PREFERISCO SPARIRE. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)

*Quest brevi pagine, nella versione originale e nella traduzione in francese di Sylvie Durbec, sono, nella finzione del libro, l’unico foglietto che il vecchio scrittore Robert Walser consegna al giovane psichiatra Karl Weiss come testimonianza della sua scrittura nel manicomio di Herisau. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)

Contemplazione

Vedo di fronte a me così tanto tempo, non posso ingannarlo se non con un artificioso trastullo, sono lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole, né mi se può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità, ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti, e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, e nulla di più.

**

Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso, Le belle nuvole fuggitive grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento, Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che ruotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culmina non una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.

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In questo istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente impercettibile, che sono perseveranti, Nella misura in cui i rami si rilasciano, può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e di conseguenza non ci sarebbe ragione di sentire nulla,

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Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno, Cresce ma continua a dormire, Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dormo ,io povero calzolaio, amico di amici(lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so, Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.

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I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela con bellissimi colori e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie,mondi paralleli, sfaviillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti,lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.

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Mentre camminava per le coline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi, ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e gli sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.

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La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno,i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restarsene muti a desiderare quel suono?

*

Ci si chiede perché non sarebbe necessario trovare una finestra perché un paesaggio abbia un senso, Senza delle finestra da cui possa essere visto tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita senza strumenti.L’arte di quale fuga?

**

E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla il suo interrotto futuro.

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Di certe vite che si vedono sommerse non si devono piangere mai, sono opere delicate, nomi interrotti, Occorre guardarle dal vetro ma senza gridare.

**

Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.

Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.

Resta il segreto della terra fresca,il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.

**

Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi,vertigini, nuvole sparse. Così la gioia.

Tutto ancora esiste.

Specchio di quando smetterà di esistere.

**

Cantilena

che trascrivo con frasi dettate

da questo mio dio nelle dita

e sparisce il mondo fuori

neve monti giardini

ripeto la cantilena

termino il libro

poi esco nel mondo vuoto

**

Una bella aria

che al cielo stellato mi faccia salire

dal folle frinire

nella terra cara

**

Scrivere

noi

percorrere

noi

che domani non saremo più noi

pregare il mondo

perché nulla di quello che esiste

fermi i nostri pensieri

focili fiori delicatissimi del futuro

Non essere

più.

**

Cado in disparte

nn triste

odia i tristi

il mio sorridente dio

Contemplation (traduzione di Sylvie Durbec)

En face de moi, beaucoup de temps. Je ne peux le tromper qu’avec un jeu artificiel, je suis bien content d’avoir trouvé ce passe-temps. Personne ne veut ni ne peut me donner une occupation, personne n’a besoin de moi, je suis totalement inutile. Alors c’est à moi d’être utile à moi-même, de me choisir un objectif tout seul, et je me sens capable de développer une occupation quelconque, fut-elle la plus étrange et la plus inutile. Je suis robuste et fort, plein de sentiments et de capacités pratiques peu communes. Pour autant que soit misérable ma condition actuelle à Herisau, je me sens toutefois étrangement libre et courageux, et mon cœur est habile à débusquer des pensées consolatrices. De temps en temps, pour dire les choses ouvertement, je me sens triste et sans espérance, je pense à mon avenir comme à quelque chose de perdu et d’obscur, mais seulement par moments, rien de plus.

Qui dit entendre dit mémoire, qui dit mémoire dit mouvement, qui dit mouvement dit cette réalité plantée là qui prend son élan à partir d’un point précis. Les beaux grands nuages fugitifs ne sont rattachés à rien et ne produisent aucun bouleversement. Il y a des montagnes et des forteresses de nuages dont la position ne tient nullement compte des cygnes qui nagent, de l’indolence des femmes qui se laissent aller à un sourire, à un geste. Les variations du beau et du sublime culminent en une docilité silencieuse et totale, comme c’est le cas pour les idées élevées, les œuvres de piété, de justice ou d’amour. En un silence inaudible, le plus majestueux des concepts s’éloigne, rejeté loin du trou archaïque d’où jaillit le vent.

En cet instant, par exemple, les arbres sont secoués par le vent, du fait, immédiatement perceptible, qu’ils sont persévérants. Dans la mesure où les branches s’abandonnent, ce sentiment de secousse peut naître. Si les arbres n’étaient pas bien enracinés, on ne pourrait parler de leurs feuilles et par conséquent, il n’y aurait aucune raison d’entendre un quelconque son.

Il ne s’éveille jamais. Il ne vit qu’en dormant. Il grandit mais il continue à dormir. Il vit dans les hôpitaux. Je le vois bien tandis qu’il dort, moi, pauvre cordonnier, ami de ses amis (lui n’a ni père ni mère). Je me demande à quoi il rêve. Je ne le sais pas. Mais lui, il préfère ne pas se réveiller. A l’âge de seize ans, j’en suis témoin, enfin il meurt. Peut-être est-il allé se reposer dans quelque autre royaume, sans nous laisser plus de signe.

Les peintres aplatissent la matière du monde sur la toile, en de très belles couleurs et ils la regardent frappés d’étonnement. Ils contemplent des cartes, des mappemondes, des mondes parallèles et brillants. Ils ne s’aperçoivent pas qu’au dehors s’est déchainé le dernier orage de la terre, que tout le monde est mort, pendant qu’ils décorent l’intérieur des tombeaux avec des offrandes secrètes. Ou s’ils s’en sont aperçus, ils le savent depuis toujours et sourient justement à cause de ça.

Pendant qu’il marchait dans les collines, depuis des heures et des heures, il s’aperçut qu’il rêvait et chercha à se réveiller. Mais ce fut inutile. Il continuait à marcher à travers bois et clairières, sans ressentir la fatigue, et quand une femme le regarda et lui sourit, il n’éprouva aucun regret pour le monde vers lequel il ne réussirait pas à revenir.

La musique ne lui plaisait pas. Pour lui c’était aussi beau de ne rien entendre. Mais un jour, contraint de rester derrière une cascade, il comprit dès lors tous les enchantements que peut générer la douceur ininterrompue et fraîche du son. Comment feront les livres pour rendre cet enchantement sans le réduire ? Si ce n’est en restant muets pour nous le faire désirer ?

Il se demande s’il ne serait pas nécessaire de trouver une fenêtre pour que le paysage ait tout son sens. Sans les fenêtres d’où il peut les voir, cet océan de champs et d’arbres est une musique qui n’est pas jouée. Art de quelle fugue ?

Et on se retrouve là où on ne croyait pas être, autant d’hypothèses en jeu, un passé qui parle d’un futur ininterrompu.

De certaines vies qu’on dit souterraines, on ne doit jamais pleurer : ce sont des œuvres délicates, des noms interrompus. Il faut les regarder par la vitre, mais sans crier.

Toute cette disparition a une existence très claire dans la nuit comme dans le sommeil, comme oublier de respirer sur les rives du fleuve.

N’avoir presque rien. Terre sans nous, à contempler en pleine nuit, comme en rêve.

Reste le secret de la terre fraîche, la feuille trouvée par hasard, une pierre brisée à l’intérieur. Mais ce n’est pas une pierre. Regarde-la bien : c’est un diamant intact.

Etudier la peur ligne à ligne ; journaux de poètes, voyages, vertiges, nuages épars. Ainsi la joie.

Tout existe encore.

Miroir de ce qui n’existera plus.

**

Cantilène

que je transcris avec des phrases dictées

de mon petit dieu dans mes doigts

et disparaît le monde du dehors

neige montagnes jardins

je répète la cantilène

je termine mon livre

puis je sors dans le monde

dans le monde

qui est vide

qu’au ciel étoilé

*

un bel air me fasse monter

du bruissement peuplé

de la terre aimée

*

Ecrire

nous

parcourir

nous

qui demain ne serons plus nous

prier le monde

pour que rien de ce qui existe

n’arrête nos pensées

douces et très délicates fleurs du futur

ne plus

être

*

je tombe à l’écart

je ne suis pas triste

il déteste les tristes

mon souriant petit dieu

Sylvie Durbec, Disegni

HAIKU 2021 / 2022. Paola Mongelli

ESTATE

Profumo di tigli

Spigoli di luce

Una donna al centro di sé

*

Volo basso di farfalla

La sua ombra

Avanza gemella

*

Tra il fare e il contemplare

Muta soltanto

La posizione del sole

*

Fiammeggiano

Riflessi d’acqua

Sul tronco caduto

*

Come rovi alle caviglie

Mi agganciano

I pensieri

*

Alle sei del mattino

Dorme la voce umana

Merli sul sentiero

*

Seguo con gli occhi

La luna che s’avventura

Dentro la nuvola più scura

*

Petalo invisibile

Farfalla bianca

Sopra la rosa bianca

AUTUNNO

Il verde al giallo

Cede il passo

Ruota d’autunno

*

Sull’ultima foglia

Del tiglio

Vegliare

*

Lago di foglie secche

Fari di un’automobile

Ombra d’ombrello

*

Disegni di platani

Sulle facciate dei viali

Alba in città

*

Dall’umido e dalla nebbia

Svettante

Un girasole

INVERNO

Dare fiducia al fuoco

Dare tempo al fuoco

Inverno

*

Rivela la neve

Passaggi

Altrimenti invisibili

*

Vento tiepido

Sul viso

Neve sotto i piedi

*

Sul viale

dal sole basso

Scavalcare ombre

*

Nel cielo di dicembre

Un bocciolo di rosa

Non sboccia

*

Gatta alla finestra

Negli occhi

Sogni da cacciatrice

*

Ombra del fuoco

Al riparo brucio

Ogni certezza

*

S’incrociano le ombre

Mondo illuminato

Da due soli

PRIMAVERA

Meditare nudi

Scorrere di matite

Discorrere di sguardi

*

Il cielo non sa piovere

Dimentica la terra

Testimoni assetati

*

Secolo dal vento forte

Cede, cade

Chi non ha radice

*

Lenti fuochi d’artificio

Esplodono

Fiori di glicine

FATICA NON NEMICA. Maurizio B.

*Nel 2014 Maurizio B. si esibisce a Contemporart Hospitale d’’Arte, recitando un suo racconto in versi, accompagnato da una voce femminile e da una chitarra: questo è il testo del suo racconto-poema. Contemporart Hospitale d’Arte (Villa Piaggio, Corso Firenze 24, Genova, www.contemporart.eu) è un’associazione che ospita eventi di musica, teatro, danza, readings poetici e filosofici, incentrati sul tema arte e diversità. Tra le sue iniziative l’inaugurazione di una “Biblioteca Bandita”, destinata a raccogliere libri e testi sommersi di arti e scritture irregolari.

Gustavo Giacosa

FATICA NON NEMICA

Di Maurizio B.

La fatica non nemica fa parte

di lei, della vita…

*

Bùttati.

E sia, anche se il calcolo mi da’ come sicuri grossi danni. Urlo come un samurai e mi butto. Terrore, magia, i rovi mi accolgono come le braccia di una madre e dolcissimi mi accompagnano a terra, certo loro me lo avevano detto, ma tu va’ a capire. Apro gli occhi, profumo di humus mi accompagna, mi porta a casa. he mi prende? Perché bisogna partire?

Alzo gli occhi, lo zaino mi parla: è un giorno di bagagli, questo; il pensiero rassegnato. Preparo cibo e caffè, abbigliamento tecnico e anche Damina, il cane, capisce che non tira aria buona.

Siamo pronti. Via. Poche gocce ma grosso vento caldo. Burrasca, dettaglio marginale.. Comincia il finimondo ma è notte di bagagli. Un pensiero, perché? Come se sia dato all’uomo di conoscere le risposte.

Ricevo l’invito di una mulattiera, non la conosco ma è il Percorso. Pioggia, case buie e luci gialle, un filo spinato mi strappa i calzoni. Discesa e di nuovo sulla via, sono passati i taglialegna. Sento un fiume è gonfio ma già sono bagnato, il problema è uscire. L’acqua alle ginocchia lo percorro, finisce il muraglione, esco.

il cane piange, non ce la fa. Torna dentro. Piange. Arrivo, amico canide, ma non ti piacerà. Lo agguanto per la collottola, insieme tra i flutti. Mi merito un po’ di caffè.

Di nuovo sulla via maestra e nuova mulattiera, si sale ma l’acqua è tanta. Vuoi vedere che è scoppiata una fogna? Affermativo: troppa acqua, troppa puzza e bucce di arancia. Scendo e continua il finimondo. Riscendo e continua. Il cane e io bagnati.

Sono a Sestri, cerco una sosta, sono al porticciolo. Baracche e tettoie, un angolo nascosto, sento odore di morte. Un rampicante troppo cresciuto conferma: questo uomo più non è. Per quanti anni ho sentito questo odore prima di capirne il messaggio: queste cose hanno perduto il loro amico, aspettano un nuovo prescelto.

Prendo fiato, rispettosamente in piedi, intanto la pioggia cessa. Bacio, il caffè. i muovo lento, stralunato, non vedo niente che mi stimoli in qualche modo. Come si fa a smettere di fumare? i tornano i pensieri, non so chi li ha scritti però parla il Custode, nome dai molti significati.

Qualcuno mi ha guidato fino alla stazione di Varazze. Il cane trova subito il ristorante, molte persone mangiano, adesso mi viene da pensare che doveva essere l’ora di pranzo. Damina si fa invitare, mangerei anch’io, ma vado via, cammino un po’ verso ovest; la sento dietro di me, ha mangiato e io sulla panoramica vista mare prendo un po’ di caffè.

