con il dono di una poesia che è fiamma presentita, eccedente, iperbolica, oppure frammento ridotto al minimo; mai roccaforte e castello, mai latifondo sicuro, forse piuma vagante alla ricerca di un uccello incantato e balordo che, urtando nel muro, ha perso la strada: «Ma io non sono il sonetto, bensì la sua pausa che si accende, spiritata come un ventilatore dello spirito, facendo volare coriandoli. Il mio compito è di fornire l’errore, sottoposto alla giustificazione, portando in scena relitti. Per questo ho rovesciato, ogni volta, la calza del testo, per curiosità infantile, per incredulità, per penitenza, sventando la faccia tosta dell’espressione per ritrovare l’appello misterioso, senza la protezione di fatti terzi, senza storie esclusive e fatali di fronte al grido della mente». E qui torniamo al “grido della mente”, al nucleo necessario della follia, quello che Hölderlin ricamava in terzine tranquille e che il poeta organizza con tenero sarcasmo («oh grande notte / oltre I fili del tram / stai tu con me – se con nessuno / mi sono smarrito») nel minimo tessuto, nel piccolo strappo. «C’è, nella natura della poesia, una passività intrinseca, una conoscenza senza la distrazione dell’agire, un sapere inciso sulla pagina di cristallo?». Per Lumelli, che in questo libro torna e ritorna a concertare i suoi versi, la pagina non è mai di cristallo: è papiro trasparente, carta velina, foglio che convoca sempre le stesse ma altre poesie.

(M.E.)

Angelo Lumelli

La nota di Caterina Galizio è apparsa online in “Leggere tutti” e quella di Marco Ercolani in “elettRivista”, il blog delle Parole Spalancate (Festival internazionale di poesia di Genova, a cura di Claudio Pozzani).

PER VOCI E CANZONACCE. Silvia Comoglio

“La forma è la più duratura manifestazione della pietà umana. Le altre non sono meno importanti, ma durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita. La forma, concretizzata in un’opera, è un atto di umanità che perdura”, così scrive Giorgio Galli in Le voci sopravvissute, parole a cui fanno eco nel suo Canzonacce “Un canto d’amore/ S’espande fra aliti di chiesa/ Ma d’una chiesa dove l’organo è grande come la Terra”.

Pietà umana, umanità che perdura e canto d’amore, un canto che si espande e che è tutta la Terra, e che i racconti di Le voci sopravvissute e le poesie di Canzonacce, abbracciano in totale pienezza, senza scarto o frattura. E questo perché Le voci sopravvissute e Canzonacce sono pietas, sono quell’atto di umanità e amore che è vicinanza, empatica, per e a quelle voci che la vita inchioda al loro destino di ultimi, di dimenticati. Dimenticate, le voci, e dissipate nel loro essere nulla, è vero, ma capaci di scolpirsi nel loro orizzonte ontologico e metafisico, di farsi statura universale. Di trasfigurarsi. In cosa? In quella fiamma e in quell’ardore che è il soffio che umanizza la vita e la Terra. E per questo loro essere fiamma e soffio, l’impalpabile, il Tempo non le afferra e stritola, anzi, è come se le copiasse e le generasse perché il presente possa prolungarsi fino a farsi eterno. Le voci che vivono, contrapposte a queste che sopravvivono e di cui anche ci parla nella sua opera Giorgio Galli, hanno l’identità del momento, non si fanno energia cosmica, non potrebbero, perché impegnate nell’attimo, nell’occupare tutto quell’attimo per affermare il proprio sé, non si amalgamano con la cosmicità dell’essere e del tempo, restano isolate. Si affermano ma restano isolate dal tutto, non resistono, non riescono a conficcarsi nel tempo. Tempo che qui è poi anche e soprattutto lo sguardo di Giorgio Galli. Quello sguardo che sa affratellare le voci sopravvissute e unirle con la sua scrittura in un unico canto. Un canto e una scrittura in cui pietas e amore si consolidano in un crescendo in cui tutto si dice e radica, in cui tutto si specchia e si fa gioco di specchi. Specchi in cui però si riflette solo chi è inchiodato al destino impalpabile, ossia a quel destino che nell’immediato sembra non dare frutto ma saper solo scorticare, amareggiare e essere gelo. Ci vuole l’occhio del cuore per catturare questo riflesso, per sentirlo elemento fondante della Terra. Occhio che Giorgio Galli possiede in massima misura e che gli consente di fare di questo riflesso elemento fondante non solo della Terra ma anche della sua poetica e scrittura. Una scrittura in cui l’umanità perdura, e perdura perché la scrittura e la poetica di Giorgio Galli sono un atto d’amore, sono la sua dichiarazione d’amore per chi e cosa invisibilmente lascia nel Tempo, come fosse un dono sacrificale, quel soffio che, se pure fatto di niente, concretamente arde e vuole vivere e sopravvivere. Una vocazione, anche, quella di Giorgio Galli che nella scrittura trova il suo dirsi naturale e umanissimo. Il suo generoso offrirsi.

