GRAFICO DI UN’ASSENZA. Albino Crovetto

Grafico di un’assenza*

Le tempeste di settembre

che neppure la mente ferma

che assaltano iI cuore

che neppure la ringhiera ferma

ringhiera che si fa ruggine

e rinasce

nella fiamma dei colori

sette negativi cielo gonfio

che la finestra inquadra

io mi cancello

nella cassetta dell’88

cerco immagini di movimento

con le dita con il pianto;

uccelli sopra la scena di un rogo

hanno un blu

hanno otto ombre

rialzo la retina

solo quando la penna è in tempesta

**

Ho ancora visioni nell’erba

nell’unico filo che mi guida,

spalla curva sole negli occhi,

troppa fretta di onda alta,

gente ai tavoli – discorsi –

vento tiepido come fosse estate,

schiena nella tregua

dicembre, ragazza remota,

guardo un niente, cose da fare,

poi mia l’ombra, mio l’inverno.

**

Nome non capito

indirizzo non capito

fiume contro la sua stessa foce

più lampioni e più notte

barca che c’è e non c’è

e poi un nulla

come il nulla

delle dodici e venti

dentro un paese di vento

due si nutrono

lì dove nessuno passeggia

toccando il cappotto

la mano che tende

**

È martedì, è inverno:

ci sono morti,

ci sono nomi.

Voci di radio.

Inizio o fine oppure occhi

in mezzo che rimangono

occhi perduti,

hanno da tre anni la veglia,

fanno svolte dentro labirinti,

lo stesso volto

che arriva

al buio aperto nella bocca.

**

Osservo una nube, un tradimento

che abilmente si compie,

segni,

lenta battaglia che apre i fiori,

nel mese solenne

che alterna morti

sento un margine,

sento pioggia,

voci, aprendo.

**

Negi ultimi lampi

tengo la testa,

nelle stelle

dove qualcuno detta,

quando scattano interruttori, voci

e c’è un crollo,

mirato,

agli occhi.

**

Scelgo quel giorno

di frastuono e mezzo cielo,

adattandomi a raffiche,

cieche e precise raffiche,

ospitando passaggi,

acqua di una tempesta remota,

un volto amato

e tutti i suoi tratti

in questa nebbia,

oggi forma di collera.

*Testi apparsi in: La Nuova Poesia Ligure, I Quaderni. Società letteraria Rapallo, 1996.

L’INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Carl Gustav Jung e Sabine Spielrein

L’interpretazione del sogno*

Bollingen, La Torre, 3 settembre 1939

Cara Sabine,

ti scrivo, dopo tanti anni di silenzio, per raccontarti un mio sogno.

Mi trovavo in India, nei pressi dell’isola di Ceylon. I contorni dell’isola splendevano di un bagliore azzurro. Accanto a me, vicino a una grande pietra di colore rosso bruno, c’era una donna sconosciuta che mi parlava con una voce stupenda e io trascrivevo le sue parole su un taccuino. C’era della meraviglia nel mio cuore, come se sentissi le parole di un oracolo. La donna continuava a parlare e io mi sentivo sempre più leggero e felice. Alle nostre spalle, un po’ in ombra, acquattato dietro la pietra, vedevo una figura di vecchio, forse barbuta, che mi ricordava un saggio indù.

Poi, d’un tratto, la donna spariva. Il taccuino mi cadeva sul prato e io non lo trovavo più: anche il vecchio spariva, restavo solo e disperato, e mi svegliavo di colpo, accorgendomi con angoscia che non ricordavo neppure una delle meravigliose parole della donna.

Il sogno mi ha turbato, Sabine, e ho voluto subito scriverne a te. So che ora stai bene: ti sei sposata, hai due figli e scrivi. Ho letto il tuo saggio sulle fantasie infantili e quello sui sogni di una donna schizofrenica. I miei più vivi complimenti!

