INCIDENTI DI PERCORSO. Enea Roversi letto da Silvia Comoglio

“Con ali atrofizzate/volano bassi i corvi/ scomposti nel loro andare/ e riandare/ descrivendo traiettorie inedite/ nel moderno retaggio”. Ma chi o cosa sono i corvi di cui ci parla Enea Roversi nella sua raccolta Incidenti di percorso di recente pubblicata dalle edizioni Puntoacapo. E quale messaggio i corvi sostanziano, se lo sostanziano, in quel loro andare scomposto? Frattura o conciliazione? Compromesso o scardinamento? Qualcosa si forma e coagula, si attualizza fino, forse, a storicizzarsi ma qual è la sua natura, la sua matrice?

Di certo c’è solo qualcuno che li osserva, ossia la coscienza critica di Enea Roversi. Una coscienza che si confronta con i corvi e le loro ali atrofizzate, che getta un ponte tra l’io e una realtà che si direbbe opaca e perduta ma che facendosi parola esce da se stessa, dal suo grigiore, dal suo anonimato, arrivando a tracciare inedite traiettorie.

Ecco, sono queste, le inedite traiettorie, ad essere la svolta, ad essere quella fisicità/non fisicità che si fa spazio aperto, luogo in cui collocarsi per vivere materialmente e immaterialmente la quotidianità e l’estasi del proprio pensiero. Ancorarsi, dunque, nelle viscere di queste traiettorie. Traiettorie che lo sguardo e il linguaggio umanizzano e che a minarle basta un niente. Un piccolo incidente di percorso. Quegli incidenti che si infrangono e riequilibrano in un gioc(g)o inarrestabile. Un gioc(g)o che è al contempo liberazione. Non però una liberazione qualsiasi ma quella liberazione che ha proprio negli incidenti di percorso il suo principale fondamento. (Forse) l’unico.

Sono gli incidenti di percorso, infatti, a far brillare, nel senso di mettere in luce e far esplodere, quella realtà/vita/tempo in cui si è calati. Ed è dal loro irradiarsi che ne scaturisce un paesaggio fatto di equilibri da rompere e saltare, da osservare e registrare con precisione criticodescrittiva, E linguistica.

Una precisione, quella criticodescrittiva e linguistica, che è poi il modo di Enea Roversi di immergersi nella realtà e nella storia, di oggettivarla per farne una struttura organica e ontologica che si dice e respira. E che Enea Roversi indaga imbrigliandosi in nodi forse senza scioglimento ma che sono la materia della nostra esistenza e del nostro sentire. Prove di resistenza in cui la coscienza si fa potente e estrema, incidente di percorso per eccellenza, intendendo, appunto, l’incidente di percorso come ciò che fa brillare, nel senso di mettere in luce e far esplodere, tempo e storia, e noi stessi nel tempo e nella storia.

Feudalesimo

Con ali atrofizzate

volano bassi i corvi

scomposti nel loro andare

e riandare

descrivendo traiettorie inedite

nel moderno retaggio.

Nuovo feudalesimo

fondali di acqua marcia

elegia della miseria

intellettuale

inebetiti e catechizzati

il secolo del buio

la memoria perduta

la rassegnazione voluta

rabbia dimenticata e sopita.

(2011)

*

Avanzi

Perdere il tempo a pensare

cercare un frammento

la chiave di accesso

alla verità non detta

mentre fuori il sole scalda

e i respiri

si dilatano

sugli avanzi lasciati

là, a crogiolare

su piatti ormai gelati.

(2011)

*

nulla da temere

nulla da temere

tutto quello che pensi proprio tutto

sminuzzato e ridefinito

la voce rimodulata

nella curva del tempo

puoi scendere di corsa

le scale, ora

il tracciato elettrocardiografico

risponde bene, nulla da temere

a parte questo statico senso

di deprecabile solitudine

Enea Roversi, Collage su cartoncino

CARNETS, 2. Pierre Tal Coat

Terra sorgente di mattina

terra sonora del mezzogiorno dove tutto si schianta

terra di fine giorno dove tutto si dissotterra.

Separazione di ombra e luce

trabocca di zampillanti presenze.

Spazio e luce: una sola cosa.

Così tutto fluttua e lento va alla deriva

e luce e ombra e ogni cosa

in questa luce, in questa ombra.

(Traduzione di M.E.)

*I testi sono tratti da “L’Ephémère”, 5, marzo 1968.

Pierre Tal Coat (1905–1985), pseudonimo di Pierre Louis Jacob, è pittore e scrittore. Inventore del Tachisme, amico di Giacometti, Masson, Balthus, Artaud, Tzara, Stein, le sue creazioni evocano l’astrattismo e la pittura orientale.

Pierre Tal Coat

CARNETS, 1. Pierre Tal Coat

**

La mia follia lavata dallo sguardo dii questo mondo: è la mia speranza.

….

Sono infaticabilmente affaticato.

….

Essere, al mondo, un abitante abitato.

.…

Tavolta mi faccio visita. Tu mi accompagni.

….

Simile a me, come me strano, ero nel tuo sguardo come un bimbo nel ventre materno.

…

Vomere, strappo, lampo, lucentezza profonda dove si inabissa il blu del cielo, livido suono, qui tutti gli abissi affiorano.

….

Qui né memoria né ricordi: qui l’essere.

**

*Testi e disegni sono apparsi in “L’Éphémère, n. 16, inverno 1971.

Pierre Tal Coat (1905–1985), pseudonimo di Pierre Louis Jacob, è pittore e scrittore. Inventore del Tachisme, amico di Giacometti, Masson, Balthus, Artaud, Tzara, Stein, le sue creazioni evocano l’astrattismo e la pittura orientale.