Cammino sull’Aurelia e tanto per cambiare cerco una sosta, sono stanco, ho anche sonno. Trovata in mezzo ai lentischi. Solitudine e conseguente meditazione portano a cercare nuovi sbocchi o strade dove poter esprimere la spiritualità/realtà emotiva. A questo punto nasce infatti un impulso cerimoniale che potremmo definirei come una ricerca di un dialogo con il circostante. È così che gesti consueti acquisiscono una valenza comunicativa consentendo una espressione della realtà emotiva e una interiorizzazione dell’esterna. Questa modalità inconsueta di espressione porta l’essere umano a porsi alcuni interrogativi sulle invece consuete modalità comunicative. La parola sotto le varie forme di discorso, discorso, dialogo, canto. L’arte ingenera danza, pittura, lo sport come espressione di ricerca dei limiti.

Quante cose vanno perdute quando si instaura quello che da un lato può essere letto come un sovraccarico di informazione? Quale differenza tra la persona che ripete per anni lo stesso gesto (ballerino o atleta?) e un’altra che da semplici azioni ricava poche misurate parole?

Giunge il sonno nel profumo d’erba, è garantito un buon risveglio, un sereno cammino. Sono di nuovo qua, di nuovo io. Come sarebbe bello se la luce di una candela fosse sufficiente per scrivere. La lampadina mi ferisce. Un sacco di cose mi feriscono. Ho voglia di tornare a Mornasco, la più grossa cinghialata della mia vita. Non è una scelta facile. Il primo dovere della mia vita è cercare di star bene quindi – stai con Raffaella, mi dico. C’è una difficoltà: da troppo tempo una parte di me attende uno spazio di espressione. La mia regola della giusta misura mi impone di tenerne conto. Il pericolo è quello di avere necessità di uno sfogo disorganizzato. Ci vuole cautela anche nel reprimere parti di se stessi che disturbano la quiete, scomode.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita

lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

**

Il cucciolino abbaia. È’ pieno di difetti, uno dei miei amici canidi. Per esempio mi mangia le ciabatte e ruba, però fa bene la guardia. Quando dormo, amici o nemici nessuno può passare vicino alla casa senza che io ne venga informato. Poi torna, cerca le coccole, è il suo modo per raccontarmi tutto. Ha abbaiato, fatto grr e l’intruso è velocemente entrato in casa sua.

**

Comunque, nonostante tutto, la loro compagnia non è bastata,

La solitudine mi ha fatto male

lame alla gola

di chi ferma

il respiro dell’amore

il custode aspetta

solo una vita

solo un lavoro una fatica

senza che appaia

visibile un segno, un senso.

Per piccole o grandi spalle

piccola o grande fatica, segno..

Senso. Verità.

Sennò, dove cercare senza

sapere cosa?

Qualunque e dovunque ma

troppo grande per piccoli

occhi la triste verità.

ci resta un po’ di cibo

il tenero germoglio

sempre che sia nato

Di un nuovo futuro.

**

Vivrà soffocato da tanta malerba? Possibile che essa diventi per lui fertile terriccio, prezioso nutrimento? Questo lo stato d’animo. D’altronde la civiltà occidentale è in decadenza economica e morale. Certo il progresso è un processo positivo ma, insieme a tutte le conquiste di cui posiamo godere, il nostro percorso ci ha portati a dimenticare qualcosa di essenziale. Prova ne sia che non vi è un rimedio a tutto un sacco di storture. Mordi la prima mela non funziona, il Carpe diem è distruttivo. Ci vuole empatia, affetto, per tutto ciò che ci circonda, non importa il prezzo.

**

Una carezza e…

torna la vita

una ciocca sul viso

e senza vedere

so ciò che mi aspetta

una pelle di seta

e senza spere

vicino un calore un sapore un cadere

un amore

Aspettare finire la notte

e solo potere vederti volare

solo sognare.

una carezza e…

Raffaella dorme, i miei sentimenti vegliano.

che devo fare?

Dove trovare lo spazio per un piccolo re?

Datti tempo, mi direi, ma quanto?

La mia vita è un punto interrogativo, posto che esistano vite certe.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto? Un San Francesco? Mi torna utile riordinare alcune direttive primarie figlie della saggezza dei 50 anni. 1. Stare bene (leggi evitare ricadute psicotiche) per me, i mie figli, i miei cari, tutta la società civile. 2. Pagare la mia indole che non sopporterebbe l’eterna attesa (leggi rischio suddette ricadute). Non posso vivere senza il bosco, non posso stare bene se mi isolo troppo. Ho chiaramente bisogno di conciliare queste due verità. Per il momento la questione cruciale è la casa in vendita.

Devo trovare una giusta dimensione in entrambe le possibilità, che si venda o no ogni momento è una ripartenza, un divenire. Di nuovo qua di nuovo io. Sospeso ascolto, interpreto. L’eccesso di interpretazione è un sintomo psicotico ma non mi sembra questo il caso, manca completamente il delirio di onnipotenza, anzi, mi sento piccolo come piccoli sono effettivamente gli uomini. Diminuire a coscienza di sé è il modo per meglio comprendere quello che ci circonda, esseri umani compresi. Il mondo è invaso da voci che vorrebbero farsi ascoltare. Cartesio sostiene: Cogito ergo sum, chiudendo il significato, la motivazione della nostra vita dentro il piccolo essere che ognuno è. Sum ergo cogito mi porta a pensare che il significato della nostra vita sia talmente grande e importante da non poter essere compreso dalla nostra limitata mente.

Certo ribaltare completamente il pensiero del grande filosofo è riservato ad eminenti studiosi. Ma io persevero e dico anche la mia sull’interpretazione dei Vangeli. Il santo Bambino nasce e cresce in una povera e decorosa famiglia poi avverte una vocazione e parte per predicare al mondo. Molte persone vengono attratte da questo Messia che predica e pratica il bene. Così come molte persone potenti ne vengono disturbate. Qui il nostro eroe viene imprigionato, conosce il male, la sofferenza, muore. Secondo me la morte è un’allegoria come la resurrezione, si vuole invece parlare della nascita di un uomo nuovo, più completo, che sa, che conosce il bene e il male.

Ci sono due livelli di realtà – una piccola realtà, che è il nostro raziocinare, e una grande realtà che comprende l’universo. Se noi saturiamo la vita di raziocinio perdiamo la facoltà di comunicare con la grande realtà di cui il nostro inconscio fa parte.

**

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

Fuoco e fiamme

È di nuovo mattina,

mi sento cerebroleso

in grana la marcia bambino

e schiaccia la tavoletta!

Attento, adrenalina!

Bisogna rischiare nella vita

Se vuoi campare!

Un bell’incidente mortale

oppure senti l’aria intorno a te,

d’improvviso ti potrebbe parlare,

quanto sottile sarebbe la voce,

di grasso e rumore sono piene le orecchie.

Gentile.

Trova la forza.

Gentile.

Vita come Odissea, come puledra ombrosa

che ama la briglia salda.

Entra…C’è una porta dentro te,

una porta che non hai mai varcato.

L’ignoto spaventa, ciò che ti aspetta

è momento di puro terrore.

Entra…la caduta diventa discesa,

sempre più lenta, dolce.

Finalmente dialogare con l’interezza di te.

Entra…unica via.

Non più inadeguata, c’è una persona

che dove serve sta, anche con se stessa.

Vincere la presunzione:

imparare l’arte dell’attesa, del vuoto.

Corri la vita alla criniera veloce di luce

che schiva, volta, riparte inarrivabile

senza segno di momento inerziale,

senza segno di sosta.

Come in sogno, reale, il tuo arco si alza, si tende.

Parte la freccia, l’immateriale semiretta

si compie, colpisce, punge. E tu…

Non vedi la punta, il bersaglio.

La tua pena, la tua fortuna.

Sei salvo da un’inumana pietà.

Quanto pesa la verità, quanto una luce troppo forte.

Chiudi gli occhi, chiudiamo gli occhi, ascendiamo,

affrontiamo l’ignoto senza coraggio, senza paura.

**

Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita.

Lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

**

Neve latte pan bagnato

serve cerchi ciò che è stato

zuppa dolce uomo antico

trova il debito non pagato

quando monta la marea,

scendi la duna, parla all’ebrea.

Acqua alle caviglie, salsedine alle narici,

cancella l’ordine dei lari

trova la serpe e cambia la sorte

ora ti basta la luce della luna

Quanto

se canto di me

trovi sentimento e ragione

in una tua nuova armonia

vento

posso sentire

di guerra o di grande sapere

nella mente del sia

fame

nel mondo che c’è

di pancia o di tecnologia

senza

capire di sé

ogni vita nasconde

una sorte senza una via.

Molte cose tengo per me

alcune sono per chiunque voglia sapere e…

posso serenamente affidare

l’onore di piccole, nobili mani solo una vita

dura o leggera fatica

per forti o tenere spalle

Il tenero germoglio

sempre che sia nato

di un nuovo futuro, o…

Troppo grande per piccoli occhi la verità?

Il senso del segno del sogno

può fare capire.

**

La luce è troppo forte, chiudo gli occhi, odore di caffè, passa un trattore sulla strada. Non sento canto di uccelli da molto tempo. Lentamente mi siedo, non vorrei agire troppo, scollarmi dal reale. Ricordo un lento camminare, la strada trafficata, persone, volti. Buongiorno sì buongiorno no, dipende dall’umore, sono in fondo, passo sul ponte e, il rito, guardo giù… Un sentiero, ormai son qua, entro e nel bosco mi collego con i miei amici leggeri, loro hanno sempre un buon motivo per volare o cantare. Mi lascio prendere, ascolto, mi guidano anche verso improbabili direzioni, verso passi impenetrabili. Ma non mi dispiace avere un senso, val la pena pungersi e faticare: è sempre più difficile, impervio. E ora? Ho i piedi su di un albero caduto e dondolo…. Vedo un grappolo di succose more e la volontà muove la mia mano. Non c’è desiderio nella mia mano che con delicatezza sfiora i frutti. Solo i più maturi sono destinati a cadere. Altri rimangono. Altri verranno. Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

Che facciamo con ‘ste more?

Il vino naturalmente! Così le metto in un vaso di vetro che chiudo ermeticamente per ottenere una fermentazione carbonica. Dopo un paio di mesi lo ritrovo e, magia, champagne di more! Me lo bevo goloso. A questo punto mi dico –ancora!- e richiudo il vasetto dopo aver versato una generosa dose di zucchero.

**

Aiuto,

è il messaggio cifrato,

il Druido è in armi accerchiato,

la mano è salda ma per il timone c’è bisogno del favore del vento.

Chiamerà a raccolta lo spirito dei fratelli.

Una vita votata allo sconfinato, alla frontiera, al bordo, all’immatura ricerca della solitudine dove trovare l’immensa brughiera, l’immensa prateria, lo spirito, la realtà di un antico fantastico mondo. Ataviche fantasie di viaggio in un mondo deserto hanno trovato spiegazione nell’abbondanza dei presagi. Il cane guardava il falco ma le cornacchie erano con loro. Il cane deve decidere se chiamare a raccolta il branco ma il grande valore della preda non gli fa dimenticare che il fiero rapace può identificare la sorgente di un attacco e privarla della vista. Questa la motivazione della cautela che il falco avverte intorno a sé, incurante delle prede che si mostrano. Bene o male non ce n’è per nessuno. Per volare l’unica cosa è il vento e trovare le correnti. E d’improvviso…un’esplosione che squarcia la notte…

Insieme ai cani scendo la scala con sentimenti interrogativi e trovo la spiegazione. La dose di zucchero per il vino era eccessiva e il pur robusto vaso di vetro è esploso.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto?

**

Una carezza e…

torna la vita.

Una ciocca sul viso e…

senza vedere

so ciò che mi aspetta.

Una pelle di seta e…

senza sapere

vicino

un calore un sapore un cadere un amore.

Aspettare finire la notte e solo potere vederti volare

solo sognare.

Una carezza e…

Custode sa

e chiama un piccolo amico dal grande cuore

Custode aspetta

che l’orrida mano semini il suo stesso raccolto.

È così che la lama scende

tanto veloce da non apparire

alla gola di chi ferma il respiro dell’amore.

Ad ogni meraviglia

nuova meraviglia. Ad ogni terrore

nuovo terrore

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

La domanda che fai al destino

è il grande segreto che porti.

Mai devo capire il tuo sogno.

Bagna la mano

l’odore che senti

è una seconda voce.

Togli il rumore al vivere

sentirai ciò che è dolce.

Chiudi gli occhi

per colorare il buio.

Ogni corpo parla

anche se

non sempre risponde.

La libertà comincia dall’amore per la propria prigione.

Solo una vita. Fatica non nemica. Di lei, della vita.

La libertà è un’esperienza vertiginosa che confina con il nulla. Chi sa, sa.

A ciascuno il pane che semina.

La rabbia alimenta se stessa.

**

Volevo un mondo senza esseri umani.

Oppure persone leggere, come nuvole.

Quando camminavo, lo sa,

aprivo e chiudevo il ventaglio.

L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche persona che soffre più di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo.

La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi. Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica.

Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire. Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichica può anche essere un vero problema, può banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare.

**

Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, Marco, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio. Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

**

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

(Genova, 2014)

Fausto Ferraiuolo

**

L’IO E GLI ALTRI

*In questo breve testo, pubblicato nel n. 34 (aprile-giugno 2014) di Fili d’aquilone sono annotate, in corsivo, le parole reali di Maurizio B. e, in tondo, le mie riflessioni sulle sue parole.


1.

«Volevo un mondo senza esseri umani. Oppure persone leggere, come nuvole. Quando camminavo, lo sa, aprivo e chiudevo il ventaglio».

