UNA PAGINA SERRA. UNA PAGINA RESUSCITA. Chiara Daino

Marco Ercolani

Se è vero, come scrivi, che “la scrittura è fare festa con i fantasmi, perché la scrittura salva e condanna”, come nasce e come si sviluppa il tuo rapporto con l’atto reale di scrivere? Cosa significa far coincidere condanna e salvezza?

Chiara Daino

«Al fuoco della verità le obiezioni non sono che mantici», mio Geniale Lettore, e che l’incandescente Conte Dossi scintilli e principii ogni mio enunciato! Sombrero introduttivo che riordino il processo sinaptico e, finalmente, a domanda rispondo: è vero per come vivo. E per come vivo l’atto di scrivere: abitare l’ossimoro e cicatrizzarsi come segno mobile dove gli opposti coincidono. Due rette parallele non si incontrano mai solo in un sistema euclideo, un sistema che non mi sistema. Il conflitto è genitore di tutto e la visione dicotomica e manichea [bene/male; bello/brutto; stallone/sfigato] è vecchiume rassicurante da blockbuster. La salvezza di qualcuno o di qualcosa coincide sempre con la condanna di qualcun altro e qualcos’altro. Il cardias è beante nell’artista, combustibile e comburente insieme, che si salva e si condanna al tempo stesso. Perché? Perché è risaputo che gli artisti non siano particolarmente furbi, altrimenti sarebbero commercialisti.

Mio Geniale Lettore, scusandomi per l’attacco di panico procuratoti [hai chiamato il Dottore per sapere lo stato morboso e moroso che smunge le tue finanze? Bene, procediamo], sono certa ricorderai il Gabbiano di Bach… Ma quello di Čechov? «Adesso io so, io capisco Kostja, che nel nostro lavoro – poco importa se di Attore o di Scrittore – l’essenziale non è la gloria, non il lustro, non è ciò che io sognavo, ma la capacità di soffrire. Sappi portare la tua croce e credi» e quando lo recitai era un tempo troppo entusiasta perché io potessi capirlo in ogni monade e in ogni molecola. Ora che vanto l’esofago «a fiamma» e sono davvero scortecciata nel mio reflusso capisco l’eternità di quella lezione rimessa e mai digerita. Ulcera farsi spugna e fingersi sordi. Chi scrive sente, anche quando non vi ascolta. Bilanciando le sue solitudini, dosando moltitudini, lo scrittore conosce il segreto che è il segreto del Mestiere e sopporta la sua Passione [in tutte le accezioni che non ho più voglia né tempo di spiegare quanto ogni singola Parola sgrani rosari e scenari].

E chi scrive ripensa e riporta l’arco teso delle biografie, vite che tutte assorbe e assume: bevendosi una birra in San Vincenzo, tavolo all’aperto, col gusto e il respiro dello sguardo che non prevede disincanto, registrare il non-verbale; ventaglio di espressioni; lacerti di discorsi; …

Gitaneggiando pensieri sull’«essere soli», lo scrittore si godeva quel campionario di volti e di barattoli convinti di colmare i vuoti soltanto adeguandosi a modelli societari da tritacarne, forgiava coriandoli dei suoi fogli trapassati [traumi, lodi e riscatti] quando lo straniero poggiò una rossa al suo tavolo appartato: «posso?». «Prego – rispose in inglese alla figura che le parlava in inglese –, ma non assicuro troverà il calice ancora colmo, quando avrà finito il suo chiacchiericcio al telefono». Così, con un burbero ma gentile distacco, così. E così conosce Tsvi, ebreo che ascolta i Creedence Clearwater Revival, a Genova per una breve gittata della sua vita, anima che rimprovera la disanima dello scrittore: «è una bestemmia! Non bestemmiare! Dire che sei sola è una bestemmia, perché Dio sempre ti accompagna». E lo scrittore si sente una merda, tanto per concimare altre psicosi. E lui continua: «tu non sei uno scrittore, sei un agente segreto. Loro lo sapevano che ero a Genova e ti hanno mandata a spiarmi». Loro chi? Lo scrittore giura che scrive e che scrivere non è così esaltante come possa sembrare, ma Tsvi – no!, non ci crede ed estrae un coltello a doppia daga dalla tasca, spiccando in due metà la tovaglia di carta che fodera il tavolino. Lo scrittore mezzosorride senza scomporsi, finisce la birra e ne ordina un’altra. Altre due. E aspetta che l’interlocutore spieghi il perché di quel gesto e l’uomo tagliacarte risponde: «lo vedi? Un coltello è un coltello, è un’arma; ma i tuoi anelli non sono anelli, sono un tirapugni occultato. Nessuno si rende conto che sei armata, ma io sì». E tra inglese, spagnolo, italiano – Tsvi cerca di insegnare allo scrittore un poco di arabo e le basi dell’ebraico.

E lo scrittore ride forte perché sa già che tramerà in qualche suo libro di quando, alcolizzandosi in San Vincenzo, fu investito della carica di «agente segreto». E si ride, in primis di noi stessi, perché Jean lo sapeva fin nel midollo: «bisogna ridere prima di essere felici».

M.E.

Una frase che traggo dal tuo romanzo Siamo soli, è esemplare: «E avanzo con un piccolo scudo per sopportare il peso: una pagina che è coperta, è sacra, è calda. Una pagina serra. Una pagina resuscita. La pagina è sorella, è stirpe simile, perché è una pagina sola. E non è solo una pagina: è la sola che mi suturi. E se perdo il filo mi basta cercare: è lì, placido e cullato nella nota. “Io” è chi cade ai piedi della pagina e insegue la linea: ne basta una – e mi prende la mano, mi prende per mano. “Io” è chi è sempre da sola, ma più sicura – se scrivo. E chiudo a chiave: lo scrigno e la gioia di ragno». Dal giro di questa frase emerge il tuo modo perturbante di “fare prosa”, inestricabile dalle alchimie della poesia. Ci vorresti parlare di qualcosa di cui oggi nessuno parla più: il rapporto vivente tra prosa e poesia?