VERSI AFFIORATI DAI CASSETTI. Giuliana Brescia

Avere parole

Avere parole,
parole da riempire tutta la mia camera buia
e sentirle alitarmi
sul viso che son vive.
Vederle laggiù e colorate,
morbide, tenere come drappeggi di velluto
che coprono lo squallore bianco
dei muri.

**

Sola

Le porte che ho chiuse dentro di me
si sono spalancate
come in un immenso castello di sale allineate.
Ho voltato i miei passi
e con le mani protese
(cercavo i doni d’una volta
lasciati nel passato)
ho camminato sola nella mia vita.
Muri di solitudine
vestiti di colori senza voci;
odore come di cose morte;
uno stanco sentore
di passioni senza ricordo.
E non ho ritrovato
fra mille voci
quella che mi dicesse: – ascolta!
e mi lasciasse
fra le mani un fiore con radici di terra.
Tonfi di porte chiuse…
e ritrovarsi
sull’orlo di un abisso.

**

Autolesionista

Sta scendendo la sera

e io leggo appena

le parole che scrivo

ma tutte le snto

dinanzi a me

in fila e minacciose.

Sono pronte

a slanciarsi contro il mio petto

per annientarmi

ed io ne ho paura, eppure

continuo a farmele sfilare

dinanzi,

lasciando che ognuna

mi segni con una ferita

senza sangue.

**

Mio piccolo pane

Mio piccolo pane

che acquisti talvolta

una fame senza tempo

e ti scaldi a un calore

che tu mi doni chiedendo;

mia piccola fonte –poesia-

che sgorghi e non so

dove hai le sorgenti,

ti devo il sapore di vita,

il gioco di specchi

che chiamo illusione

ed è amore.

Tu mille sentieri ti scavi

in questo ostinato negare

e ridi di giovani mani

che vogliono aprirsi e donare;

tu duoli che io spesso non sappia

capire e volare con te.

Tu piangi, tu canti, tu sai

che in ogni tortuoso recesso

è una luce

che accendi passando,

e freme rinata da te

**

Da Grande

Ho promesso, lo ricordo appena,

di tornare a riprendere

quello che ho lasciato

in una casa antica,

quando ho chiuso le porte

e le finestre e ho detto:

Attendete, verrò per riposarmi,

ritornerò a godere

di queste fanciullaggini vissute;

ritornerò da Grande

per sorridere con voi di me,

teneramente e solo per affetto.

**

Giuliana Brescia, nata a Rionero in Vulture il 21 febbraio 1945, muore suicida l’11 luglio 1973 a Bari, dove viveva col marito e la figlia Nadia Amanda. Appena dodicenne inizia a redigere con il fratello Sergio “Il Formicaio”, un ciclostilato letterario. Nel 1962 a Napoli le viene assegnato il Premio letterario “La Maschera d’Oro”; nel 1969 e nel 1971 viene premiata per Tele di ragno e Brano di diario. Pubblica Canovacci di racconti che non scriverò (Napoli, 1968), Lettere di un soldato (Napoli 1969), Tele di ragno (Cosenza 1969), Brano di diario e altre poesie (Cosenza 1970). Postume sono pubblicate le sillogi Poesie del dubbio e della fede (Napoli 1974) e Versi affiorati dai cassetti (Venosa 1986).

Giuliana Brescia

GUARDO LE COSE CON LA PUNTA DELLE DITA. Albino Crovetto

A qualcuno piaceva questa casa su fondo nero,

le finestre arancioni,

il viale d’accesso a curve,

mezzo sprofondato

ma riconoscibile nella stagione giusta,

libero e assediato,

un viale in attesa,

col sottobosco a punti luminosi,

ghirlande di vegetazione arrampicata,

archi di foglie

attraversati, usati,

in un libero scambio.

4-7-2022

Alla fine del giorno porto le mie cose dentro un sacco

caricato sulla schiena, faccio le scale,

sento cigolare qualcosa.

Girato l’angolo, una o due voci,

aiutano a ritrovare

una soglia e a superarla

per entrare

dove l’aria ha qualche spostamento

quando poso libri, occhiali, conto i dislivelli,

sul bordo danno prova di pazienza

le mie cose, le ore trascorse formano un solido compresso,

le trame del giorno s’intrecciano, danno ancora una volta

una scintilla.

25-5-2022

Alzate luci sul viso, portate via l’ombra, i segmenti

più scuri, le acque torbide fuori

dal perimetro.

Sia chiaro il fondo, asciutto,

senza deviare

non c’è bisogno di passaggi, ancora passaggi,

prove, salti da una sponda a qualcosa,

– la finestra si è ritagliata un posto,

il clamore la circonda,

avanzano

come fossero due mani avverse.

20-5-2022

In fondo ho una brughiera e un giro antiorario

per trovare una porta e uscire

e c’è uno spazio dal confine

ben tracciato,

coperto da qualche nube bassa,

sembianze,

per un solo lato cespugli, erba piegata

e impronte

una pietra simile alle altre allineata

con uno sbalzo lieve.

14-1-2022

Nei mesi di canicola il segreto sta nel bere

con criterio, una certa dose al confine,

che permetta equilibrio e discussione

cogliendo il tempo di una lieve ebbrezza,

usandolo.

I materiali s’impastano e girano,

le poche ore di facce e di trambusto

vanno e vengono, si offrono e arretrano,

la mano si allunga, coglie,

si chiudono gli occhi per un attimo,

s’imbuca la strada dove gracchiano

le guide, stridono i microfoni,

la solita giornata di luglio,

le secchiate di ammoniaca

allagano la pietra

che si contrae e stride.

4-7-2022

Ora spengo, guardo le cose con la punta delle dita.