Ricordo appena, con uno strano disagio, l’intensità della tua sofferenza e la bellezza delle tue visioni, quando eri malata e cercavo, con ostinazione, di dare un senso alla tua malattia.

Ora sono io a chiederti aiuto. Che cosa ne pensi del mio sogno? Sii sincera, Sabine.

Per quanto mi riguarda, più mi sforzo e più intravedo una sola ipotesi: c’è un momento, nella vita di un individuo, in cui la Grande Madre Terra, l’immaginazione e l’inconscio, non possono più nutrire nulla. Ci si stanca di essere rivolti all’infinito, sempre in ascolto dei sogni. C’è un momento, drammatico e personale, quando tutte le bellezze e le meraviglie del Sé devono sparire. Forse è per questo che la donna sparisce e il taccuino viene perduto. Significa che la mia ricerca si è conclusa? Che devo abituarmi a essere solo, Sabine?

Un abbraccio dal tuo

Gustav

***

Rostov, autunno 1939

Caro Jung,

non ho neppure mezz’ora per risponderti con la calma che merita la tua lettera. Sono trafelata e preoccupata. Questo è un tempo terribile e anche in Russia sono cominciate le persecuzioni. Devo mettere in salvo me e le mie figlie e non posso pensare ad altro. La psicosi collettiva antisemita che ha sconvolto il nostro secolo non mi avrà come vittima consenziente.

Non è più il tempo di sognare, Gustav. E tu, proprio ora, con paradossale inopportunità, mi spedisci il tuo sogno e chiedi la mia opinione. Avrei desiderato che lo facessi molto tempo fa, quando mi era necessario, ma allora tu eri troppo attento alla tua opera; trascrivevi i miei delirî con puntuale esattezza e non ti curavi se io stessi bene o se soffrissi. Ti servivo, eri affascinato, forse mi amavi.

Solo quando sono guarita e ho cominciato a comprendere il mio dolore e a comprenderlo negli altri, ho sentito che anche la schizofrenia poteva avere un senso. Lo riconosco, tu mi hai aiutata come meglio hai potuto. Ma alla fine ho dovuto essere sola per dare un senso al mio male. Allora ho cominciato a studiare, a scrivere, a definire.

Comprendi ciò che intendo dirti? Tu hai sognato me, Gustav. Il tuo sogno vuole dire solo questo.

Non c’entra né l’India né la Grande Madre: tu hai sognato me, Sabine Spiellrein, la schizofrenica che hai amato e sulla cui malattia hai preso appunti definitivi per il tuo concetto di psicosi. Non mi hai forse ascoltato giorno per giorno? E quel vecchio barbuto, alle tue spalle, non è forse Sigmund Freud, l’altro “grande uomo” che ha rubato le mie intuizioni? Hai forse dimenticato che la sua idea dell’istinto di morte, che elevò a teoria in Al di là del principio di piacere, è stata una mia idea, che pubblicai dieci anni prima in un breve articolo, intitolandolo La distruzione come causa della nascita?

Quindi il tuo sogno è semplice, Gustav. Non c’entra nessuna Grande Madre. C’entrate tu e Freud. Voi mi avete rubata a me stessa. E quando nel sogno io scompaio e tu perdi il tuo prezioso blocchetto di appunti, mi viene da dire soltanto questo: che hai preso coscienza di ciò che io sono stata per te, di quanto imparasti attraverso di me e questa dolorosa consapevolezza ti ha fatto vacillare, il taccuino ti è caduto di mano, hai cominciato a soffrire.

Il sogno è dunque chiarissimo. La donna che scompare sono io. E forse in questo sei assolutamente reale: io vivo in mezzo a tali quotidiane sparizioni – persone deportate, cancellate dal mondo nel giro di poche ore – che ho il timore quotidiano di essere strappata a me stessa. Di svanire come è accaduto nel tuo sogno. Di morire realmente. E se tu fossi profetico, Gustav?