Maurizio ha immaginato un mondo altro, disabitato dall’uomo, che possa essere aperto e chiuso dal movimento di un ventaglio. Sigmund Freud definisce il sogno allucinazione notturna e il delirio allucinazione diurna. Wilfred Bion descrive l’universo del delirio come “stato permanente di sogno”. La differenza tra allucinazione e sogno sarebbe solo la capacità di risvegliarsi, che nel folle è assente. Ogni notte, quando l’io tace e i sogni affiorano, sperimentiamo la possibilità di impazzire per un limitato numero di ore: il sogno è la follia notturna che permette al giorno di esercitare le strategie della ragione. Secondo Maurice Blanchot: «Quando la follia si fu completamente impadronita della mente di Hölderlin, anche la sua poesia si capovolse. Tutta la durezza, la concentrazione, la tensione quasi insostenibile degli ultimi anni, diventa riposo, calma, forza placata. Perché? Non lo sappiamo». E se il poeta Hölderlin avesse finto, almeno in parte, la sua pazzia? La poesia è anamorfosi del mondo, suo specchio rovesciato: attraverso le vie segrete del linguaggio difende la necessità dell’uomo di creare sogni paralleli al mondo ma reali. Conoscere un folle che salvi la sua follia dalle regole del delirio e la trasformi in vivente poesia è la mia personale utopia di psichiatra e di scrittore.


2.

«L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche paziente più grave di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo».

Maurizio era affascinato dal delirio, oggi è sedotto dalla normalità. Pensare che il proprio problema possa risolvere quello di un’altra persona è un atto di solidarietà, generale ma non generico, che orienta verso la guarigione. M. non si trincera più in una verità-delirio da opporre al mondo ostile. Cerca di capirlo, quel mondo, anche con una certa ironica pietà. Cerca di venire a patti con lui, a costo di soffrire la tristezza di alcuni sogni falliti. Una pizza condivisa con i figli è più importante di un solitario delirio di onnipotenza. Talvolta, ma solo talvolta, rimpiange l’energia che lo traversava. Ora quell’energia, mi ricorda, gli serve per camminare in altre strade. E, se in anni passati pensava il cibo come qualcosa di ostile e di nemico, ora il cibo lo prepara lui e dei suoi piatti si vanta con un sorriso.


3.

«Lontano / nel nulla / ti sembra / vedere tornare la vita / componi te stesso / respiri».

Il racconto di Georg Büchner, Lenz si conclude con queste parole definitive: «Così trascinò la sua vita…». Maurizio esige il contrario: comporre se stesso, respirare. Non vuole l’assenza di via e di viaggio, il prolungarsi indefinito dell’angoscia, come Siegfried Lenz, scortato via dalla casa di Oberlin. Il poeta che si sente disperato al calare del buio e cerca nel dolore fisico la certezza di essere vivo, è l’uomo descritto da Celan: colui che guarda il cielo con la testa rovesciata. Il cielo, è per lui, la voragine azzurra in cui precipiterà. Lenz è il simbolo del poeta folle, veggente: dell’occhio condannato a non chiudersi mai sulla visione che lo attraversa.


4.

«La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi».

Pacificato dalle sue crisi, che lo portavano a viversi o come un nomade senza pace o come un dio dal potere illimitato, Maurizio è consapevole di poter modulare la sua sofferenza: di far vibrare meno la sua corda, che però non smette di essere presente, e lui ne è consapevole. Scrive Emile Cioran: «Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto una malattia più o meno segreta». E questa malattia più o meno segreta non può che corteggiare i confini incerti della mente. Ma neppure troppo incerti, se si riesce a trovare il gusto delle differenze e dell’ironia. In campi diversi convivono diverse energie, e si mescolano senza confondersi.


5.

«Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica. Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire».

Alle parole di Maurizio continuo a rispondere ogni giorno, perché ogni giorno è costruzione di salute, per me e per gli altri – costruzione irregolare, erratica, confusa, nebbiosa. Talvolta dimentico di cercare le parole giuste. Lascio che mi arrivino. E soltanto dopo, lavorando con frasi e sorrisi, giudizi e commenti, cercando di osservare nodi, di sciogliere dilemmi, mi accorgo che guarire gli altri è possibile, ma sempre in modo relativo. A spicchi. A frammenti. Per attimi. Dopo anni. La vita è inguaribile, scrive Artaud. E la ferita, ogni ferita, nel presente e nel passato, resta inconsolabile. Quando un giorno un paziente mi chiese se anch’io sentissi le voci, gli risposi che talvolta le sentivo, ma senza dolore. Lui restò interdetto, ma sorrise.


6.

«Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichiatrica può anche essere un vero problema, un banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare».

È una convenzione affermare che la follia sia una disgregazione dell’identità. In certi casi, cronici e di estrema gravità, può esserlo, ma più spesso ci troviamo di fronte a un quadro diverso: una esasperazione delle idee ossessive, una eccessiva riorganizzazione del mondo, che rallenta il flusso vitale e lo cristallizza in gesti, formule, cifre. Il compito del terapeuta è non tanto quello di una chiarificazione precisa del sintomo ma quello di una volontaria divagazione dal, di una amorevole distrazione, dove il paziente possa trovare modo di sciogliere i suoi nodi anche con gli strumenti dell’improvvisazione. La malattia mentale è uno dei modi concessi all’uomo per approfondire le dinamiche del vivente. ma occorre anche riposarsi.


7.

«Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, dottore, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio».

Maurizio conosce la mia doppia natura: il critico che ascolta la parola veggente e sregolata dei poeti, e lo psichiatra che ha il mandato sociale della reclusione dei matti. Entrambe le mie identità gli sono note. Sa qual è il mio lenzuolo e se può entrare in una rete di scambi con il suo. Quando si fa socio dell’associazione culturale* , dove organizzo mostre e readings su arte e follia e dove dirigo le attività della Biblioteca bandita, si assume l’incarico di rinfrescare le pareti dei bagni e di riverniciare le porte. Stende il suo lenzuolo. Io gli chiedo se non sia troppo faticoso, e risponde semplicemente:

«Dottore, va bene così. Tutto questo mi rende eccitato, curioso. È un modo di essere diversamente poeta. E poi, gliel’ho detto. Non ho paura della fatica. Lo ricorda? Fatica non nemica. Non nemica».

Io mi allontano nella sala della Biblioteca Bandita, che ospita testi eccentrici di autori non presenti nelle librerie e nelle biblioteche regolari. Ricordo le parole di Giovanni Benedetto Castiglione:

«e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti meravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo: che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato, possa multiplicar quasi in infinito».

Non solo “moltiplicarsi” ma “reinventarsi”. Scopro che una casa traversata dai vortici può essere anche una casa che contiene il vento. Smetto di capire ciò che potrei non capire. Il filosofo Platone dice che la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere. Il poeta persiano Hafez che il segreto di questo mondo è un enigma che nessuna sapienza può sciogliere. Io sorrido delle citazioni che mi vengono alla memoria. Intanto Maurizio finisce di smaltare le porte e io sento che l’enigma resta indecifrabile, come lo restano i sogni, anche dopo l’interpretazione più convincente.

Biblioteca bandita


8.

«Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi».

Anch’io non mi arrendo. Se un obiettivo è rigoroso, mi sembra sano perseguirlo con ostinazione. Io resto qui, sentinella, tra chi crolla e chi è sospeso.

«Con gli occhi fai grande / più grande / questa nuova venuta / nebbia infinita / lontano / nel nulla / ti sembra / comporre la vita […] Di qua e di là / dal canto / allunga / e trova la via / è stato / e sarà / della scienza del sale / consente davvero / per la fine del tempo»

Se il sale è un fluido virtuale, che non si vede ma che si sente e insaporisce il cibo, la scienza del sale potrebbe essere quella conoscenza tutta umana, quel sapere concreto (l’etimologia è saphés, dal sapore penetrante) che da’ senso al percorso fisico e metafisico dell’uomo, dove la via si trova proprio di qua e di là dal canto. Parole come quelle che io e Maurizio ci scambiamo, nel corso delle settimane e dei mesi, vorrebbero accennare ai confini che si costruiscono camminando, segni di strade ancora nuove, da esplorare con la magia del reciproco parlarsi.

(M.E., Genova, 2014)

SE UN ANIMALE SOFFRE. Lucetta Frisa

(da Se fossimo immortali, Joker, 2006)

Scissura

In quella abbazia nella conca del prato

i mistici

hanno coperto il vuoto

di pietre canti altari colonne

alzato luce coon uomi buio con pietre:

tutte hanno un compito diverso di preghiera.

Dimmi in quale tastiera si può trovare

in quale parte del cercello

trovare una nota lucente

pietra di tempio voce di morto.

Cosa c’’è in mezzo al cranio?

Una scissura – hai risposto –

dove le fibre si intersecano:

fibre con note vuoto con fiato

muovono

lampi nella notte.

Tutto prega la tenebra.

Se qui non ricade

il canto dove va?

Se un animale soffre

Se un animale soffre

è nell’inferno dei bambini

che non parlano a nessuno

non sanno farsi domande

hanno corpo e lingua intorpiditi.

Se un animale soffre

sta nella parte assorta dell’ignoto

le sue afasie

somigliano al nostro modo di morire.

Il dolore del bambino è il primo strappo

lui deve crescere

verso il dicibile e il suo malinteso

bussare ai muri

truccati da cielo.

Lettera agli annegati

La prima lotta fu uscire da un ventre

verso l’asciutto vuoto verticale

l’ultima è il ritorno all’acqua.

Lo sai che i pesci tacciono muoiono

non tentano nessun limite nuotano

nella rete chiusa del mare.

Può ancora respirare chi continua a scrivere

lettere agli annegati

e chiedere eternamente quale fessura

fine di sasso separi

chi fugge da chi resiste.

*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, Se fossimo immortali, Joker, 2006.

UN SECONDO PRIMA DI PIANGERE. Francesca Serragnoli

Nessuno mi vuole come madre
mi guardano e non parlano
con occhi celesti o marroni
battono le mani sulle ginocchia
e corrono scalzi
negli ingressi luminosi.

Joseph Sudek

Miseria delle storie non raccontate
l’ora davanti a cui
non potrai più inginocchiare niente
l’essere ascoltati quando si piange
le cicale le foglie del leccio
le scie bianche incrociate sulla luna
i nasi bagnati degli animali
l’odore del miele
bere quando si ha sete
l’odore delle mani che hanno cucinato
il silenzio nella sala d’aspetto
il caffè, il vino.

Tutto nel mondo è piccolissimo
cade in terra come i bambini
ti guarda con occhi impietriti
un secondo prima di piangere.
Allargo le braccia
come una madre o come una croce.

Joseph Sudek

La profondità del lago mi fissa
la superficie vibra battuta da un ventaglio
come il salice vorrebbe sfiorare l’acqua
la mia ombra s’inclina
l’infinito è quel centimetro enorme
sgualcito dove la vita spinge
la testa per passare

nella stanza l’arazzo lava i miei colori
un panno che mani bianche
alzano e abbassano da un cesto
scendere ricorda i movimenti di una culla
risalire ha la bruciante paura dell’acqua
di evaporare, diventare niente

il sole scuce la rosa del volto
l’orlo increspato di un vestito
l’onda è vapore, salsedine
goccia che riconosce una spalla non sua
l’oro blu della quasi notte, nient’altro
dà al fiore l’ultimo tremito.

I teti sono tratti da: Francesca Serragnoli, La quasi notte, MC Edizioni, 2021.

Joseph Sudek

**

Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972. Si è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio(Bologna 2003, nuova ed. Raffaelli Ed. 2012), Il rubino del martedì (Raffaelli Ed. 2010), Aprile di là (LietoColle – collana Pordenonelegge, 2016), La quasi notte (MC, Milano, 2020). E’ stata tradotta in varie lingue. Suoi testi sono apparsi in varie antologie estere e in volume in Argentina, Spagna e Romania.

Francesca Serragnoli

LA CROCE VERSA. Paolo Castronuovo

La croce versa (Effigie, 2022, collana Le ginestre)

Indice

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

Sul crinale dell’occhio

Il lunedì quando sono chiusi i barbieri

Poesie morte

Il passo dell’infatuazione

Abiura

Poesie dal quotidiano

L’indipendenza del muschio

Le stanze del morbo

E vai di asfalto

Echi

L’autore ringrazia Paolo Cosci, Alfonso Guida e Antonio Moresco per la fiducia, e l’editore Giovanni Giovannetti per il coraggio editoriale.

Paolo Castronuovo

**

“sulla parete di calce la tua pelle si è fatta edera

ha varcato ogni buccia di intonaco

e scardinato l’asfalto bruciato

per portare i miei occhi ai tuoi fossili

fioriti tra rovi

(…)

è giunto l’autunno e le lenzuola ormai

ci prendono a gambe aperte

dentro la mansarda fuori dall’umido

qualcuno ha già bruciato i residui di vendemmia

e quell’odore è intriso nelle fibre

dei nostri corpi

che dall’ascensore al letto distruggono la terra

sbattendosi su muri appena imbiancati

tavoli e lavatrici

tubi di scarico di docce ingorde di noi a lavarci

stretti negli abbracci compulsivi

delle camicie di forza”

Leggendo un libro di versi possiamo intuire la direzione dell’opera anche da queste due brevi poesie tratte da sezioni diverse del libro: immagini reali, violente, esatte, lacerate, sessuali, trapelano da versi che sono variazioni belliche, combattimenti verbali, con oasi di quiete (“la poesia muore / in ogni verso / te”) e di riflessione (lì dove il poeta muore/ nell’ultimo verso// prima di un nuovo libro”). Le trafigge tutte un’aura surreale, crudele, vibrante di un’ironica follia. Castronuovo costruisce un libro compatto e tagliente, antilirico, felice della sua crepitante forza eversiva. Il poeta conosce le parole amorose potenti, pronunciate ai confini del dicibile (“ti ho guardata per tanto tempo/ come fa lo scolaro da dietro al muretto/ e al materializzarsi del tuo corpo/ non sentivo le catene strisciare/ sul pavimento della nausea/ restavo muto perché il verbo/ è superfluo dinanzi a te/ e nel frattempo mettevo/ le parole taciute/ in un bacio”). Carica di metafore, la parola si avvicina a zone di incantamento rapinoso e di nulla violento. (M.E.)