C.D.

Dal capogiro di questo mio fraseggio credo emerga, più che altro, il mio amore «disturbato» per la Parola [«un popolo povero di parole è un popolo povero e basta», mio Geniale Lettore, non pensare non tormenti il mio tormentone in ogni intervista, sarebbe scortesia tautologica verso me stessa].
Il rapporto tra prosa e poesia FU STATO [trapassato e remoto] ma senza uno statuto debitamente stilato e assunto come valido e, per questo, è diventato un rapporto-zombie: un ibrido non vivo e non morto che prende il nome di «prosa poetica» [zombie che ho scoperto quando ho scoperto di scrivere «prosa poetica»].

In genere i poeti puri odiano la prosa e i prosatori puri odiano la poesia e la bastarda dal sangue misto si trova tra Bolaño e Busi, imprigionata nella Notte dei Critici Viventi [mangiatesta che capisco, esauriti il filone vampiri e il filone licantropi, rimanessero solo gli zombie ai poveri critici, ma almeno avessero la decenza di non insultare i Metallari!].

La Parola è suono che sposa il senso. Sia prosa, poesia, drammaturgia… Alzi la mano chi conosce e può spiegare, con precisione inconfutabile, la differenza tra «azzurro» e «celeste»; tra «rapallino e rapallese»; tra «cocchio», «carrozza» e «calesse». Non basta andare a capo, ma basta la matita di Montale [Eugenio dixit, inanellando disastri futuri: «la poesia è l’arte/tecnicamente alla portata di tutti:/basta un foglio di carta e una matita/e il gioco è fatto»].

La differenza tra prosa e poesia è il respiro. Punto.

Chiara Daino vista da Tiziano Riverso

EUROCOCCO. Yvan Goll

(1927, un inizio di romanzo)

a cura di Massimo Morasso

L’Eurococco è stato definito un “inno del nichilismo intellettuale”. In realtà, è possibile dire che questo corrosivo sguardo d’addio al romanzo di formazione sia un’acuta, pluristratificata, poeticissima per quanto profetica critica interna al nichilismo stesso, un viaggio simbolico teso a smascherare tanto la malattia romantico-borghese (con il mezzo, paradossale, dell’ironia romantica!) quanto, più in profondità, il destino autofagico della nostra civiltà del tramonto. Eccezion fatta per Adelphi, non mi viene in mente nessuna casa editrice a distribuzione nazionale che potrebbe osare la commercializzazione di un libretto come questo. Sarebbe un flop, dal punto di vista delle vendite? Temo di sì, vista l’aria che tira in libreria, ma un flop, come dimostrano da sole le sue prime righe, che meriterebbe di essere letto da chiunque abbia gusto per la parola e intelligenza del cuore:

«Mi sono risvegliato da un sogno che si era chiuso dietro di me come un cancello dorato. Cacciata dal Paradiso: quando ci si volta, il ricordo svanisce come al riaccendersi delle luci sulla scena di un dramma che si è appena concluso. E all’improvviso si cade nella trappola del mondo, si affoga nella realtà.

Il silenzio della notte è così grande che si odono le macchine dello spazio stellare al lavoro. La dinamo della luna vibra per un piccolissimo difetto, una vite deve essersi allentata. Gli anelli di Saturno, ruotando lentamente, intonano un antico canto del vento. Parigi è una città stregata. La Senna ristagna. La Torre Eiffel è saldata in più punti. Non nevica più da molti anni. I sentimenti forti sono estinti. Un sordido bacillo ha roso dall’interno il fogliame dei tigli nei boulevards e i cuori degli uomini.

Nei venerabili Jardins de Luxembourg e alle Tuileries i tulipani sono di cera, di stoffa i gerani nei vasi delle vecchie superstiti di Rue de L’Abbé de l’Epèe. Per risparmiare, si sono abolite le stagioni, soltanto i grandi sarti le hanno conservate nei loro cataloghi. I dolci vaporetti sono ormai soltanto un dipinto lungo i moli della Senna. A causa della loro lentezza non possono più essere utilizzati come mezzi di trasporto, ma il consiglio comunale sostiene che essi devono assolutamente appartenere al quadro della città.

Mi metto a sedere nel letto. Una campana suona la Cassiopea. Si fa così chiaro in me, così chiaro, tanto che gli occhi mi fanno male. Non posso più dormire, sembra che mi abbiano strappato le palpebre. Devo drizzare gli occhi sulla verità, duramente, rigidamente, proprio come i morti cui nessuno li ha chiusi. Di notte, ci sono degli istanti in cui teniamo la vita in mano come una noce nuda, bianca, una noce dalla quale è caduto anche il guscio più duro. Allora ci avvediamo di come il grigiore del giorno ci abbia ingannati. A un tratto vedo Henry vicinissimo, come in un primo piano, così vicino come mai “nella vita”. Quella ruga lungo il labbro, tre centimetri a sinistra, mostra come egli mi disprezzi. E come potrebbe non disprezzarmi? Ma ora il vento ha soffiato via la neve notturna e la piccola Campana di Cassiopea ha chiamato all’Angelus.

Ah, è terribile destarsi dal sopore delle sordità e dell’incoscienza e riconoscere la propria solitudine nel regno di milioni di mondi che potrebbero essere patria e non lo sono. O sonno, o riposo sicuro e senza sogni dello spossato; o sonno di estasiate domestiche che credono alla loro uniforme; sonno di uomini satolli, felici, grassi, che riescono a non essere di ostacolo soltanto a se stessi; sonno del forsennato Orient Express che eccita come febbre l’atroce lentezza della terra nel suo moto rotatorio; sonno degli assassini, cui il sangue sgorgato si fa pietra; sonno delle masse, che si lasciano cloroformizzare dagli oratori di partito; biondo sonno, champagne di ruscelletti di prato per lirici innocenti; sonno dei paleontologi che non conoscono il dubbio; sonno delle ragazze di strada finalmente liberate dal sorriso; sonno dei principi ereditari e dei collezionisti di francobolli, quale grazia è la vostra!