Non scrivermi più. Non pensarmi. Non sognarmi. Forse, un giorno, ci rivedremo ancora. Ma sarà in un mio sogno, stavolta, e tu dovrai riportarmi quel taccuino che ti cadde di mano; io lo leggerò e vedrò che è firmato col mio nome: Sabine Spiellrein.

Allora io, di mio pugno, aggiungerò, accanto al mio, il tuo nome: Carl Gustav Jung. Eccoci insieme, come non siamo mai stati.

Sabine

«Sabine Spielrein nacque nel 1885 e presumibilmente morì con le due figlie nel 1941 in un lager nazista. Conobbe Sigmund Freud, con cui ebbe un breve carteggio. Soffrì di alcune crisi psicotiche, per le quali venne curata da Carl Gustav Jung, che si innamorò di lei. Guarita, Sabine divenne psicoanalista e scrisse diversi saggi, fra cui Comprensione della schizofrenia, determinanti per l’interpretazione psicoanalitica della psicosi».

*Il racconto a due voci è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie fra uomini e donne nella storia e nell’arte, Greco & Greco, 2018.

DAL MONTE TAURO

Paola Ricci, Paper art (dettaglio di “Intra-vedere”)

Dal monte Tauro*

Dal frammento 145,1 a, di Leonardo da Vinci a Diodario di Soria.

A Diodario di Soria

Per tuo ordine, molti anni fa, ho controllato l’origine del chiarore che tu non sapevi se attribuire a una cometa o a qualche altra imprecisata fonte di luce. Nelle mie mappe ti spiegai che quella luce non proveniva da nessuna stella ma era la cima stessa del monte Tauro, che scintillava con i suoi ghiacciai sopra il promontorio del Caucaso. La parte inferiore del monte – ti dissi – è oscurata da nuvole e nebbia, con il vento che soffia tra le fessure della pietra, i lampi che rischiarano sassi fracassati e tetti in rovina. Intorno, selve di abeti, faggi, frassini, betulle. Se si sale ancora, ci sono praterie e pascoli e campi. Poi nuvole, uno spesso strato di nubi bianco grigie. Ancora più in alto, cielo, solo cielo, con uccelli rapaci che scendono sotto le nubi per afferrare le loro prede; appena sotto il cielo tre ghiacciai che, nelle notti di luna, mandano un riflesso abbagliante fino all’orizzonte del mare. Mentre facevo le mie rilevazioni, una tempesta di eccezionale violenza scoppiò nella regione: una pioggia carica d’acqua, fango, pietre, radici, sterpi, cadde dal cielo, e per un attimo non seppi più se le mie mappe fossero vere e se quello che avevo deciso di scriverti sul ghiacciaio del monte Tauro corrispondesse alla realtà. Alla fine, Diodario, sospesi le spiegazioni e rimandai la mia relazione. Il giorno dopo ero lassù, in quel punto che dalla terra può essere definito ghiacciaio.. Traversate le foreste, ero arrivato senza fatica alla neve della cima. Crepacci, strapiombi, voragini: un silenzio assoluto. Non soffiava alito di vento. Raggiunsi l’orlo dell’abisso e da lì abbassai lo sguardo nel vuoto. Dapprima distinsi solo nebbia, poi vidi una città. Viali, palazzi, tetti, chiese, scale, gradini che la luce del tramonto illuminava ancora. Scesi un sentiero, lentamente. Un uccello mi traversò il cammino, il chiarore del ghiacciaio si spense e la città affondò nel buio. Ma un buio colmo di voci, scricchiolii, sibili, colpi. Un tonfo di cose grevi, trascinate sulla pietra, ogni tanto uno schiocco secco, come di frusta; un fragore d’acqua in moto, un ticchettìo leggero come di pioggia, una mano che batte sul vetro, un martello che picchia sul chiodo, una stoffa sbattuta, la carrucola cigolante, l’eco di una voce. È questa – pensai – la sostanza del monte, la sostanza di quella luce bianca. Qui, dove sento il mercante invisibile chiamare il cliente fantasma, la donna di profilo ridere dell’innamorato seduto, il soldato camminare marciando nella piazza, la palla rotolare sul selciato, la veste frusciare per le carezze, la musica vibrare dei colpi delle dita sui tamburi di pelle. Qui, dove qualcuno mi urta in silenzio correndo e io ne resto stordito, confuso, e vorrei restare per anni nel punto dove sono stato toccato, come dentro un incantamento sonoro. Sono tornato, Diodario. Sono risalito. Ho rivisto la vetta, chiara come una cometa e ho cercato di dimenticare la città dei suoni. Sono qui, Diodario, e parlo con te. Ma sono ancora, in parte, l’uomo che mi ha urtato in basso, nell’oscurità, e che non potrò più dimenticare. Sento ancora quel suono sordo salire da sotto, offuscare la neve. Mentre guardo la terra e il mare, osservo con una certa pietà le forme del mondo, così facilmente possedute dagli occhi. Difficile, Diodario, reggere questo silenzio e immaginare architetture ed essere uomo logico, quando la notte penetra il corpo, uomo di conoscenza quando la cecità azzera i sensi. Si può solo farsi pittore. Stringersi, mani e corpo, ai grumi della materia, dove nulla parla dell’alto, né ali, né luce, né aria, ma tutto sale dal basso, emerge dal vortice, odora di notte…