Le voci sopravvissute, Gattomerlino, Roma, 2020

Canzonacce, Letture meridiane, 2021

Giorgio Galli nasce a Pescara nel 1980. Vive a Roma dove ha esercitato per brevi periodi la professione di libraio. Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog Perìgeion e Poetarum Silva e sulla rivista Niedern Gasse.

Giorgio Galli
Silvia Comoglio

CADUCITA’

Caducità

di Sigmund Freud

Caducità

(1915)

Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.

Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto. No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttiva.

Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.

Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.

Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di avere individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.

Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato e ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare mai e ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità d’amare – che chiamiamo libido – la quale agli inizi dello sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso, resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre che consideravamo durevoli.

Non c’è da stupirsi se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma questi altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cosa non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.

Sigmund Freud, Caducità, 1915, volume 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989, pp. 173-176, traduzione di M. Ferretti.

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[Rilke] non si ribella al suo futuro, come sostiene Freud, un po’ frettolosamente, nel suo saggio. Piuttosto, la distruzione in lui è già presente, nel momento in cui contempla quella campagna fiorita; il lutto è già in lui ed è un lutto non risolvibile, perché tutte le cose che vivono vanno verso la fine, muoiono davanti ai suoi occhi ed esse sono uniche, non sostituibili, al pari dell’uomo che le guarda.

Elvio Fachinelli

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Caducità

Ora, sabbia nel turbine. Svanire, ininterrotto, sordo,
anche dell’edificio più saldo, più felice.
Vita è vento perenne. Già s’ergono disgiunte
le colonne che nulla più sostengono.

Ma lo sfacelo: è più triste, forse, dello zampillo
che in polverio di luce fa ritorno al suo specchio?
Dunque fra i denti della metamorfosi teniamoci
perché senza residuo ci comprenda nel suo capo veggente.

In: Rainer Maria Rilke, Poesie 1907-1926, Einaudi, Torino, 2000, a cura di A. Lavagetto.

SETTE DELLE MIE PRIME MORTI. Stefano Massari

di Stefano Massari

Stefano Massari

sette delle mie prime morti

(1969-1982)