Ma il giorno ritorna come una spugna, addensando nebbia sui sonni e sullo spirito, ovattandomi cuore e orecchi. Il suono celeste è cessato. Ora ci vengono dati un cognome, delle lettere e un profilo. Nella notte sospesa ero senza qualità di fronte al mondo onnipotente. Ora mi infilo nella mia pelle e nella mia camicia».

SONETTI A ORFEO. Rainer Maria Rilke

(traduzione di Massimo Morasso)

XI.

Per quanto il mondo rapido si muti

come alle nuvole la forma,

ogni cosa compiuta torna

al fondo dell’antico.

Oltre il mutamento, oltre il cammino,

più vasto e libero,

persiste ancora il tuo preludio,

Dio con la lira.

I dolori non li si è conosciuti,

l’amore non lo si è imparato,

e ciò che nella morte ci allontana

non ha deposto il velo.

Solo il canto levato sulla terra

consacra e celebra.

XIX.

Guarda il cielo. Non c’è una costellazione chiamata “Cavaliere”?

Ché questo in noi è scolpito in modo strano:

quest’orgoglio della terra. E un secondo

che lo sprona e che lo tiene e che lo porta.

Non è così, inseguita e quindi al freno,

la tesa, anelante natura dell’essere?

Via e svolta. Ma uno strattone li accorda.

Nuove vastità. E i due sono uno.

Ma lo sono? O non pensano ciascuno per se stesso

al cammino che percorrono insieme?

Già non ha nome il divario tra tavola e pastura.

Anche l’unione delle stelle mente.

Ma ci rallegri almeno per un attimo

credere alla figura. E’ sufficiente.

IL TEMPO DI PERSEO. Enrica Salvaneschi

nota di Enrica Salvaneschi (2005)

Il tempo di Perseo («I libri dell’Arca», Joker, 2004) è una prova particolarmente accattivante nella produzione di Marco Ercolani. Al nitore espressivo, alla raffinata osmosi di cultura letteraria e di formazione scientifica, alla capacità di inventio affabulatoria, che costituiscono caratteristiche costanti dell’autore, questo testo bipartito (Maelstrøm e Il tempo di Perseo) unisce un suo preciso filo conduttore: la ribadita consapevolezza del dovere stilistico, senza il quale nessuna percezione o immagine si solleva da una grezza (nella migliore delle ipotesi) o gretta capacità psicagogica. Si vedano al proposito i pensieri sul “troppo poco” della percezione (pp. 25-26), sulla pseudoimmaginazione (p. 44), sul rifiuto del delirio come indiscriminata fonte ispirativa (p. 50). Proprio entro quest’ambito potrebbero costituire oggetto di ulteriore analisi la condanna dell’armonia come “esercizio del potere” (non è sempre così, credo, anche perché non può escludersi che il “potere” talvolta coincida con il “poetare”) e la nozione di smembramento non come “scandalo” ma come “illustrazione” (p. 47).

Colpisce la scelta per cui il titolo della seconda parte diviene eponimo del tutto. Secondo Pindaro (Pitica, XII), Perseo, giustiziere e alunno di Medusa anguicrinita, apprese il modulo della musica polifonica dal sibilo delle chiome di lei morente: stupenda intuizione di una nietzschiana cloaca dell’anima? Leggiamo in un testo della prima parte (p. 28) un pensiero sulla “percezione polifonica del mondo”, riportata allo specchio di Dioniso, e non possiamo che restare ammirati da questo nesso intimo, che forse Ercolani non ha cercato, ma che implicitamente ha trovato. Certo, la sua è una polifonia al nero (termine frequentissimo nella sequenza dei pensieri), entro la cui notte piace riportare Danae, madre di Perseo da lui salvata, come ricorda l’ultimo tassello (p. 55), alla presenza della madre nel Maelstrøm della prima parte (p. 18): denso, duro idillio filiale di inclemente pietà. Sarà un caso che vi ritorni il tema dello specchio, nella frustrazione di Apollo?

È proprio vero quel che diceva Theodor Fontane: “in greco e in musica si può dire tutto”. Siamo grati ad Ercolani di avercene dato un’ennesima prova, in tempi di millantata barbarie.

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UNA QUESTIONE DI OLFATTO. Renato Urciuoli

Per: Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono, Amazon Fulfillment, 2020

Caro Anton Ercolanov, no, meglio Marco Cechovani, insomma Marco Ercolani o chi diavolo tu sia che ti sei messo a scrivere, anzi a riscrivere questi meravigliosi appunti, secchi come legna da ardere, irriverenti e cinici, ma anche comici e buffi, mi chiedo quale perfetta opera di mimetizzazione sia mai questa al punto che leggendoli ho avuto per un pò di tempo difficoltà a capire se stava parlando Čechov o Ercolani e dove era il confine tra l’uno e l’altro.

Questo dubbio mi ha portato a rileggere nuovamente, a distanza di anni, gli appunti del dott Čechov, gli originali, ed anche allora, staccando la testa dalle pagine, mi è rimasta impressa addosso la stessa difficoltà a capire dove si nascondesse realmente Ercolani, in quale anfratto delle pagine si fosse insidiato. Dove potessi finalmente snidare quel malfattore di Ercolani.

Tutta l’operazione è una continua, ossessiva ricerca di una voce. Non importa di chi, se dell’autore che sta apocrifando – si può dire? anche se è un neologismo orrido – oppure di se stesso protetto dalle pieghe dell’originale, fatto sta che si crea una sorta di osmosi, di respiro comune che attraverso la riscrittura delle pagine determina una discesa in profondità ed una risalita con una nuova pelle di cui non sai attribuirne la paternità.

Ecco, il primo punto: a chi riconoscere la genesi dell’opera, a chi l’ha prodotta o a chi ha deciso di riscriverla rispettando un qualcosa, un quid che, viene da pensare, abbia a che fare con il respiro, con l’olfatto.