*In: Marco Ercolani, Vite dettate (Liber, 1994)

Leonardo, Nuvoli de l’aria

PAGES NOUVELLES. Edmond Jabès

Pages Nouvelles*

Ciò che nuota ha l’età dell’acqua.

Ciò che respira ha l’età dell’aria.

Ciò che svanisce ha l’età del tempo.

*

A cosa può ricorrere il dolente corpo, ansioso d’attirare su di sé la nostra attenzione, se non esternare l’immagine della sua sofferenza?

E l’anima?

L’anima che soffre non può mostrare nessuna immagine.

Fa soffrire e soffre sola.

*

In mezzo alle sabbie, o solitudine della sorgente!

Dio è solo – diceva il saggio: è la mia anima, è il pozzo.

*

Oh, insospettata triistezza dei lunghi fiumi impavidi.

Abbagliato lo zampillo via via smarrisce il senso della sua convincente potenza.

Beffato nel suo orgoglio altro non diventa che una forza addomesticata dall’uomo.

*

Moriamo di ciò che ci riduce.

*

Macchie e imperfezioni: miserie del diamante.

*

Non domandare all’oceano di indicarti la strada.

Chiedila alla canna che l’ha perduta.

*

Come si considera il getto di una sorgente, così si valuta il flusso della sua parola. Bisogna ridurla per non inaridirla.

*

Diceva «un rumore d’aceto». Questo mi era parso curioso al principio, poi mi sono abituato, a poco a poco, a questa espressione senza comprenderla meglio. Non mi succede qualche volta di dire «Un silenzio d’olio?». Egli aggiungeva: «Le immagini, spesso, non sono eloquenti che per coloro che le usano», L’anima è il corpo della stessa malattia.

*

Il giorno è malato d’immagini. Follia, Follia. E la notte malata di oblii.

*

Non c’è silenzio vero se non nel cuore dei segni.

*

Fatica di dire: la malattia.

*

L’inverno ha coperto di neve la mia penna.

La bianca pagina è di ghiaccio e le parole, così giovani, condannate.

Scrivere solo con le parole risorte. Con le parole della stagione alta.

*

Non vedere, non sapere. Esistere..

Arrivare al termine. Poi tuffarsi.

*

«Non lasciare che i malati riflettano» – scrieva ironicamente il saggio.

“Per loro la malattia viene prima d’ogni altra cosa. Ciò è l’inverso della saggezza».

«Un malato non è precipitato nella demenza a forza di credersi malato?».

