“Trahĕre (per traccia e dispersione” (Book, 2026) è un paesaggio verbale e musicale dove lo strazio della traccia è anche la musica del segno. Sfida lo sguardo di chi legge a non essere critico o ragionante e ma a perdersi nelle grotte e nei precipizi del libro, “fino a sottrarre il finale/abbandonato tra/ sé e sé in quel che cura//invano e abbraccia/cancellare tutto non lasciare tracce”, fino a trovare “la piega l’enigma/ le risa il gorgo”. Il libro pulsa “nel trarsi a pezzi/ nei frammenti/ fino al suo buco nero”. Né né prosa né poesia, è un fluire di sequenze sonore, come nel caos elegante e feroce di Ligeti. Il lettore non ha mai bisogno di capire, sente la necessità di abbandonarsi, fino alla foce fin dentro la scrittura“. Come scrive Antonio Devicienti: «Esiste, dunque (oppure va cercata), una terza pagina che si pone sia oltre che tra il recto e il verso della pagina scritta, esiste una spazialità della scrittura (e della lettura) che è il venire alla luce di quella zona di immaginazione e di desiderio, di ancora indistinto e informe che necessariamente sta all’origine della scrittura e del suo articolarsi».
**Alicia Genovese (Buenos Aires 1953), La sua opera completa, La linea del desierto (2018) raccoglie la sua produzione poetica fino a quella data, con titoli come Puentes, Aguas, La hybris e La contingencia. Ha anche pubblicato Oro en la lejania (2021) e La invenciòn del equilibrio (2024). Numerose le sue opere saggistiche e critiche. La contingencia (cura e traduzione di Monica Liberatore) appare per le edizioni Joker nel 2026.
Nel 2026, per la collana “I libri dell’Arca”, le edizioni Joker pubblicano il libro di Marco ErcolaniVivere non è abbastanza. L’opera di Nanni Cagnone. Si tratta del primo libro critico dedicato all’opera di uno dei poeti più necessari del Secondo Novecento. L’opera di Nanni Cagnone (10/4/1939-3/4/2026), incompiuta, composita, inclassificata, resta inadatta ai suoi tempi come a ogni tempo. Cagnone è stato jazz drummer, poeta, critico d’arte, traduttore, romanziere, saggista, responsabile di una rivista di design, direttore creativo di agenzie pubblicitarie, editor, editore, docente di estetica. Nella sua opera si alternano libri di versi, romanzi, saggi, memoirs, aforismi, classici contemporanei e arcaici da lui ritradotti e ripensati: il lettore incontra il suo giudizio, aristocratico e sprezzante, sulle mode e i modi del “nostro tempo”. In uno dei libri più originali, Discorde (La Finestra, 2015), scrive: «Dover scegliere equivale a perdere le illusioni infantili. Si deve preferire, si deve rinunciare. Rassegnazione inevitabile, ma difficile da esercitare per chi, in poesia, ricerchi il compossibile». Questa poesia, esiliata nel viaggio poetico che fa e disfa il mondo con le proprie e con le altrui parole, è unica e aspra, e questo libro, una conversazione a due voci fra Marco Ercolani e Nanni Cagnone, lo testimonia. Il poeta, autore di una cinquantina di libri, si congeda dal mondo senza clamore, conosciuto solo da una piccola élite, oggetto di una disattenzione complice delle innegabili superficialità della critica poetica contemporanea. La sua prosa e la sua poesia attendono ancora un’indagine complessa che consideri la figura del poeta non come quella di un autore di versi ma come quella di una “sentinella” di percezioni e di intuizioni, che concentra il suo sapere dalla filosofia all’estetica, dalla tragedia greca alle arti visive. La sua scrittura, percorsa da uno slancio onirico assoluto, sospesa in uno stato di lucido sonnambulismo, è refrattaria a ogni metodo. Nanni scrisse: «Poesia non è qualunque atto di raccogliere il mondo come un soccorritore del senso o un ammiratore del linguaggio ma persistenza di una fedeltà che vuole trattenere l’indicibile. Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare». Proprio da questo “impensabile” nasce Vivere non è abbastanza: un taccuino poetico-critico scritto da un saggista anomalo in onore di un poeta appartato e scomodo, mai conciliato.