La nebbia è stata strappata,

i rumori diventano piccole frane,

gusci,

la faccia che non ho più visto

passava come sempre,

segnalava;

che cosa voleva esattamente:

un ritorno

una finestra dove bucava

con lo sguardo un altro,

inadatto, forse,

al tempo, ai confini,

e adesso, mentre ripete un nome

e lo soffia in una stanza,

cerca ancora un nido

e si affaccia al buio.

13-8-2022

Albino Crovetto nasce a Genova nel 1960. E’ fotografo e traduttore (Volodine, Jaccottet, Flaubert). Ha pubblicato poesie in rivista e due raccolte in volume, Una zona fredda (Niebo, La vita felice, 2004), e Imposizioni (Il Canneto, Genova, 2011). Alcuni suoi versi sono presenti in “Poesia”, 14, luglio-agosto 2022. Le fotografie in “Scritture” sono dell’autore.

Albino Crovetto

DIALOGHI INTORNO A LORENZO

Luisella Carretta, Contrappunto (per Lorenzo P.)

Lascio.
Lascio a te la lira
creativa
radioattiva
quel che mi rimane.
Risieda
tra le tue membra
fresche.
Perdona il fardello di un presunto
perdente e d’un certo e sicuro
perduto.
Fuggo da un mondo distante
dal pubblico pagante,
dal mio corpo volante.
Fiaccola nella tenebra
celebra l’inchiostro.

(L.P.)

Cristina Annino, Francesca Asfaltorosa, Leopoldo Attolico, Chiara Daino, Marco Ercolani, Alessandro Ghignoli, Stefano Marchica, Francesco Marotta, Alessandra Paganardi, hanno parlato di Lorenzo Pittaluga in “La dimora del tempo sospeso”, “Blanc de ta nuque” e “Viadellebelle donne” (aprile 2011)

F.M.

Il poeta di solito di dispone di un “laboratorio” nel quale prova e riprova la “solubilità” dell’enigma della voce, riconoscendo – perché ne ha uso e possesso – gli strumenti e la loro capacità di risuonare, la tonalità e l’estensione dei timbri utilizzati. In Pittaluga, invece, si ha la sensazione di un rapporto capovolto, a parametri rovesciati: è l’enigma stesso che si fa voce attraverso la corporeità/soggettività senziente del poeta, usata come cassa di risonanza e conduttore per manifestarsi – ma nella sua assoluta, pura “insolubilità”. Ha volte, leggendolo molto attentamente come sto facendo da un bel po’, ho l’impressione che lui abbia piena consapevolezza di tutto questo: una consapevolezza che dissemina nei testi sotto forma di ictus, di rifrazioni, di accumuli ingiustificati, di accenti distorti: quasi a voler dar conto delle modificazioni che il medium corporeo subisce, accompagnandolo o opponendo resistenza, nell’attrito di forze divergenti che lo attraversano.

M.E.

Metti in luce un nodo molto importante, sul quale ancora c’è molto da riflettere: il poeta che prova la solubilità dell’enigma nel suo laboratorio è un poeta che parte dai suoi mezzi, utilizza i suoi timbri, poi magari fa delle full immersion che lo sviano, lo inquietano, lo contraddicono, ma fondamentalmente traccia a se stesso la sua strada. Ma il poeta che dissemina di ictus, rifrazioni, accenti distorti, la sua poesia, come Lorenzo, è un autore che subisce l’attrito delle emozioni a un grado alto di ustione, ne è vittima, è poeta solo in quanto con le parole trova, cerca di trovare, spiragli nel buio sempre più fitto, è la poesia che lo parla, lo usa, finché lui la lascia fare. Sarebbe questo, io credo, il modo giusto per essere poeta, ma è molto pericoloso perché si rischia la dépense, il traboccamento, l’andare oltre. Il puro enigma. Cosa scegliere? A volte, io credo, un andirivieni dolente fra il laboratorio consapevole e l’officina alchemica inconsapevole.

C.A.

Pittaluga sa di avere due teste, quella fisica e un’altra che gli è spuntata nascendo, e nella superba composizione “Perché, per fare una poesia”, si ribella ( alzandone i toni, ingigantendoli dal basso, ballando sul niente del sugo, ribadendo che lui la spacca, la rovescia, la beve) a questo stato di natura sua, come uno che affoga s’attacca al fango. Sa che non ha scampo, ma la sua aspirazione a una normalità, a una qualunque normalità calma, viene espressa qui come un “a solo” magistrale. Io ci sento la Musica.

M.E.

Ribellione. Titanismo. Voglia di normalità. Intuizioni esatte, Cristina. Un grazie da lui. Da quella Musica sghemba che ormai neppure lui può più contraddire. “L’integrità del sogno dove amore imparo e vivo” resta integro sogno, per sempre.

A.P.

Una mente troppo sensibile per non essere instabile e troppo lucida per non essere poeta. Lorenzo Pittaluga è stato un incontro straordinario nella mia biblioteca, incontro che devo a Marco Ercolani e alla sua perizia di critico. Purtroppo non sono riuscita a incontrare Lorenzo anche nella biblioteca più importante, la vita.

M.E.

“Verranno nuovi poeti

e saranno i nostri figli

a cui abbiamo dato nozioni

e colore esatto.”

Quel colore esatto, pure se lacerato e urticante, ecco per questo si è dato e ci è dato Lorenzo Pittaluga, al di là della sua biografia.


C.A.