«Il fatto è è che soffriva, inconsapevole, d’un’altra malattia».

*

Si muore di quella morte che non ci aspettavamo.

*

La malattia. Il male ha detto. Il male ardito.

*

Non basta una fiamma alla gloria dell’incendio.

*

Invecchiando si accorse presto che una domanda premeva sopra ogni altra, per lui: come non invecchiare?

*

Dice il giorno: io esisto.

Dice la notte: chi mi vede?

*

La lampada affievolisce. L’uomo reclina.

Si vela il libro. Anche il cielo.

*

A patti con l’ombra.

Invecchiare pian piano.

*

Soltanto l’intraducibile ha la possibilità di tradurre l’intraducibile.

*

Separare il libro dal libro: una maniera per riaccendere il desiderio delle pagine.

**

*I testi sono tratti dall’edizione bilingue: Edmond Jabès, Pages nouvelles, traduzione di Attilio Lolini, con una nota di Ginevra Bompiani, Taccuini di Barbablù, Siena 1990, n. 12.

NON SO MAI CIO’ CHE VEDO SE NON LAVORANDO. Alberto Giacometti

Io lavoro all’ultimo minuto. Le “cose” che faccio e rifaccio per mesi, le finisco in tre ore. Il mio desiderio non è lavorare ma sapere ciò che voglio fare… e finirlo al più presto. Forse sono un falso scultore e un falso pittore.

[…]

Per me, un oggetto smette di essere una scultura. Per me, una scultura deve essere la rappresentazione di qualcosa d’altro da se stessa. Una scultura non mi interessa veramente se non nella misura in cui, per me, è il mezzo di esprimere la visione che ho del mondo esterno… O meglio, non è per me altro che il mezzo per conoscere questa visione. Al punto che non so mai ciò che vedo se non lavorando.

*Je ne sais ce que je vois qu’en travaillant, Association Alberto e Annette Giacometti, Yvon Taillandier e l’Echoppe, 1993.

NESSUNO, MA TI ATTENDE. Dario Capello

Poesia-collage per Il mese dopo l’ultimo

Immagine dal film Street of Crocodiles, di Stephen e Timothy Quay, 1986, ispirato al racconto di Bruno Schulz, La via dei Coccodrilli

*

Nessuno, ma ti attende

il segreto del suono –

dove non accade nulla

chi non cerca viene

trovato in un battito di ciglia.

Una giornata di vento – Un bosco – Eccoti.

Laggiù.

Nel passo successivo mostri

le voci sbalordite, quelle

che iniziano

«capisco solo il corpo scosso

che traballa, e la chiarezza

di un cielo nerissimo

quando vigila

le soglie del pensiero, sull’affanno»

(è arrivato a percepire una schiena,

un ramo di pesco, poi un coltello:

«perché porti uno specchio con te?»).

(3 gennaio 2002)

Praga, Labirinto di specchi

DESTINI INCOMPIUTI

Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili – frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini – è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, risognare il passato. Chiedere a certi destini, consegnati alle cronache della storia, di tornare incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare ancora il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà di come, fin dall’inizio, l’arte non sia stata che un lungo combattimento per la ricerca di una verità poetica, intima e assoluta, da conquistare attraverso le meraviglie della finzione. In questi racconti ‘impossibili’ succedono cose impreviste: un dettaglio si evidenzia, un paesaggio si sfuoca, un sogno si compie, una voce si rivela, una visione si forma. La condizione paradossale dell’autore ‘apocrifo’ è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica che si impone come la sola necessaria e reale.

In: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I Libri dell’Arca, Joker, 2008.