**

Antologia

ho voglia di scriverti su un foglio

arricciato all’angolo come

il tuo naso di linoleum

lasciare il pennino appuntare

il neo accanto al sopracciglio

na firma pensata

per il tuo capolavoro

sempre se fossi il tuo uomo madre natura

o il folle fuggito al day hospital

**

amica mia facciamo pace

il cuore è un posto troppo piccolo

per il dispiacere

è pieno di nodi e calcinacci saltati

per via dei proiettili vaganti delle illusioni

è una casa crepata un trauma una contusione

e tu avevi lo stucco giusto per riparare

la pasta buona per sfamare

e pochi lunedì per saziare

**

il buio unisce sempre

gli oggetti spennellati nel campo unificato

l’amalgama di ombre coi propri crampi

i corpi sul materasso

le gambe a treccia e le lingue a nodo

è il luogo con l’ecosistema più vasto

di immagini suoni e colori

basta saperlo interpretare

mescolarlo ai tuoi capelli

occhi gambe e braccia

è cupo come il sapore delle labbra

che in questo secolo sa di morte

non dell’erba bagnata e della margherita

dietro l’orecchio

il buio è un’entità che non puoi descrivere

al massimo poetare

perché è lo stimolo al contatto

l’alcol che stronca l’imbarazzo

i sorrisi che non vogliono incontrarsi

la spinta che ci serve per toccarci

**

mentre ti parlavo eri troppo impegnata a salpare

verso un altro oceano di ingranaggi rotti

inon ti ho baciata sulle colline

perché tutto muore sotto le gallerie

lo stesso posto in cui cerchi l’amore respingendolo

con l’imposizione cardiaca

mentre butti reti per lasciare che il caso si impigli

e poi muoia

Paolo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Tra prosa, poesia e volumi d’artista ha pubblicato undici libri. Ricordiamo la trilogia poetica composta da: Labiali (Pietre Vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018) e La Croce Versa (Effigie, 2022); il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha scritto la poesia più breve mai esistita poi pubblicata in tiratura limitata come libricino d’artista. Dirige la collana «Occhionudo» per la quale ha curato diversi volumi di poesia e testi sperimentali. Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022).

IL POETA E IL SUO DOPPIO. Donato di Poce

Opera in copertina e illustrazioni di Emanuele Grigolin

I QdB I Quaderni del Bardo, 2019

Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

Sede Legale e Redazione: Via S. Simone 74 73107 Sannicola (LE)

mail: iquadernidelbardoed@libero.it

*

Donato Di Poce

INDICE

–Oltre il silenzio del mondo

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Aforismi Poesismi della follia

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Lettera di Artaud a Picasso

Note di lettura

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Credo che qualsiasi discorso critico su Antonin Artaud, artista o poeta o drammaturgo che sia non possa che iniziare da un omaggio poetico nato dal respiro del suo respiro e che più che una creazione diventa una restituzione. Da qui l’incipit (i lettori perdoneranno questo incipit critico inusuale ma credo doveroso) di questa piccola riflessione critica sui taccuini, i disegni e i pittogrammi di Artaud. Senza dimenticare che uno degli ultimi scritti di Artaud (scritto il 31 gennaio 1948, morirà il 4 marzo dello stesso anno) di autopresentazione dei suoi pittogrammi, si intitola Cinquanta disegni per assassinare la magia. Ed è un capolavoro magico, esorcistico, poetico, critico, un vero respiro dei bassifondi della sua creatività, l’ultima ratio di un’anima che voleva ricomporre gli strati dissestati dell’essere. E in questa sede citerò solo questi versi di Artaud:

“…essi sono puramente

e semplicemente la

riproduzione sulla carta

d’un gesto

magico…”,

ma invito sin d’ora i lettori a leggersi d’un fiato tutto ciò che Artaud ha scritto e fatto solo allora si potrà capire veramente cosa significa liberarsi dell’ossessione della vita, della parola e dell’essere perché i testi di Artaud sono di un’attualità, un’energia e una magia alchemica sconvolgente. Diciamo subito che Artaud è stato assassinato dalla società (non a caso uno dei libri più belli, lucidi e profetici da lui scritto è dedicato all’artista con cui si è identificato maggiormente per intensità, novità, solitudine: Van Gogh il suicidato della società). E qui vorrei aprire una riflessione; perché Artaud scrive della società e non dalla società.

Certo non per vezzo o superficialità linguistica, anzi, tutti sappiamo dell’ossessione linguistico-esistenziale di Artaud, quindi non è un caso né un errore ma una scelta da combattente per l’umanità ferita. Artaud affonda le mani nel marcio della società rivelandone ipocrisie e contraddizioni, moralismi e mediocrità partendo dalla società e dal contesto culturale e sociale dell’epoca, ma andando a toccare i gangli vitali dell’organizzazione, della cultura e dei pregiudizi morali e culturali. E cosa dice di Van Gogh nel suo libro (Adelphi, 1996): “…nessuno fino ad allora aveva mai dipinto la terra come le onde di un oceano trasportato, né mai fatto della terra questo panno strizzato e di vino e di sangue inzuppato…”, “…la pittura lineare pura mi rendeva pazzo da molto tempo quando ho incontrato Van Gogh che dipingeva, non linee o forme, ma cose della natura inerte, come in piene convulsioni…” “…Van Gogh era una di quelle nature di una lucidità superiore che permette loro in ogni circostanza di vedere più lontano, infinitamente e pericolosamente più lontano del reale immediato e apparente dei fatti…”. E tante altre illuminazioni su di lui, su se stesso e sulla società e in particolare sulla psichiatria e il dott. Gachet che accusa apertamente di essere il responsabile del suicidio di Vincent per non aver capito il suo genio, per accusarlo di delirio e mortificare l’innocenza creativa di Van Gogh.

Ogni scritto, disegno, parola o gesto di Artaud dopo aver transitato nella sua anima e nel suo intelletto, è vissuto sulla propria pelle e nel suo corpo sino alle estreme conseguenze, perché lui è un uomo che non accettò mai i limiti, i compromessi e cercò sempre la verità. Ciò lo portò a scontrarsi prima con il mondo culturale (i surrealisti di cui era amico) e poi con il mondo psichiatrico (elettroshock) e sociale (pestaggi della polizia a Dublino) che lo devastarono nel corpo e lo isolarono dalla realtà sociale ma non dalla vera realtà psichica, culturale, poetica ed esistenziale che egli difese e sviscerò con ostinazione sino alla fine e che ne ha decretato il successo (iniziato con la consacrazione ufficiale della vittoria del premio Sainte-Beuve nel 1948 per il libro Van Gogh il suicidato della società) e la fama mondiale dopo la morte e che troverà tra i tanti amici, studiosi, critici, ammiratori ed esegeti, in particolare Paule Thévenin, amica e curatrice delle Oeuvres Complètes di Artaud edite da Gallimard (scomparsa nel 1993) e il filosofo Jacques Derrida (recentemente scomparso) che gli dedicherà uno scritto fondamentale dal titolo: “Antonin Artaud – Forsennare il soggettile” (in italiano Ed. Abscondita, aprile, 2005).

Ma prima di analizzare cosa dice Derrida di Artaud, è utile precisare al lettore tre considerazioni personali. La prima è che ritengo i Quaderni di Rodez e in generale i Cahiers e i pittogrammi di Artaud tra i documenti artistici più importanti per l’umanità dopo i taccuini di Leonardo da Vinci; la seconda è di specificare che la produzione grafica di Artaud si può riassumere in quattro fasi: quella delle lettere e missive varie sino al 1937, quella dei grandi disegni di Rodez, fatti tra il 45 e 46, quella dei ritratti e autoritratti fatti a Ivry e Parigi (1946-1948) negli ultimi tre anni prima della sua morte, infine tutti i disegni scritti o pittografie o pittogrammi che costellano i suoi 77 cahiers che non cessò di creare dal febbraio del 1945 sino alla sua morte (anzi più precisamente come ci rivela lo stesso Artaud, “…E da un certo giorno del 1939 non ho mai più scritto senza anche disegnare”). La terza e ultima considerazione è che nonostante Artaud avesse studiato il disegno classico per 10 anni, si è sempre rifiutato di proporre disegni e ritratti lineari, armoniosi, o ritenuti belli e somiglianti dalla cultura artistica corrente. Insomma lui andava oltre l’accademia e il ritratto convenzionale, cosiddetto veridico, lui come Van Gogh esprimeva l’anima del disegno, il soffio e il respiro dell’essere, la magia dell’emozione in divenire, la musica dello spirito e del corpo, a lui interessava comunicare l’emozione generatrice del disegno, insomma dei veri Totem di esseri, metamorfosi scolpite e scalfite nella carne e sulla carta e quindi come Artaud stesso ci ha lasciato scritto, ricordiamo…:

“I miei disegni non sono disegni ma documenti,

bisogna guardarli e capire quel che c’è dentro”

Derrida riprendendo una nota di PauleThévenin in cui nomina la parola soggettile ( a evidenziare la novità e l’uso raro di questo termine usato da Artaud in modo chiave e innovativo, sta anche la testimonianza della trascrizione del mio testo a computer che si ostinava a correggere in automatico la parola in soggettive anziché soggettile …provate!!!), trae spunto per analizzare tutta la storia, la potenzialità e rivoluzionarietà che riveste in Artaud questa parolaconcetto prontamente e acutamente còlta da Derrida. Derrida entra subito nel centro della questione dicendo che: ”alcune parole di Artaud assillano questo vocabolo, lo tirano verso la virtualità dinamica di tutti i sensi” (Sensi è un’altra parola chiave in Artaud). Acominciare da soggettivo (subjectif), sublime (sublime), trascinando così l’il nel li, per finire con proiettile (projectile). E’ il pensiero di Artaud. Il corpo del suo pensiero… Derrida subito dopo cita una riflessione rivelatrice di Artaud del 1922 “…Dobbiamo purificarci dalla letteratura. Vogliamo essere uomini prima di tutto, essere umani. Non vi sono forme o forma. Non vi è che lo zampillare della vita. La vita come un getto di sangue…” Più avanti a proposito del pittogramma Derrida dice alcune cose da sottoscrivere in pieno: “Ma io la intenderò soprattutto come la traiettoria di ciò che letteralmente intende attraversare il limite tra la pittura e il disegno, il disegno e la scrittura verbale e, in modo ancora più generale, le arti dello spazio e le altre, tra lo spazio e il tempo. E attraverso il soggettive il movimento del motivo assicura la sinergia del visibile e dell’invisibile, in altre parole della pittura teatrale, della letteratura, della poesia e della musica”. Infine coglie in pieno la poetica di Artaud quando scrive: ”Gettare, gettarsi: nelle parole come in pittura, l’intonazione proietta, dinamizza un contenuto…” e in una attenta e preziosa rilettura di Artaud cita e sottolinea le sue acute e originalissime riflessioni: “… indurlo (il linguaggio) a esprimere ciò che di solito non esprime… significa infine considerare il linguaggio come Incantesimo…” E giunge alle considerazioni finali: ”Il respiro: un -respiro gettato– nella grammatica del verbo (io respiro) o del nome (il respiro)… Il respiro respira nel pittogramma e letteralmente lo respira imprimendovi il ritmo e la musica.” “…Il soggettile raffigura l’Altro, o meglio l’Altro divenuto parte avversa, l’opposto supposto, luogo portatore di tutti i sottoposti, i succubi e gli incubi, rappresentanti di tutti i rappresentanti da contrastare”.

Sora, 26/8/2004 – Milano, 18/9/2018

Antonin Artaud, La maladresse sexuelle de dieu, 1946
Bernard Noel, Artaud e Paule, 2005, a cura di Lucetta Frisa

UN MANOSCRITTO DOMESTICO. Eugenio De Signoribus

Nel 2022 Eugenio De Signoribus pubblica Un manoscritto domestico per le edizioni “portatori d’acqua”: si tratta di un piccolo libro di prose liriche, precedute da una premessa e seguite da un congedo poetico, diviso in cinque sezioni: Carte velate; Educazioni; Altre educazioni; Custodie (sogni, dormiveglie, trascrizioni); Altre custodie. Non è mia intenzione, nei limiti di questo blog, tentare una nota di lettura a questo libro eccellente e unico nell’opera di Eugenio. Ma oso alcune riflessioni: le prose nascono da fatti ed emozioni reali (memorie, lutti, congedi, epifanie, catastrofi), ma sono tutte “scene trasfigurate”, sia che trattino di cronache esterne come di vibrazioni interiori, ricordi infantili, stralci biografici, traumi mnesici, lutti personali. In sintesi, il lettore cammina nelle memorie di una persona e si trova all’interno di un sogno mai cancellato. De Signoribus non fa nulla per accentuare il lato onirico della scena: non usa aggettivi vaghi, nomi astratti, barocchismi sintattici. Si limita a enumerare i dettagli di una storia affinché, proprio nell’ordine in cui sono disposti, rivelino la massima, spettrale intensità. La “trasfigurazione” è mostrare un reale dolente (ma sempre domestico e intimo, come una petite musique de chambre), nell’ordine poetico delle parole che lo raccontano mentre lo sognano, reimmaginandolo, resuscitandolo. Il pudore estremo di Eugenio, che evoca Ordet di Carl Theodor Dreyer, l’attenzione ai congedi dal mondo (“la poesia è un’arte del commiato”, Mandel’stam), ai ricordi senza scampo espressi in brevi nastri di parole, sono le finestre, in questa prosa memoriale e abbacinata, da cui la vita scompare e si avvicina la morte. Con lenta, modesta, suprema gentilezza (M.E.)