Quartine molto interessanti che sembrano programmatiche o schegge che poi Pittaluga avrebbe potuto distendere, sempre con convulsione visionaria, in una strutturazione più lunga (ad esempio altre poesie, comparse anch’esse nella Dimora). La stessa forza contorta, dolorosa e luminosa a dimostrazione di quanto la poesia non possa salvare nessun’anima, ma si disponga, malattia parallela, accanto al corpo /mente dell’individuo.
Parlare di bellezza poetica, più agevole per i testi lunghi, qui è un fatto secondario, si pensa magari a quanto la sofferenza “strappi” a prezzo altissimo da un cervello, in certe condizipni e a tale livello, lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno.

M.E.

Bellissime parole, Cristina. Ti rispondo qui, dal mio Servizio, a un metro dall’armadio dove tengo i quaderni di Lorenzo. “Lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno”. E la poesia come “malattia parallela” allo stato di follia. La tua intuizione vede bene quanto non si tratti, per Lorenzo, di bellezza ma di spasmo, di sfigurazione, dentro un concetto di bellezza molto più ampio e complesso di quello che alle nostre eufoniche orecchie potrebbe apparire.

C.D.

Tra corse e rincorse [in ritardo, al solito: orologio circadiano *tarato* – dal Bianconiglio] ringrazio per inedito e Lorenzo amatissimo! Quel *colore esatto* che ci presenta: chi è sempre presente e rispunta, a sorpresa, per donarsi ancora… *il mio bagaglio di cute* è Nascita che resuscita: un Poeta. Un Poeta capace: vaso comunicante e sanguigno, nel perfetto volto di Dio. Se sapessi restituire la sua voce troppo acuta, i suoi capelli rossi, la sua maniacalità, la sua risata stridente, il suo concentrato furor scribendi, sarei un vero Poeta… Ma trascrivo i suoi versi, e quasi lo sono.

A.G.

Preparare la morte è un lavoro lungo e faticoso, una /quasi/ genesi che con Lorenzo Pittaluga non può che non passare attraverso la poesia, la sua parola che dice che perfeziona ogni volta di più il quadro, senza lasciare alla cornice il solo ruolo del contorno, ché ci ‘svela il mistero’. forse è questo che ci lascia così, tra lo stupefatto dei suoi versi e la forza di cambiare, di poter ‘tradire le ore i minuti’.

M.E.

A me è sempre sembrato che la cornice e il quadro, attentamente descritti e visti da Lorenzo, fossero possibili solo nell’atto della scrittura, e non altrove. È alla sua vita che è sfuggito l’uno e l’altro, e non si può scrivere così tanto, e così ininterrottamente, senza poi arrivare davanti al muro di questa assenza insopportabile.

S.M.

Ringrazio Marco Ercolani per la dedizione con cui continua a celebrare l’inchiostro di Lorenzo, la cui lira radioattiva, ma di sicuro creativa, continua a suonare per tutti noi. Ringrazio chi, come Marco, apprezza, riflette e reca la propria cura sulle pagine da vivere.

M.E.

Riflettevo, in questi giorni, all’etimologia della parola “cura”. Deriva da “kharis”, cioè da “grazia”. Ecco: la grazia che ho ricevuto da Lorenzo sono i suoi scritti, che oggi “curo” come in anni lontani ho curato lui persona viva. C’è, in tutto questo, un interesse profondo e completamente “disinteressato”. La “lira creativa radioattiva” è una metafora molto bella. Spesso si pensa, e anche giustamente, che il “folle” sia chiuso nel suo mondo, asserragliato nei suoi fantasmi, non troppo capace di “donare”. Questa poesia dimostra il contrario: per Lorenzo “la lira creativa radioattiva” è un dono che genera energie rivolte al futuro, mutazioni appunto.

L.A.

Qui siamo tra “il pudore e l’effondersi” come direbbe la Bettarini, in quella zona dell’espressione affatto reticente e nello stesso tempo pausata da una sordina umbratile, discreta . Non un solfeggio, ma l’appassionata persuasione di un linguaggio avvolgente e non invasivo, a cui non si può negare (credo) originalità e riconoscibilità.

F.A.

Avevo già apprezzato moltissimo Pittaluga nella sua versificazione breve, nei suoi lampi letterari qui in precedenza proposti. Non posso che rinnovare il mio gradimento per questo lavoro di cura dell’espressione dal percorso più lungo e complesso che rivela capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza.

F.M.

… capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza, dice Francesca. E infatti, gli inediti continuano a rivelare, e a confermare, un autore di grande maturità stilistica, supportato da una non comune – nel senso della padronanza e della chiarezza – coscienza della direzione da imprimere alla sua scrittura: un plurimorfismo strutturale di chiara matrice “sperimentale”, nell’accezione dantesca del termine.

M.E.

“Plurimorfismo strutturale nell’accezione dantesca del termine”. Non posso che confermare le parole di Francesco. Stupirmi che un ragazzo di nemmeno trent’anni, afflitto da gravi disturbi psichici, possa nella scrittura esercitare quella padronanza e quella chiarezza che nella vita gli erano così difficili, è un sentimento ormai assente. Ognuno, è la mia convinzione, vive dove può vivere, nella fessura che gli viene concessa. Lorenzo ha avuto l’occasione di essere vivo e forte proprio nella poesia. E i segni restano. Sono qui. Grazie alla “Dimora del tempo sospeso” non resteranno sepolti nella soffitta di una casa ma vivi nello sguardo curioso dei suoi lettori. La cosa più strabiliante, secondo me, è che non potresti mai immaginare una forma “diversa” da quella che la materia del suo canto di volta in volta gli “suggerisce”, o forse gli “detta”, gli “impone”.

F.M.