Non ricordo niente della mia vera vita se non dal momento in cui mi ammalai e feci un sogno. Era il mese di aprile. Mi trovavo a Venezia, una città che conoscevo solo dalle descrizioni dei libri. Mi aggiravo fra le calli, cercando un amico che avevo perduto, ma non trovavo nessuno ed ero continuamente ingoiato da angoli di palazzi, sale oblique, androni scuri. Ogni tanto, sbucava l’ala di una rondine tra gli spigoli dei tetti. Quando aprii gli occhi, sentii di essermi svegliato da un sonno eterno. Avevo dimenticato che il mondo esisteva.
Nel mese di giugno, sognai un vaso in mezzo alle nuvole, fissato alla volta del cielo con una fune sottile, intrecciato di mille fibre come un canestro. Nel mese di luglio sognai un stella a otto punte chiusa in un anello da cui originava una stella a sette punte a sua volta chiusa da un cerchio a sedici punte da cui prendeva forma di nuovo una stella dalle otto punte, acuminate come spade. Nel mese di agosto sognai una Vergine col bambino in grembo, tristemente seduta per terra. A settembre, persi l’uso della mano destra. Resta così otto mesi, con nella mente la donna accucciata, la rondine di Venezia, le spade, il vaso e la mano paralizzata.
Oggi, tre mesi dopo, le dita si muovono. Si muovono perfettamente come non si sono mai mosse prima e tracciano questo disegno su pergamena, alto novantasette centimetri e largo cinquanta. Questo disegno grande.
Ve lo descriverò. È un mare con tre isole. Ma delle prime due isole e delle onde e della sostanza del mare non so dire nulla. Vi parlerò invece della terza isola. Intorno a questa ho tracciato quaranta cerchi concentrici, ognuno dei quali racchiude un anno della mia vita e reca, all’interno del cerchio, tutte le lettere che ho ricevuto quell’anno da persone care. Le lettere sono più di novantanove ma la scrittura è così piccola da riprodurre tutti i caratteri, uno per uno, in modo da non perdere il conforto di nessuna parola. Nel cerchio centrale il giorno di Pasqua è evidenziato con chiarezza dal segno di un’Arca e il giorno di Natale dal segno di una falce. Nei quattro cerchi esteri ho raffigurato i miei quattro evangelisti: il primo un cervo, il secondo, un serpente, il terzo un leone, il quarto un orso. Dentro l’orso ho disegnato due esseri umani molto piccoli; si stanno abbracciando e dal loro abbraccio nascono dei triangoli, con stelle sparse tutte intorno. I triangoli terminano con un piccolo pavone bianco, con due code cariche di occhi scuri. Al centro di uno di quegli occhi ho disegnato la Vergine: immensa e morbida, con un mantello fatto di piccole, sfere e una testa a forma di coppa; e dentro il corpo della Vergine, dentro la mia Santissima Madre, ci sono io: ho un cerchio davanti al corpo, come uno scudo, e solo i piedi risultano visibili. Sono perfettamente immobile; dentro di me c’è un altro essere umano che non riconosco; e dentro a quello ancora un altro. A ogni linea del corpo corrisponde un certo numero di punti; e dentro ogni punto è racchiuso ancora un punto…
Se guardate ancora meglio vedrete sempre di più. Sposta elo sguardo verso il centro del primo punto; non ci sono spigoli, nessun vuoto, nulla di irregolare. Tutto è e non smette di essere, tutto ingoia e contiene tutto. I coltelli, i rovi, le spine, appartengono alla sciocca violenza del mondo, come le stagioni, gli anni, le passioni. Non esiste morte: la morte è un pullulare di rami, frutti, pensieri. È ingiusto che qualcosa recida qualcosa. Ogni strappo è un’offesa. Il mondo, il disegno, io che scrivo, siamo solo una sfera immensa, una stella fitta di poetali, fitta fino all’ultimo strato, che va ancora più a fondo, che non conosce limiti. E così, lo vedete, il mio disegno è sempre più profondo, si inabissa giù giù, fino al centro del segreto, fino a quando, nell’ultimo punto, di cui non sento la fine, vedo me stesso a sette anni, che guardo una mela e arrossisco e vorrei essere quel frutto, nudo fino al torsolo, che non esiste più perché è solo una cosa soffice e io ne godo fino alla pienezza, fino al centro del disegno grande e sinuoso che sto ultimando, dove niente strappa e offende, e le tenerezze alleviano le ombre, cancellano le ferite, colmano i vuoti, fino al centro dell’opera di Dio, che in me, Opicino de Canistris, si sta compiendo in tutta la sua passione, per la prima volta – segno di suprema eresia contro le forme mondane -. raffigurando la terza isola di questo mio muto Mediterraneo, dove le onde portano scritte le mie sventure e i miei pensieri blasfemi.