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Da Tornare al principio

Non è solo un sogno quello che sto per raccontare ma una una perdita vera di ciò a cui più tengo: la parola. Non ci feci caso, in un primo momento di difficoltà, quando volevo dire delle cose ma le parole non mi venivano, come si fossero nascoste, giocassero a nascondino e aspettassero che le ripensassi e gridassi infine “Tana! Vi ho trovate…” Pensavo fosse stanchezza. Quante persone conosco che, raccontando qualcosa, si toccano la fronte in uno sforzo penoso… e poi rinunciano, scuotendo la testa. Pensavo dunque di essere entrato nella folta schiera degli innamorati occasionali. Mi sbagliavo.

Nei primi giorni successivi, sempre più spesso mi accadeva di sostituire termini sfuggenti con i rispettivi francesi (la mia seconda lingua), janvier, avril, lire, ad esempio, perché “gennaio, aprile, leggere” li aveva inghiottiti una corrente grigia e non li riportava al loro posto… Arrivò il momento in cui tutti i pensieri trovarono tuute le parole sfaldate: e ogni lettera se ne stava da sé, per aria o pendolante tra le dita adunche o tra tentacoli sorgenti da un cervello confuso e abbandonato, cunicoli da cui uscivano visioni di corpi umani (ehi, dove andate?!…), fagocitati da scaglie e gusci di altri generi viventi…

(2009)

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Sogno domestico

Ero seduto in cucina, con altre persone di cui non ricordo i volti, quando sentii un tramestìo proveniente dalla camera. Nel frattempo, vedevo figure invecchiate e irriconsocibili, curve una sulla schiena dell’altra, in fila come un triste trenino di fine festa. Mentre provavo ad alzarmi, dallo stretto corridoio spuntò una cassa aperta, spinta da bambini che sembravano divertirsi. Notai dell’acqua sul pavimento, man mano che la cassa veniva alla luce, ma mi sfuggiva il volto lì dentro, come una foto mossa maldestramente. Nello stesso istante, una mano leggera mi toccò la spalla: riconobbi immediatamente, dal loden rasposo e odorante ancora di fumo, mio padre. Lo abbracciai, finalmente, poggiando la mia testa sulla sua spalla, ad occhi chiusi. Non riuscivo ad aprirli, come ci fossero pietre sopra le palpebre. Presi a singhiozzare, cercando di contenermi, a fronte di un minimo tremito interno a lui.

Intanto si era fatto silenzio, non c’era più nessuno: solo la cassa, chiusa, era stata lasciata sull’uscio di casa. “Mi aiuti, babbo? Riportiamola dov’era! Ricominciamo dall’inizio”. Nella stretta sempre più forte sembrava restringersi, fino all’evanescenza. Mi ritrovai sveglio, con le braccia dolenti intorno al petto, e senza aver visto il volto di nessuno.

(27 settembre 2021)

Eugenio De Signoribus

ALEKSANDR BLOK. TACCUINI 1902-1921

Aleksandr Blok

Io sono una febbre che vuole incarnarsi.

Una solitudine che sta imparando a sanguinare.

La mia tragedia è l’identità che quella sporca traversa del Nevskij stabilisce con il ritmo di ballata del mio ultimo poema, la perfetta uguaglianza fra il fango che mi macchia lo stivale e la scelta di una parola scurrile all’inizio della seconda strofa, la sconcertante somiglianza fra il chiarore soprannaturale che inonda la chiesa e i morsi della fame che mi contraggono lo stomaco, mentre i cavalli dei soldati scalpitano sulla Prospettiva gelata. Guardo la morte futura come un verso dei Dodici dopo l’ultima correzione: ineluttabile, definitivo, sepolcrale.

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Un colpo di tosse. Il crepitìo della pioggia sulla ringhiera di marmo. La realtà mi cerca, non come testimone disincantato ma come uomo atterrito, vivo, percorso da brividi. Evito di pensare. Nella solitudine, il pensiero condanna alla sragione.

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Strana sorte nascere in una città fredda come Pietroburgo. Ma dal suo gelo ho imparato l’amore per il fuoco, la capacità di riconoscere la scintilla nel legno inerte, l’affetto per le superfici tiepide, la devozione per e tende di velluto e la stoffa dei tappeti. Ma la contraddizione resta: il carro gelato, là sul marciapiede, e la vampa del camino qui, fra quadri e libri, nella stanza rischiarata da un alone domestico e rossastro.

Nelle notti più rigide Pietroburgo mi vorrebbe complice passante delle sue strade tortuose, muto testimone dei crimini commessi in isolati tetri, fra androni gelati, sotto ponti deserti. Ma è proprio in questi momenti che in me scatta l’amore per l’altra parte della città, per la limpida architettura dei palazzi che si rispecchiano nel corso maestoso della Nevà, per i viali ampi, le scalinate marmoree, le statue trionfali, gli stemmi lucenti. Come tutti, a Petr, vivo un duplice sogno: sono l’ufficiale dai baffi impomatati che in pieno giorno incede con portamento superbo nella Prospettiva Nevskij, tesa come una retta nel cuore pulsante della città, e sono il fantasma che si aggira di sbieco, a notte alta, fra rampe strette e vicoli ciechi, ora zoppicando ora no, reclamando con voce atona il cappotto rubato…

**

Fra il sogno che mi coglie inerme in piena notte e l’eveto reale di cui sopporto il peso, fra il poema che scrivo e la notte fredda che allaga il terrazzo, avverto un’incerdibile somiglianza. È solo una questione di densità. Non commetto più l’errore di impoverire l’immagine reale confrontandola a quella sognata: le due esistenze si svolgono parallelamente, in una relazione segreta che io solo comprendo.

È ineluttabile: muoio. E nel mio corpo che decade si riassumono vite cominciate e non concluse, mille virtualità affiorano, contendendosi una carne in agonia, incapace di fermare il minimo desiderio.

Che ironico destino… Forse ho amato la vita guardandola oltre di me, come un oggetto staccato dai confini del corpo, per il quale provare una tristezza rassegnata e sprezzante. Ma un giorno dissi a Ljuba che la sua angoscia era una vela tesa, inconsapevole del vento che la gonfiava. Lei mi guardò allibita, mi strinse rapidamente la mano. Ero un uomo da cui era caduta l’ultima corazza.

O giorno irripetibile e stupendo – da segnare, avrebbe suggerito Catullo, con la pietra bianca…

**

La mia tentazione è sempre stata sparire. Non esserci più, sottrarmi al ruolo di testimone a cuui sono condannato dall’esercizio della scrittura, liberarmi dalla lucida preveggenza che da anni mi inhioda alla stessa croce.

Io so troppo. Io so il prima e il dopo.

Finirà questo inutile sapere?

Mi sento inerme come un bambino. Lo schiocco della tenda mi allibisce, il fruscìo della foglia mi commuove. Tutto può essere tutto – principio e fine. Ma la preveggenza riduce gli spazi del possibile. Chiuso in una corazza di ghiaccio, gli occhi perennemente aperti, sento senza soluzione di continuità un brivido inspiegabile. Potrei paragonarmi a un blocco di pietra nel quale si muovono forme, e di ognuna di esse sento l vita presente, la morte futura, il non-essere possibile. L’unico modo per lottare contro questa preveggenza senza contenuto, questa oscura lucidità che mi fa sempre cosciente della fine di qualcosa ogni volta che ne assaporo l’inizio, è morire. Quando non tollererò più che gli occhi siano vinti dal fluire delle cose, cederò. Ma vorrei che di me restasse questa parola precisa, questo carattere di piombo stampato sulla carta: vorrei che le mie frasi avessero il peso che alle mie emozioni è stato negato.

Genova, 1988-1991

(continua)

I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Aleksandr Blok. Taccuini 1902-1921, Ripostes, Salerno, 1992.

MUTAZIONI. Alba Pulimanti

Dedicato a chi, oggi, come ieri, come tanto tempo fa,

resiste e lotta per la libertà.

*

Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole

Philip K. Dick

**

INTRO

Sono stata sorpresa da un racconto.

Estremo, come il tempo che viviamo.

Evocativo, come la memoria che troppo spesso cancelliamo.

A cavallo tra incubo e catarsi, in questa storia la speranza diventa un urlo e il bisogno di cambiamento richiama la violenza, ma permane immutata la fiducia in quella parte dell’essere umano che, disposta a pagare anche costi elevati, non cessa di perseguire uno stato di salute in cui è la salvezza dell’intero organismo la sola garanzia di sopravvivenza per le singole cellule di ognuno dei suoi tessuti.

MR. W.

Il suono fastidioso, acuto ed insistente, si insinua nel suo cervello dormiente e lo risveglia. La mente è ancora offuscata dal sonno e gli occhi stentano ad aprirsi quando, allungando la mano nella parte del letto destinata a lei, la trova vuota.

Si è già alzata… e questo lascia presagire che anche il suo risveglio non sia stato pacato. Finalmente le palpebre si alzano e può scorgere, nella penombra, incastonato nello spazio che separa la finestra sigillata dal soffitto, il complesso macchinario destinato a sanificare l’aria proveniente dall’esterno. Emana il solito persistente brusio, ma l’abitudine fa sì che risulti quasi impercettibile.

Alzarsi è faticoso; la notte con i suoi incubi non consegna mai un sonno ristoratore, ma piuttosto un’altra esperienza defatigante. Quando raggiunge l’angolo cucina la trova impegnata a preparare la solita colazione. “Buongiorno”. Si scambiano il consueto saluto: parola ormai privata del suo significato augurale e diventata strumento abbordabile per ristabilire un contatto. “Sei ancora arrabbiata per la discussione di ieri sera?” la questione e impellente. Sa bene di non poter rischiare una rottura. La solitudine potrebbe consegnargli la sua perdizione… ma, in fondo, è già così solo! E, tuttavia, deve assolutamente evitare una frattura e un abbandono, perché anche questo lo esporrebbe a severe sanzioni. “Non sono arrabbiata, ma più semplicemente amareggiata. Ogni volta che parliamo dei miei desideri e che fronteggio la tua resistenza mi sembra di non poter pretendere un futuro…” “Lo so… e me ne dispiace, ma questo non mi sembra proprio il momento di pensare a un figlio. Guarda fuori! La città è quasi deserta.” Una lacrima le solca la guancia. Lei non ha più parole, anche perchè, come sempre più spesso le succede, si sente invadere dalla paura che la situazione, nella quale vive ormai da mesi la popolazione urbana , possa diventare qualcosa di più che una congiuntura transitoria.

E’ lui a interrompere nuovamente quel silenzio insostenibile. ” Oggi dovrò andare in ufficio”

“Veramente? La Società ha revocato la possibilità di lavorare da casa?”

“No, naturalmente, la situazione sanitaria non ci permette ancora di circolare liberamente… ma la riunione di questa mattina sembra rivestire particolare importanza e richiede la presenza di tutti i dirigenti.”

“Certo che la Società è particolarmente vitale! A fronte della crisi produttiva che prosegue da settimane e dello stallo generale delle attività, sembra irreale che un’azienda finalizzata a consulenza finanziaria indica riunioni urgenti.”

“Bah, dovremmo considerare una fortuna questo lavoro che non conosce crisi…” taglia corto . Poi inizia la consueta vestizione che comprende la bianca tuta isolante e la maschera dotata del potente filtro che protegge le vie respiratorie.

Quando apre il massiccio portone, anche questo sembra un baluardo protettivo per il palazzo nel quale vive, la strada appare disabitata. L’aria brumosa confonde un poco i contorni delle cose, un vento lieve sposta alcuni rifiuti leggeri accatastandoli contro il bordo del marciapiede. In quel silenzio il ritmo della respirazione, amplificato dalla maschera, diventa quasi assordante. Da molto tempo non è più possibile liberare completamente le strade dai rifiuti costantemente conferiti nei cassoni tramite i grandi tubi che fiancheggiano i condomini e li collegano alle singole unità abitative. Soltanto ogni venti giorni, a rotazione, i quartieri possono essere sanificati. Per il resto del tempo l’igiene pubblica è affidata a poche squadre di temerari che accettano di svolgere all’aria aperta la loro attività lavorativa.

Proprio uno di questi netturbini lo saluta sbracciando dopo un paio di minuti. “Buongiorno, dottore, ci facciamo una bella passeggiata quest’oggi?” esordisce ironico. “Buongiorno a lei… si riguardi.” E sta pensando che ormai soltanto i tossicodipendenti, sempre bisognosi di denaro per soddisfare la propria esigenza di anestesia, sono disposti ad operare all’aperto in cambio dei lauti incentivi che le amministrazioni consegnano alla necessità di gestire servizi essenziali.

La corsa in auto dura soltanto alcuni minuti, perchè la Società ha provveduto, al momento dell’assunzione, a garantire un’ unità abitativa nei pressi della sede centrale ad ognuno dei dipendenti… d’altra parte il traffico è praticamente inesistente. Il tunnel sotterraneo che conduce alle autorimesse fagocita il veicolo e lo restituisce ad una vasta superficie semivuota. Digita rapidamente il codice di accesso; l’ascensore lo accoglie e lo vomita dopo pochi secondi nella vasta hall della sede centrale. In questo spazio respirare sembra più facile. L’aria pompata dai giganteschi ventilatori a soffitto ha un buon profumo. Una segretaria in divisa, valorizzata da un maquillage impeccabile, lo saluta prontamente: “Buona giornata, Mr. W. , la stanno aspettando in sala grande. La riunione inizierà tra meno di dieci minuti.

Effetti collaterali

Nonostante la fragranza fiorita dell’aria, l’illuminazione efficiente, ma anche confortevole, la profusione di generi di conforto, nonostante sia immediatamente percepibile il privilegio di queste persone, sedute intorno al grande tavolo, nonostante tutto l’atmosfera è pesante e la tensione percepibile. Lui sta attendendo con apprensione la lettura dell’ordine del giorno e spera che le nuove proposte da parte della direzione non siano altrettanto radicali delle ultime disposizioni. Sa che gli sarebbe difficile condividerle e ancor più diramare gli ordini necessari alla loro esecuzione, ma sa anche che sarebbe impossibile una qualsiasi forma di opposizione.