Ercolani, sei un grosso annusatore di opere, e così come ti guardo stupito del tuo stupore mentre frughi tra i libri in una libreria, e tiri fuori con un colpo secco della mano il dorso di quell’unico, imperdibile libro che solo tu hai scovato, e osservo vibrare le tue ali del naso che so, mente indugi su un Iwaszkiewicz sdraiato sotto una pila di libri, oppure un Ortén addormentato davanti ad uno scaffale infarcito di opere stupide, mi rendo conto che è lo stesso fiuto che ti porta a respirare, realmente respirare con delle branchie invisibili l’opera di Cechov. Il tuo vero organo, Ercolani, è l’olfatto e la tua vera materia l’aria che respiri nei libri e nelle opere.

Tu dici, ad un certo punto «i fatti sono fantasmi: non esistono che i fatti, è il modo di narrarli che ogni volta è diverso», ed io credo che il nostro Anton abbia passato la sua vita a ricoprire il reale con la carta velina della sua lingua, accertandosi che diventasse sempre più trasparente e più diventava trasparente più risaliva alla superficie il lato inquietante delle cose. La loro ombra.

Ma tu, buon Ercolani, sei come un Andy Warhol della letteratura, ti infiltri come un segugio attraverso i sacri testi e li assapori, li respiri, cogli l’essenza e non ti limiti a copiare l’originale, ma formi una sorta di duplicato a volte molto meglio dell’originale, rendi la copia qualcosa di unico, una sorta di nuovo manufatto dal valore assoluto.

Rimane il piacere di annotare, di segmentare il pensiero, di tagliarlo con il forcipe e di farne uscire il fantasma non tanto per abbellire, ma perché: «Cosa c’è di fantastico nel racconto di un uomo che muore assassinato? Il piacere di raccontare una sparizione anomala, che rinnega il normale morire».

Qui si potrebbe anche dire che ti dai la zappa sui piedi perché per Anton morire equivaleva a sentire la vita finire, la vita sulla punta della lingua che non torna, quando ti sei dimenticata l’ultima parola. Il suo angosciante io non ammetteva abbellimenti, decorazioni, edulcorazioni. La morte era la morte punto e basta, come dissoluzione della materia.

Tuttavia tutto mi sembra bello in questo libro, e da ogni pagina filtra il vento dello spirito. L’unico, vero spiraglio che conduce la dove le parole a volte non sono sufficienti ad esprimerlo. Trattandosi Ercolani di uno che ha fiuto e ha a che fare con l’aria, il tutto mi fa pensare che stia prendendo il giusto colpo di vento e che la lunga affinità con le tante anime morte di cui ha scritto lo stia conducendo a parlare sempre meglio la lingua del saggio.

LA NOTTE E’ IL CERVELLO DI PARIGI. Wols

Dai frammenti di Wols (Alfred Otto Wolfgang Schulze, Berlino 1913-Parigi 1951, violinista, fotografo, pittore informale).

La notte è il cervello di Parigi*

quando sono nato

ero rotondo

e perdere tempo

tra il

nulla e il nulla

(nascita) (morte)

è un tirocinio

pieno

di spassi

nella mia culla

neanche una stilo

tanto meglio per Voi

Il pupo attorniato

d’adulti

gli si fa: tò

tò begli

occhioni ah ah ah!

E lui guarda

gli si dice: tu ta ti

tut ta tu oh! Com’è

piccolo e tutto rosa

fare

carriera per bla bla

bla bla

e lui guarda

leggo nei tuoi occhi

che interrogano in mezzo

a quale banda di coglioni

mi ha paracadutato questo uccello

conserviamo tutta la vita

la saggezza del pupo

il mio cane giallo respira la notte,

lui sa senz’ansia

cos’è l’indomani

coi suoi casini e le sue gioie

le sue porcherie

nel suo sonno pensa

sa che tutto è uguale

uguale alla notte che segue

il mio cane che

godeva di tutte

le delizie della

terra decide di

lasciare questa

terra per vedere

altri luoghi

per resistere con efficacia in questo

ributtante caos, ho cominciato

a lasciarmi crescere la barba

sola attività onesta

nella mia breve vita

ma poco a poco io ho

visto parecchie primavere

più o meno idiote

delle atrocità e dei

bombardamenti e infine

pure qualche modesta polis

un cane, un albero, la

musica rapita in solitudine nel

mio banjo

il cielo è ovale o rotondo?

Perché esprimersi in trucchi angolati?

È per la pagnotta e la sopravvivenza

ciò mi mette tutto sottosopra

è u districarsi da una parte e dall’altra

un affare losco

stamattina ho suonato la mia chitarra (amata)

40 minuti

non ho mai suonato così bene,

quando mi sono per così dire risvegliato

non c’era nessuna chitarra (nelle mie mani)

quando tengo la mia chitarra

fra le mie mani

sono spinto

ad agire come un gatto sconosciuto

in uno di questi giorni

di festa abominevoli

mangio all’aperto in

piena aria

piena di

polvere

di cose fradice

era un non-

luogo

di purezza

inattaccabile

io dormo meglio

sul Water

che nel letto

è l’Universo

i movimenti degli avambracci e delle braccia per dipingere ua tela

sono già ambizione e ginnastica, io non voglio

Si raccontano i propri piccoli racconti

terrestri

attraverso piccoli pezzi

di carta

un minuscolo foglio per contenere il mondo

Pittura o non pittura

Wols se ne infischia.