*Il racconto è tratto da: Marco Ercolani, Lezioni di eresia,Graphos editore, Genova 1996.
Da bambino mi sono molto impegnato nel cercare di sollevarmi da terra e volare. Nel sogno mi riusciva benissimo, mi alzavo sino al soffitto, qualche volta prendevo la via della finestra. Pensavo fosse questione di esercizio e mi esercitavo. (E.F.)
«Ma il silenzio è vero. Per questo scrivo. Sono sola e scrivo. No, non sono sola. C’è qualcuno qui che trema»: queste parole di Alejandra Pizarnik affiorano dal libro di Giorgio Maria Cornelio, La pelle d’oca (Vallecchi, 2026). Libro di poesia, che si snoda per capitoli in prosa, dominato da una lingua certa ma tremante, dove si annida il disaccordo, il non-scritto, spazio impercosso, luogo dei possibili: lingua della “pelle d’oca”: «…ciò che qui si trattiene lo si trattiene per dileguare, per dare tregua». Il talento barocco e iperbolico di Cornelio, il suo spaziare tra mondi remoti e presenti, dicibili e indicibili, tra la sfera del sacro e quella della moda, tra Celan e S. Agostino, ritrova le vie ibride e molteplici del trattatello, del saggio à la Montaigne, costruendo un palcoscenico di quadri suggestivi, incantati, irrazionali, deragliati, in una sceneggiatura da film alla Anderson, tutti congelati in un loro inferno/paradiso, matrice del libro stesso, forma chiusa che alimenta se stessa come un vortice di danza, dai bagliori lividi e bianchi, angelici e sulfurei, dove il lettore non può essere solo lettore ma anche e soprattutto lo spettatore incantato di una Wunderkammer montata nel gioco di una Ruota infinita, innamorata della distruzione salvifica, “tramutando la pietra in immagine di danza”, insieme libro in essere e libro a venire. «Invece che il riparo della sosta, Celan ha deciso di salvare la pratica del transito: un passare attraverso l’inferno del linguaggio – la sua catastrofe – per riuscire alla “luce”». (M.E.)