Credo che scrivesse sotto dettatura. Le fasi diverse della sua scrittura sono però molto precise e scandite temporalmente, influenzate dall’umore. Come un artista visivo che vive ora la geometria, ora il colore, della sua ispirazione. Certo che, a distanza di anni, è sempre meno evidente, nella sua poesia, la confusione della follia, ed emerge il rigore anche se inconsapevole della composizione. Come se, quando ti visita, la poesia dettasse le sue leggi. Punto e basta.

Lorenzo Pittaluga

LA RISPOSTA DI BLOK

In Pietre anno IX, n. 1-2-3, gennaio-febbraio-marzo 1983, direttore Giuseppe Marcenaro

Dopo aver sprecato tanti anni a recitare parti mediocri in teatri di quart’ordine Ljuba è tornata a casa: viviamo insieme, ora, vive con noi anche mia madre. L’aria è irrespirabile perché non brucia bene la stufa. Fuori risuonano delle voci – adunate? assemblee? Ho lo stomaco vuoto. Esco raramente, uscire mi disgusta. La neve di Pietroburgo è putrida e preferisco soffocare nella mia stanza piuttosto che camminarci dentro. Ho dolori al torace, fitte acute e frequenti che mi tolgono il respiro. Ljuba esce a fare la spesa e torna dopo ore; le mani livide dal freddo passa pomeriggi interi davanti ai negozi con il terrore che, giunto il suo turno, tutto sia già stato venduto.

Io leggo, in qualche gazzetta, tiepide lodi al mio ultimo libro, plausi incerti e perplessi. Un critico attento giudica Mattina grigia un volume postumo. Non posso che concordare con lui: io volevo mettere assieme le poesie giovanili per dimostrare ai miei lettori che sono morto e che rivivere è impossibile. Non tormentatemi, lasciatemi tacere. Sono così stanco, in certe giornate, che dimentico quale colore avessero gli occhi di Ljuba ed è atroce per me, non ricordare che erano di un magnifico azzurro. I giorni della felicità e della rivolta sono rumori del passato. Dietro la marcia malferma dei rivoltosi, Cristo era solo uno spettro disegnato nell’aria da fiocchi di neve. Adesso, spente le fiamme degli incendi, il cielo è grigio La Nevà un fiume solcato da blocchi di ghiaccio. I cavalli che galoppano fra i canali non emettono un nitrito. La mia poesia è uno strumento troppo fragile – un violino forse? – spaccato da un colpo di zoccolo. La cassa è sfasciata, le corde recise, l’archetto giace nella neve. La musica è sparita e restano cadaveri privi di senso, la legna non brucia e riempie dii fumo la stanza, che aria irrespirabile, le adunate, le perquisizioni, i sequestri! Ljuba è invecchiata e litiga con mia madre. Io ho fame e quando scendo da letto mi muovo lentamente, una mano premuta sul cuore. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. Mia moglie mi sveglia alle due di notte e dice che lancio urla agghiaccianti. La mia casa è stretta come un pozzo. Il soffitto mura l’orlo del pozzo. A una lettura di versi, nello scantinato di un ristorante fuori uso, un giovane altezzoso parlava delle poesie di Blok dicendo che erano state scritte da un cadavere. Io, nascosto dietro la schiena di un amico, sorrisi.

Quando sono stato vivo?

Solo cercando di accordare la mia voce al ritmo della rivolta come una pietra, cadendo, si unisce al fragore della valanga. Solo quando, intorno a me, tutto bruciava, sapevo che era giusto. Anche la mia biblioteca venne ridotta in cenere, di Sachmàtovo restò un tiglio secco, tutta la proprietà fu arsa dal fuoco. Erano anni bellissimi. Mi ubriavaco, applaudivo le ballerine, ascoltavo romanze strazianti. Alle attrici che baciavo nei camerini lasciavo sempre il mio biglietto da visita. Volevo che dormissero con il mio nome sotto il cuscino. Erano anni di ebbrezza.

Sachmàtovo bruciata, mi acclamarono come un dio. Lessi I Dodici da una sala all’altra della Russia. Tutti mi ascoltavano ma nessuno mi parlava. sentivo gli applausi e le ovazioni di un pubblico eccitato dal ritmo febbrile del poema ma, in quegli applausi e in quelle ovazioni, non distinguevo il suono di una parola umana. Quale donna m avrebbe baciato se non l’avesse lusingata la speranza di leggere quel bacio descritto nei versi di un mio poema? C’era qualcosa di falso nella bocca delle donne come nelle braccia degli amici, quando mi cingevano con affetto le spalle.

Io sapevo tutto. Erano amici indiscreti e fedeli, attenti a spiare i miei gesti e la mia voce solo per trascriverli nei loro libri di memorie – testimoni della mia leggenda, penosi parassiti. Preferii voltare la schiena e non rispondere più alle loro domande, tanto li disprezzavo. Preferii essere giudicato un uomo mortalmente solo. È disonesto che un poeta già stanco e malato legga antiche poesie sapendo che sarà deriso da fischi impietosi quando la sua voce intonerà versi più sommessi. Fate parlare un altro, vi prego! Salga un altro sul palcoscenico e martelli l’uditorio con la sua voce metallica! Sulla scrivania, davanti al letto, ci sono dei fogli. Fogli bianchi. Perché Ljuba non li brucia? La stanza sarebbe meno fredda se da quella carta salisse del fuoco. Sono arrivati i vascelli? Non arrivano! Come possono arrivare? Bisogna avere speranza, non guardare l’orizzonte come si guarda il fondo di un pozzo. Io cerco l’ultimo atto della commedia. Deporre il mio viso – questa maschera che gli anni non riescono a coprire di rughe – nell’angolo di un cortile qualunque, perché vi giochino dei bambini sporcandola di polvere, lacerandola in mille pezzi nella foga del gioco.