Ma è bizzarrro che vaghi come

l’uomo della folla

di E.A. Poe e riesca qualche volta

a scroccare un bicchiere

mentre i colpevoli si gustano l’odore della letteratura

e della bistecca

Bisogna restringere ancora lo spazio

i movimenti delle dita e della mano

bastano a esprimere tutto

quando non bevo canto e faccio pure altro

credo sia meglio

che io beva

perché la mia piccola officina vada avanti

(Banjo, disegno, ecc.)

bisogna che io sia costantemente

in uno stato (zero) (neutro o nullo o vuoto)

di semi-malattia

semi-ebbrezza

semi-tristezza

follia semi-saggia (semi-follia stregata)

evitando ogni

premeditazione

il minimo disturbo di questo equilibrio

mi disturba o mi blocca

la notte è il cervello di Parigi

il suo cuore

è il sole e la pioggia

Parigi è una femmina

troppo strapazzata

da elementi maschi

questo fa perdere tempo

tutto è vano

poiché tre volte su quattro

la pioggia a Parigi cade verticalmente

manca di vento

si va in giro in Autobus

la pioggia non si mostra di sbieco

dunque tutto può essere (compreso)

di sbieco

quando scendo di notte

lungo i margini del Luxembourg

venendo da dove amo

c’è ancora quella traccia d’aria pura

tutt’uno cogli alberi

si respira

me ne infischio

del duello degli esperti

io sono un piccolissimo

uomo libero

io mi tengo a ciò che ha

tenuto sempre

io mi tengo a ciò

che ha sempre tenuto

io sono solitario

cammino con loro…

non se ne accorgono

ve lo garantisco

preferirei non abitare

la stessa casa dii me stesso

non sono il solo di questo avviso

talvolta sono troppo

stanco per

smettere di

ridere

spesso io guardo

con gli occhi chiusi

ciò che vedo

c’è tutto è bello, è faticoso

la prima

cosa che io

scaccio dalla mia vita

è la memoria

Le rocce – malgrado la loro fragilità

possono insegnarci

fino a che punto siamo fragili

basta credere nella natura

che abbraccia tutto ciò che sembra materiale

e tutto ciò che sembra immateriale

* In Wols, Aforismi, Pendragon, Bologna 1996 (traduzione di Silvia Pegoraro).

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LA LUCE USTORIA. Giuseppe Zuccarino

Una delle caratteristiche dell’opera di Marco Ercolani consiste nella sua capacità di turbare la configurazione dei generi letterari. La cosa non stupirebbe se egli si richiamasse alla linea delle avanguardie, vecchie o nuove, ma è facile constatare che non è così, che la sua scrittura, pur non essendo né aulica né inamidata, resta sostanzialmente classica. E tuttavia Ercolani ha pubblicato romanzi, racconti e saggi che non sono mai esattamente tali, che a un esame ravvicinato si rivelano qualcosa di più composito o spiazzante.

Ciò vale anche per un libro come Sentinella, che solo in prima approssimazione potrebbe essere definito una raccolta di aforismi1. Certo, se riteniamo che l’aforisma sia caratterizzato in primo luogo dalla brevità, possiamo dire che il volumetto rispetta appieno la regola, poiché l’autore sembra proporsi di condensare le frasi, anzi la frase (visto che perlopiù i testi ne comprendono una sola), nel minor numero possibile di parole. Tuttavia proprio quest’estrema condensazione finisce col condurlo vicino a un’espressione di tipo poetico, che ricorda ad esempio i versi aforistici di Char o le sentenze liriche di Jabès, ma senza affatto imitarli direttamente. Del resto, nessuno scrittore autentico è davvero imitabile: come nota Ercolani, «gli stili sono strumenti accordati da interpreti diversi»2.

Per cominciare ad entrare nel libro, conviene interrogarne lo strano titolo. L’immagine della sentinella compare a più riprese nel volume, persino nei luoghi più esposti e strategici, ossia l’inizio e la fine. Nell’aforisma di apertura (che è poi, come accade non di rado, anche un micro-racconto) si legge infatti: «Disegno sul muro, con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole o di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella», mentre l’aforisma conclusivo si limita a ribadire: «Sono io la sentinella»3. L’uso della prima persona evidenzia come Ercolani si identifichi in quella particolare figura, ma ci mostreremmo ingenui se credessimo di sapere in anticipo cosa essa rappresenti per lui. La sua sentinella, infatti, è sì ligia a un dovere, obbedisce ad un ordine interiore, ma ignora ogni disciplina di tipo militare. Accadeva la stessa cosa anche in un precedente libro, Il mese dopo l’ultimo4, dove era in causa il personaggio di un soldato che solo ignorando gli ordini ricevuti e abbandonando il posto assegnatogli riusciva a trovare la propria vera strada. Analogamente, qui possiamo leggere: «La sentinella ha il dovere non di proteggere dal fuoco ma di esporre alle fiamme», oppure «la sentinella aprirà le porte della casa che custodisce, se sarà necessario, e sarà sostituito dal ladro»5. Dunque il suo ruolo non è affatto quello di garantire il mantenimento dell’ordine, ma all’opposto di destabilizzare sé e gli altri: «La sentinella è in bilico, sulla soglia, come all’inizio di una catastrofe che prevede due destini opposti: essere placata dalla logica del delirio o diventare irrequieta materia di forme»6.

Una volta che si sia compresa la funzione della figura eponima, non sorprenderà più il fatto che il volumetto di Ercolani rinunci a perseguire il sogno della «grande opera», quella che un tempo certi scrittori aspiravano a realizzare: «Oggi il Libro è svuotato, graffiato, smascherato anche delle ultime parole, che restano rapidi arpeggi sulle macerie»7. È sentinella chi sa che il tempo dell’opera suprema, dell’imponente e sontuoso edificio di parole, è trascorso, ma non per questo porta il lutto di tale perdita. Ercolani cita una frase di Kafka, secondo cui è «come se in una casa che sta per essere distrutta dalle fiamme ci si ponesse per la prima volta il problema della sua architettura»8. Solo quando lo scrittore capisce che non può più illudersi di costruire l’opera-mondo, il libro destinato ad inglobare tutto, gli diviene possibile dedicarsi a un compito meno ambizioso: riutilizzare le macerie e i tizzoni del palazzo incendiato per costruire un nuovo edificio, minuscolo ed essenziale. In tal senso, gli aforismi di Sentinella sono definibili come frammenti, essendo ciò che resta dopo il crollo storico della «grande opera».