Nessuno può farmi né bene né male. Non ho niente da temere e niente da sperare. Sono qui, come su un pianeta estraneo nel quale fossi precipitato dal mio, dove abitavo serenamente. Se intorno a me riconosco qualcosa, sono oggetti straziati, da cui allontano gli occhi. Cammino. Severamente cammino. Consacro i miei ultimi giorni a studiare me stesso e a preparare in anticipo il conto, che non tarderò a rendere a qualche dio, di tutto ciò che sono. Mi dedico interamente alla dolcezza di conversare con la mia anima, la sola cosa che gli uomini non sono in grado di togliermi, neppure se venissero qui armati. Dimenticherò i persecutori e terrò un diario informe delle mie fantasie: di cosa si può occupare un solitario se non di se stesso? Ogni strana idea che troverò passeggiando avrà il suo posto qui, riga dopo riga: il vero pensiero nasce dal sangue che fluisce dai piedi alla testa e dopo entra nella mente e la illumina. La sorgente: il camminare. La foce: il cervello pensante. Fra i piedi e la testa una massa scura, impacciata, che blocca il flusso delle idee e del cammino. Stupido corpo! Dovrei togliermelo di dosso per sempre ma esito perché, se fossi morto, lei, proprio lei, non sentirebbe più il mio odore, che la risveglia alla vita…
L’ultimo controllo
La scrittura: una tela che cuci e che scuci secondo la tua tempesta emotiva, senza perdere l’ultimo controllo. Una lucida vigilanza, dentro il disfacimento, e l’opera è scritta, è dipinta, risuona: come se vedessimo un quadro di Bacon colare colore e disgregarsi (ma anche se stanno disfacendosi dei lineamenti, anche se intravediamo una macchia astratta, sappiamo che tutto deriva da una figura, da un volto). La vigilanza: necessità di mantenere i confini mentre tutto si disgrega. Se la tempesta si cristallizza in delirio, il dolore viene zittito nelle sbarre del sintomo. Ma, se il crogiuolo di immagini fluttua e la forma tiene, scopriamo attimi attoniti dove la poesia trova la sua vera cassa di risonanza. È un mio antico sogno invitare il matto al rigore ostinato dello studio, sapergli insegnare come slacciarsi dai suoi traumi: «vedi, quelle sono corde inservibili che hanno solo il potere di soffocarti…». Ma io, cosa posso insegnare sulla libertà, a parte queste annotazioni teoriche? Nulla: io ho vissuto sempre da prigioniero, in ogni secondo della mia vita, ribellandomi contro ogni dovere ma restandone ostinato custode. In guerra sarei stato medico come in tempo di pace, curando le ferite dei combattenti ma imprecando contro gli orrori bellici che non sapevo evitare. Mai stato homo politicus. Solo un soccorritore, una creatura compassionevole. Tutte le mura intorno, tanti soldati che cercano di sgretolarle con l’esplosivo, tante sentinelle. Tutte racchiuse in me. «Ho in dote una matassa di voci». E la spiaggia e è sempre fitta di esseri neri e minuti, che attendono viaggi ultramarini per vele e per navi sospese in tanti punti dell’aria.
Il mio grazie innanzitutto a Benedicta per il suo invito. E poi questa sera vorrei ricordare tre libri di Nanni: due raccolte di sue poesie, Perduta comodità del mondo e Come colui che teme e chiama, e il volume Il naufragio del Deutschland di Hopkins, di cui Nanni ha curato la traduzione e scritto il saggio introduttivo, pubblicandolo prima nella sua Coliseum e poi, in una versione rivista, con Giometti & Antonello nel 2021. Quindi Nanni poeta, traduttore, saggista, editore.
Ma ora mi soffermerei soprattutto sul Nanni poeta, e in particolare sulle poesie di Perduta comodità del mondo: testi che stupiscono per il loro continuo generarsi e rigenerarsi l’uno dall’altro, come se, pur vivendo ciascuno di vita propria, continuamente si attraversassero. E acquistassero, proprio in questa tensione generativa e comunicativa, la capacità di creare uno spazio, un nodo estetico e morale che continuamente si propaga. È un moto senza sosta che si fa poesia dell’esistenza e che, nella mia lettura, si può misurare soltanto in altezza. Perché così vedo disporsi la parola in questa raccolta: nella sua massima altezza di nudità, essenza, identità.
Quando le lessi per la prima volta mi chiesi: queste parole, questi versi, si sarebbero ancora potuti sentire se il tono fosse stato più alto? Sono poesie di una luce piena e asciutta, aggettante, o meglio — per usare le parole di Nanni — di “un’esclamazione / che si direbbe assoluta”. Versi dunque che sembrano dire l’assoluto inteso qui come qualcosa di solenne, capace forse di salvare e redimere. Come quando Nanni scrive: “Lo so, anche quei boschi / han fatto le nostre guerre, / pure li credo salvi, / e redentori…” Accanto a questi versi nella stessa raccolta se ne trovano altri di una bellezza leggera e impalpabile, che ci rivelano l’esistenza di quell’indicibile che Nanni cercava: “Sbocceranno adesso, / macule d’aria stupefatte / nell’impreparazione del clima, / le rose antiche”.