So che nulla è più possibile. So bene come il cielo notturno sembri limpido a chi desidera uccidersi. Perché Ljuba non ha compassione? Perché non brucia I fogli strappando dal mio sguardo la tentazione di scrivere? La stanza sarebbe meno fredda e i pensieri meno caotici. Con il passare del tempo ho perso un’abitudine della mia giovinezza: fermare uno sconosciuto, in piena notte, e mettere un braccio sotto il suo; parlargli con dolcezza, forzarlo ad entrare in un caffè deserto, leggere nei suoi occhi il terrore di essere derubato; farlo sedere e e poi versare nel suo samovar un té caldo, ridendo della sua paura e del suo stupore.

Ma ora non cammino più di notte. La mia mano, cercando di aprire un cassetto, sprofonda nel buio. Come vorrei saper pronunciare le soavi e perverse parole sul futuro che certi personaggi di Cechov, baciando i loro cari, sussurrano con ipocrisia quando ha fine il racconto.

Quante volte, camminando a notte alta lungo i canali deserti, ho guardato l’acqua della Nevà pensando che si fosse appena increspata e richiusa sul corpo di un uomo! Quante volte ho avuto la sensazione che uno sconosciuto, offeso dalla vita e disgustato dal suo orrore, si fosse appena tuffato nella corrente gelida! Io mi affacciavo, il ventre piegato sul parapetto, e non vedevo nulla; sentivo solo dei pezzi di ghiaccio galleggiare nell’acqua smossi dalla corrente. Molti anni fa credevo che dovere dell’artista fosse sentire la musica di cui risuona l’aria dilaniata dal vento. Credevo che esistesse ciò che io volevo esistesse. Ma le illusioni sono crollate e ora mi trovo in questa camera fredda, con la voglia di tossire, torturato dal pensiero di essere in un pozzo stretto dove voleranno i corvi. Sento già il cielo da azzurro diventare nero perché si sono addensati insieme, guardano il mio corpo dall’altezza di venti metri aspettando il momento propizio per piombare sul mio petto e piantare i loro becchi sul mio torace immobile.

L’ossessione si placa, come il dolore, solo quando Ljuba mi tocca la fronte. Avrei bisogno di medicine ma fuori è buio e cade la neve. Neve, ghiaccio, farmacia. Non ho la forza di cercare una candela e di avvicinarla al vetro per vedere se la farmacia è aperta. Non ne ho la forza, resto a letto immobile, mentre Ljuba lava piatti e posate, litiga con mia madre…

Il solo verso che ho trovato in questi anni di silenzio non l’ho scritto io ma Kostantin Fet: lo ripeto ogni giorno verso le cinque del pomeriggio, come si ripete il nome di una sorgente, con la stessa dolcezza…

Qui l’uomo si consuma…l’uomo si consu…l’uomo si…

Con il passare dei giorni sono sempre più simile a mio padre. La mia stanza fredda ricorda la sua camera spoglia di mobili, il pavimento invaso da panni sporchi, pezzi di carta, fiammiferi bruciati. Lui restava immobile per ore nella stessa sedia, le mani ferme sulle ginocchia, le spalle dritte, la testa eretta, sognando che dalla stanza vicina un pianoforte suonasse l’Aurora di Beethoven. Le dita mi fanno male. Sono stanco. Anche le notti mi sembra che abbiano perso il loro candore. È la fine? Talvolta, quando potevo ancora camminare, il corpo mi cedeva all’improvviso e le gambe si piegavano. I muscoli di tutto il corpo erano colpiti da un sonno invincibile. Ma io non dormivo, i miei occhi erano spalancati benché le braccia fossero molli, svuotate di forza. Una volta, il corpo gettato sul marciapiede, un cucciolo mi lambì la guancia con la lingua (ero ubriaco)… Una bimba lo seguiva, la sentivo tossire, una tosse sorda, continua. Si chino verso di me, un ciuffo scuro sulla fronte, la gonna aderente alle ginocchia. Resto un attimo a guardarmi. Aveva sopracciglia nere, naso diritto, orecchie attaccate alle tempie, dimostrava nove anni. Io non riuscivo a muovere la testa, non dissi neppure una parola. Lei affondò la mano nel pelo del cucciolo, sorrise, avvicinò le sue labbra alle mie. Le senti fresche, sottili. Poi rovesciò la testa all’indietro, il ciuffo le sparì dalla fronte, gli occhi brillarono, la vidi ridere in modo osceno e sfrontato, come la bambina sognata da Svidrigajlov la notte del suicidio…

È notte ovunque. Alle sei di sera. Alle sei del mattino. Notte ghiaccio neve farmacia. La farmacia è chiusa. Il lampione manda una luce giallastra. Sento dei rumori sordi venire dal salotto, come se un coltello affondasse nella stoffa. Ljuba è sulla soglia, grida. Cosa succede? le sussurro con calma. Lei tace. Vedo un giovane e un vecchio entrare nella mia stanza, hanno giubba e calzoni grigi, una cintura di cuoio alla vita. Senza neppure guardarmi affondano le mani nei fogli sparsi sulla scrivania e, vedendo che sono bianchi, li gettano via con un gesto di rabbia. Scaraventano la lampada a terra, forzano i cassetti con un cacciavite, distruggono la serratura dell’armadio con la punta di un coltello, frugano nella biancheria e fra i vestiti tagliando e strappando, come se cercassero qualcosa. Uno di loro arriva a palpare il guanciale dove appoggio la nuca. Mi sento sollevare la testa. Perché non andate via? Siete vivi? Vi sto sognando? Se cercate manoscritti da incriminare frugate altrove: qui si parla di usignoli e di bellissime sconosciute. Non sentite che l’aria è irrespirabile, che la stufa manda un odore acre? La legna è cattiva. Si può ancora vivere? Il pozzo è stretto, i corvi immobili sull’orlo, ma non sembra che vogliano aggredire. Da quando hanno bruciato Sachmàtovo e tutti i castagni del bosco sono stati arsi dalle fiamme non cii sono più alberi buoni, da cui ricavare il suono di violini. Uscire a raccogliere legna significa portare a casa qualche ramo nero e umido di neve che, bruciato, non darà altro che fumo, fumo acre, irrespirabile.