Le uniche critiche che si sono trasformate in minaccia per il buon andamento del progetto in corso sono state quelle di Mr.Q. Ricorda perfettamente la sua reazione furente di un paio di mesi fa… ma sa anche che proprio da due mesi Mr.Q non siede più a quel tavolo. Probabilmente non sta bene… Poco dopo comprende che la riunione è stata convocata poiché le vittime dell’epidemia in atto hanno superato il numero previsto.

“La soglia di protezione si è spostata e si attesta attualmente al 37% della popolazione.”

“Ciò significa che ben il 63% dei cittadini non sono più economicamente in grado di procurarsi i presidi salvavita”

“Potrebbe valer la pena di abbassarne il prezzo?”

“No. Non ha alcun senso economico, dal momento che comporterebbe un aumento della produzione lasciando praticamente inalterati i profitti e procurando, al contrario, una problematica mobilitazione di maestranze alle quali la situazione concederebbe nuove occasioni …”

“Il problema sembra essere determinato dai ritardi nel reperire, sperimentare e distribuire una cura…”

“Anche questo aspetto era, in gran parte, prevedibile e previsto. I nostri rapporti con i produttori di farmaci sono da molti anni regolamentati da precisi protocolli che non possono e non devono essere modificati in corso d’opera”

“Forse un’informazione, seppur parziale, sulle modalità di…”

“No. E’ tassativo. L’epidemia è destinata ad una remissione spontanea, come sempre. Il nostro impegno deve concentrarsi sullo sfruttamento delle risorse che, a quel punto, si saranno liberate.”

“Ma il 67% della popolazione non ci sarà più!”

” Attenzione, per cortesia: non intendo tornare sull’argomento. Siete chiamati senza alcuna eccezione ad elaborare piani analitici di previsione dell’andamento dei mercati alla luce delle prevedibili variazioni delle curve di domanda e offerta.

Occorrerà senz’altro considerare la diminuzione del 67% dei consumatori, probabilmente recuperabile in meno di un decennio, dati gli effetti demografici dell’auspicabile boom economico, e comunque attualmente conteggiabile tra gli inevitabili effetti collaterali della nostra ultima operazione”

Qualche minuto dopo Mr. Z, l’uomo dal pugno d’acciaio, chiude la riunione. Amministratore delegato della Società, deve la sua rapida ascesa al potere alla sua capacità di imporre le proprie direttive a tutti i membri dello staff, ma soprattutto alla sua impermeabilità a qualsivoglia influenza emotiva sulla progettazione e valutazione dei piani di ristrutturazione volti a risollevare i profitti delle imprese che commissionano tali sfide. Adesso la riunione è conclusa e, mentre tutti stanno recuperando i mezzi che li ricondurranno alle proprie abitazioni , lui pensa che avrebbe voglia di passeggiare e di riflettere, ma che non è opportuno. Non casualmente la riunione è stata frettolosamente conclusa, poiché la vicinanza fisica tra le persone è già da molti mesi sconsigliata. Contemporaneamente gli capita di considerare che soltanto un’emergenza avrebbe potuto determinare la mobilitazione di quella mattina e che Mr. Z aveva sentito la necessità di guardare negli occhi i suoi collaboratori e di osservare l’incrociarsi di altri sguardi, di indagare le espressioni mimiche che gli strumenti di comunicazione a distanza rischiano di inquinare, di scrutare le pieghe con le quali le rughe disegnano la mappa delle emozioni prevalenti.

In altre parole quella mattina Mr. Z aveva avuto bisogno di accertarsi che nessuno e per nessuna ragione avrebbe smascherato i segreti della Società e avrebbe tradito il proprio mandato . E, forse, ma di questo non si può mai essere certi, per questa volta non sarebbero state messe in campo azioni sanzionatorie nei confronti di potenziali dissidenti. Per un attimo gli sembra di intuire che la politica societaria stia sfiorando e sfidando un punto di rottura. Se l’uomo col pugno d’acciaio a capo dell’organizzazione ha bisogno di guardare i suoi sgherri negli occhi, può darsi che un dubbio lo abbia sfiorato circa il fatto che il prezzo estremo da pagare al tradimento e alla diserzione possa continuare ad essere il deterrente adeguato.

Sequestro

Sta lavorando al proprio terminale da un paio d’ore, nella stanza deputata ad essere il suo ufficio domestico. Lei è di là, in salotto, e sta registrando una di quelle lezioni che ormai da molti mesi non può impartire dalla propria cattedra. I depuratori dell’aria funzionano a normale regime e il loro brusio, con l’abitudine, è diventato praticamente impercepibile. Queste due presenze, la sua compagna e la macchina salvavita, dovrebbero essere rassicuranti, ma non ci riescono affatto: le macchine potrebbero andare incontro a malfunzionamenti o, peggio ancora, decisioni e politiche imprevedibili potrebbero renderle indisponibili. E poi c’è lei, con la sua ineludibile inconsapevolezza. E l’inconsapevolezza non può mai essere rassicurante.

Talvolta, quando si ferma a riflettere su questo momento della sua vita, gli sembra che la tensione divenga insopportabile e che la testa stia per scoppiare… Anche se nessuna delle informazioni in suo possesso potrebbe consigliarlo, decide improvvisamente di uscire da casa. Indossa velocemente i presidi protettivi e abbozza una scusa qualsiasi con la quale rispondere all’interrogativo di lei. Lei, che percepisce la menzogna, ma che sente anche la paura. Lei, che rinuncia come molte altre volte a un chiarimento, forse perché una parte della sua mente preferisce l’ignoranza, e gli chiede semplicemente di rientrare appena possibile.

Il primo pomeriggio è brumoso come quasi tutti i pomeriggi degli ultimi tempi. Anche gli alberi spogli che fiancheggiano il viale di questo quartiere residenziale contribuiscono alla desolazione del paesaggio urbano. Intorno a lui sembra non esserci anima viva. Cammina lentamente, proprio come chi una meta non ce l’ha.

Arrivano improvvisamente, sbucando insospettabilmente da un vicolo più buio della strada principale. L’aria che respirano è filtrata da semplici passamontagna che lasciano vedere soltanto gli occhi spiritati. Queste tre persone agili e scattanti sono probabilmente povera gente, o comunque appartengono ad un ceto sociale che non può neppure permettersi di respirare in relativa sicurezza. Gli balzano addosso… è un attimo…e si sente trascinato, sollevato, gettato in una scatola buia che si richiude su di lui con il tonfo metallico del portellone. Poi può percepire il rombo isterico di un motore spinto oltre il limite della propria potenza e si sente sballottato da ogni curva e da ogni asperità del terreno.

Dall’abitacolo giungono voci concitate, ma è impossibile decodificare il significato di quelle parole quasi urlate. Per qualche ragione che non riesce a comprendere la paura che si mescola all’impotenza finisce per consegnargli una sensazione quasi consolante, che concerne la necessità della resa. l tragitto è abbastanza lungo da suggerire un trasferimento verso la periferia della città, se non addirittura verso la campagna. Quando la vettura si ferma e il bagagliaio viene riaperto non trova il tempo di guardarsi intorno, perché una mano rapida gli strappa la maschera dal volto e un drappo scuro e setoso sigilla immediatamente il suo sguardo. C’è rumore di mobili che scorrono sul pavimento, nel locale in cui viene condotto; c’è la percezione di essere adagiato, spalle al muro, su di un materasso appoggiato al suolo.

Quando i suoi occhi vengono liberati dalla benda scura si rende conto che i passamontagna non gli consentono di riconoscere i lineamenti dei suoi rapitori e che i mobili, alte e pesanti librerie colme di volumi, sono destinati ad occultarlo alla vista di chi potrebbe aggirarsi nell’appartamento o persino transitare vicino ad una delle necessarie finestre. Prima di essere lasciato solo, nell’angusto spazio ricavato tra il muro e lo sbarramento delle librerie, può ascoltare dall’ultimo dei rapitori che stanno allontanandosi una minaccia, un avvertimento…un progetto?

“Resterai qui, prigioniero. Nessuno potrà trovarti, stanne certo. Ma probabilmente nessuno vorrà provare a cercarti. Sarai sottoposto a interrogatori, e ti saranno dati ottimi motivi per rispondere. Perché abbiamo bisogno di informazioni, ma soprattutto abbiamo bisogno di confessioni e testimonianze. Adesso puoi dormire. Amanda ti farà avere acqua potabile e un po’ di cibo. Domani mattina si comincia: da questo momento dovrai lavorare per noi.”

Nello stanzone che si apre oltre le librerie ci sono un paio di letti, un paio di materassi a terra e quattro persone. In fondo al locale si può distinguere una specie di cucina da campo. L’ambiente è illuminato da un paio di finestroni che affacciano su un cortile disadorno confinato da uno di quei muri di contenimento in parte infestati dal muschio. Si tratta di uno dei tanti fondi che occupano il pianterreno di edifici dismessi e abbandonati alla periferia della città. Dopo una cena frugale e dopo che l’unica donna presente ha consegnato al prigioniero la sua razione, i quattro ripercorrono brevemente gli eventi di quel pomeriggio, pianificati da lungo tempo. E’ andato tutto come previsto e, da domani, verranno effettuati gli interventi successivi… quelli che dovranno essere registrati, archiviati e trasmessi.

Il giovane uomo che aveva guidato il mezzo utilizzato per il rapimento si avvicina, dopo un po’, alla zona del salone occupata dalle librerie. Sul lato destro è predisposta una postazione telematica. Accende il computer, si connette alla rete e carica un messaggio anonimo e molto preciso.

“In data odierna abbiamo catturato uno degli agenti impiegati presso la principale organizzazione dei Servizi Segreti del Paese. Da domani sarà opportunamente interrogato al fine di smascherare e rendere pubbliche le trame che nel corso degli ultimi decenni hanno deliberatamente danneggiato la maggior parte dei cittadini allo scopo di favorire gli interessi di una minoranza. Lo scopo principale di questa azione politica è lo smascheramento e il superamento delle tesi negazioniste che hanno fino ad oggi impedito alla popolazione di prendere coscienza dei reali rapporti di potere che da molti anni regolano le relazioni economiche planetarie. Vi auguriamo che la documentazione caricata negli ultimi mesi su questo canale possa aver favorito la costituzione di altri gruppi di attivisti e attendiamo i relativi contributi. Questo gruppo di lavoro potrà essere identificato sul canale con lo pseudonimo << cellula zero>>”.

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Primo interrogatorio

Quello di Amanda è stato l’unico volto che ha potuto vedere da quando è stato recluso dietro la lunga barriera delle librerie. Un volto teso, un po’ emaciato e, nonostante questo, illuminato da uno sguardo dolce, quasi materno, che lo ha investito con compassione quando gli ha passato il pasto serale e la colazione, e anche quando ha ritirato il bugliolo che era stato lasciato accanto al suo giaciglio. Amanda non ha detto una sola parola mentre eseguiva quei compiti che sembravano rispondere ad un piano più ampio di quello che la sua volontà avesse mai potuto compiutamente valutare. Per questo, forse, lui aveva avuto la sensazione che entrambi appartenessero ad un disegno, ad un destino, che solo parzialmente erano stati in grado di scegliere. Per questo, durante la lunga notte che gli ha consegnato appena un paio d’ore di sonno, non ha mai pensato alla possibilità di una fuga, del resto inibita dal respiro individuabile a due o tre metri di distanza e dalle frasi concitate e incomprensibili dei suoi carcerieri al momento del cambio di guardia.

Da poco la luce lattiginosa del giorno è tornata ad illuminare debolmente l’ambiente , quando un paio di quegli uomini mascherati si è ripresentato al suo cospetto. Sono entrambi piuttosto defedati e il loro discorso è talvolta interrotto da brevi , acuti e profondi colpi di tosse. La prodezza del giorno precedente potrebbe essere stata consentita da una dose sufficiente di stimolanti; d’altra parte la reperibilità delle sostanze stupefacenti sul mercato clandestino non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il più robusto dei due, che il collega chiama “ingegnere”, maneggia con perizia l’apparecchiatura per le riprese video e le registrazioni audio , e anche un paio di faretti destinati ad illuminare la scena. Dopo aver attivato il computer controlla il funzionamento di un’applicazione idonea al montaggio dei file audio e video, ma anche quello di un traduttore simultaneo e di un compilatore automatico di testo. Poi dà una rapida occhiata al canale utilizzato la sera precedente in rete. Si scollega quasi subito, perchè nonostante le garanzie di anonimato e di non tracciabilità fornite da un provider di IP variabili, non conviene rischiare di essere localizzati e rintracciati proprio durante questa fase del progetto. Ma, prima di chiudere, il suo sguardo si illumina brevemente di entusiasmo perché, nonostante gli sia mancato il tempo di leggere con attenzione i contributi, ha potuto visualizzare le firme di <<cellula 1>> e 2, e 3, e 4, e 5… e, allora, che la celebrazione cominci!

“Come ti è stato anticipato sei stato tradotto in questo covo in quanto persona a conoscenza di dati e fatti non pubblicizzati al fine di perpetrare l’ignoranza della popolazione e renderla manipolabile. Sarai chiamato a testimoniare sui piani speculativi che mai hanno tenuto in considerazione l’incolumità delle masse , la loro salute, la conservazione delle condizioni di sopravvivenza collettiva sul pianeta. Non credere che la scelta della tua persona sia dipesa da un errore di sopravvalutazione del tuo ruolo perché, al contrario, è stata determinata dalla tua esposizione e rintracciabilità; in altre parole, dai dubbi che ti hanno reso vulnerabile. Per noi è stata una questione di fattibilità, per usare il linguaggio che ispira e media le vostre decisioni.”