I

la prima volta

non capivo neanche il bambino che ero

ma sentivo la notte che masticava la pelle

del giovane uomo che sorrideva e dipingeva

mio padre bestemmiava batteva i pugni

sulle porte di casa per fortuna

la luce nella stanza era accesa

II

poi la madre della madre

cullava qualcuno che per sempre non c’era

fissava qualcosa che per sempre spariva

chiusa nella camicia che puzzava di bianco

la notte mi pisciava di fianco e piangeva

e si strappava i capelli mentre chiamava madre

sua figlia

un po’ d’acqua e nient’altro, signora

tanto da questo male nessuno ritorna, signora

III

la terza morte

aveva unghie rotte e di cera

e nessuno di noi sapeva chi era

quel lago spalancato e improvvisa

colore di ruggine e legno

le guardie indignate cercavano l’ombra

per sfuggire allo scempio e al sudore dei figli

perduti nell’odore di vomito e caldo

seduti a raccontare agli amici

l’incredibile storia della loro madre

che vola

Osvaldo Licini

IV

poi bastò tacere e aspettare

come aspetta la terra

che non ha il pensiero di noi

così il padre si staccava

pezzi marci e scuri dal corpo

che neanche parlava

eppure spingeva i denti in avanti

per riuscire almeno a ringhiare

i medici lo tagliarono tanto

che non ne rimase nemmeno

il ricordo

allora ridevo di odio

per quel povero monco

con la sua mano di cuoio

che slegava indifferente

al mio sguardo

mostrando fiero

il suo unico figlio

rimasto chiuso

in quel taglio

e nient’altro

Francis Bacon
Eugen Bavcar

V

la quinta morte era lunedì

le case intorno piegate dal male di tutti

di cinque uno solo salvato rimasto idiota

con l’occhio sinistro voltato dalla parte sbagliata

il braccio appeso per sempre a un rancore di madri

stupefatte e incapaci di capire che presto

quelle bare sudate e splendenti avrebbero preso

anche noi gli interrotti condannati a tradire

addestrati a sparire già pronti per l’ombra

e per ogni prossima misericordiosa

bomba

Francis Bacon

VI

sei volte annunciata

arrivò la morte dell’amico più grande

che diceva ormai di neanche pregarla

che non c’era bisogno perché la pelle

era già vetro abbastanza e l’ago andava

infilato caldo e buono anche per l’osso

e piano piano piano così non avrebbe lottato

ma pianto all’infinito e dormito con i topi

nel letto che per rispetto gli avrebbero

mangiato soltanto una mano

la madreperla mano

VII

poi si spezzò la croce la città

e il mio nome per sempre

sdraiato sul fianco di un asfalto qualunque

con la mano ancora umida del suo labbro inferiore

e l’urlo del mondo venuto a bruciare proprio

nel centro dei nostri anni perfetti perché mio

soltanto mio era il compito di morire per tutti

e invece restai a scegliermi dio tra i nemici a venire

e il buio come compagno di banco

Eugen Bavcar

INCISIONI. Ettore Bonessio di Terzet

Stravinskij
Eduardo
Beckett
La poetessa Achmàtova
Lo zio Ez
Brecht
Auden

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Requiescat

di Massimo Morasso

Ettore Bonessio di Terzet non c’è più. Ci ha lasciati all’improvviso, tutto d’un tratto, coboldo-dispettoso perfino in morte, in una notte come un’altra di questa feroce estate mediterranea. Per chi, come me, gli è stato amico e compagno d’avventure è difficile tentare di delinearne i tratti della personalità intellettuale a pochi giorni dalla scomparsa se non parlandone, con un groppo in gola, come di un raro, iper-energetico campione di un mestiere introvabile, che coincide con un destino. Cosa è (stato) Ettore Bonessio per la cultura italiana? Un filosofo? Un professore? Un poeta? Un artista (come sono belle, p.es., certe sue puntesecche!)? Un critico d’arte? Un editore? La somma di tutte queste parole/qualifiche e di altre che fanno la materia disordinata e incandescente del suo labirintico curriculum vitae et studiorum? «Vi sono pensatori che vivono di rendita o si ripetono, altri che crescono su se stessi; per comprenderli è necessario conoscerli in tutto il loro itinerario critico di approfondimento. Probabilmente io appartengo a questi ultimi» ha scritto di sé il suo antico, mai rinnegato maestro, Michele Federico Sciacca. Ma sono rimuginii, questi riassuntivi di un Sciacca in vena di bilanci, che altrettanto bene s’attagliano a Bonessio, al Bonessio pensatore perlomeno. Il cui riottoso spirito mercuriale, non è bene raccogliere in poche pacificanti definizioni – perché non basterebbe a dire la natura radicalmente poetica del suo talento, proteico, bulimico, instabile e “incasinato” come pochi, e soprattutto perché a lui e al suo inquietum cor non piacerebbe. Dirò però, a beneficio di coloro che nulla o poco sanno di Bonessio, il meno accademico fra gli accademici, che pure ha insegnato per anni Estetica all’Università della mia Genova, che è (stato) un uomo che ha vissuto, sempre in trincea, à l’avant-garde, sempre alla luce sulfurea del suo démone critico-creativo, del connubio fra esperienza e riflessione estetica, intese come esercizi mentali utili a introdurre alla dimensione oltreumana, divina. E che lo ha fatto con una passione e un’onestà d’accenti tali da farmi scrivere, anche a futura memoria, che la parola fluente trasandata e frammentaria di Bonessio, è e resterà un intelligente discrimine tra Verità e Menzogna.

Ettore Bonessio di Terzet (Genova, 1944-2015). Ha fondato la rivista di estetica e spazi creativi “Il Cobold”. Tra le sue opere: Del Frammento Organico. Una teoria del discorso, Marietti 1990; Configurazioni, Marietti, 1992; Lo splendore del vuoto, Pellicani, 1994; Occasioni di mito, Marsilio, 1995; La bagnante dorata e altri aforismi, Campanotto, 2001; Visioni del Viaggio, Circolo degli Artisti, 2003; Il problema dell’arte, Poesia e pittura contro la civiltà dell’inutile, Mimesis, 2003; I pesci gialli, Mimesis, 2005; L’utilità dell’artepoesia, Aracne, 2013; Grande Frammento, Campanotto, 2016. Le incisioni qui riprodotte sono tratte da: Di Terzet, Incisioni, Genova, Il Grillo, 1979.

GEOGRAFIA DEL PIEDE. Lucetta Frisa

Succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie…

Pablo Neruda

Leonardo da Vinci

Ha stretto le dita nella scarpa e l’unghia

s’incurva si ficca nella carne:

quando cambia il tempo

una strada traversa l’umore

e un dolore al metatarso e all’alluce

– un coltello –

e poi il tallone non appoggia bene

la caviglia cede non vede il marciapiede

si scortica la pelle

se strofina su quella della scarpa e se

fa molto freddo il piede si raggrinza

e se fa caldo

cerca spazio.

*

(In nessundove si danza

tra sbuffi di vento e tanghi

si danza

le finte danze leggere

ci detestiamo ma si danza

-sulle punte le ballerine sudano

strizzano occhi e labbra

le sirenette le code si accoltellano

e gli scafoidi vanno a pezzi).