Voglio aprire una lettera, fra le tante cadute dal tavolo. (Loro sono andati via, sono solo). La lettera porta la data di qualche mese fa. Non ci sono, dentro le pagine, quelle frasi umili e false con le quali uno scrittore esordiente presenta al celebre poeta i suoi versi mediocri. Forse – e sarebbe la fortuna più grande – tu, che mi scrivi, non sei ancora un poeta ma vivi per esserlo. Sarebbe possibile, dopo tanti anni, che qualcuno desideri la mia amicizia e mi scriva solo pe rquesto? Vorrei crederti quado dici di volermi vedere ma ho paura di crederti. Comunque, ti aspetto. Se vieni mi farai piacere. Sarebbe bellissimo vedere spalancare la porta con un gesto sicuro, e tu avvicinarti al mio letto per aggiustarmi la nuca sul cuscino perché da qualche giorno il collo mi fa male. Le tue dita sono fresche, gentili. Come è giovane la tua mano! Forse non hai ancora vent’anni. Prega con me per la pace e per la libertà della Russia che ci sono tolte e che sono indispensabili all’armonia del poeta. Prega non per la pace esteriore ma per quella creativa, non per la libertà puerile di muoversi ma per quella segreta di creare. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. O D’Anthès.… (ME.)

HERCULES SEGHERS. Yves Bonnefoy

Hercules Seghers

La forma dell’essere umano, la strada che intraprende, il luogo dove vive: Seghers mette tutto questo in gioco e per questo ci turba. Categorie come la sicurezza spirituale, l’accecamento, l’esilio, contestate e sminuite, si perdono in uno sforzo estremo dell’attenzione artistica…

Questa messa in discussione è inappellabile: il colore – armonia possibile, possibile sogno di forme – viene negato in anticipo, mentre il contorno naturale delle cose – la roccia, ad esempio, con il suo aspetto facilmente percettibile, punto d’appoggio istintivo dell’intuizione religiosa, sbocco degli dèi sulla terra – è cancellato, eroso, scisso dall’una all’altra incisione attraverso qualcosa di bianco e di immateriale. Questo fondo, verso il quale Seghers ci conduce, non è forse l’informe, l’eclisse del progetto umano? Si pensa ai colpi di gomma di Giacometti: più che al dettaglio di un aspetto, portano all’apparenza pura, cercando di liberarla dalle categorie della vista. Seghers e Giacometti bruciano le navi dell’uomo. Ciò che rappresenta è vero al di là della parola che lo pronuncia. La parola, come il riflusso che cancella, si accorda alla notte.

Alberto Giacometti

Hercules Seghers

In Seghers, al termine di questo cancellamento delle cose, nel momento in cui lo sguardo indotto in confini ossessionati da forze incontrollabili quasi dispera dei poteri dell’uomo, la forma paradossalmente ritorna… Attraverso questa presenza povera, rasoterra, al più basso grado del visibile, si disegna il vero cammino di una terra che avvolge l’umano, poeticamente abitata…

I pittori informali disegnano le crepe del muro, l’aprirsi della pietra sotto le radici dell’albero, la sua progressiva appartenenza alla casualità della roccia. Ma tutto questo accade al sole di un orizzonte la cui bellezza razionale è sufficiente a mantenere l’illusione di un essere-in-sé della Forma; e, se la fragilità umana è voluttuosamente ammessa, è ammessa solo dando valore assoluto alle categorie che la pensano.

Seghers non ha nessun tipo di attenzione per questa tradizione romantica. …Nell’epoca di Vermeer, che assolutizza le apparenze, nell’epoca di Rembrandt che se ne distrae, occupato dalle sue stravaganti ricerche di psicologia spirituale, Seghers è un isolato. Solo Elsheimer, nei suoi disegni venuti recentemente alla luce, ci suggerisce, come direbbe Rimbaud: Ho visto. Solo Elsheimer, come Seghers, contempla faccia a faccia questa presenza nella montagna e nell’albero: questa vista o salva o conduce alla follia.

Hercules Seghers

Da quando Gallileo guardò ingrandire nelle sue nuove lenti il suolo screpolato della luna, la coscienza ha cominciato a comprendere che la forma non era ciò che sembra a Dante e a Raffaello: non era la realtà ultima dell’essere. Ma semplicemente la nostra scrittura – le nostre aperture, le nostre strade incompiute, il nostro vento. Potremmo sviluppare questa scrittura in modo felice, non mettendola in quanto tale in discussione, senza prima assumerci, con un’immersione al di là dell’apparenza, il diritto verificato di pretenderlo?

Poussin, che studiò con passione la musica antica del numero, prende un pugno di terra e dice – Ecco la Roma perduta – Questa terra che appare nei suoi ultimi quadri – Polifemo, Orione cieco, Apollo innamorato di Dafne – si confronta a ciò che Seghers ha sostenuto, povero e solo, nei fasti del secolo d’oro.