Salvare e redimere, ho detto. E proprio pensando a Nanni saggista, e in particolare al saggio che accompagna Il naufragio del Deutschland, vorrei ricordare una sua frase che mi sembra una delle chiavi più profonde della sua idea di poesia: “La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non finite e ne prosegue il desiderio.” La poesia, dunque, non salva le cose sottraendole al tempo, né fissandole una volta per tutte. Le salva riconoscendo che non sono finite, che rimangono aperte, disponibili a un ulteriore accadere. “Proseguirne il desiderio” significa non chiudere il mondo in una definizione, ma continuare a desiderarlo attraverso le parole. E quell’aggettivo, “erotica”, mi sembra particolarmente importante: indica una forza di relazione, una tensione verso l’altro, verso ciò che ancora non è compiuto.
Questo tema del salvare senza ancorare ritorna, a mio avviso, anche in Come colui che teme e chiama, dove Nanni scrive: “che la lingua letteraria debba esser sincronica e quindi ostaggio del presente è penosa congettura. No: è una lingua eventuale, sottratta all’uso”. Mi sembra un’affermazione fondamentale. La lingua della poesia, per Nanni, non coincide con la lingua che usiamo ogni giorno. Non è obbligata a inseguire il presente, né a farsi riconoscere immediatamente dal presente. È “eventuale”: può accadere in un altro tempo, può persino aprire un tempo che ancora non conosciamo. È in questo modo che la parola poetica può tornare ad essere parola nella sua possibilità originaria.
Accanto a questo concetto ce n’è un altro che mi sembra altrettanto centrale: quello di metastoria. La metastoria è, per Nanni, l’intima natura della poesia. Ma se è vero che la poesia è metastoria, è anche vero che essa sa dirci la trama complessiva del mondo, quei fatti che si danno nel loro insieme. E perché questo è possibile? Perché, ci dice Nanni, la poesia è “azione delle parole sulle parole”. È stando in questa dimensione che la poesia può guardare al tempo e alla storia: non per raccontarli, non per sostituirsi alla storia, ma per attraversarne i nessi profondi. La poesia diventa così uno spazio in cui il tempo non è soltanto successione, ma relazione e in cui passato, presente e ciò che ancora deve accadere possono entrare nella stessa trama.
La parola nella sua possibilità originaria e la metastoria: mi sembra che siano due elementi fondamentali nella visione poetica e nella scrittura di Nanni.
E ora, prima di chiudere con un verso di Nanni, vorrei fare un mio ringraziamento e condividere un ricordo personale. Il ringraziamento è per l’immensa generosità con cui Nanni ha sempre accolto la mia scrittura. Il ricordo invece è questo. In modo del tutto casuale scoprii che Nanni amava i glicini in fiore. Lo scoprii mandandogli una volta una fotografia dei glicini del mio giardino. Poi gliene mandai altre e lui cominciò a chiamarmi, con affetto, “Signora dei glicini”. È una cosa che porto nel cuore, perché dice tutta l’ umanità e la sensibilità di Nanni
E infine vorrei chiudere con un suo verso, da Perduta comodità del mondo: “Lascia agire l’addio.” Un verso che, a me sembra, custodisca tutto e il Tutto e in cui il senso del vivere e del morire si ricompongono. È un verso straordinario, in cui c’è tutta quell’altezza di cui dicevo all’inizio. Se solo questo verso fosse stato di un tono più alto, si sarebbe probabilmente fatto Oltre e sarebbe diventato non udibile. Fortunatamente lo udiamo. E credo che qui, adesso, stia succedendo proprio questo: lasciamo agire l’addio. Che significa essere ancora con Nanni, tenerlo con noi e custodire la sua parola, la sua grandezza di poeta e di uomo.