FEDELTA’. Per Luigi Grazioli

Lo scrittore scrive, e non smette mai di ridefinire, correggere, mettere a fuoco lo sguardo. Sembra che le immagini lo aiutino a trovare ciò che non sta affatto cercando. È mite, tenace, irriducibile. Continua a osservare ma non scrive di quello che osserva se non dopo un tempo lunghissimo, quando ha dimenticato i dettagli. Attraversa le sue scritture non come se ne fosse l’esclusivo proprietario ma perché vuole condividerle con chi, arbitrario e sconosciuto, le leggerà. È il lettore il suo complice preferito. Gli parla costantemente, implacabile bavard, mai resta in silenzio. Non lo seduce con frasi poetiche, lo attrae sulle sue piste meticolose, lui, inguaribile flâneur di musei e di fiumi. Gli offre ironiche finzioni con cui capovolgere un mondo inutile e ostile. Non si fa trovare mai in un luogo previsto. Frequenta con gioia curiosa chiese, cripte, ossari, mausolei: non può fare a meno di abitare le soglie da cui i morti gli verranno a parlare. Ha con loro un rapporto discreto e segreto, come Ches Noteboom che scrive Tumbas, ma quando lo lasciano solo respira di sollievo e prende fitti appunti sui suoi quaderni. Non vuole più finire dei libri. È stanco, ormai, di libri conclusi, che se ne restano soli negli scaffali alti. Gli appunti lo soddisfano perché sono vivi e incompiuti, fitti di tantissimi libri futuri, con cui corteggiare ancora il mondo. Ha, con il mondo presente e passato, un rapporto pudico, ostinato. Tesse la tela senza esserne lui il padrone. Legge.

Se non legge non si addormenta…Leggendo, invece, si dimentica nelle parole, il corpo si rilassa e, tutte le difese allentate, il sonno può cominciare a invaderlo, dai piedi su fino alla testa ormai popolata.

Ci vuole pazienza per descrivere il vuoto. Lui ne ha, di pazienza. Ricorda bene quando ha imparato a volare, per qualche istante, ma poi ha deciso di non stupire chi lo avrebbe visto con qualcosa che avrebbe potuto non capire. E così ha continuato a camminare, ma con un senso di intima e tenace soddisfazione, i piedi leggeri, molto leggeri sul suolo. Camminare è il suo modo di trasformare il mondo in un foglio da riempire con i segni dei suoi passi. Oggi, che è stanco di parole, preferisce che sia così: mettere una lente fra sé e le cose, in modo che gli altri possano riflettersi in lui e nei suoi discorsi. Vuole passare inosservato, essere uno che si sente bisbigliare in mezzo alla folla ma di cui non si sa afferrare il discorso.

Voglio un’opera opaca… un’opera che se ne stia bella, pacifica, intransitabile, che non chieda a nessuno di essere completata dal suo sguardo, dal suo senso, che non abbia bisogno di porgli domande, e si rifiuti a qualsiasi domanda, anzi se ne stia lì, chiusa, perfetta… Ho bisogno di un’opera che non abbia bisogno di me e che mi faccia cantare.

Avrebbe voluto cantare e saprebbe farlo. In fondo sa anche volare. Ma perché affannarsi troppo? Per sorprendere qualcuno? È stanco di specchi che rappresentino il mondo. Il mito di Dioniso gli è estraneo, con quell’osceno squartamento. Un bel foglio opaco, un beffardo pensiero impenetrabile. E magari parole, sì, per non far entrare nessuno nel loro regno. O per realizzare il miracolo: che un passante, nonostante quelle cripte, possa entrare e fotografarlo. Finalmente. Un vero amico. Qualcuno che ha bisogno di parlare con lui e non vuole né leggere né scrivere. I neuroni a specchio esistono: consentono all’io di modellarsi secondo quello che l’altro sente e vede. Non si nasce e si muore dentro una sfera di vetro. Ci si plasma secondo respiri, profumi, libri, corpi. È un atto d’amore cambiare perché si è traversati dal mondo dentro e dal mondo fuori, sensibili sismografi di un dolore quasi simile alla gioia.