Non è un caso che Ercolani parli anche delle «rovine dell’io»9. Occorre, però, capire bene cosa intende. Negli ultimi due secoli, sono stati molti i filosofi, gli psicoanalisti e i letterati a mettere in dubbio il carattere unitario della personalità individuale. Ercolani concorda senz’altro con l’opinione di Valéry, secondo cui «essere umani vuol dire sentire vagamente che c’è in ognuno qualcosa di tutti e in tutti qualcosa di ognuno. […] C’è di che passare dall’uno all’altro; e forse l’essenza stessa del vero Io è questa potenza di trasformazione»10. Dunque la perdita dell’io chiuso su di sé equivale, a ben vedere, a un’apertura di possibilità, in quanto dischiude la prospettiva di un io plurale. Non a caso Ercolani ama parlare con la voce di altri, praticando spesso il genere dell’apocrifo, con un’inventiva e una potenza che è lecito definire poetiche, se prestiamo attenzione a quel che asserisce Baudelaire: «Il poeta gode dell’incomparabile privilegio di poter essere, a piacere, se stesso e altri. Come le anime erranti che cercano un corpo, entra, quando vuole, nel personaggio di ognuno»11. Tutto ciò ci viene ricordato, sia pure fuggevolmente, in Sentinella, dove leggiamo: «L’ossessione è mantenere la propria voce nel frastuono che la cancella, trasformandola in un’altra voce»; «restare suscettibili di trasformazione: questo è il segreto»; «scrivere per la gioia delle proprie maschere»; «eco di io multipli, l’io»; «è l’opera stessa a inventare l’io nel quale vuole esprimersi»12.

Il privilegio concesso alla pluralità vale anche per i temi affrontati nel libro: incontriamo infatti minuscole schegge narrative, riflessioni sulla condizione dello scrittore, metafore poetiche che spesso celano al proprio interno implicazioni teoriche. A quest’ultima categoria appartengono (per limitarci a un solo esempio, fra i tanti possibili) le immagini, assai frequenti, relative alla luce. È vero che Ercolani stabilisce spesso un rapporto di interazione fra essa e il suo apparente opposto, vale a dire il buio: «Il punto più in ombra corrisponde al centro della luce più intensa»; «per chi esige una certa luce, l’ombra non sarà mai sufficiente»13. Tuttavia ci imbattiamo qui in una particolare, e talvolta crudele, insistenza della luce. Scriveva Kafka nei suoi diari: «L’arte è un essere abbagliati dalla verità. Di vero non c’è altro che la luce proiettata sul viso, che arretra in una smorfia di sbigottimento»14. Pur senza riprendere, come lo scrittore praghese, la tradizionale associazione tra la luce e la verità, Ercolani trova accenti molto simili ai suoi: «L’arte è uno stato di esposizione alla luce, un acuto scorticarsi, un perenne stordimento a cui dare voce con parole frantumate ed esatte»15.

In Sentinella, la luce appare al tempo stesso aggressiva e salvifica: «Le luci. Minacciose, inesatte, violente. Poi precise, ma solo per individuare il precipizio»; «mi salva dalla morte una parola a cui non hanno tolto la luce. Apro gli occhi: scintilla come una lama»16. Ciò che l’intensità luminosa preannuncia è anche l’incendio: «Centinaia di vecchie finestre, nel bosco, una casa circondata da alberi tutti coperti di carta d’alluminio. Un bagliore di specchi. Era la casa del costruttore visionario Clarence Schmidt, misteriosamente bruciata nel 1968»17. Sono cose che possono accadere, ma vanno accettate, perché «sognare il fuoco significa disamorarsi di ogni architettura eterna»18. L’incendio, infatti, non va visto solo come negativo: è in causa un «fuoco che arde e insorge, senza incenerire», e occorre saper sostare «nel chiarore dell’incubo, vicini alla stessa fiamma»19. È questo il compito della sentinella, di colui che, come già sappiamo, «ha il dovere non di proteggere dal fuoco ma di esporre alle fiamme»20.

Non dissimile è il ruolo dello scrittore, che ugualmente deve tenersi in prossimità di questa luce ustoria, praticando «una scrittura errabonda, vigile ma dormiente, disattenta ma lucidissima» e continuando senza mai desistere a «rileggere sogni già sognati. Comporre libri con vana ostinazione»21. Certe volte si accorgerà di essersi eccessivamente accostato alla fonte di calore: «Questa fiamma brucia troppo forte qui, accanto alla mano, e non posso avvicinare le dita al foglio»; altre volte saranno i vocaboli stessi a rischiare di sparire senza lasciare traccia: «Se la luce che arriva sul foglio fosse tanto forte da cancellare le parole…»22. Ma anche quando si trova costretto a confrontarsi con una pagina che sembra volergli opporre il proprio rovente candore, lo scrittore sa che tale situazione non durerà a lungo, perché «il foglio bianco nasconde parole non nate»23, e spetta proprio a lui farle emergere.

note

1 M. Ercolani, Sentinella, Bazzano, Carta Bianca, 2011.

2 Ibid., p. 13.

3 Ibid., pp. 6 e 74.

4 M. Ercolani, Il mese dopo l’ultimo. Frammenti di un romanzo incompiuto, Genova, Graphos, 1999.

5 Sentinella, cit., pp. 8 e 9.

6 Ibid., p. 17.

7 Ibid., p. 13.

8 Franz Kafka, Frammenti da quaderni e fogli sparsi, in Confessioni e diari, tr. it. Milano, Mondadori, 1972, p. 831.

9 Sentinella, cit., p. 10.

10 Paul Valéry, Mauvaises pensées et autres, in Œuvres, II, Paris, Gallimard, 1960; 1993, p. 862 (tr. it. Cattivi pensieri, Milano, Adelphi, 2006, p. 126).

11 Charles Baudelaire, Les Foules, in Le Spleen de Paris, in Œuvres complètes, I, Paris, Gallimard, 1975, p. 291 (tr. it. Le folle, in Lo spleen di Parigi, Milano, SE, 1988, p. 29).

12 Sentinella, cit., pp. 8, 46, 47, 48, 57.

13 Ibid., pp. 57 e 59.

14 F. Kafka, Gli otto quaderni in ottavo, in Confessioni e diari, cit., p. 726.

15 Sentinella, cit., p. 10.

16 Ibid., pp. 9 e 74.

17 Ibid., p. 11. L’americano Clarence Schmidt (1897-1978) è un personaggio realmente esistito, un esponente dell’outsider art, costruttore di edifici realizzati con materiali di recupero.