La scarica di adrenalina lo invade al di là delle sue peggiori aspettative. Il suo sudore scorre copioso e fa davvero fatica a governare i movimenti dei suoi organi interni che sembrano voler esplodere improvvisamente. Sperimenta una paura sorda e muta, più potente di quella che lo aveva colto quando gli avevano strappato di dosso la maschera protettiva e la tuta isolante, a sottolineare la sua incombente vulnerabilità. Sperimenta una paura paralizzante, che non gli concede di pianificare una qualsivoglia strategia di gestione della propria posizione, che spinge la sua mente ad una involontaria regressione e che lo colloca nell’aberrante posizione di chi è già disposto a chiedere pietà. I suoi aguzzini sembrano avere, al contrario, la lucidità e le capacità intellettive adeguate a decodificare, comprendere e strumentalizzare la sua situazione. E, invocando un istinto primordiale, sentono anche che il nemico emana l’odore inconfondibile di chi è destinato a soccombere.

“Renderò il tuo compito più semplice possibile, perciò partirò dal presente per poi risalire alle origini. Domanda numero uno: l’epidemia in atto è stata deliberata a fini economici?”

“Non lo so! Come posso saperlo? Io sono soltanto un esecutore di ordini.”

L’urto di un pugno nello stomaco interrompe la sua lamentazione, ma il brivido più feroce lo coglie alla vista del secondo interlocutore che osserva con aria quasi beffarda la lama affilata di un lungo coltello. Contemporaneamente, sullo sfondo, può osservare l’ingegnere che, abbandonato il terminale, sta armeggiando con un grosso generatore di corrente al quale sono collegati alcuni elettrodi.

“No! Non potete…”

“Sì, che possiamo! VOI non dovevate ! E crediamo che VOI abbiate superato il limite!”

“Ricominciamo: detentori di poteri economici hanno pianificato questa malattia che sta falcidiando la popolazione?”

” Sì, ma i suoi effetti devastanti non erano stati previsti.”

“Non importa. Il virus che sta infettando il pianeta è stato concepito in un laboratorio?”

” Non ne sono sicuro. Forse già esisteva ed è stato soltanto modificato al fine di renderlo aggressivo per l’organismo umano.”

“Bene. Qual era lo scopo di tale aggressione di massa?”

“Non lo so. Io sono soltanto un esecutore… un analista economico assunto da una multinazionale … io faccio quello che mi dicono e non capisco nulla di questioni chimiche…”

Questa volta il suo stomaco viene colpito da un calcio. E’ abbastanza violento da causargli il vomito, mentre l’ingegnere produce piccole scintille avvicinando i suoi elettrodi ad un corpo metallico.

“Pensa attentamente alla tua prossima risposta. Ti lasceremo un paio d’ore per riflettere e per elaborare un resoconto esauriente e soddisfacente . Tieni conto del fatto che le uniche persone consapevoli della tua posizione non hanno alcun interesse a trovarti, né, tanto meno, alla tua sopravvivenza. Quelle che forse ti vogliono bene nulla sanno e nulla possono ipotizzare circa la tua scomparsa. Questa è la perversione intrinseca alla logica negazionista , laddove si vorrebbe che quanto non viene detto non esista.”

Dopo aver raggiunto il tavolo della loro cucina improvvisata si sono tolti il passamontagna e hanno bevuto un bicchiere di vino. Sembrano stanchi. Amanda li osserva con aria preoccupata. “Ma, se non collabora e non ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno, siete determinati ad ucciderlo?”

Non è l’ingegnere a rispondere, che continua ad osservare un monitor da distante, e neppure il secondo, che continua a giocherellare col suo coltello, ma ancora lui, che si è assunto il difficile compito dell’interlocutore principale.

“La risposta è no! Ad entrambe le ipotesi che la tua domanda contiene. In primo luogo escludo la possibilità di non ottenere informazioni sufficienti a sostenere una mobilitazione. Sono davvero convinto che si siano spinti oltre un punto di non ritorno. In secondo luogo non uccideremo nessuno, perché noi siamo i difensori della memoria storica e la stessa ci insegna che un omicidio ci consegnerebbe alla parte dei perdenti e al fallimento. Già troppe volte l’uso della violenza si è prestato a sigillare con l’etichetta di terrorismo le ragioni che sostenevano l’opposizione e la ribellione, occultando definitivamente i rapporti causali tra le violenze esercitate e quelle, occulte, subite precedentemente. Non cadremo un’altra volta nella stessa trappola, perché la nostra lotta è semplicemente finalizzata alla conoscenza, perché soltanto la coscienza e la consapevolezza può sostenere una rivoluzione”

Adesso, nello stanzone, c’è silenzio, e necessaria attesa.

Secondo interrogatorio

“L’economia era entrata ormai da troppo tempo in una fase irrisolvibile di stagnazione. La globalizzazione aveva favorito lo spostamento di alcuni equilibri geopolitici , ma troppo spesso il mantenimento degli interessi egemoni comportava l’ingaggio in azioni belliche cruente, ma soprattutto visibili e capaci di mobilitare massicci movimenti di opposizione. Per quest’ultima ragione, soprattutto, era stato deciso che un evento destabilizzante capace di coinvolgere ampi strati della popolazione avrebbe rimestato le carte, liberato ampi scenari utilizzabili a fini commerciali.”

“E a fini speculativi.”

“La speculazione si è ripetutamente dimostrata come motore di importanti cambiamenti economici…”

“Non abbiamo bisogno di queste precisazioni. Il punto cruciale è che l’esigenza di confermare un potere economico è stata anteposta alla conservazione della specie e del suo habitat… ciò che non possiamo esitare a definire come crimine contro l’umanità.”

“Questi meccanismi sono purtroppo e malauguratamente destinati a travolgere anche coloro che li hanno innescati… e, poi, c’era il parere influente dei tecnici che si occupano di relazioni di massa…”

“Spiegati meglio. E ricorda di rivolgere il tuo sguardo alla webcam: in questo lungometraggio ti è stato assegnato il ruolo di protagonista.”

“I Servizi, ormai in tutti i Paesi, utilizzano le ricerche di esperti in comunicazione di massa. E’ stato da tempo dimostrato che la minaccia all’incolumità collettiva e la paura che la stessa è in grado di generare producono due effetti congiunti: distogliere l’attenzione da bisogni secondari che potrebbero generare opposizione e ribellioni e produrre una percezione di impotenza e potenziale ineluttabilità della propria sorte che conduce la massa alla ricerca e all’affidamento a un capo carismatico e indiscutibile capace di promettere una soluzione, naturalmente alle proprie condizioni.”

“Questa è la funzione che in altre epoche fu affidata alle religioni, non prima di aver alienato il significato che la spiritualità può rivestire nella storia dell’umanità.

Ma nella situazione presente il punto è che la garanzia di sopravvivenza è data soltanto ad una élite facoltosa, in grado di acquisire, a prezzi esorbitanti, i presidi di protezione…”

“Un rischio genericamente calcolato… la selezione di consumatori identificati dal loro potere d’acquisto e differenziabili da quanti, al contrario, necessitano di interventi assistenziali a carico della colllettività.”

“Sopravvivono i più forti, che, in questo disegno, corrispondono a coloro che sono stati capaci di arricchirsi sfruttando e impoverendo gli altri attraverso l’accumulazione delle risorse.

Si tratta, in poche parole, di una guerra occulta che non ha più bisogno di mostrare i propri armamenti”

“Sì, credo che sia come dici tu”

“Crediamo che l’esigenza di scatenare una guerra senza mostrarla sia nata dalla necessità di prevenire l’opposizione per poi approfittare delle occasioni che le guerre hanno sempre generato.

Perciò torniamo indietro e parliamo di guerre, e degli strumenti alternativi alle armi convenzionali ormai in uso da diversi decenni. Coraggio! Racconta al mondo quando è cominciata!”

“Ma io non c’ero! Ho soltanto quarantacinque anni e sono stato reclutato da meno di un decennio!”

Lo sguardo che trapela dalla fessura del passamontagna si incupisce nuovamente e trasmette evidente disgusto. Ma questa volta non è il comandante ad agire sull’interrogato. Il secondo, coltello alla mano, viso coperto e sguardo inespressivo, gli si avvicina lentamente. Una sensazione di gelo invade l’interrogato che si stupisce a sperare che il prossimo colpo possa gettarlo definitivamente fuori da questa penosa situazione. Ma l’uomo mascherato, incombendo su di lui, alza la manica e scopre il braccio sinistro; le vene bluastre disegnano un’incoerente ragnatela appena sotto la pelle ancora giovane. La lama è affilata e il piccolo taglio autoinferto non suscita particolare dolore, ma il sangue esce ed è sufficientemente copioso per gocciolare… sulla testa, sul volto e sugli orifizi dell’interrogato. Lui si rende improvvisamente conto che la più potente delle armi chimiche generate dal sistema per il quale opera gli sta adesso proprio di fronte.

“D’accordo, d’accordo. Vi dirò quello che volete sapere. Ma adesso ho bisogno di un bagno… di acqua… di ripulirmi!”

“Vedremo cosa si può fare. Ma prima devi mostrare la tua bella faccia proprio di fronte alla camera e dirci qualcosa che valga la pena di essere ascoltata. Così stanotte il nostro ingegnere potrà restituire alle gente un pezzetto di ciò che da troppo tempo gli è stato espropriato.”

Passa, lentissimo, un paio di minuti. Il sudore scorre copioso lungo la sua schiena, l’odore rancido della paura invade lo spazio tra la parete un po’ ingrigita e le librerie. L’ingegnere orienta al meglio il faretto e la luce algida quasi lo acceca. Fa del suo meglio per soddisfare quella richiesta che, immagina, potrebbe valergli un supplemento di vita.

“Tutto accadde dopo la seconda grande guerra del ventesimo secolo, dopo che il nazismo associò indelebilmente la guerra all’oltraggio e al crimine, rendendola definitivamente inaccettabile.

Dopo la guerra fredda le contese economiche, che sempre hanno sotteso la guerra nella storia dell’umanità, non erano cessate. Ma le armi convenzionali erano ormai tacciate di barbarie. L’atomo, in Giappone, aveva chiaramente mostrato il suo volto devastante e inaccettabile. Anche le armi chimiche ebbero vita breve e furono quasi immediatamente condannate. Dovettero essere bandite principalmente per evitare che gli oppositori potessero trovare in quei metodi strumenti utili a mobilitare energie sufficienti al rovesciamento degli equilibri. Fu chiaro anche che l’opposizione e il potere di veto di alcune grandi organizzazioni internazionali nate per tutelare i diritti universali potevano diventare una minaccia per il sistema egemone e che la loro azione poteva essere superata soltanto se le azioni incisive fossero rimaste occulte e, pertanto, non criticabili. Per questo si resero necessari strumenti di controllo delle masse che non solo sarebbero rimasti segreti, ma avrebbero altresì consentito un vero e proprio ribaltamento dei ruoli…”

“Spiegati meglio… che è ora di spegnere!

“Intendevo dire che l’aggressore avrebbe potuto, dopo aver determinato una condizione di grave bisogno e mistificando la propria posizione, assumere quel ruolo salvifico che le masse avrebbero invocato senza troppo discuterne i costi.”

Sul volto dell’inquisitore passa un’ombra. Per un momento lo scoramento e la disperazione sembrano poter riprendere il posto della rabbia e della mobilitazione. Ma è soltanto un attimo, che non è questo il momento di desistere.

“Ok. Adesso vai a ripulirti, che la puzza è insopportabile. Per oggi ci faremo bastare questa parte della tua testimonianza.

Domani si prosegue.

Terzo interrogatorio

La notte è calata inderogabilmente, madre premurosa e solerte che molti ristora e che, se non riesce, consola con una pausa auspicando riflessione. L’ingegnere, collegato alla rete, è riuscito a contattare <<cellula 125>> prima di postare il video e i suoi commenti sulle circostanze nelle quali è stato prodotto. Cellula 125 dispone di ottimi garanti e il documento, entro poche ore, comincerà la sua tournée mondiale dopo essere stato vagliato dal potente traduttore simultaneo. Quando le prime luci del giorno invadono la stanza i tre uomini siedono ancora intorno allo stesso tavolo e Amanda, ai fornelli, sembra una delle tante massaie che a quest’ora mettono le proprie competenze a disposizione di una famiglia. L’ingegnere mostra vistose occhiaie, dono di una notte quasi insonne . Ma anche l’uomo del coltello presenta profonde striature violacee intorno alle orbite, e la sua tosse si fa insistente. Amanda gli si avvicina con attitudine materna.

“Come ti senti?”

“So che non ce la farò. Mi resta poco tempo… ma sono contento di essere qui, perchè tutto questo sta consegnando un significato alla mia vita abusata. E…lascia stare: ormai faccio fatica persino a parlare.”

Lei lo guarda pietosa, e terge contemporaneamente lacrime e sudore. Poi si rivolge, muta, agli altri due.

“Non c’è nulla da dire.” la intercetta l’uomo forte ” Questa è la nostra Resistenza.”

Quando i due si presentano al cospetto del prigioniero i loro volti sono ormai ricomposti e severi, anche se soltanto gli sguardi induriti sono percepibili dietro le maschere. Le luci vengono accese e il computer si riavvia con un indifferente brusio.

“Dunque, ci stavi parlando dell’intenzione che sostituì la malattia alle armi.”

“All’inizio non fu necessaria un’azione particolarmente cruenta. Fu soltanto necessario infettare qualche cibo, sacrificare qualche animale: mucche, polli, maiali… e un numero limitato di vite umane. Le informazioni adeguate furono in grado di modificare i comportamenti alimentari e di manipolare i prezzi delle derrate. Ciò permise di incrementare i profitti delle stesse parti che avevano voluto e finanziato l’intervento”.

“Un momento! Quelle che tu chiami “parti” si sono necessariamente avvalse di un apparato di consulenti e tecnici, lo stesso di cui tu fai parte. Come siete stati reclutati?”