“Su molte figure di schiena si sperimenta come un’impossibilità
di fissare lo sguardo”

Sognava di essere una figura di schiena, lontanissima, nello sfondo di una tela sacra, colta mentre sta pisciando. Adesso no. Il senso è da un’altra parte. È giocare con grazia, dissimulare, osservare. Adesso vorrebbe leggere Wang Wei:

“La spaziosa montagna dopo una nuova pioggia,

l’aria al tramonto, il sapore dell’autunno.

Chiara la luna tra i pini risplende,

limpida la sorgente sulle rocce scorre”

Non ha mai amato troppo la poesia, ma questi quattro versi lo hanno sempre commosso. Gli ricordano le sue lunghe passeggiate sul fiume, quando la mente si svuota e resta un sentimento favoloso del mondo, una musica lunga e profonda. Non conosce da esperto la musica e questo è un vantaggio: può ascoltarla quando e come vuole, farsene incantare. Riprende in mano il quaderno. Riprende a scrivere. Tante sono le cose da osservare, ma una su tutte: quella ragnatela illuminata che scintilla su un ramo, alla seconda ansa del fiume. Tutto un mondo che osserva felice. Allora si chiede: con quali parole potrei proteggerla, quella tela? In che modo posso impedire che quell’architettura splendida e minuziosa possa sparire? Così si siede e resta davanti all’opera lentissima e fragile, e scrive di lei, e tutto gli sembra, finalmente, un mondo realizzato, bellissimo, come un paradiso. E lui stesso è parte di un quadro che qualche pittore fiammingo, in qualche reale passato, avrebbe potuto dipingere.

Ciò che nella schiena è tutto esterno ti rimanda al tuo interno più interno, quello che hai spinto sempre più a fondo, chiuso, seppellito nella cripta attorno alla quale non hai mai cessato di costruire case e templi e recinti, e di costruirti, assumendone sempre di più la forma.

Ma quello che lo scrittore si chiede è altro: è il desiderio di costruire una forma permanente, un “racconto immobile” dove la frenesia del movimento, il maellstrom del pensiero, diventi verità paradossale, fedeltà non immaginaria alle proprie radici:

Trovare le radici nascoste, il germe ancora imperfetto e informe dell’opera a venire che ora si conosce in tutta la sua complessità, è una grande soddisfazione non solo per il critico, ma anche per il lettore devoto, perché ne garantisce analisi e predilezioni e proietta, su una molteplicità che poteva anche derivare da capriccio o vaghezza di intenti, la luce della permanenza e della fedeltà a se stesso, cioè di una necessità ben più solida di quella ricostruibile a posteriori: radici vere, invece che immaginarie e solo immaginate. In questo senso sarebbe però bello pensare che Le Condottière è stato tenuto nascosto così a lungo per precisa volontà dell’autore, che ne avrebbe dichiarato la scomparsa solo per gusto malizioso, come l’ennesima casella vuota di tante sue opere, come la casella vuota della sua opera stessa (non forse la vita stessa?), con gesto tipico del giocatore che fu Perec. Ma ancora preferibile sarebbe, per me, se a partire da tracce magari sue, da versioni davvero eliminate o perse, il libro fosse un falso da lui commissionato o scritto di propria iniziativa da qualche amico, che però glielo avrebbe per sempre tenuto nascosto. 

E se chi scrive il libro dello scrittore non fosse soltanto lo scrittore? Se fosse, anche e soprattutto, il lettore che ne percorre le pagine, che finalmente prende la parola e sconfigge l’arrogante potere dell’autore? Ora lo scrittore è soddisfatto. La sua opera smette di essere sua. Può passeggiare sereno lungo le rive del fiume. Può fotografare l’ultimo quadro visto, e dietro il quadro l’amico riflesso nello specchio.

I testi in corsivo sono di Luigi Grazioli in:

Cosa dicono i morti, Pasian del Prato, Campanotto, 1991.

Racconti immobili, Milano, Greco & Greco 1997.

Figura di schiena. In “Arca” 6, 2000.