18 Ibid., p. 45.

19 Ibid., pp. 13 e 27.

20 Ibid., p. 8.

21 Ibid., pp. 20 e 45.

22 Ibid., pp. 22 e 6.

23 Ibid., p. 45.


ESSERCI PER SCRIVERE. Marco Furia

La caratteristica precipua di Marco Ercolani è, a mio avviso, quella di essere un poeta, narratore e saggista che non dimentica mai (o quasi mai) il proprio impegno professionale di psichiatra.

In alcuni suoi libri (ricordo, ad esempio, l’illuminante “Anime strane” in cui, assieme a Lucetta Frisa, ha raccolto alcune intense frasi dei suoi pazienti) l’interesse per il disagio psichico è evidente, mentre in altri è più implicito.

Come accade in tutti i casi in cui una certa propensione è spiccata e assidua, l’attitudine alla scrittura si trova a dover fare i conti con qualcosa che la rende più facile e, contemporaneamente, più ardua.

Intendo dire che simile attitudine può incontrare un limite in una sorta di rispecchiamento quasi necessario.

Ercolani, ben conscio di tale pericolo, si muove con grande abilità e, quando si accorge che la perizia non è più sufficiente, riesce ad attingere un’energia capace di proiettare i suoi versi in un mondo nel quale, come per incanto, tutto va a posto.

Il suo segreto è il continuo ricorso a un’apertura del dettato che impedisce la ripetizione.

La vigilanza è, insomma, una qualità sempre viva nel Nostro (che, non a caso ha scritto una silloge intitolata “Sentinella”), ma siffatta attenzione non sarebbe adatta alla bisogna se non fosse accompagnata da un profondo senso dell’esserci che va ben oltre qualsiasi specificità.

La vera poesia è specifica e, nello stesso tempo, universale, poiché, non concedendosi interamente all’uno o all’altro di questi due poli, li contempla ambedue.

Scrivere versi è l’arte di dire il meno possibile esprimendo il massimo in una concisione che riesce ad aprirsi infinitamente.

Essere vivi sul pianeta Terra non è ordinario né straordinario: semplicemente è.

Marco si rivolge proprio a questo esistere, unico eppure molteplice.

Ho detto “si rivolge”, ma siffatta espressione non mi pare la più opportuna.

La scrittura in esame non tende meramente a esibire, poiché la sua stessa proposta è condizione della sua sussistenza.

La poesia vive la sua vita come ogni altra entità non inerte: le sue sequenze non sono estranee ad alcun individuo umano poiché ogni circostanza esistenziale è compresa nelle parole che la compongono.

L’attenzione del poeta nei confronti della realtà fa, per così dire, già parte della realtà e la punta della sua penna (o la tastiera del suo computer) coglie qualcosa e, contemporaneamente, è quel qualcosa.

Ercolani non si limita descrivere il disagio psichico, lo esamina da dentro come da fuori e scopre, così, che l’interno e l’esterno certamente esistono, ma possono, almeno parzialmente, confondersi.

Accettare una lingua davvero diversa non è un gesto generoso o caritatevole, è un impegno dovuto.

Questo, credo, è il nucleo del lavoro dello psichiatra che, senza dubbio, aiuta ma anche è aiutato, osserva e anche è osservato, suggerisce e si accorge che il suo consiglio in parte proviene dallo stesso paziente.

Così opera la poesia di Marco.

Una poesia che non chiede il permesso ma non è mai altezzosa, che è conscia della sua differenza dal linguaggio comune ma non disprezza tale linguaggio.

Il ritmo talvolta si accosta al lettore e talaltra si ritrae, talvolta tende a coinvolgerlo e talaltra a tenerlo a distanza, seguendo le più varie intonazioni nella consapevolezza di una contingenza che riguarda gli uomini come il mondo.

Gli individui e il mondo comunicano con noi, ma anche tra loro.

È questo un dato davvero interessante: in certi momenti, leggendo gli scritti di Marco, abbiamo la sensazione di guardare dall’esterno e pure di esserci, di osservare gli altri e noi stessi.

È questa un’affascinante linea di confine che il poeta percorre con raffinata sicurezza.

La scelta decisa e decisiva è ciò che contraddistingue l’artista.

Non si tratta di escludere tutto il resto, si tratta, piuttosto, di concentrare la propria energia: l’universo esiste, tuttavia su qualcosa deve pur cadere l’accento.

La parola del poeta è precisa, non assoluta.

È un po’ come seguire uno spettacolo cinematografico in cui si narra una storia che, tra infinite altre possibili, può essere soltanto quella.

Lo spettatore segue ciò che vede: è distinto ma partecipe.

Se non fosse partecipe s’annoierebbe.

Scrivere implica una volontà, una perizia e, soprattutto, un indicibile quid.

Quando ci mettiamo all’opera, anche se abbiamo a lungo riflettuto, non possiamo essere sicuri del buon esito finale.

Nondimeno, ci mettiamo all’opera.

Immagino Marco Ercolani seduto al suo tavolo davanti alla tastiera (o con la penna in mano) mentre cerca d’individuare una strada poetica nell’enorme congerie di esperienze proprie e altrui.

Occorre costruire un verso, una frase, una poesia, un capitolo: come fare?

Certamente, ci può essere un’idea, un progetto, ma l’ispirazione, quella vera, nasce dal mettersi al lavoro.

Un lavoro che non deve essere autoreferenziale, ma che non può non tenere conto della propria specificità.

Ciò che è detto non è ciò che è scritto, nemmeno ciò che è vissuto è scritto, eppure ciò che è scritto è anche detto e vissuto.

Da qui la passione del Nostro per il cinema, ossia per una forma espressiva che si serve d’immagini e di parole e che si può seguire come un discorso.

Ho più volte avuto occasione di dire che la poesia è, a mio avviso, una forma di vita: appare ovvio, perciò, come un’indagine critica non possa prescindere dall’esistenza dell’autore.