*

Vedete

i miei piedi danzare agili e lieti

e non pensate

non pensate che anch’io dovrò morire.

*

Un sentiero in salita. In cima c’è un panorama, dicono.

Ma la vacanza è finita: lei non camminò e non vide.

*

Sulle alture ci sono voci

si scavalcano impacci

ci si arrampica sui terremoti

per quelle voci.

In alto i piedi hanno visioni.

Dopo il brusio delle nuvole

tutto riprende a tacere:

e i piedi a non vedere.

(Lei pensa al piede di chi è sceso e caduto.

In Malte all’andatura sghemba dell’uomo solo,

a Teseo pensa, al suo sandalo slacciato.

E con il piede guasto attende primavera guardando Marcopolo.)

*

L’Africa è il centro del plantare

– calore e respiro nel plesso solare –

Sull’alluce c’è la calotta polare

– Alaska e Jack London sulle slitte.

Jack London

È con le dita a nord che il piede rompe il ghiaccio?

Che fuso orario c’è dal polpaccio a Siviglia?

Si trova in Grecia il Tarso o il Metatarso?

Domani me ne andrò con le espadrillas.

Se Atlantide e Atlantico sono i talloni

e tutte le strade le sinapsi

il cervello controlla il passo

il mistero, le distorsioni.

*

(Dov’è l’Occidente e l’Oriente

nel piede cancellati

si volò per mille e una notte

quando eravamo alati).

*

Un filo invisibile lega tetti, campanili, balconi. Col naso in su insieme ad altri bambini lei guarda l’uomo biancovestito che cammina tranquillo. Che cosa lo sostiene?

Marco Locci

(Nel piede vede la nave

– la poppa è il tallone, la prua le cinque dita –

perché se veniamo dall’acqua

sulle acque sui può camminare.

Pensa alla sua pinna antica

al mare amniotico che la cullava

quando era isola fluttuante.

Pensa alle navi arenate

su tutte le linee d’ombra).

*

È sull’astragalo che gli astrologi leggevano i viaggi?

E se il senso vien meno

si brancola

si sdrucciola

il piede sinistro si incupisce

– il naufragio senza bussola

è lentissimo.

Slogatura

frattura

edema

flittène.

Dov’è l’Occidente e l’Oriente

nel piede cancellati

si volò per mille e una notte

quando eravamo alati.

*

Cadono nasi a chi mente

a chi ruba cadono mani

i piedi cadono cadono

ai viaggiatori domani.

*

E lei cancella

i piedi cancella

ai suoi vecchi versi…

*

Vedete

i miei piedi danzare agili e lieti

e non pensate

non pensate che anch’io dovrò morire

(2010)

Langston Hugues

Nota:

I versi in corsivo sono di Langston Hughes.

SONO TUTTI FUGGITI. Fausto Melotti

Sono tutti fuggiti*

Gli occhi

nella notte si svegliano

cercano il sole.

La mente fugge al mare

alle caverne ai viaggi alle case

sui colli rifugi della tua miseria.

La notte è lunga, non importa,

dormendo

rivedrai l’aurora.

**

Dentro al raggio di luna

il magro fiume narra le lotte

tra le ninfe gentili e i fauni acerbi.

Vengono a bagnarsi

nelle calanche fra spruzzi e risa.

Ieri fu lotta aperta con gragnuole

di noci e noccioline.

Domani vedrai faranno pace,

bisbiglieramno, correndo sul greto

vanno a nascondersi nel bosco.

Ragazzi. Da gran tempo

non pensavo più a loro.

Sono tornati a visitar l’insonnia.

**

A babordo a tribordo silenzio.

Non viene nessuno

la notte è lunga.

Il viaggio anche più lungo.

Col mio sosia parlo in silenzio,

lo penso e ci si intende

a bocca chiusa.

Veramente non è proprio così

specie quando in mare aperto

la tempesta è vicina.

Nelle notti serene

ci sdraiamo in coperta

a contare le stelle.

Lui ha la vista buona

e delle Pleiadi ne conta sette,

io solo cinque.

La notte è lunga

il viaggio anche più lungo.

**

Dentro la nera selva

l’io incontra il non-io.

Evadere da questa cerchia.

Stringe il cuore la mente

e non concede al vento

alla pioggia

all’agitato mare

un’effimera pace.

Se vuoi, pensa che I serafini

aleggiano.

E puoi anche parlare

con gli amici, con…

Sono tutti fuggiti.

*I testi sono tratti da Insonnia, All’Insegna del Pesce d’oro, Scheiwiller, Milano 1984.

COMMENT DIRE

(leggendo Samuel Beckett)

…leggendo e rileggendo la commovente cantilena di Beckett alla ricerca dell’ultima, insignificante, balbuziente, necessaria parola: «folie que d’j vouloir croire entrevoir quoi – / quoi – / comment dire – // comment dire».