“Ma… E’ un lavoro. Ognuno di noi ha bisogno di lavorare!”

Lo schiaffo potente gli fa voltare la testa . Già da qualche ora percepisce anche un capogiro inquietante che, a tratti, gli ha procurato conati di vomito e qualche difficoltà respiratoria, ma la situazione non gli consente di distinguere chiaramente gli effetti della paura da quelli di una probabile incombente infezione. Solleva il volto mostrando un’espressione contrita.

“L’offerta in denaro fu molto allettante. I pochi che declinarono l’invito furono mossi da una clausola del contratto che prevedeva di essere eliminati in caso di tradimento, defezione o fuga di notizie. Comunque i pochi rinunciatari furono persi di vista…non sapemmo mai che fine avevano fatto. Come vedete, non avevamo scelta”.

“Ti sbagli di grosso! Abbiamo sempre una scelta. Soltanto il nostro perverso egoismo ci acceca di fronte alla possibilità di fare l’unica scelta giusta!”

“Ricominciamo” interviene l’ingegnere “che qui c’è ancora tanto da lavorare”

“Perfetto” riprende il socio “Stavamo parlando della scoperta della malattia come strumento di controllo dei comportamenti di massa. Andiamo avanti. Le epidemie virali di fine secolo avevano la stessa matrice?”

“Sì. Ma allora era stato possibile selezionare un patogeno in grado di colpire determinate categorie sociali.. diciamo così…indesiderabili. Con una mossa ardita fu possibile ottenere più di un risultato atteso. L’epidemia, successivamente contenuta, provocò l’espansione di alcuni settori di mercato inerenti la clinica. Questi settori conservarono vitalità grazie al fatto che la patologia venne cronicizzata, ma mai risolta, garantendo un bacino sempre rinnovabile di persone bisognose di cure. Contemporaneamente fu possibile stigmatizzare ed emarginare comportamenti devianti, indesiderabili o comunque onerosi per la collettività.”

“Possiamo affermare che quegli stessi comportamenti costituivano una minaccia per la riproduzione delle norme sociali e dei suoi fondamenti istituzionali?”

“Sì. Possiamo dirlo. Molti dei bersagli trovarono la morte. Altri furono indotti a modificare o a nascondere le proprie condotte, finendo così per delegittimarle totalmente.”

Sono stanco. Ci fermiamo qui, ma prepara adeguatamente la tua prossima deposizione, perchè dovremo affrontare lo spinoso tema della pandemia degli ultimi due anni.”

“Vi prego!”

“Il nostro martirio è una vocazione ineludibile, ma non possiamo permetterci la santità… forse avresti dovuto rivolgerti a qualcuno di quegli Dei che già da tempo avete rinnegato.”

E’ già sera quando l’uomo del coltello si accascia in un angolo dello stanzone. Gli altri accorrono, in due lo adagiano sulla brandina. Non si possono cercare soccorsi all’esterno, ma comunque già da molti mesi le richieste di soccorso sono diventate del tutto vane.

“Non ce la faccio più, ragazzi. Devo mollare”

Amanda gli porge apprensiva un bicchiere d’acqua, ma un rivolo di saliva insanguinata sta già scorrendo all’angolo della sua bocca che non si apre.

“Non ti preoccupare” lo conforta l’ingegnere “siamo a buon punto. Tra pochi giorni il mondo saprà, le trame verranno smascherate e il sistema non avrà più ossigeno… siamo più giusti, e perciò siamo più forti, e per questo vinceremo”

Il suo compagno lo guarda con gli occhi sbarrati, il suo respiro si fa sempre più corto, fino a smorzarsi in un lamento flebile, il suo saluto alla vita che gli sfugge. Quella che scende è una notte laboriosa e concitata. Il povero corpo di Manuel, l’uomo col coltello che adesso, nel sonno definitivo, sembra poco più che un ragazzo, viene trasportato a fari spenti fino alla scogliera . Poi viene consegnato all’acqua, mentre i suoi due compagni lo salutano con quel gesto che da tempo è diventato il simbolo della loro lotta. Amanda non c’è. E’ rimasta nello stanzone per sorvegliare il prigioniero. Sta piangendo e, come un animale ferito, annusa l’odore dell’altro animale presente e gli si avvicina, forse per combattere la paura che la raggela.

“Come stai?”

“Non bene. Credo di essermi ammalato. Respiro faticosamente e probabilmente questo significa che la mia storia sta volgendo al termine”

“Questa epidemia sta massacrando la popolazione dell’intero pianeta. Non so se lo avevate previsto, ma questa volta avete davvero esagerato.”

“Ti giuro, non era previsto. La cosa è scappata di mano…la follia, la follia ha avuto la meglio. Molti di noi avrebbero voluto uscirne, ma ormai era troppo tardi.”

“Non dire altro. L’odio che le tue parole alimentano mortifica noi e i nostri nemici”

Piangono entrambi, in silenzio, sui lati opposti della libreria.

Quarto interrogatorio

Questa mattina il passamontagna calato sul volto gli sembra particolarmente fastidioso. Respira con un po’ di fatica e non è riuscito ad inghiottire altro che una grossa tazza di caffè. Amanda lo osserva con tenerezza, poi posa le labbra tiepide sulla sua fronte calda e chiude gli occhi. Rivede una scena fra le tante che affollano i suoi ricordi: loro due che giocano su una spiaggia primaverile e poi, rincorrendosi, cercano un nascondiglio per fare l’amore…. Amanda pensa che le è stato tolto molto, ma che nessuno potrà rubarle i ricordi. Poi pensa che fra poche ore tanti ricordi e tanta memoria saranno finalmente restituiti e sa che la gente, quella massa di disperati costretta ormai a vivere in una condizione che la aliena persino dal mondo animale , saprà cosa farne. Quando i due oltrepassano la libreria il prigioniero sembra dormire. Lo scuotono con un calcio nel fianco che gli strappa un breve urlo di dolore. Poi, luci accese e computer attivato, si ricomincia.

“Due anni fa…erano stati i più potenti della terra a chiedere una soluzione radicale, simile a quelle precedenti, ma decisamente più incisiva. Il virus avrebbe dovuto ancora essere custodito in un laboratorio di oltre oceano quando si ebbe notizia dei primi morti. Qualcosa era forse andato storto, ma non ci fu dato di saperlo. Piuttosto ci venne chiesto di impugnare immediatamente la situazione per ottenere comunque i risultati attesi. Dopo qualche mese ci accorgemmo che la faccenda sarebbe stata più lunga e invadente del previsto. Ma anche di fronte a questo si decise di sfruttare la situazione come mai era stato possibile in precedenza. Una volta pilotati al rialzo i prezzi dei presidi salvavita, si sarebbe ottenuta una selezione eccezionale. I sopravvissuti sarebbero diventati ricchissimi accentrando e capitalizzando le enormi risorse divenute disponibili. Poi, una volta passata la tempesta, il pianeta avrebbe avuto modo di ripopolarsi, la ricostruzione avrebbe prodotto un nuovo periodo espansivo e il gioco dello sfruttamento dei molti da parte dei pochi avrebbe potuto ricominciare… mentre la curva dei consumi e della produzione si sarebbe nuovamente impennata”.

“Era stato pianificato un altro genocidio?”

“Sì”

“E le intenzioni di chi lo ha deciso sono state mistificate?”

“Sì, tutto quanto avrebbe dovuto essere per sempre e come sempre negato”

Lo sguardo furente si rivolge all’ingegnere.

“Ne ho abbastanza. Spegni tutto che faccio troppa fatica a controllare i miei impulsi vendicativi nei confronti di questo disgraziato”

“Aspetta.” lo interrompe il compagno ” Ho ancora una domanda importante prima di chiudere questo servizio.”

E poi, rivolto al prigioniero: ” Guarda la camera e spiega al mondo chi sei. Ci serve la tua firma”

“Mi chiamo Mr. W…no! Mi chiamano così le persone per le quali lavoro. l mio nome è Alex. Sono un esperto di macroeconomia e geopolitica. Sono stato reclutato otto anni fa dal corpo dei Servizi Internazionali. Faccio parte di uno staff di circa 150 membri… ma non mi è dato conoscerli tutti…”

Il tardo pomeriggio sembra voler sigillare un’altra giornata durante la quale, nelle strade della metropoli, l’inquietudine danza con la rassegnazione. Individui mascherati dai più strani oggetti con i quali la gente comune ha imparato a tentare di proteggersi passano, rari e silenziosi, quasi strisciando contro i muri, talvolta guardandosi con sospetto, più spesso ignorandosi e tirando dritto. Nel covo, scarsamente illuminato, sta volgendo al termine un’altra giornata importante. Tocca all’ingegnere interrompere il silenzio interrogativo.

“Ormai è fatta. Domani potrò caricare l’ultimo documento. Gli altri sono già stati allertati e le testimonianze potranno essere diffuse, ma anche poste al riparo dagli inevitabili tentativi di dissimularle. Il nostro compito volge al termine… è il momento di passare la mano.”

“Credo che anche la mia storia volga al termine”.

La voce dell’altro uomo è rauca e costernata. Amanda lo accarezza brevemente.

“Non dire così, Andy, ce la possiamo fare!”

“No. Tu ce la farai. Tu sei sempre stata forte. Tu non ti sei ammalata. Adesso è arrivato il momento di andare. Non restare qui! Esci fuori e cercati un altro riparo, non serve più che tu resti con noi. Vattene, in fretta!”

Amanda piange. Il suo cuore si ribella a questa ennesima ingiustizia, ma sa che nulla potrà fare per cambiare quell’epilogo già previsto da tempo. Accompagna il suo uomo verso i materassi che hanno ospitato il loro riposo durante gli ultimi giorni, si inginocchia e prende la sua testa tra le gambe…la accarezza dolcemente. Resterà lì, tutto il tempo che a lui serve per addormentarsi definitivamente. Poi metterà le povere cose che le rimangono nella sua sacca, saluterà il compagno che lascerà con il prigioniero e fuggirà con la complicità della notte, affinché nessuno possa vederla, affinché non si rischi proprio adesso che qualcuno possa vanificare anche quest’ultimo tentativo di cambiare le cose.

Uscirà, credendo ancora che un mondo diverso è possibile.

Domani

Sono rimasti soli, l’ingegnere e il prigioniero. Entrambi hanno ancora paura, ma sanno che la paura non potrà consentire loro di difendersi, né di salvarsi. Ognuno dei due, con istinto animale, sta già cercando un angolo buio nel quale lasciarsi andare. Ma l’ingegnere sa che il suo compito non è ancora finito, e in questo trova la forza per avvicinarsi all’altro, per riaccendere luci e computer, per porsi di fronte ad Alex che lo osserva un po’ stupito quando si strappa di dosso l’ormai inutile passamontagna. Di nuovo, l’ingegnere parla per primo:

“Ti lascio l’opportunità di registrare un ultimo messaggio… Ricordi quella storia dell’ultima sigaretta concessa ai condannati a morte? Entrambi lo siamo. Condannati da quelli ai quali hai accettato di asservirti. La mia ultima sarà tra poco, quando il mio dito potrà finalmente pigiare per l’ultima volta il tasto di invio. La tua ultima comincia adesso. E accende il registratore della videocamera.

“Ciao, amore. Credo sia l’ultima volta che potrai ascoltare la mia voce. Anche io mi sono ammalato … e non durerà ancora molto. Voglio chiederti perdono. Perdonami per tutto quello che ti ho nascosto. Perdona le mie scelte sbagliate e la mia mancanza di coraggio. Perdonami per tutti i figli in cui non ho creduto e che non ti ho voluto dare. Spero che arriveranno anche senza di me, e che vivranno in un mondo migliore”.

Poi si rivolge al carceriere superstite ” Ti prego, manda soltanto la traccia audio. Non voglio che lei veda il mio volto; non come mi sento stamattina.”

L’ingegnere interrompe la registrazione e, senza rispondere, si dedica ad un rapido montaggio. Poi si siede su uno sgabello e si stupisce ad osservare Alex con indifferenza. Sente un lieve senso di vertigine, ma si fida della propria capacità di dosare le forze che gli rimangono. Il prigioniero è ormai raggomitolato in un angolo del suo giaciglio e respira a fatica. Il materasso sembra troppo grande. O forse è quell’uomo che sembra troppo piccolo. Il suo respiro è un rantolo sempre più concitato che l’ingegnere associa irrazionalmente al timer di un cronometro. Allora si scuote, raggiunge la postazione e assale la tastiera. Prima di caricare il frutto della sua ultima fatica riesce a salutare i compagni di <<cellula 10.215>>. Qualcuno, da lontano, prova ancora a comunicare, ma dalla cellula zero nessuno risponde più. Soltanto i pixel dello schermo azzurro continuano ad illuminare il buio.

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Nota biografica

Mi chiamo Alba Pulimanti e sono nata a Genova nel 1958. Ho studiato psicologia presso l’Università di Padova nei roboanti anni settanta e, più recentemente, ho completato il corso di laurea in scienze della comunicazione presso l’Università di Genova. Dagli anni ottanta ho lavorato presso diversi servizi sanitari pubblici in Lombardia e in Liguria occupandomi di salute mentale e, particolarmente, di riabilitazione psichiatrica. Dal 1992 esercito la professione di psicoterapeuta centrato sulla persona, sulla base delle teorie di Carl R.Rogers e di quanti le hanno sviluppate. Dopo la pubblicazione di alcuni brevi articoli e di un paio di saggi su argomenti psicologici e sociologici, ho scoperto da qualche anno la modalità espressiva del racconto come strumento di elaborazione di idee e valori, ma anche di riflessione sui miei bisogni e i miei desideri. Vivo attualmente tra Genova e la Versilia, parlando con le persone e provando a prendere cura dei miei pensieri.

Alba Pulimanti