Hercules Seghers

Una certa musica, di presunto diritto divino, – che trionfa nel Concerto di Giorgione e si incupisce in Leonardo da Vinci, diventa ornamento nel manierismo, si tende e spezza nelle dissonanze di Michelangelo, ma rinascendo sempre come unica dimora, unica nave – ha fine per sempre. È a partire da questo silenzio, ormai, che la verità dell’arte prenderà corpo. Si comprendono meglio, indagando il segno di Seghers, gli alberi di Fragonard, dalle cime pericolanti come frammenti di ghiaccio; ed i visi ossessionati, travolti, che dipinsero Géricault e Goya.

Si comprende la follia, la cui ambiguità si profila nel divenire di quest’opera.. Quando l’equilibrio non è più che formula soddisfatta, lingua impietrita, artificiosa chiusura, e non sussiste più che il vuoto, la massima ambizione dell’artista può scivolare nella malattia per portarsi a contatto del limite invisibile in cui i segni cambiano senso. Ci sono momenti in cui il sintomo può essere la forma vuota di questa pienezza che, in tempi arcaici, si definiva positivamente come simbolo e nei quali la nuova armonia non può che farsi udire nella sincope dell’ordine e della forma stabiliti

Hercules Seghers (Haarlem, 1589 – Amsterdam, 1635) influenzò con l’opera grafica dei suoi ultimi anni Elsheimer e Rembrandt. Innovò la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta. Non ebbe imitatori e non appartenne a scuole. Morì in circostanze tragiche. Ubriaco, cadde e si fratturò il cranio. Fra i titoli delle sue opere: Ai limiti del bosco, Paesaggio con rocce aguzze, Paesaggio fluviale con rocce, Paesaggi con abete.

*Hercules Seghers, di Yves Bonnefoy, è pubblicato in “L’Ephémère”, 2, aprile 1967. Traduzione di Marco Ercolani in “Fanes”, 2, giugno 1990, ora in “Scritture”.

Hercules Seghers

Hercules Seghers

Hercules Seghers

SANTA BARBARA. Ilaria Seclì

Santa Barbara

Santa Barbara è una fila di case

di uguale altezza, una accanto all’altra

senza piani sopra, solo cielo.

Una lenta sequenza di film muto

su crolli di masserie feudali, ovili, stalle

strati e strati, belati, storie, stemmi

fissati nella trama del pictor optimus

mossa appena da una nonna

che spinge l’altalena. Tu guardi

e non vedi più il senso di tanta strada

altrove, quanto è piccolo ciò che conta

e quanto poco conta il resto.

Nel silenzio della piazza e filari

di muri e uomini senza sorprese

integra resiste una parola estinta altrove.

**

Fotografie di Loredana Moretti

Neve

Non viene, si ostina a non cadere

alzo piano la tendina

far durare lo spasimo

o speranza come la chiamate.

Ma cade la verità del luogo

lo sciamare vuoto, le ciance, il clima,

niente che somigli a questa disciplina.

*

Io sogno, sto sognando

ho messo l’anello più bello

un po’ per ricordare un po’ per essere felice.

Come fosse vivo il silenzio, anche qui

chiaro trasparente aria ghiaccia

un gennaio russo di armi arti fuoco

urla di futuri accesi, bagliori, battesimo

eternato. Lotte cammini infiorescenze

ostinato farsi di stagione,

schiudersi di fiore, ostinato darsi,

fa sera e fa mattino.

*

Nessuno muore, non sono mai morto

ripete la carcassa sull’asfalto di questi calendari,

ripete la carcassa sulla strada

che continuano a schiacciare.

Non sono mai morto.

Ilaria Seclì

BASTA

Da Preferisco sparire. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)

Questa pagina è il finale del libro e segue immediatamente Contemplazione, il breve foglietto che, nella finzione narrativa, viene donato da Walser a Weiss come esempio ultimo della sua scrittura. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)

Hai letto? È tutto quanto ho scritto negli ultimi vent’anni a Herisau. Ora basta, con la mia risposta e con la tua curiosità. Basta con la scrittura, la paura, il dolore. Perché a Waldau scrivevo e a Herisau ho smesso? Risponderò semplicemente: sono molto, molto peggiorato. Nessuno mi ha più visto con una penna in mano. Dopo Waldau non mi sono più interessato ai miei libri ma alla mia follia. È quello il mio unico libro, e non vorrei che mi sfuggissero le frasi migliori. No, nessun inferno: è un vivere sottovoce, dentro la trasparenza di me, un po’ come Bartleby nel grande ufficio da cui non volle muoversi più. Siamo tutti vuoti, nel momento stesso in cui ci dedichiamo alla scrittura. La scrittura è soltanto l’incarnazione della vanità, è nulla. Io rinuncio in tutto e per tutto alla mia vanità. Perdo le parole, sacrifico me stesso, mi salvo. Si dirà che scrivo in segreto quando nessuno mi vede, anche dentro le suole delle scarpe. Se fosse vero, e questa è la grazia, mi dimentico di farlo. Dimenticare è salute. Ricordare, solo ossessione e mania. Tutte queste cose, adesso, le mura dell’ospedale, le facce dei malati, ho l’impressione che si accartoccino. Ma non c’è nessun incendio, solo che si trasformano e le osservo trasformarsi. Non mi sento tranquillo. Sì, certo, intrecciando canestri, annodando pacchi, leggendo vecchie riviste, conversando con te, mio innocuo scienziato, mi calmo. Capisco che tutto è sonno e non mi impongo nulla. Il mondo mi invita a diventare lo zero che sono, a non avere speranza. Appena inizio a sperare, le cose finiscono per essere troppo vive, per ardere come puro fuoco. Ma dopo bruciano, oh pena e orrore! No, mai, basta col fuoco!

Fischietto impassibile, il largo cappello bene aderente alla testa, così i pensieri non volano via come api. Cammino nel freddo Nel freddo cammino. Non devo vederti più, non voglio vederti più. Buon Natale, Weiss.