(Silvia Comoglio)
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Conversare con Nanni oggi è impossibile: non avremmo mai voluto che accadesse e anche lui non lo avrebbe voluto, preferendo continuare a scrivere, interminabilmente. Ricordarlo, però, sì, perché la sua memoria non aggiunge fatti ma produce eresie: io lo ricordo con questo libro, Vivere non è abbastanza (I libri dell’Arca, Joker, 2026), il primo che appaia in Italia integralmente dedicato a lui e alla sua opera, costellato da voci di amici, vivi e morti. Il libro è suddiviso in brevi capitoli, che riuniscono alcuni dei suoi temi più cari. Ma non è un libro critico, non classifica Nanni, lo mostra. Tutti i capitoli si nutrono della sua voce e dei suoi pensieri. Ne scaturisce un autore sempre contemporaneo e sempre arcaico, un essere umano e poetico fuori da ogni schema, che ribadisce a ogni istante, in prose, versi, racconti, aforismi, la sua estraneità ai logori conformismi del mondo. Orson Welles suggeriva ai registi di cercare il punto più scomodo e da lì girare il loro film. Questo ha fatto Nanni. Filologi e critici di mestiere tenteranno di classificarlo, ma non sarà mai possibile farlo del tutto. Ogni volta lo schema sarà spezzato. Nanni è, da scrittore, il re di un sogno diurno, dove tutto potrebbe nascere e morire, come testimoniano gli appunti e i frammenti, da Discorde a Sans-Gêne. Nanni sarà ricordato per la sua fedeltà all’indicibile. Per lui Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare. Il sogno ci restituisce al nostro fuoco interiore. Il sogno, non le sue interpretazioni. Per tornare al mio libro, aggiungo, con le parole di Silvia Comoglio: “questo è un libro scritto attraverso Nanni, dentro la sua atmosfera mentale e linguistica”.
Cito dal primo capitolo: «Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto. Allora si finisce di giocare, si studia, si viaggia, si lavora, si fanno affari, si prende moglie: il romanzo della vita adulta». Aggiungere tutto, osserva Nanni Cagnone nella prima pagina del suo romanzo Comuni smarrimenti (Coliseum, 1990). Ma questo tutto è il nulla, il non visibile. Immaginare quello che si vede e quello che non si vede è la virtù del poeta, la sua spericolata e incontenibile infanzia. La mancanza di moderazione è la necessità di sognare anche in stato di veglia. «Dispongo anch’io d’una tradizione onirica: non sogni ricorrenti, bensì vecchi sogni citati con naturalezza entro recenti sogni». Nell’arte, mescolare senza prudenza i semi delle carte è giocare senza sapere quale sia la prima regola del gioco. La posta, comunque, sarà sempre il pensiero, nato e pensato nell’aura di un impossibile anelito all’altrove, un pensiero-percezione che guida ai nodi fisici delle parole, alla poesia. Ogni artista si raccorda da sempre con leggi che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin)».
Nessuna nostalgia del già visto e del già percepito ma un voler essere altrove, ne servitore né complice di ordini o scopi, ma uomo libero, che inventa e reinventa se stesso nel desiderio: «Cose che lacrime rimangono / e porte che si chiusero». Il vero naufragio sarebbe assomigliare a cose già viste, sprofondare nell’ovvio. O meglio, non sprofondare: giacere morti. Le parole decisive, inutili, segrete, quelle restano: segni bianchi nel bianco del foglio, degne di un amoroso dell’astrazione, come lui. Opporsi alle regole del vivere comune, ai limiti della ragione, significa rischiare il proprio equilibrio vitale per proporne un altro, indipendente dal primo: è una questione di azzardo, una scommessa esistenziale, un cercare la via tra sassi e vetri, un varcare i confini per infrangerli e ricostruirli dentro il proprio nomadismo interiore.
Ricordo l’ultima volta che vidi Nanni, ad Alassio. Stavamo vicini alla spiaggia, senza dire nulla. Gli chiesi se volesse parlare. Mi rispose che preferiva tacere, insieme a me.