Una madre molto premurosa ha suscitato nel figlioletto l’amore per i film in bianco e nero, gli ha insegnato a suonare il pianoforte, gli ha fatto apprezzare la prosa e la poesia: importa, ovviamente, la materia insegnata, ma importa, innanzitutto, l’atteggiamento.

E l’atteggiamento indispensabile a ogni artista è quello che mi piace definire del si può fare.

La poesia si può fare con tutto e Marco lo sa bene.

Certe ritmiche modulazioni, certe assonanze, certe balenanti ed efficaci immagini, sono frutto di uno sguardo che riesce a guardare in diverse direzioni.

Stare dentro può avere esiti negativi come, d’altronde, anche stare fuori: il punto di vista giusto sta contemporaneamente dentro e fuori.

L’intimità è anche il mondo e il mondo è anche l’intimità.

Cercare, in un certo senso, è già trovare.

Quella di Ercolani è una ricerca che non vuole arrestarsi, che non vuole mettere la parola fine a un’affascinante avventura.

A ogni verso segue un altro verso, secondo sequenze che non descrivono soltanto oggetti o situazioni, bensì disegnano mondi, dischiudono orizzonti oltre i quali si aprono ulteriori universi.

La poesia di Marco è sempre ulteriore, poiché è sempre rivolta a un altrove raggiunto e già superato, a un confine che si sposta continuamente.

Siamo dinanzi a un esserci per scrivere che coincide con un esserci per proseguire: il Nostro è ben conscio del fatto che cominciare una nuova scrittura è in realtà proseguire un lavoro già iniziato.

“Bisogna continuare e io continuo” diceva Beckett e credo che simile espressione potrebbe essere il titolo di tutta l’opera di Ercolani.

Marco è un uomo equilibrato e fiducioso per il quale l’avventura assume la cadenza di una quotidianità che s’illumina di continuo secondo aspetti sempre diversi, provocando una matura sorpresa che non sconvolge, piuttosto aggiunge.

Ecco, per finire, direi che aggiungere con consapevole impegno è la precipua caratteristica di una vicenda poetica in cui tutti, scrittori e non, possono cogliere il fecondo suggerimento a unirsi a un discorso individuale quanto universale.

RICORDANDO EBT

testo di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Così Ettore Bonessio di Terzet (1944-2015), per gli amici EBT, traduce Emily Dickinson: “Una parola muore / quando si dice, / dicono. / Io dico appena / inizia a vivere / allora”. Che la parola inizi a vivere dicendosi: ecco quanto pensa Ettore Bonessio, poeta, saggista, docente di estetica, della parola poetica. Nel numero 17 della rivista da lui inventata “Il Cobold – rivista di estetica e di spazi creativi”, a fronte di un quadro di Giovanni Castiglia, “La falena e il muro”, scrive: “Intraprendere il viaggio con animo /presto di trasfigurazioni: dalla soglia / ogni accento dice Forma”. È una delle innumerevoli dichiarazioni teoriche sull’arte disseminate nei suoi libri. Inesauribile inventore di bizzarri progetti editoriali, da sempre immerso in una confusa, impaziente, adolescenziale ricchezza di idee, Ettore Bonessio ci appare oggi, a pochi mesi dalla morte, come personaggio “sempre” inattuale, soprattutto “persona viva” di cui ricordiamo l’aggrovigliarsi contraddittorio del pensiero e l’impetuosa, esibita esuberanza. “Ogni opera – scrive – nasconde un pensiero di verità che è origine, tendenza e finalità della processualità poetica. Capire la poesia è mettere in luce il suo rapporto con la verità che è il riconoscimento e il dire l’essere nelle sue valenze all’interno del discorso artistico-poetico”. Generoso, quasi eccessivo nell’invitare gli amici scrittori in sempre nuove antologie, curioso nel favorire nuovi talenti o nel fiutare una silloge geniale in poeti spesso sommersi o dimenticati, Ettore, da sempre innamorato dell’armonioso Matisse, sa bene, con il pittore, che “il n y pas de passion sans l’art”, e fino all’ultimo giorno di vita ha svolto instancabilmente la sua funzione rabdomantica di esploratore dell’identità della poesia: “un’ordita avventura senza fine… la sostanziale possibilità per il farsi di una nuova civiltà costantemente da costruire, costantemente da ricostruire, en avant”.

Pur rischiando di essere debordante, contraddittorio, anche troppo prodigo del suo talento, Ettore si dissipa e si trova nell’ermeneusi sulla natura della poesia. Non smette di teorizzare l’atto creativo, la magia del “poiein”, la sua potente utopia conoscitiva. “L’esercizio scritturale accomuna le grandi dimensioni artistiche nella consapevolezza estrema del proprio senso e sentimento, della propria lingua della mia lingua del “significato di ogni parola” (Eliot) perché la storia sia evento e non scivolamento verso la falsità, l’odio, l’avidità: chiarire la contemporaneità perché l’arte della poesia sia, e non annientamento (Cvetaeva)”.

Ma “l’esercizio scritturale” è sempre contiguo agli enigmi dell’arte visiva.Ancora a fronte di un quadro, “Farfalle”, di Giuliano Della Casa, scrive: “il taglio del bordo non acceca / il gioco dell’occhio: tra i nidi / il visibile atomo della Natura”.

Forse, alla fine di tutte le ricerche, potrebbe avere ragione Auden, il poeta più amato da Ettore: “Nulla di notevole per nessun verso; / poi il viaggio di ritorno a casa / nel treno suburbano troppo caldo / verso il quartiere nuovo sgargiante, / panni malconci, sporco, intontito e in ritardo: / a casa per la cena poi a letto. / Saremo così dopo morti?”. Non lo sapremo mai. Per noi è stato un onore e una gioia aver conosciuto in vita questo stravagante ragazzo, che rinasceva e si rianimava a ogni nuovo pro-jectum, mettendo in gioco e in scacco le sue convinzioni. Lo salutiamo qui con sincera nostalgia.

(2015)